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Tobin Tax all’italiana

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Il primo marzo entra in vigore nel nostro Paese la versione italica della Tobin Tax: si tratta di una tassa (ideata dall’omonimo economista nel lontano 1972) il cui obiettivo è ufficialmente quello di porre un freno la speculazione finanziaria. Anche se non ho problemi ad ammettere di averne subìto una certa fascinazione in mio recente passato (decisamente più gauchiste) oggi questo mi sembra un prelievo dubbio ed ipocrita. E’ davvero singolare che governo di stampo liberista e certo non ostile alle banche come quello retto da Mario Monti abbia deciso di seguire questa strada (benché, mi par di capire, costretto dall’Unione Europea).

In effetti, però, la “nostra” Tobin Tax è una tassa e, quindi, si innesta perfettamente nella logica di “spremitura” degli innocenti adottata dal nostro caro Professore. Mi si dirà, ma in questo caso sono quei cattivoni delle banche a pagare! [Sospiro di sollievo de la ggente, che s’è stufata.] Pia illusione. Come noto, le banche d’affari per mestiere prendono posizioni sui mercati  e poi si “coprono” con operazioni uguali e contrarie tenendo per sé un po’ di grasso, il margine: non faranno dunque fatica (qualora si trovino a doverla pagare) a togliersela di dosso recuperandola aumentando le commissioni o allargando i differenziali tra denaro e lettera.

L’intenzione dei politici europei era forse quella di assoggettare il “perverso” mercato finanziario al controllo pubblico (e già occorre una buona dose di ottimismo per credete che ciò si di per sé garanzia di virtù – specie se a decidere sono dei burocrati non eletti). L’effettivo risultato sarà quello di ingrassare ulteriormente uno stato inetto e mai satollo; quanto ai clienti delle banche, saranno penalizzati due volte, tassati dal governo e costretti a pagare più cari i servizi bancari di corporate and investment banking.

Ma la legge, direbbe Grilli, nasce per contrastare la speculazione. Vediamo. Dal primo marzo 2013, chi compra azioni (in Borsa o meno) pagherà, rispettivamente, lo 0,12% e lo 0,22% del valore nominale della somma acquistata. Basterebbe questa follia per trasformare in seguace di Ayn Rand anche il più trinariciuto dei comunisti. Davvero qui si sta parlando di una tassa sull’acquisto di azioni? Un po’ come la tassa sui CD vergini pretesa dalla SIAE. Dato che su quei supporti “potresti ipoteticamente” copiare materiale coperto da copyright, io ti becco al momento in cui lo vai a comprare. Mutatis mutandis: poiché acquisti azioni, “potresti anche” essere uno speculatore, per cui, nel dubbio, tasso. Ma allore perché non tassare i coltelli affilati? Si usano normalmente per affettare il salame, ma potrebbero ben essere usati per sgozzare il capufficio!

Ci sono altre cose carine, nella legge: per esempio, la tassa non si applica se si comprano azioni che abbiano avuto, ad un certo momento stabilito, una capitalizzazione complessiva inferiore ai 500 milioni di euro. Qui si può forse anche capire il senso della norma: forse si intendeva non gravare con ulteriori tasse gli investimenti di capitale proprio in aziende medio-piccole. Peccato, davvero, perché le famiglie e i privati in generali (ammesso che siano tanto arditi da fidarsi di un mercato che è liquido e trasparente come il pack antartico) investono normalmente in blue-chip, che, almeno in teoria, dovrebbero risultare più “sicure” di una small-cap. Arieccoce, Mario!

Ma la cosa più bella è questa: la tassa si applicherà solo sul saldo netto tra acquisti e vendite a fine giornata. Insomma, se sei uno “scalper” (il Charlie Manson degli speculatori) o insomma uno che fa trading intragiornaliero (compra e vende in giornata), stai tranquillo. Ti basta aprire e chiudere le posizioni in giornata, e il Professore non potrà metterti le mani nel portafoglio (quello di pelle).

Ma la cosa che a me interessa di più è l’applicazione della norma ai derivati. Se ben comprendo, tale passaggio dovrebbe avvenire il prossimo luglio. E qui c’è da ridere. E’ ovvio che agli occhi dell’uomo della strada, “derivato” suoni più o meno come pedofilo: complici anche le fandonie di giornalisti inesperti vogliosi di servire alle masse ottuse concetti fuorvianti come quelli legati al fatto che il nominale complessivo dei derivati in circolazione sia un multiplo delle operazioni reali sottostanti (cosa facilmente spiegabile). Ma esistono non pochi casi in cui l’uso dei derivati non solo non è irresponsabile, ma è, al contrario, indispensabile ad una gestione efficente dei rischi finanziari cui è esposta un’azienda. Se un’impresa  che acquista materie prime in dollari americani vorrà evitare di vedere i suoi costi lievitare in conseguenza di un apprezzamento del biglietto verde, dovrà fare delle coperture in derivati (acquisti a termine, opzioni) per assicurarsi che il costo sia chiuso oggi per domani, o che per lo meno sia contenuto all’interno di un intervallo ritenuto sostenibile. Ebbene, un imprenditore che si sta comportando con la diligenza del buon padre di famiglia, proteggendo attraverso la stipula di contratti  derivati l’azienda (e quindi anche posti di lavoro) dovrà subire l’ennesimo prelievo indebito da parte dello stato. Mi si dirà: ma la misura colpirà i derivati speculativi, mica quelli strumentali alla stabilizzazione dei costi aziendali! Vuol dire forse che si prevedranno esenzioni in questi casi. Quindi, prima di chiudere un derivato di protezione del suo cash flow, ogni tesoreria dovrà chiamare i funzionari dell’Agenzia delle Entrate e chiedere loro se, a loro modo di vedere, l’operazione sia speculativa o no… Considerando i tempi di reazione (tre quattro anni) e la preparazione media di queste persone, la nostra ipotetica azienda farebbe a tempo a fallire cento volte prima di ottenere un verdetto.

Quindi, diciamolo chiaro e tondo: questa è l’ennesima tassa iniqua, che grava solo sui soggetti che non possono scappare (privati e piccoli imprenditori). Altro che sventare la speculazione!

 

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

3 Comments

  1. forse ricordo male, la tobin tax nella sua formulazione originaria non era una tassazione bassissima però estesa a ogni tipo di transazione finanziaria (anche l’uso di un bancomat), nata per fare cassa proprio sui trader che di transazioni finanziarie ne fanno tantissime e per importi importanti?

    no, perchè quella cosa che descrivi tu mi pare tutt’altra cosa…

  2. Non ho letto il testo di legge, però non capisco il senso della tua analisi sul primo punto. L’imposta dello 0.12% messa sui movimenti finanziari tende a fare cassa molto di più sugli speculatori, che operano anche migliaia di spostamenti di capitali. In questo modo i normali investimenti vengono gravati da un’imposta minima (0.12%, cioè se investi 100 000, ti tassano 120, non una cosa folle) mentre chi lo fa con interessi speculativi si troverà a essere gravato da questa spesa più volte, garantendo un minimo di cassa per poter stabilizzare un comportamento che invece tende a destabilizzare il sistema. Se funzionasse, e non so se crederci, e partendo da un’assunziona che banalizza la realtà, speculazione=male, io lo ritengo un buon tentativo per 1. ridurre le speculazioni ( per disincentivo economico), 2. fare cassa sulle speculazioni esistenti.

    Per farla breve è un po’ come le tasse sulle sigarette.

  3. Da quel poco che so il senso della Tobin Tax dovrebbe essere quello di mettere un “granello di sabbia” nell’ingranaggio, per frenare solo la finanza volatile, che fa un numero enorme di scambi (e quindi finisce per pagare un numero enorme di volte la tassa), senza sostanzialmente incidere su chi fa un numero limitato di scambi. Quindi dovrebbe responsabilizzare il mercato. Non è così?

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