un blog canaglia

Wrong People

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All’interno del club, esaltato dalle deflagrazioni di una dubstep gocciolante, mi eri sembrata bella. Ti ho invitata a bere qualcosa al bar, dove, urlando per farci sentire oltre il fracasso vibrante dei wobble, ci siamo scambiati le banalità di rito: due esistenze impiegatizie al confronto, un miscuglio appiccicaticcio di oppressione, maldicenza, e foto ricordo delle Baleari. Abbiamo bevuto i soliti intrugli dolciastri con l’ombrellino del cazzo, tu sei andata al bagno ad “incipriarti il naso”, mentre io facevo lo stesso nel lurido orinatoio dei maschi, mentre un tipo accanto a me mollava una scorreggia bitonale chiedendomi scusa. Quello che sarebbe accaduto dopo era chiaro al momento in cui ci siamo ritrovati al bancone.

Abbiamo preso un taxi assieme con il pretesto che abitavamo sulla stessa direttrice, tu solo qualche chilometro più in là rispetto a me. Anche nel taxi era abbastanza buio, e il tuo profilo mi sembrava ancora attraente, benché, al momento in cui hai dato istruzioni all’autista, ho percepito una nota stonata. Durante il tragitto abbiamo riempito lo spazio e il silenzio con informazioni inutili sui nostri rispettivi gusti musicali e sugli ultimi film visti: tutta roba inutile pompata dai media. Mi hai fatto capire di avere un debole per Jude Law, “perfino adesso che sta diventando calvo”. Quando il taxi si è fermato sotto casa tua, come mi aspettavo, mi hai chiesto se mi andava di prendere una tazza di tè: la portiera aperta sulla foschia arancione, il rumore metallico del diesel che spargeva vibrazioni sui giardinetti stentati dei vicini, il sogghigno del tassista sotto i baffi a manubrio. Ho pagato, e sono saltato giù dalla macchina, con un minimo di agitazione e un certo prurito di aspettativa che mi percorreva il corpo longitudinalmente, dal cuore al prepuzio.

La tua casa era regolare e semplice, ordinata come ho pensato fosse la tua scrivania nell’ufficio dove andavi ad occupare le tue giornate: tutto sul beige. Come mi aspettavo, c’erano un paio di peluche sul divano. Mi hai invitato a togliermi il cappotto: l’ho fatto, appoggiandolo sul divano. Avevo un paio di spinelli, ti ho chiesto se ti andava di fumare, e tu, naturalmente, non ti sei tirata indietro (che ti andasse veramente, o no, questo non l’ho capito). Ci siamo seduti sul per terra, la schiena appoggiata al divano, hashish lavato dal darjeeling. C’era un po’ più di luce in casa, per questo ho notato che il tuo viso, pur essendo costituito da parti ben disegnate, aveva qualche cosa di disarmonico, come se chi l’aveva fabbricato, pur avendo usato materiale di buona qualità, avesse tirato un po’ via al momento dell’assemblaggio finale. E, ancora, quella nota stonata che avevo percepito nel taxi, quella dissonanza  ora si faceva strada con più forza, qui nel silenzio, pur avviluppata dal fumo e dal tè, come un bambino timido di un coro che improvvisamente decida di mettersi in luce con il cappellano.

A metà di un complicato e noioso resoconto di una gita in montagna, mi sei saltata addosso: ho sentito, in un secondo: l’odore del tuo shampoo del venerdì sera, roba di qualità, che vinceva senza sforzo l’effetto prodotto dalle particelle di fumo; il tuo odore personale, ancora in una fase assai gradevole; il tuo profumo, che era in verità un po’ troppo forte e un po’ troppo dolce; il tuo peso, che immaginavo più lieve; la nostra imbattibile mediocrità di amanti occasionali del venerdì sera. Sarebbe stato da andare via subito, se non fosse che c’era il sesso da prendere e portare via, come il pasto indigesto ma necessario comprato in una tavola calda.

Cosa c’era, dopo? La camminata su per le scale verso la camera da letto, linda e pinta: se non fosse per il librone sul letto, accanto a cui si trovavano un paio di occhiali da vista italiani dal design elegante e un iPod classic con le cuffiette, si sarebbe detta una stanza d’albergo non ancora occupata. E poi: “se vuoi scusarmi”, e la tua uscita dal bagno seminuda. Dunque, il sesso, freddo, sbrigativo, come una transazione tra due bande di mafiosi in un porto del nord. Scambio di liquidi protetto da una parete di gomma oleosa, certo, o scambio di prigionieri. Due solitudini inutili che si strofinano l’una contro l’altra senza costrutto, senza beneficio, senza bellezza. E poi, “Ti è piaciuto?”, “Da morire, e a te?”, “Vabbè, possiamo rifarlo, se ti va, ti lascio il mio numero”. E il piccolo broncio, “Non ti fermi a dormire, tanto domani non andiamo al lavoro, no?”. Ma perché? L’amore, per favore, non chiamiamolo nemmeno in causa, è partito a farsi una vacanza, e a quanto sembra non tornerà troppo presto. L’amicizia? Si può provare amicizia verso un pezzo di carne cui ci si attacca, che ci resta attaccato una manciata di minuti per ottenere la ricarica. Il cellulare prova amicizia per il trasformatore? Per pietà? Perché anche tu, anche io, in fondo, sono un essere umano? “OK”. Avevi uno spazzolino in più (mi sono immaginato che ne compri a pacchi di nuovi, ogni volta che fai la spesa, uno per ogni uomo del venerdì. Mi sono trovato a domandarmi: ma, dopo, li butti, oppure c’è un cassetto da qualche parte pieno di spazzolini da denti usati una volta sola, e ti auguri ardentemente  che almeno uno di quelli venga usato per più di una volta?) Mi sono lavato i denti, sono andato al bagno, e mi sono coricato accanto a te. Hai appoggiato la testa sul mio petto, non sapevo come farti capire che non mi piaceva troppo, ma sei una ragazza in gamba, e l’hai capito da sola, così pian piano ti sei ritirata, e ti sei accontetata di una mano, e poi, mentre scivolavi nel sonno, di un paio di dita: questo andava bene, era il massimo che potevo concedere al nostro reciproco squallore.

Come da copione, quando ti ho sentito russare lievemente, sono scivolato giù e sono scappato, chiudendo piano la porta. Ho preso un bus notturno e sono tornato a casa. Appena chiusa la porta, mi sono levato i pantaloni la camicia il giubbotto italiano e mi sono buttato sotto il piumone con i cavallini. Mi sono svegliato alle due del giorno dopo, ho messo un chicken masala precotto dentro il microonde e mi sono dedicato alle faccende domestiche. Mentre la lavatrice faceva il suo dovere, ho rassettato, passato l’aspirapolvere, e chiamato mia madre. La sera è arrivata presto.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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