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La Grecia ha rotto il cazzo

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Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

I vegetariani hanno rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che in un’afosa serata di fine luglio, con lo sguardo saputello di quello che non passa mai il compito in classe, confessa a te e alla comitiva la sua meravigliosa svolta esistenziale: “Raga, sono diventato vegetariano”.

Siete al “Re della griglia”, che è considerato la migliore bisteccheria della Bassa padana (qualcuno, forse esagerando un po’, sostiene dell’intero centro-nord). Vi siete seduti da pochi minuti, avete sfogliato il menù ed ecco il cameriere che arriva con carta e penna. C‘è chi ordina una lombata, chi un filetto, chi una costata, chi un misto di salsicce aromatizzate. È un’ode collettiva, pura poesia. Un commilitone è visibilmente commosso, gli scende addirittura una lacrimuccia: non mangia carne da quarantott’ore. Qualcuno, per cambiare argomento, racconta di quella volta che in Sardegna ha arrostito e mangiato da solo un intero “porceddu”.  

“Sì, ragazzi, sono vegetariano. È una vita che volevo e adesso ho finalmente trovato la forza” spiega il tuo amico con l’enfasi e l’umiltà del Testimone di Geova che suona il citofono la domenica mattina. Tu lo sai che è falso, falsissimo; siete cresciuti insieme e te lo ricordi benissimo a quella gara a San Giovanni in Persiceto, quella in cui si dovevano mangiare sette chili di costine. Ricordi benissimo il suo gesto di esultanza, la coppa alzata, la corsa in ospedale. Ricordi con chiarezza la grigliata nel suo giardino lo scorso Primo maggio, quel cartello “Vietato l’ingresso ai cani e ai vegetariani”, la sua ironia sulla Camilla, che aveva osato dire “no, grazie, per me niente salsiccia”. Ricordi perfettamente le sue parole “Ma come si fa a non mangiare carne? È proprio da coglioni! Aahahahahaha”. Tu sai tutto questo. Ma taci. Quello che siede accanto a lui chiede “ma quindi non mangi manco il pollo?”.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone striato del tavolo, quella scritta “Si lavora e si fatica per i soldi e per la fica” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il mangiatore di verdura. Te lo immagini al primo appuntamento con la Carla, che è vegetariana da una vita, immagini la sua fatidica domanda “ma tu mangi carne?” e la sua bugiardissima risposta “assolutamente, ma hai idea di quanto inquini un allevamento intensivo??”. Te lo immagini a cena dai genitori della Carla, pure loro vegetariani da una vita (dal 16 luglio 1977, come tengono a precisare), mentire spudoratamente. “Buonissimo questo ragù vegetariano, signora. Fantastici questi involtini di cavolfiore, signora”. Te lo immagini quando, in un momento di debolezza vorrà ordinare un arrosticino (proprio uno di numero) e la Carla lo guarderà con quello sguardo che lui avrà imparato a conoscere e che significa “non te la do per un mese e mezzo”. Te lo figuri infine colpevolizzare chiunque mangi carne sotto i suoi occhi, trattarlo come un coglione, un troglodita. Pensi che tira più un pelo di fica che un quarto di bue.

Pensi a tutto questo mentre al tuo amico è appena arrivata una grigliata mista di verdure. Ti alzi pacatamente, ti avvicini sorridendo, prendi la fetta di melanzana più grosssa nel suo piatto e cominci a schiaffeggiarlo violentemente con quella. Constati che la melanzana si presta ottimamente allo scopo e te ne rallegri. “Ma che sei scemo???” urla lui incredulo. Non rispondi, torni al tuo posto. Hai un’espressione rilassata, incredibilmente rilassata. I tuoi amici non capiscono ma intuiscono che lo stai facendo per tutti loro. Parte l’applauso.

“I vegetariani hanno rotto il cazzo”  dici allargando le braccia come a significare “dovresti ringraziarmi, perdio, e lascia quella rompicoglioni della Carla”. Allora ti metti ad elencare.

L’integralismo dei vegetariani ortodossi che non mancano occasione per tentare di convertirti; gli sguardi accusatori mentre addenti una braciola; i ragù vegetariani; il tofu propinato ad ogni pasto e che non sa di un cazzo; il rompicoglioni che a cena, quando hai preparato tutto a base di carne, ti confessa di essere vegetariano (ma dimmelo prima, cazzo!); i libri per fricchettoni che ti spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; i ristoranti per fricchettoni che leggono libri che spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; la donna vegetariana, essere pericolosissimo; il maschio vegetariano, essere bugiardissimo; le discussioni a tavola col coglione di turno che abbocca all’amo vegetariano e si mette a disquisire su come non si possa vivere senza grassi animali; il vegetariano integralista che è pure animalista e pubblica su facebook solo roba di denuncia; le vegetariane che non fanno i pompini; i vegani, oddio, i vegani; i crudisti; i latto-vegetariani; i latto-ovo-vegetariani; gli ovo-vegetariani; i vegetalisti; i fruttisti; il fatto che a un certo punto tirano fuori Einstein e ti dicono “ecco, stai dando del coglione a lui, che era vegetariano”; il fatto che Einstein è diventato vegetariano un anno prima di morire e mica lo sanno gli integralisti della verdura.

Il silenzio è piombato sulla tavolata. Il tuo amico, ancora scosso dall’uso improprio di una sacra melanzana, si pulisce con un tovagliolo. Lo sai che tanto è tutto inutile: continuerà pubblicamente a disprezzare la carne per poi mangiare panini col salame nel garage. Continuerà a far contenta la Carla e a vivere senza carne e senza…be’, ci siamo capiti. “Sì, i vegetariani hanno proprio rotto il cazzo” pensi. Poi tagli un bel pezzo di bistecca al sangue, chiudi gli occhi e ti senti in paradiso.

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