Vaglielo a spiegare

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di Pogechi

Negli ultimi 20 anni, i partiti hanno incassato quasi 3 miliardi di euro, dei quali hanno effettivamente speso meno della metà, facendo bottino del resto. Credo sia venuto il momento di tagliare il middle man che rende il processo così esoso − lo Stato. Prima però, bisogna attaccare una serie di luoghi comuni a riguardo.

Il primo, che afferisce ad una certa cultura statalista, sostiene che la sostituzione del finanziamento pubblico con quello privato (e già la scelta di questo termine anziché “autofinanziamento” la dice lunga) segnerebbe l’inizio di una politica di Serie A, dove solo chi è dotato di un grande patrimonio può aspirare alla Champions dei governi. Il sillogismo si snoda attorno al fatto che un’azienda potrebbe entrare in possesso di un partito e fare il proprio porco comodo. Ciò potrebbe comunque essere evitato mettendo tre paletti:

1. trasparenza e controlli
2. tetto massimo ai finanziamenti
3. donazioni solo da persone fisiche

Ciascuno di questi punti riuscirebbe a prevenire il prevalere delle logiche economiche sull’interesse dei cittadini, mantenendo l’idea di fondo.

Altri dicono che, anche qualora lo chiamassimo autofinanziamento, si formerebbero dei partiti aristocratici e borghesi a tutto svantaggio degli squattrinati, che non potrebbero sostenere i propri rappresentanti. Anche questa è una balla: alle primarie, il re dell’uguaglianza sociale Vendola ha ricevuto una donazione media di 70€ a persona, con punte coraggiose di 1000 e 1500€. Se aggiungiamo i 2€ versati ai gazebo, SEL ha portato nelle casse di Italia Bene Comune 1mln€, un bel fundraising per un partito di sinistra al 3%. In più, larghi margini di crescita si prospettano una volta che merchandising, raccolte fondi e tesseramenti saranno regolamentati e istituzionalizzati. Chi verrebbe veramente afflitto sono i partiti populistici come Lega, M5S e PDL, che si basano sul voto di protesta o addirittura di scambio (grazie al generoso fondo cassa). Un gruppo di partiti forte del sostegno economico dei simpatizzanti avrebbe maggiori chance di fidelizzare i propri elettori nel lungo termine.

Infine, la deriva plutocratica e pro-lobby nella quale stanno cadendo gli Stati Uniti è di solito l’ultimo degli argomenti degli irriducibili. Si può dire con certezza che un sistema del genere non è una strada da seguire, ma anche che un paragone tra USA e Italia non regge su nessun piano: gli interessi che ungono gli ingranaggi del Congresso sono semmai presenti al Parlamento Europeo, non a Montecitorio. Da noi il lobbismo lo fanno i metalmeccanici, i farmacisti, i notai, i tassisti. Siamo noi i pericolosi antidemocratici da cui dobbiamo difenderci.

Per finire, credo che un contributo economico di natura personale possa trasformare il diritto al voto in una vera occasione per una partecipazione allargata e informata; aggiungendo un sistema uninominale, l’interesse per la cosa pubblica acquisterebbe inoltre una nota meritocratica. Vaglielo però a spiegare, a quelli che credono a questi luoghi comuni.

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