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Vaticano

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

in politica/società by

Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

I preti e la famiglia

in società by

Il Papa ha organizzato un sinodo sulla famiglia. Partecipano in 253, tra preti, vescovi, consacrati e anche coppie sposate.

Le coppie sposate sono 14, il che fa 28 persone, il che vuol dire che oltre l’80% dei partecipanti non è sposato (forse qualche prelato rappresentante delle Chiese orientali lo è pure, ma non so).

Ora, un sinodo è stato indetto da un uomo non sposato e raccoglie persone che nella stragrandissima maggioranza non sono sposate, per discutere di “famiglia”.

Ci sono due modi di intendere questa cosa.

Il primo è pensare che sia molto bizzarro e quasi ridicolo riunire a discutere di “famiglia” un consesso di persone che hanno intrapreso un percorso di vita che esclude il matrimonio e, quindi, hanno deciso di non avere una famiglia.

Il secondo è pensare che non è vero che i preti e le suore (e le persone consacrate, in genere) non hanno una famiglia: i preti possono continuare a vivere con i loro parenti, ad esempio, o avere in casa una “perpetua”, i religiosi possono vivere in comunità tipo conventi ecc. Ancora, i religiosi sono in stretto contatto con le famiglie e conoscono i loro problemi: sono “presenti” nelle famiglie. Insomma, si può avere “famiglia” anche da prete: si può avere una vita domestica insieme ad altri, si possono frequentare intensamente altre persone (anche senza venir meno ai propri voti sacerdotali, ovviamente!), si può essere partecipi di esperienze di vita comune che danno luogo a legami affettivi forti, solidi e intensi come quelli di una qualunque “famiglia”. Anche i preti e le suore possono avere a pieno titolo una “famiglia”, allora.

Io, con qualche riserva, la penso nel secondo modo.

Questo, però, vuol dire che non è vero che c’è un solo modello familiare il cui nucleo è formato da uomo, donna e magari dei figli. Vuol dire invece che di “famiglie” ce ne sono tante e che i modelli familiari possibili sono infiniti, tutti degni. Se i preti hanno titolo a parlare di “famiglia”, vuol dire che di “famiglia” non ce ne è una sola. Altrimenti parlerebbero solo di qualcosa che non conoscono o, quantomeno, a cui hanno rinunciato.

Santé

Scorci Vaticani I

in religione by

Un refolo d’aria solleva le lunghe tende di lino bianco, raggiunge le narici di Jorge Mario, lo sveglia, sono le sei.
Il Papa si inclina sul fianco destro, si mette a sedere, infila i piedi nelle pantofole di pelle marrone ancora fredde «Ramón.» chiama.
L’alto maggiordomo tehuelche, fedelissimo, già a Buenos Aires, già a Córdoba, ancora prima a Santa Fe, entra nella stanza da letto papale.
«Buongiorno Santo Padre.»
«Buongiorno Ramón.»
«Ordini Santo Padre.»
«Ramón, per cortesia, mi porti el solito colibrì, un mazzo di tarocchi Mondiano ancora nel cellophane, una racchetta da badminton y el dedo de San Giovanni Battista.»
«Per il dito ci vorrà un po’ Santo Padre, devo far venire l’elicottero da Firenze.»
«Claro,» risponde Jorge Mario «claro.»
Mezz’ora dopo arriva il dito.
Jorge Mario toglie con delicatezza il colibrì dalla gabbia, lo posa davanti al mazzo di carte, prende il dito di San Giovanni Battista e lo usa per indicare il mazzo di carte, poi si rivolge al colibrì e con voce gentile sussurra «Adesso, amigo mio, tu lo escarti.»
Il colibrì fissa i tarocchi.
«Escartalo amigo mío, ahora.»
Il colibrì non fa nemmeno un tentativo.
Jorge Mario impugna la racchetta da badminton e trattenendo il respiro colpisce il colibrì con una violenza tale da farlo esplodere, poi torna a sedersi sul letto, china il capo.
«Ramón.» chiama.
«Ordini Santo Padre.»
«La colazione Ramón,» mormora amareggiato Jorge Mario «fai preparare la colazione.»

“Ripetetele ai vostri figli”

in storia by

Settanta anni fa gli uomini di Kappler rastrellarono 1259 persone nel ghetto di Roma, 1023 delle quali vennero spedite ad Auschwitz. L’anniversario, quest’anno, è passato in secondo piano, oscurato in parte dalla morte di Erich Priebke e in parte dal fatto inconfutabile che della cosa frega poco a pochi.

Per quello che vale, questo vuole essere un piccolo aiuto alla memoria collettiva. Dato che della vicenda e dei criminali che ne furono protagonisti si ricordano bene i dettagli, si è preferito concentrarsi su un aspetto un po’ meno pubblicizzato: lo scarso aiuto ricevuto da chi poteva darlo.

Capitolo 1

Il 26 settembre del 1943 Ugo Foà, presidente della Comunità Israelitica di Roma, e Dante Almansi, presidente delle Comunità Israelitiche Italiane, vengono convocati nell’ufficio di Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma. Dopo una cortese conversazione di carattere generale, Kappler viene al dunque con un discorso di questo tipo: “Noi tedeschi consideriamo voi ebrei come nemici e come tali vi trattiamo. Non abbiamo bisogno delle vostre vite né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”.

I due presidenti, dopo aver cercato invano di ridurre la richiesta di oro, si congedano, e convocano gli esponenti principali della Comunità per prendere una decisione. Scartano ben presto l’idea di rivolgersi alla polizia italiana: sanno già che non potrebbe influenzare la decisione tedesca. Non rimane che raccogliere l’oro e cedere al ricatto per evitare mali peggiori.

La popolazione ebrea di Roma viene messa a conoscenza della richiesta, e in breve tempo arrivano le offerte di oro; i meno abbienti portano cari ricordi di famiglia; chi non ha oro contribuisce con denaro. Con grande slancio di solidarietà, anche molti cattolici fanno la loro parte. Del fatto viene a conoscenza anche la Santa Sede.

E fa sapere spontaneamente in via ufficiosa che, nel caso non fosse stato possibile raccogliere l’oro richiesto entro il termine stabilito, avrebbe messo a disposizione la differenza. Da restituire con calma quando possibile.

Poco prima della scadenza delle trentasei ore vengono raccolti cinquanta chilogrammi di oro e poco più di due milioni di lire. Appena tre settimane dopo, ovviamente, aver ceduto al ricatto si rivela del tutto inutile.

Capitolo 2

La mattina del 16 ottobre 1943 la principessa Enza Pignatelli, ex-allieva di Pio XII, chiede udienza in Vaticano. Ha assistito alle operazioni di rastrellamento iniziate all’alba, e ne informa il Papa. Della faccenda viene incaricato il Segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, che incontra l’ambasciatore tedesco in Vaticano, Ernst von Weizsäcker.

Gli ho chiesto di voler intervenire a favore di quei poveretti. Gli ho parlato come meglio ho potuto in nome dell’umanità, della carità cristiana.
L’Ambasciatore, che già sapeva degli arresti […] mi ha detto con sincero e commosso accento: «Io mi attendo sempre che mi si domandi: Perché mai Voi rimanete in codesto ufficio?».
Ho esclamato: «No, signor Ambasciatore, io non Le rivolgo e non Le rivolgerò simile domanda. Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono a una stirpe determinata». L’Ambasciatore, dopo alcuni istanti di riflessione, mi ha domandato: «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?».
Ho risposto: «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione».

Maglione, nell’occasione, ricorda anche a Weizsäcker che “la Santa Sede [era] stata, come egli stesso [aveva] rilevato, tanto prudente per non dare al popolo germanico l’impressione di aver fatto o voler fare contro la Germania la minima cosa durante una guerra terribile”.

Il piano di Weizsäcker, a questo punto, è quello di far scrivere una lettera al vescovo Alois Hudal, rettore della Chiesa Cattolica tedesca a Roma e noto simpatizzante nazista, indirizzata al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel, in cui il prelato chiede la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. In ogni caso alle 14, tre ore prima che la lettera sia consegnata, il rastrellamento è già terminato.

Il 28 ottobre, Weizsäcker scrive al Ministro degli esteri tedesco:

“Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma […]. Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.

Capitolo 3

“L’odierna commemorazione potrebbe essere definita come una memoria futura. Un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l’antisemitismo e contro il razzismo qualunque sia la loro provenienza” (Jorge Mario Bergoglio, 16/10/2013).

Fonti:
Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948
Robert Katz, “Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944” (il Saggiatore, Milano 2003)
Rastrellamento del ghetto di Roma, it.wikipedia
Roma, Napolitano in Sinagoga – “Oggi giornata di grande coesione”, Repubblica.it

Pulizie vaticane?

in religione by

Oggi al Cardinale O’ Brien è stato ufficialmente ordinato dal papa di lasciare la Scozia allo scopo di “intraprendere un percorso di rinnovamento spirituale, preghiera e penitenza”. La “purificazione forzata” arriva alcuni mesi dopo che Benedetto XVI aveva preteso le sue immediate dimissioni da cardinale, impedendogli in questo modo di partecipare al conclave che avrebbe eletto il suo successore. In quell’occasione, O’Brien rilasciò una dichiarazione ambigua, in cui ammetteva che “vi sono state circostanze in cui la mia condotta sessuale si è dimostrata al di sotto del livelli che ci si attenderebbe da un prete, un arcivescovo ed un cardinale”.

Benedetto XVI reagisce in modo insolitamente muscolare e celere allo scandalo: scarica O’ Brien dopo neanche 36 ore dalla pubblicazione su The Observer delle rivelazioni di tre religiosi e di un ex seminarista, attualmente sposato, che sostengono di essere stati molestati sessualmente dal Cardinale. L’ex seminarista (che ai tempi dei fatti aveva 18 o 20 anni, a seconda del reporter) riferisce di un “approccio sconveniente” avvenuto dopo le preghiere serali; anche un altro dei denuncianti racconta di un “contatto inappropriato” iniziato da O’ Brien dopo la preghiera. O’ Brien si sarebbe comportato in modo non dissimile con un terzo prete nel corso di una visita presso la sua parrocchia. La quarta vittima avrebbe invece dovuto fare i conti con un “comportamento non desiderato” di O’ Brien al termine di una serata a due caratterizzata da elevato tasso alcolico.

Si noti che le rivelazioni dei quattro, che riguardano fatti avvenuti nel 1980, vengono date in pasto alla stampa circa una settimana prima del clamoroso passo indietro di Benedetto XVI; come pure la sospetta tempistica delle rivelazioni, consegnate alla stampa, guarda caso, una settimana prima delle (evidentemente-non-così-inattese) dimissioni del papa. Sembra proprio che qualcuno non volesse O’ Brien al conclave che avrebbe eletto il successore di Ratzinger.

E’ ovviamente impossibile commentare la condotta di O’Brien basandosi sulle pochissime informazioni di cui disponiamo. Si può però dire che tutte le persone coinvolte erano, ai tempi dei fatti adulte (è importante precisarlo, vista la frequenza con cui a quanto pare preti impuniti e degenerati si avventano sui minori). Sul consenso delle presunte vittime, in effetti, non ho le idee chiare: un prete ha grande soggezione dell’autorità “spirituale” di un collega anziano, è vero. Ma possiamo anche ipotizzare che essa evapori in un amen nell’istante in cui essa diventa uno strumento di potere e di assoggettamento (sessuale).

Se i fatti contestati sono realmente accaduti, O’ Brien avrebbe usato il suo potere materiale in modo inappropriato, se non propriamente violento – come sostiene assai pragmaticamente uno dei quattro accusatori, del resto, “il cardinale è più che un capo, più dell’amministratore delegato della società per cui lavori. E’ in grado di spostarti, bruciarti la carriera, relegarti in un cantuccio… controlla ogni aspetto della tua vita. Non puoi permetterti, semplicemente, di dargli un calcio nelle palle” (altro che autorità spirituale!). E quindi, sempre nell’ipotesi che le accuse siano fondate, O’ Brien non è certo un agnellino.

Eppure la sua condotta, per quanto possa ipoteticamente risultare riprovevole, è molto meno grave di quella tenuta ad esempio da altri due cardinali, Roger Michael Mahony, arcivescovo di Los Angeles e Seán Baptist Brady, primate di Tutta l’Irlanda.  Il primo, come chiarito da un’inchiesta interna, è colpevole dell’insabbiamento di ben 129 casi di abuso su minori. E personaggio talmente improponibile che persino i cattolici americani (evidentemente meno pecoroni dei compagni italiani) hanno organizzato una petizione per impedirgli di partecipare al conclave (non che qualcuno a Roma abbia dato loro retta, però almeno ci hanno provato). Mentre un’inchiesta della BBC del maggio 2012 ha chiarito le gravissime responsabilità di Brady nella gestione (o per meglio dire nella non-gestione) del caso Brendan Smyth, un prete pedofilo da Guiness dei primati. Benché avvisato da più fonti dei delitti di Smyth, Brady sentì solo un paio delle vittime e si limitò ad a far loro giurare che non avrebbero rivelato nulla di ciò che era loro accaduto. Almeno altri due bambini sono stati abusati dopo l'”inchiesta” interna di Brady del 1975. Le mani di Brady sono dunque sporche del loro sangue.

Eppure sia Brady che Mahony continuano a mantenere le loro posizioni di potere e i relativi privilegi; e per di più sono stati tra i “santi uomini” che hanno eletto papa Francesco. Mentre O’ Brien è stato dapprima sollevato dall’incarico e poi esiliato dalla Scozia. O’Brien ha inoltre fatto pubblica ammenda della sua condotta ed ha invocato su di sé la clemenza che la sua religione (almeno in teoria) riserva di peccatori; mentre gli altri due religiosi, a dispetto dei santi (è il caso di dirlo), continuano a giustificare il proprio indifendibile operato. Perché? Viene il sospetto che c’entri qualcosa quella dichiarazione resa da O’Brien alla BBC Scotland solo qualche giorno prima della pubblicazione delle accuse nei suoi confronti, nelle quali il cardinale sosteneva che ai preti dovesse essere concesso di sposarsi e di avere figli. Forse è per questo che qualcuno non voleva O’ Brien a Roma…

Li avevamo sottovalutati

in religione by

Quelli che si aspettavano l’elezione di Scola, con l’adozione di un nome tipo “Implacabile I” e l’inizio di uno scontro frontale -e probabilmente suicida- col secolarismo, sono serviti.
Jorge Mario Bergoglio opta per “Francesco”, fa mostra di grande affabilità in pieno prime time, esordisce con una battuta, invita i fedeli a pregare per lui, sta dalla parte dei poveri e se lo guardi bene ci ha pure la faccia simpatica.
Di una cosa potete star certi: quando se la prenderà con gli omosessuali, con le unioni civili, con le donne che abortiscono, con la pillola del giorno dopo, coi preservativi, col testamento biologico, con la ricerca sulle staminali embrionali e via discorrendo, lo farà con una semplicità, con una modestia, con un’umiltà, con un candore che a momenti manco ve ne accorgerete. Anzi, se non ci state attenti finirà pure per piacervi.
Tanto per cambiare, li avevamo sottovalutati.

La Chiesa contro l'iPhone

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La notizia è vera anche se sembra uscire da una battuta di Spinoza. Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, ritiene l”iPhone 5 un “superprodotto su cui riflettere persino con urgenza“.

In primo luogo perché i melafonini “riaccendono la fiducia nella magia: come la bacchetta magica (un tipico dispositivo touch, estensione del braccio umano) era in grado di produrre immediatemente apparizioni, trasformazioni, eliminazioni, così lo smartphone, protesi ubiqua e sempre attiva, sempre più leggera e maneggevole e quasi trasparente, ci consente di “azzerare l”intervallo tra desiderio e realizzazione“.

E poi perché la diffusione dell”iPhone può portare ad una forma di “razzismo tecnologico” verso chi non lo possiede.

Sarebbe troppo semplice chiedere di fare il conto di vescovi, cardinali e prelati vari ed eventuali con in tasca un iPhone. Ancora più semplice domandare se l”eccesso di tecnologia riguarda anche la Radio Vaticana, Radio Maria e le centinaia di emittenti cattoliche sparse sul globo terraqueo.

Viene invece da chiedersi se non si sia arrivati un po” troppo in ritardo: l”iPhone come “bacchetta magica“! Parbleu! E il telecomando dove lo mettiamo? E il grammofono? Con quella musica che esce da un corno senza nessuno che suoni in stanza? E le macchine e i treni, che si muovono anche senza cavalli che li tirano! Tutte diavolerie escogitate – o meglio, evocate – da perfidi massoni, o addirittura negromanti, senza dubbio!

Ma meglio di ogni altra cosa è il monito – non il “monitor”, quella è un”altra aberrazione moderna – contro il possibile “razzismo tecnologico”. Ce ne ricorderemo quando si discuterà di proposte di legge contro l”omofobia, del “monitor” della Chiesa sul razzismo tecnologico. Santè

Il circo

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Giuro che è l”ultimo pezzo che faccio sul tema, almeno per un po”. Non mi piace scrivere su un solo argomento, eppoi sembra che uno sia mosso da manie persecutorie. E tuttavia, ne converrete, i preti ce la mettono davvero tutta a fare stronzate.

Apprendo da La Repubblica, citata a sua volta da Dagospia, la notizia delle tensioni tra Santa Sede e Bulgaria per la nomina dell”ambasciatore di quest”ultima presso il soglio di Pietro. Il candidato, tale Kiril Marichkov, non sarebbe piaciuto in Vaticano a causa del romanzo “Clandestination”, da lui scritto, nel quale ad un certo punto si parla di un rapporto mercenario omosessuale tra un immigrato bulgaro ed un uomo incontrato occasionalmente a Valle Giulia.

Chiaramente la reazione della Santa Sede è la conseguenza di un fenomeno di proiezione, non ci vuole Freud per capirlo, ma su questo voglio tacere per carità di Patria, anzi di Chiesa.

E tuttavia, non riesco a non essere contento per il giovane Kiril. Sì perchè il Nostro non è una di quelle salme che normalmente mandiamo noi italiani per ricoprire tale prestigioso incarico, ma è al contrario un aitante trentanovenne, un bell”uomo a giudicare dalle foto sulla rete, che oltre a scrivere romanzi e a studiare geopolitica fa l”avvocato, parla cinque lingue, è sposato con un”italiana e ha due figli piccoli. Ed è pure nipote di un celebre cantante rock bulgaro, che non a caso si chiama proprio come lui.

Troppo! Troppe colpe davvero per un ambiente, quale quello della diplomazia pontificia, dove l”entusiasmo e i colori della vita sembrano non essere mai entrati, dove la delazione e la calunnia sono pane quotidiano, e dove i monsignori anziani consigliano ai giovani sacerdoti appena assunti di andare al cesso sempre mantenendo un”aria indaffarata e una cartellina sotto braccio così da non alimentare le voci, conseguenza della generale e dilagante invidia, che si stia perdendo tempo andando a spasso (true story!)

Forse Kiril Marichkov non lo sa, ma gli è andata bene. Può ancora continuare ad essere un uomo.

Il cattolicesimo democratico non esiste

in economia/politica/società by

Quell”acuto intellettuale cattolico che è Roberto de Mattei si è reso ancora una volta autore di una messa a punto in tema di libertà religiosa, sul suo sito “Corrispondenza Romana”, quanto mai completa malgrado la natura sintetica dello scritto, e della quale raccomando una utile presa visione. Ciò che vi leggerete non è il delirio di un nostalgico fascista o le idee di un irriducibile legittimista, ma è la vera dottrina cattolica in materia di libertà religiosa, quella che ancora si insegna nelle università pontificie serie e che, passata l”ubriacatura vaticanosecondista, sta timidamente riemergendo anche negli scritti destinati al popolo. E ciò ve lo dico con drammatica cognizione di causa, non solo perchè coi preti io ci lavoro, ma anche perchè teologia l”ho dovuta ahimè studiare. E l”articolo del Nostro costituisce senz”altro un pregevole distillato degli insegnamenti cattolici sul punto espressi nei modi e con i termini della logica tomista, ovvero di quella straordinaria cattedrale del pensiero teologico occidentale che ha costituito l”ossatura dell”agire cattolico dal Medioevo fino ai giorni nostri.

In forza di ciò, dunque, mi pregio sottoporre alla vostra attenzione alcune idee che ho nella testa:

1) Il cattolicesimo democratico non esiste. Toglietevelo dalla mente, è una pia illusione. E se esiste, o è rappresentato da squallidi resituati del Vaticano II ormai fuori tempo massimo tipo Rosy Bindi, oppure è tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche per sole ragioni di opportunità, “in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi”. Da ciò ne discende che, laddove possibile, la Chiesa non si farà scrupolo di pretendere la restituzione dello spazio sociale e politico che ritiene essere di sua naturale spettanza.

2) Il cattolicesimo politico va combattuto senza sosta. Quello politico, ribadisco. E lo dico io, che cattolico lo sono, perchè conosco i soggetti. Dobbiamo assolutamente rompere quella cinghia di trasmissione, rappresentata dai cattolici in politica, che lega il mondo delle istituzioni repubblicane alla gerarchia ecclesiale.

Queste conclusioni mi sono apparse nella loro lampante ed inevitabile crudezza qualche giorno addietro, leggendo della stentenza emessa in data 12 luglio dalla Corte di Giustizia dell”Unione Europea con la quale è stato confermato il divieto di commercializzazione per le sementi delle varietà tradizionali che non risultino iscritte nel catalogo ufficiale europeo. Nella pratica la sentenza vieterà la circolazione delle sementi antiche che per millenni ci hanno nutrito, obbligando di fatto al consumo delle pochissime varietà proposte oggi dalle grandi multinazionali del settore agroalimentare. Inutile dire che così facendo la Corte di Giustizia ha violato uno dei più sacrosanti diritti umani, cioè quello di mangiare quel cazzo che ci pare. E lo dico con rabbia perchè il nostro corpo è fatto delle cose di cui noi ci nutriamo, siano esse le idee con cui veniamo a contatto e che facciamo nostre, o i cibi che ingeriamo per rigenerare e nutrire il nostro fisico. E la rabbia diventa doppia se penso che una spesa fatta con consapevolezza, consumando alcuni prodotti piuttosto che altri, è uno dei pochi modi che abbiamo per costruire un mondo più umano e giusto visto che certi poteri la politica non riesce più a governarli e tocca a noi, scegliendo cosa mettere nella sporta, dire di no a certe realtà agghiaccianti. Per non parlare poi della straordinaria bellezza della biodiversità, con i suoi colori, odori, sapori. Un Eden che, malgrado il peccato originale, non ci è tuttavia stato tolto e che ha riempito di bellezza la vita di tutte le generazioni passate.

Che centra questo con la Chiesa Cattolica? C”entra eccome! Perchè se noi non fossimo costretti a schiantarci di lavoro politico per strappare con le unghie e coi denti il diritto a sposare o ad accompagnarci con chi si vuole, a fare di noi stessi ammalati quello che più ci pare, a farci una benedetta canna quando aggrada, e numerosi altri diritti tanto razionalmente scontati quanto quotidianamente violati, noi forse avremmo anche le energie per protestare contro un lontano ed oscuro tribunale che ha deciso, lui per noi, cosa metterci nel piatto.

Pensate, dunque, a quanta è la capacità gessificante del cattolicesimo politico in Italia, oltre alle energie spese da parte nostra per cercare di ottenere l”ovvio.

E pensate a quanto grave è il corto circuito democratico che tutto ciò determina, alla quantità di idee insane che fa nascere nella mente di chi esercita il diritto di voto nel sempre più radicato convincimento che tanto non conviene votare o peggio fare politica perchè non cambierà mai nulla e quindi “sti cazzi, meglio stare al mare e leggere “Chi”!

E pensate alla conseguente autoreferenzialità di un ceto politico che finisce per essere chiamato a rispondere delle proprie azioni solo a quei poteri che dovrebbe governare e limitare. Chiesa compresa.

Una catastrofe, immane. Un”ecatombe di mancata serenità, di arretratezza culturale sempre più incolmabile, che si legge chiaramente sui volti della gente per strada. Non è solo la crisi economica a pesare, l”Italia non è mai stata ricca se non dal dopoguerra in poi eppure si è sempre qualificata come una Nazione allegra e cordiale. E” la mancanza di speranza, il senso di impotenza, che solca le rughe di un popolo ormai insanamente triste.

Ma tanto ai cattolici in politica che gli frega: l”importante è che i froci non si sposino, che l”eutanasia non ci sia, e che la “cultura della droga” non abbia cittadinanza.

E per i morti di cancro a causa della merda che mangiamo, ci sarà sempre il paradiso aperto.

Amen.

 

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