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La discussione sulle banche: come non buttarla in caciara

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Come di consueto, quando si parla di banche, l’opinione pubblica non ci capisce un cazzo di niente.

Così come quando rivalutarono le quote delle banche in Banca d’Italia (lì lo stato Italiano emise un bond perpetuo in favore delle banche azioniste. Lo avete mai letto da qualche parte? Certo che no, ne parliamo noi stronzi la sera davanti ad un Moscow Mule), anche qui sul salvataggio delle 4 banche del centro Italia, l’opinione pubblica non ci ha capito un cazzo.

A parte l’atteggiamento schizofrenico à la Fatto Quotidiano (se le salva lo Stato “EH MA I SOLDI DEI CONTRIBUENTI!”; se si salvano da sole “EH MA I SOLDI DEI RISPARMIATORI”), c’è da sottolineare che, come di consueto, tutto viene percepito o bianco o nero: o i risparmiatori vengono considerati pollastri a cui è giusto restituire del danaro (quindi adesso voglio che lo Stato mi restituisca le mie perdite su MPS, Finmeccanica o Unicredit accumulate negli anni passati facendo trading), oppure vengono considerati dei Gordon Gekko che stavano comprando Anacott Acciaio, “e quindi che cazzo gli vuoi restituire”.

Ancora non ho sentito nessuno (politici, giornalisti, commentatori, il Califfo, Varoufakis, Adele, Ignazio Marino, Valerossi, tua madre) dire parole di buonsenso, ovvero “esiste una direttiva che ha più di 10 anni (la MiFID): è stata rispettata? Se sì, cazzi vostra; se no, denunciate chi vi ha truffato. Ora però per favore scusate, che devo andare a vedere se ho strumenti di grandfathering da dedurre dal Common Equity Tier 1”

Ferretti è “fascista” da sempre

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Osservo, con un misto di commiserazione e stupore, le reazioni ormai prevedibili ad ogni manifestazione pubblica in cui Giovanni Lindo Ferretti esprime la sua vicinanza ad ambienti della destra conservatrice, clericale, eccetra.

Per molti è come se una persona altrimenti a modo, entrando in un consesso elegante e civilizzato, iniziasse a dare in escandescenze, o a mantenere un comportamento totalmente inappropriato. Sembra di vedere delle signore d’altri tempi scandalizzate dalla perdita di contegno di un noto gentleman. Perchè, diciamocelo, il punto era questo: Ferretti, come cantante dei CCCP/CSI/PGR, faceva parte del pantheon dei cantanti impegnati di sinistra. E in certi contesti, l’idea che uno possa non far parte della tribù ha qualche cosa di scandaloso.

Ma la verità, nel caso di Feretti, è ancora più scandalosa delle appartenenze tribali. Ed è che Ferretti non è mai cambiato. La sua poetica non è mai stata progressista, nè tollerante, nè altro che reazionaria. Per i CCCP, il comunismo era una risposta estetica al “disordine” morale del liberalismo occidentale, ed etica allo sganciamento della morale pubblica dalle prescrizioni sulla condotta individuale. Non è un caso che, oltre che per l’Unione Sovietica, Ferretti manifestasse una fascinazione evidnte per l’Islam politico, totalitario e reazionario.

Ferretti, come il protagonista di un recente film di Ermanno Olmi , non vive serenamente la modernità, il progresso, la libertà altrui: vive tutte queste cose come una imposizione, non a caso cedendo alla retorica dell’economia e del mercato che “si impongono” sull’uomo, retorica tipica degli uomini che vorrebbero piuttosto imporre agli altri le prorie idee di ordine, disciplina e morale. Questa mentalità non è rara a sinistra come a destra, e se fino a vent’anni fa era prevalente tra i comunisti, oggi è prevalente tra i post-fascisti e i leghisti. Resiste in ambienti di estrema sinistra, che però sono diventati numericamente residuali. Non è quindi un atto di conversione, quello di Ferretti, e men che meno un tradimento: Ferretti esprimeva la convinzione profonda, e radicata, di certa cultura comunista, come oggi esprime la visione del mondo delle Meloni, dei Salvini, dei Socci. Con la stessa scadente qualità di analisi, la stessa sciatteria politica e filosofica.

L’errore, allora come ora, fu nel valutare le canzoni di qualcuno in base alle appartenenze che si credeva avesse. Forse, in retrospettiva, questo ha generato una enorme sopravvalutazione artistica del personaggio. Forse no. Ma se vi piaceva ieri per quello che diceva, eravate reazionari, o fascisti, ieri. E se non siete più d’accordo con lui, avete cambiato idea voi. Lui è sempre lì, nel marcio della vostra coscienza.

 

P.S. c’è un tale, un certo Lucio se ricordo bene, che cantava malinconico “i CCCP non ci sono più”; ecco, nel suo caso è solo sciatteria, banalità e abuso di idees reçues.

Shakira idolo sottovalutato

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Icona pop, ancheggiatrice senza uguali, benefattrice. Shakira, che quando canta sembra posseduta dal diavolo e che puo´ permettersi di far finta di suonare (e male) una chitarra nel video di Objection (Tango), e´ in grado di far impazzire anche una rockettara convinta come la sottoscritta, in grado di partire in un ballo sfrenato appena suona una sua canzone alla radio.  Eppure e´ sottovalutata. Si, nonostante la sua immensa popolarita´ la gente non capisce il vero valore di Shakira. Lei, semplicemente, e´ un idolo per tutte le donne del mondo. Per motivi piu´ seri della musica. Ecco quali sono: primo, Shakira ha le tette piccole. E ne fa un vanto. Ascoltate bene il suo primo successo e vi renderete conto che il testo dice: “Lucky that my breasts are small and humble, so you don’t confuse them with mountains”. Applausi, all´ironia e alla semplicita´ dell´affermazione. Il secondo fondamentale motivo  e´: Shakira ha ricrescita. E se ne frega. Anni luce prima che il mondo inventasse il concetto di shatush per risolvere questa piaga sociale, Lei era gia´ oltre. In pratica lo shatush lo ha lanciato lei. Appartenendo alla categoria “donna dalle tette piccole che combatte con la ricrescita” non posso che desiderare di diffondere il verbo alle mie consimili.

Siate Shakira. Siate splendide. Con le tette piccole e la ricrescita.

Affinita’ e divergenze tra il compagno Pannella e noi

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Bel post di Nagasaki, qui , sui punti di contatto tra la galassia radicale e le truppe, per ora molto compatte, di Fermare il Declino. Non tutto necessariamente condivisibile, pero’. Visto che sono un rompicoglioni, parto dalle cose che non condivido.

Primo: nell’incipit si sostiene che, in fondo, si tratti di “pannelliani” da un lato e di “gianniniani” dall’altro. Dissento. Sui Radicali sappiamo, lascio direttamente a Nagasaki l’onore di replicare ad eventuali commentatori che cerchino eroicamente di ipotizzare una qualche autonomia materiale e intellettuale della dirigenza. Su Fermare il Declino, premessa doverosa, non sappiamo ancora. Seppure le premesse possano, superficialmente, lasciar presagire esiti simili, ricordo che siamo in campagna elettorale. E ogni tentativo di spersonalizzarla (Fermare il Declino e il PD sono le uniche liste presenti in tutte le circoscrizioni senza nome del leader sul simbolo) cozza con la dinamica di una campagna elettorale in cui la gente dice “voto Monti”, “voto Bersani”, “voto Ingroia” (sic). Tuttavia chi segue la dinamica interna di quel che per ora e’ solo un movimento, ma vuol diventare partito con tutto cio’ che questo implica, sa che la promessa ai militanti e’ quella di un congresso vero. Un saggio qui, al minuto 11

Secondo: la maledizione del destino minoritario. E’ una maledizione che caratterizza i partiti-chiesa, destinati al nanismo per l’attaccamento spasmodico all’identita’ piu’ che alle idee concrete e alle loro conseguenze pratiche. Il fatto che la base programmatica di Fermare il Declino sia incidentalmente la piu’ liberale sulla piazza, che su tutti i temi (non solo quelli economici) la mentalita’ e’ individualista, spontaneista, anti-legalitaria, anti-pianificatoria e anti-dirigista, non implica un’adesione identitaria stile riedizione dei partitini della prima repubblica – nel nostro caso, col santino di Einaudi, Malagodi, Panunzio o  Spinelli. La volonta’ di evitare questa caratterizzazione e’, per fortuna, esplicita.

Ci sono delle cose che vengono condivise, invece. Al netto di quelle scontate e ovvie, rimangono tutte quelle che molti radicali percepiscono sempre come proprie in esclusiva. Anche se i dirigenti Radicali sono i primi, chiusi nella contemplazione del loro ombelico, a non accorgersene. Nella lettera che Staderini rivolse ai fondatori di Fermare il Declino, vi era l’obiezione che agli estensori del manifesto mancasse consapevolezza “dell’assenza di legalità e la distruzione dello Stato di diritto”. So che questa formula viene spesso ripetuta come un mantra da chiunque stia nel giro di Pannella. E’ probabilmente pronunciata con un tono cantilenante e ripetitivo che ha l’obiettivo di indurre nel tesserato radicale uno stato di trance, in cui ha la sensazione di poter tornare al tempo della costituente e convincere i partiti della necessita’ di rispettare a partire dal giorno dopo le regole che essi stessi si erano dati. Ma la consapevolezza del fatto che la Repubblica e’ fondata sull’illegalita’ (a partire dall’art. 49 della costituzione, volutamente scritto in piccolo) non e’ esclusiva radicale. Nella sua fase paleo-liber-cazzara, se ne era accorto pure Tremonti, per dire. Usando parole per cui Pannella avrebbe proposto subito l’apertura di tavoli, dialoghi, conversazioni con Bordin.

Un solo appunto, sinceramente polemico ma anche, da tesserato e iscritto, autocritico. La partitocrazia che e’ conseguenza delle fondamenta illegali della Repubblica, etc. etc. Siamo tutti d’accordo. Ma allora bisogna rifiutare sempre di averci a che fare. Questo include sicuramente i diritti di tribuna coi rossi e i taxi dei neri. E’ mio parere che includa anche cantieri in cui il candidato e’, sostanzialmente, la versione varesina di Andreotti. Pannella

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