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Woody Allen

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

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Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

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Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

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Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

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E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

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Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

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Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

Un uomo irrazionale

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Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

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