un blog canaglia

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Università

Fascismi rossi

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Due aggressioni in due giorni, quelle subite da Angelo Panebianco durante le sue lezioni, in quello che dovrebbe essere il tempio del confronto e dell’apertura al dibattito, alla diversità senza preclusioni, baluardo ultimo contro ogni forma di censura e imbavagliamento, che fanno pensare. C’è un substrato strisciante in molte università pubbliche italiane, di piccoli gruppi ben organizzati e attivissimi che vivono in un perpetuo sessantotto in cui trovano legittimazione e complemento. Non sono interessati alla realtà, all’attualità o al vivere sociale, checché ne dicano, ma operano in un universo parallelo – in bianco e nero – nel quale o si è con loro o si è contro di loro. Non c’entrano niente coi partiti, di solito. Nascono e vivono auto-organizzati. Non se ne legge molto, nonostante provino a far sempre un gran rumore, perché la loro protesta ha dei tratti farseschi, ma terribili; terribili nei modi e nella violenza, in una rabbia generalizzata e totalmente ripiegata su se stessa, atavica nel suo essere completamente slegata dalla realtà. La retorica utilizzata è quella della lotta, del blocco, dello scontro e mai del confronto, della riappropriazione e dell’espropriazione – in un paradigma completamente ortogonale a ogni vivere civile.

Sono minoranze squadriste, queste, che sopravvivono nonostante non siano più legittimate da niente che non siano i loro stessi circoli, e che si pongono come alternative ai “fascisti”, con cui spesso e volentieri si incontrano e scontrano, come i cani che se la prendono con la propria immagine riflessa allo specchio. Su tutto questo variopinto tessuto si tace, fino a che non accadono episodi da squadracce come questo. E non è nemmeno la prima volta che succede. Diceva Flaiano che in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Aveva ragione. Non è finito il fascismo, specie a sinistra nelle università.

La filosofia dopo la fuffologia

in politica/società by

È noto a molti che le discipline umanistiche non godono di buona reputazione. Studiarle non sembra molto promettente se si ha in mente una carriera ben remunerata. E come se non bastasse, molti docenti universitari di tali discipline sono noti al grande pubblico per le sciocchezze che dicono che non per una dedizione autentica alla ricerca. C’è chi ritiene che questo secondo fenomeno spieghi perché le humanities versino in uno stato di profonda crisi: gli iscritti sono sempre meno e anche gli stanziamenti da parte dello stato alla ricerca fatta nelle humanities sono distribuiti con il contagocce. A chi scrive risulta difficile stabilire se la fuffa sia la ragione principale del disinteresse per le humanities. Vorrei però soffermarmi sui modi in cui alcuni ritengono che la fuffa possa essere combattuta. Secondo alcuni, il mercato penserà ad eliminare la fuffa. Il calo degli studenti porterà necessariamente a eliminare i corsi inutili tenuti da docenti incapaci. Questa tesi, però, suppone che gli utenti del sistema dell’educazione superiore siano in grado di distinguere la fuffa dai contenuti seri. Ogni evidenza sembra indicare il contrario. È quindi evidente che a fermare la fuffa debbano essere altri, gli esperti, coloro che sanno distinguere uno studioso serio da un Massimo Cacciari.

I fautori di questa strategia ritengono a volte che l’attuale sistema di “credentialing” accademico possa opporre un freno alla fuffa. La teoria di questi signori è la seguente. Fino a ieri in alcuni sistemi accademici – ad esempio, nel sistema accademico italiano – si diventava professori di humanities per mera cooptazione. Poiché i criteri della cooptazione sono meramente soggettivi, i meriti per ottenere una cattedra potevano spaziare da autentici meriti scientifici a contributi alla fuffa a favori sessuali a ricatti o ad altre bassezze cui l’accademia è tanto incline quanto il mondo che la circonda. Oggi invece, sostengono i cantori dei tempi nuovi, questo sistema non può continuare ad esistere nemmeno in Italia. I criteri soggettivi vanno sostituiti con criteri oggettivi – ossia con pubblicazioni in riviste con sistemi di referaggio seri. Tali cantori osservano che le riviste top delle humanities hanno un acceptance rate ben inferiore alle riviste scientifiche. In un settore che conosco bene perché è il mio, la filosofia, le migliori riviste hanno un acceptance rate attorno al 5% e talvolta persino inferiore. Ebbene, secondo i cantori dell’avvenire, se uno è reclutato soltanto sulla base delle pubblicazioni in tali riviste, il reclutamento dei docenti nelle humanities non dipenderà dall’arbitrio meramente soggettivo della vecchia cooptazione. Finalmente avremo ricercatori seri anche nelle nostre università italiane.
Ammetto che ho sempre guardato con sospetto la retorica che oppone il passato al presente.

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Fuffa before it was cool

A giudizio di chi scrive, gli uomini tendono a essere sempre tendenzialmente cialtroni, farabutti, ladri, ruffiani e adulatori a prescindere dall’epoca storica in cui si trovano a vivere. Pensare che il sistema di referaggio delle riviste ci garantirà la selezione dei migliori è come pensare che una procedura ci garantisca il conseguimento del fine per il quale essa è stata istituita. Se il fine delle votazioni è la democrazia, uno può certamente pensare che, dato che si vota, esiste la democrazia, ovvero il potere è nelle mani di ciascuno. Ma chi pensasse veramente che il suo voto valga quanto quello dell’ingegner De Benedetti non avrebbe capito come funzionano le élites. Lo stesso accade nelle riviste. La procedura della blind review non serve ad altro che a facilitare il giudizio dei pari. Ma se i pari sono cialtroni, il loro giudizio è ovviamente irrilevante. E, come si è detto, è ragionevole pensare che tra gli accademici la percentuale di cialtroni sia simile a quella che si ritrova nell’umanità tutta, ossia i cialtroni sono largamente preponderanti. Esistono, è vero, sacche di resistenza. Riviste ben fatte, guidate da ricercatori competenti. Dipartimenti ottimi. Studiosi bravi che si riconoscono tra loro. Sono sacche che si sono formate perché i bravi hanno deciso coraggiosamente di non ammettere tra le loro fila i cialtroni. Potrei nominare tanti dipartimenti nel mio settore, ma forse non è necessario, perché chi conosce l’accademia capirà facilmente di cosa sto parlando. Ma non appena si lascia spazio ai cialtroni, anche solo per “quieto vivere”, si è poi costretti ad assistere al loro proliferare.

I cialtroni, infatti, si “riproducono” accademicamente, fondando riviste in cui pubblicano i cialtroni e che servono a promuovere altri cialtroni. Non è infatti necessario che la maggioranza dei docenti di un dipartimento di humanities siano cialtroni perché la fuffa trionfi. È sufficiente che ce ne siano alcuni per infettare un corpo che sarebbe altrimenti “sano”. A poco vale quindi la resistenza degli sparuti ricercatori seri. Essi sono, appunto, confinati in sacche che provano a resistere alla fuffa. Tali sacche esisteranno sempre. Ma resteranno sempre minoritarie. Perché, come osserva il personaggio Diego Fuffaro su facebook, “non si ferma la fuffa con le mani”.

 

ricevuto da 

Luca Gili, luca.gili@hiw.kuleuven.be

Studi umanistici, British style

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Una delle polemiche che ha allietato la nostra estate bollente è stata quella su studi umanistici sì/studi umanistici no in seguito ad un post e poi un altro post di Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. In sostanza, Feltri utilizza i risultati di un articolo del CEPS  in cui si dimostra come le lauree in studi umanistici valgano meno sul mercato del lavoro rispetto a quelle in ingegneria, economia o scienze. I post di Feltri sono stati prevedibilmente accolti con un certo orrore dai diretti interessati. Alcuni di questi, cercando inconsapevolmente di dare una spiegazione empirica del perché i laureati in lettere non siano molto ricercati sul mercato del lavoro, hanno risposto con frasi del tipo “partiamo da un presupposto: non è vero che non c’è lavoro per i laureati nelle facoltà umanistiche, il lavoro c’è, purtroppo però i posti di lavoro disponibili sono inferiori al numero di laureati in Lettere, Storia, Filosofia” (giuro che è vera!). Altri si sono lanciati nel delineare scenari apocalittici nel caso il mondo venisse conquistato dai laureati in ingegneria ed economia e altri ancora l’hanno buttata sull’emotività.

Ad ogni modo, grazie alla pedanteria acquisita durante gli studi in economia*, credo di essere stata una delle poche a cliccare sul link dell’articolo in cui è illustrata la ricerca di cui sopra. La prima cosa che salta all’occhio di un lettore attento è che i paesi presi in considerazione sono Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Slovenia. Ora, senza nulla togliere a questi cinque paesi, stupisce un po’ che in uno studio europeo manchi un paese come il Regno Unito, il quale vanta 70 università nel QS World University ranking, di cui 19 tra le prime 100 e 4 tra le prime 6 (l’Italia ne ha 26 nel ranking e la prima è Bologna al 182esimo posto, per dire). Avendo studiato per qualche anno in un’università di Sua Maestà, non posso che confermare che questi numeri riflettono una qualità molto elevata della formazione universitaria, studi umanistici compresi. Nel Regno Unito infatti la qualità dell’istruzione universitaria dipende molto piu’ dal prestigio dell’università che dalla materia che si studia. Non sorprende dunque che secondo i dati dell’Higher Education Survey i laureati in materie umanistiche del Regno Unito a sei mesi dall’ottenimento del titolo abbiano un tasso di disoccupazione del 7.3%, esattamente lo stesso dei laureati in ingegneria.

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Da questi dati viene il sospetto che l’articolo del CEPS citato da Stefano Feltri non si possa utilizzare per dire qualche cosa sull’utilità delle lauree umanistiche in quanto tali, ma solo sulla bassa qualità delle lauree umanistiche in alcuni paesi non necessariamente rappresentativi. La lettura di quei dati, come fatta dal vice direttore del Fatto, bolla gli studi umanistici come inutili a prescindere dalla qualità dell’insegnamento. Una lettura del genere è anche un eccellente alibi per quelli che hanno reso questo insegnamento di così bassa qualità rendendo gli studi umanistici abbordabili per studenti poco dotati, con poco spirito di sacrificio, etc etc. Tutto ciò a danno di quegli studenti davvero, ma davvero bravi in lettere o filosofia, quelli a cui dovrebbe venir affidato lo studio e la preservazione del bagaglio culturale di tutti. A questi pochi eroi non consiglierei, come invece fa Feltri, di chiedersi se possano permettersi una laurea inutile. Consiglierei loro invece, dopo aver stabilito di essere davvero uno di questi eroi, di avere un piano per distinguersi dai letterati per caso che popolano le loro facoltà, di laurearsi velocemente, di imparare perfettamente la lingua dell’accademia (l’inglese!), di cercare di individuare e frequentare i docenti piu’ inseriti nel mondo accademico internazionale e di cercare avere i maggiori contatti possibili con le università che insegnano la loro materia ai massimi livelli. Il tutto richiede molta fatica, oltre che talento, ma sarebbe anche un grande investimento per il futuro di tutti noi.

*  Tra l’altro nella stessa temibile università e nello stesso corso e anno di Stefano Feltri.

Nu Juorno Buono per il governo del Nord

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Nella classifica dei migliori atenei stilata dal Sole 24 Ore la prima università del sud è quella di Bari, che si colloca al 22° posto in Italia. Primo posto in graduatoria va a Salerno, ma nell’elenco delle università più sovvenzionate.
Per fortuna la storia è cambiata, vedo la gente che sorride spensierata. Tant’è questo Governo segna l’entrata in incarichi di responsabilità della nuova generazione, che è nata e ha studiato al nord. Anche Angelino Alfano e Maria Carmela Lanzetta, gli unici ministri di provenienza terronica, si sono ben guardati di frequentare università della loro regione. Il primo si è laureato all’Università Cattolica di Milano, la seconda a Bologna.
Ma allora, se questa è la nuova classe dirigente, se questo Governo disegna il successo della nuova generazione (altro che numero chiuso) in un’ottica di spending review e di tagli alla spesa per defiscalizzare il Paese, le decine e decine di atenei sotto Roma chiudiamoli pure.
Con accento toscano, emiliano o milanese, o con quel poco di romano che è rimasto, il Governo già di per sé incarna la proposta di conversione ecologica: dai banchi di studio alla terra coltivata, per tutti quei giovani che non accettano di trasferirsi.
E’ pur sempre la terra del sole, no?

La dea laurea

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Sulla vicenda delle false lauree e del master di Oscar Giannino si è detto tanto. Forse anche troppo, considerando la reale entità del problema (mi è infatti oscuro il modo in cui questo possa inficiare la credibilità programmatica di Fare per Fermare il Declino). Tuttavia, credo che, nonostante questo fiume di pixel spesi per infierire, gli innumerevoli sagaci analisti abbiano mancato – come spesso accade – il punto fondamentale, il nocciolo della questione. E’ successo che un grande (io lo considero tale) giornalista economico e ora candidato alle elezioni politiche abbia cavalcato e forse provocato l’onda di una biografia inesatta. In questa biografia si segnalava che il suddetto giornalista ha conseguito due lauree (economia e giurisprudenza), nonché un master presso una prestigiosa università americana. La prima cosa che mi è venuta in mente è stato chiedermi perché. Perché un intellettuale stimato e di successo come Giannino ha dovuto inventarsi credenziali accademiche per poi smentirle soltanto una volta scoperto? Di primo acchito, la risposta è stata: per quella faciloneria e grandeur all’italiana che conosciamo bene; per quel volersi mostrare come più di ciò che si è realmente (show off, direbbero gli inglesi). Del resto, sono qualità e metodi abbastanza diffusi e la maggior parte delle volte – quando non si finisce nella falsificazione e quindi nell’illegalità – non fanno male a nessuno.

In un secondo momento, riflettendo meglio sull’oggetto (cioè i titoli accademici) e lasciando da parte per un attimo il soggetto (Oscar Giannino), ho capito che la questione è decisamente più ampia e riguarda noi tutti. Ovvero, riguarda quella mentalità diffusa che glorifica il pezzo di carta e lo rende elemento di legittimazione intellettuale. Lo schema è questo: se hai la laurea, sei autorizzato ad esprimere concetti elaborati, a parlare di temi spinosi, a sviscerare sapere e dunque per questo sei credibile; d’altra parte, se esprimi concetti elaborati, parli di temi spinosi e svisceri sapere (e magari hai pure un eloquio forbito), allora non c’è alcun dubbio: hai una laurea. Tutto ciò, pur essendo abbastanza verosimile e spesso anche riscontrabile, è naturalmente falso in senso assoluto. E allora capita che questa mentalità idiota travolga persino un personaggio intellettualmente notevole, che, nonostante sostenga di “non aver mai fatto uso di credenziali accademiche per accedere a posti di lavoro”, si adegua per essere accettato come pensatore, per legittimare le sue parole, i suoi contenuti. Insomma, per farsi autore autorevole.

Ora, gli errori di Giannino sono evidenti. Ma fare finta di non capire le ragioni profonde di questi errori significa non guardarsi allo specchio. Significa perpetuare la logica del valore legale del titolo di studio e dargli valore intellettuale, proprio come se percorso accademico e percorso intellettuale coincidessero. Non è così, e lo dice uno che è laureato, sta prendendo la seconda e forse farà pure un dottorato. Ma me ne frego dei titoli di studio quando si tratta di prestare ascolto e di chiederlo agli altri; mi occorrono soltanto per perseguire l’obiettivo di fare ricerca nel mio campo.

Caro Oscar, avresti dovuto fare altrettanto, visto che il tuo obiettivo professionale lo hai raggiunto anche senza. E dovremmo fare altrettanto noi tutti. Perché, prima di abolire il valore legale del titolo di studio, occorre abolire questa mentalità che lo deifica: non è un’autorizzazione a parlare, è soltanto l’attestazione di uno dei tanti percorsi della vita.

 

chi si 110 e loda si imbroda

in economia/società by

A seguito delle parole che il ministro Fornero non ha pronunciato (e grazie anche a un uso dell’inglese un po’ tricky, come direbbero gli inglesi) è riscoppiata una polemica sempre verde sui gggggiovani. Parlo dei (piu’ o meno) giovani laureati italiani che urlano incazzati cose del tipo “io mi sono laureato con 110 e lode e raccolgo i pomodori nei campi a 5 euro all’ora”. Ok, non dico che stare a 30 anni a fare lavoretti che altrove sarebbero per studenti del liceo sia il massimo della vita. Il mercato del lavoro italiano e’ quel che e’. In queste furenti dichiarazioni si intravvede pero’ una pericolosa forma mentis ereditata dai nostri avi per cui prevale l’importanza del pezzo di carta sulla sostanza. C’e’ la convinzione che l’importante sia essere laureati e non cosa e come si e’ imparato; che il 110 e lode sia piu’ importante di dove lo si e’ preso (certe universita’/facolta’ sfornano 110 e lode in automatico, altre pochissimi); che una laurea presa in 8 anni sia come una presa in 5, e avanti cosi’. C’e’ poi l’idea che se alcune facolta’ sono piu’ apprezzate di altre nel mondo del lavoro, questa sia una specie di lesa maesta’ (come se la cultura stesse piu’ nelle facolta’ di lettere rispetto a quelle di ingegneria o fisica o medicina). Infine, io non sento mai lo stesso slancio di protesta verso il fatto che in certe facolta’ il voto normale agli esami sia 30 e che la maggior parte dei neodottori esca con il massimo dei voti: e’ anche questa una delle disgrazie delle facolta’ umanistiche, le quali non sono in grado di segnalare un accidente su quanto siano bravi o no i loro studenti visto che questi hanno tutti gli stessi voti. 

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

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Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

I dolori di un giovane scienziato sociale non di sinistra

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Sono un giovane scienziato sociale non di sinistra. Me lo ripeto spesso come un mantra, quasi a voler combattere un senso di colpa inconscio per un’eresia consumata quotidianamente sulle pagine di Durkheim e di Weber, di Boudon e degli amici della “scuola di Chicago”. Sono un giovane scienziato sociale non di sinistra e per giunta liberale. Potrei addirittura definirmi un giovane scienziato sociale di destra, di una destra liberale che, almeno in Italia, formalmente non c’è. Insomma, non la faccio troppo lunga: sono la minoranza di una minoranza.

Lo sono perché, pur con qualche eccezione, tra i muri delle facoltà umanistiche il pensiero dominante è ancora insindacabilmente quello “de sinistra”. È il pensiero dei collettivisti macroteorici che fanno l’inchino a Marx e baciano la mano a Latouche e Bauman, per intenderci. E quando cerco di spiegare le mie posizioni ai colleghi sociologi e antropologi (ma la cosa riguarda gli umanisti in genere), una buona parte di loro mi guarda con l’aria di chi proprio non riesce a capire; con l’aria di chi si chiede perché non sono andato a studiare Giurisprudenza o Economia (discipline neglette e ripugnate da ogni bravo studente sinistrorso con o senza kefiah).

Nella concezione del mondo di queste schiere di umanisti, quelli come me risultano simpatici come può esserlo una zanzara in una notte d’agosto (non lo confessano, ma i più vivaci e democratici gli farebbero fare volentieri la fine della zanzara). Perché è assurdo che un liberale (per di più di destra e quindi, semplificando, un fascista) si occupi di questioni delicate come i processi migratori, la gentrificazione e le nuove povertà urbane: è come se un gatto si mettesse a studiare il sistema sociale di una comunità di topi.

Del resto, il capitalismo sfrenato, la marginalità, i fenomeni discriminatori non nascono forse da un approccio alla vita di tipo individualistico e, per l’appunto, liberale? Questo è il sillogismo che sta a fondamento dell’ideale bolla di scomunica dei laicissimi e ortodossi umanisti-umanitari (e vaglielo a spiegare che proprio quel Sartre che qualcuno di loro osanna scrisse che, per essere umanisti, non occorre essere pure umanitari).

Gli umanisti-umanitari collettivisti non vogliono sentir parlare dell’individualità. A loro piacciono i dualismi di classe, le società liquide e si fanno le pippe pensando alla collettività. In fondo, gli basta poco per eccitarsi: un’intervista a qualche intellettuale di sinistra su Repubblica o un richiamo alla lotta di classe su qualche saggio neomarxista, quando sono allegri; un libro sulla Resistenza o una bella foto di Piazzale Loreto, quando sono annoiati.

Forse sono stato sfortunato, ma non mi è mai capitato di sentire qualcuno che parlasse di Camus, Adam Smith o Gobetti. Non ne parlano perché non li conoscono e non li conoscono perché non se ne deve parlare. È un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda delle prospettive) che permette la conservazione di un modo di essere, di un modo di approcciare alle questioni umane e sociali: un millenarismo laico che profetizza instancabilmente la venuta di se stesso.

Nel 1948, il sociologo americano Robert Merton teorizzò il concetto di “profezia che si autoadempie”, volendo significare una previsione che si verifica per il solo fatto di essere stata pronunciata. Ahimè, mi pare un concetto buono anche per descrivere il mondo delle scienze umane: più si dice che sono “roba” di sinistra e più lo diventano. Con i rompicoglioni come me a fare le eccezioni.

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