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VOGLIAMO I COLONNELLI

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Tira una brutta aria, in Europa.

Il terrorismo, che ha come obiettivo in primo luogo una svolta in senso autoritario dei governi occidentali, nonchè una spaccatura delle società in gruppi su base etnico/religiosa, sta vincendo tutte le battaglie che può.

Mi si perdonerà se la prendo un po’ larga. Chi ha pronunciato queste parole?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.
(…) Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

E chi queste?

In un momento come questo, in cui i Paesi sono impegnati a fronteggiare una minaccia terroristica così sfuggente, l’attività di intelligence assume un’importanza cruciale. Un servizio di informazioni efficiente e coordinato costituisce la prima e più sensata linea di difesa. Sicuramente migliore e più intelligente dei bombardamenti. (…) Il governo ha pensato di togliersi il problema attribuendo ai militari anche funzioni di intelligence, sia all’interno che all’estero. (….) Ma non solo: la maggioranza pretendeva anche che tali nuove funzioni dei militari restassero esclusivamente nelle mani di Palazzo Chigi, lasciando il Parlamento completamente all’oscuro. Una roba da brividi.

Si tratta, rispettivamente, di Stefano Rodotà e di Beppe Grillo. Non proprio due moderati. Due personaggi che, su queste pagine, ho spesso accusato di demagogia, populismo, ignoranza. Eppure stavolta sono nel giusto. Ció non toglie che, se fossero al potere in un qualsiasi paese europeo oggi, forse farebbero le stesse cose. Perchè in questa direzione, pare, stiamo andando – e nessuno ha la forza, o l’autorevolezza, di elaborare direzioni differenti. Eppure questo sarebbe, seriamente, occuparsi di politica.

Ma dove stiamo andando?

    1. Vogliamo i colonnelli. La limitazione di libertà fondamentali, inclusa la privacy, è ormai abitudine. Lo scandalo NSA in USA ha avuto eco limitata in Europa, dove pure la sorveglianza di massa è fatto acquisito. Eppure non se ne parla, si accetta. Le trasmissioni televisive danno eco alla paura dei cittadini in momenti di crisi, in una spirale di supporto a misure sempre piú restrittive: 10474654_10153639527035991_7796129176182949177_nHollande, in uno slancio di interventismo patetico, dichiaró dopo gli attentati che avrebbe chiuso le frontiere, o imposto controlli. La cosa non si puó decidere dalla sera alla mattina, e infatti sei ore dopo verificavo in prima persona che nessuna macchina veniva fermata all’ingresso in Francia. In compenso, la retorica securitaria pone le premesse per fare passi indietro su uno dei pochi veri successi dell’integrazione europea: il trattato di Schengen.
    2. Zitti tutti! Se la reazione (ipocrita) dopo Charlie Hebdo è stata quella di difendere la libertà di espressione come fattore costitutivo dell’Occidente, poco si è scritto dei fatti dei mesi successivi, sopratutto quando gli stessi autori di Charlie Hebdo hanno infine ceduto alla minaccia degli intolleranti. D’altronde, se è vero che le èlites anglosassoni stanno recentemente avendo un revival fascistello circa la libertà di espressione (si veda qui, o qui), la loro opinione pubblica è ancora saldamente piú ancorata alla libertà di espressione di quanto non lo sia quella dell’Europa continentale. Torna sempre utile un bel bagno di realtà – e a questo servono le splendide infografiche di Pew:

Views of Free Expression Worldwide

Support for Free Speech, Press Freedom and Internet Freedom

Insomma, se il terrorismo è una strategia criminale per ottenere obiettivi politici, per contrastarlo bisogna anche occuparsi di politica. Non è solo sicurezza, non è solo protezione. Contano i princìpi. Forse, dando per scontate molte cose, vivendo in una bolla o portando avanti molte battaglie settarie tanti nei paesi occidentali hanno dimenticato come si fa a mettere princìpi generali di fronte a tutto ciò. Riproviamoci. E partiamo da queste due libertà fondamentali: la privacy e la libertà di espressione. Darle via ottenendo in cambio la sicurezza da Al Baghdadi non è, per nulla, un buon affare.

Sperando davvero non finisca cosí, neanche nei nostri peggiori incubi.

Autodifesa e autolesionismo

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Qualche giorno fa è morto per un infarto Ermes Mattielli. Il nome di questo rigattiere vicentino dirà probabilmente poco o nulla alla maggioranza di chi legge. Mattielli, 63 anni, invalido e senza reddito fisso, fino al 2006 rivende oggetti usati che tiene in un deposito adiacente alla sua abitazione. Il 13 giugno 2006, il rigattiere sente dei rumori provenire dal deposito. Prende la pistola e va a vedere che succede. Qui individua due intrusi e li investe con 14 colpi di pistola. I due ladri riportano ferite gravi e uno dei due rimane invalido. Dopo una prima sentenza più mite per eccesso di legittima difesa, Mattielli viene condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere e a 135 mila euro di risarcimento ai due ladri.
La sentenza che condanna una persona per aver difeso la sua proprietà è apparentemente assurda e una buona parte della destra ci si è buttata a pesce al grido di “lo Stato ha sulla coscienza Ermes Mattielli”. Il fatto è che moltissimi, compreso chi scrive, provano un sentimento di profonda solidarietà verso un uomo che, ormai esasperato dai continui furti, si è ritrovato a commettere un gesto dalle conseguenze irreparabili. Ma il comportamento di Ermes Mattielli, per quanto fosse umanamente comprensibile, non lo era davanti alla legge. Il rigattiere non ha sparato per difendere sé stesso. Ha commesso un errore di valutazione in quanto i due ladri erano disarmati e ormai in fuga. Se non fosse stato condannato, si sarebbe sancito un potere di vita e di morte da parte di un un cittadino all’interno della sua proprietà. Il giudice non ha potuto che constare che per Ermes Mattielli fosse evitabile sparare quei colpi: avrebbe potuto restare in casa e chiamare le forze dell’ordine o dare loro un avvertimento.
Non c’è livello di esasperazione che possa giustificare 14 colpi di pistola da parte di un cittadino per proteggere non sé stesso ma la sua proprietà privata. Dal momento in cui ha deciso di affrontare i ladri, Mattielli si è messo, purtroppo, dalla parte del torto. Questo assolve “lo Stato” dall’averlo portato alla rovina economica, psicologica e fisica? Certamente no. Il rigattiere era già stato oggetto di svariati furti e lo Stato si è dimostrato incapace di difendere la proprietà privata (che poi sarebbe uno dei suoi compiti principali). Farebbero dunque bene i vari Salvini, Buonanno e Meloni a concentrarsi su questo problema invece di caldeggiare una rischiosa corsa alle armi da parte di cittadini comuni, i quali rischiano di passare dall’autodifesa all’autolesionismo senza nemmeno accorgersene.

Il carcere più utile è quello che non c’è

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Non è, vedete, soltanto una questione di dignità dei carcerati. Voglio dire, è evidente che la dignità da sola dovrebbe bastare e avanzare, ma la realtà è che c’è molto, molto di più.
C’è che sarebbe opportuno domandarsi che senso abbia, l’istituzione carceraria, e dopo aver risposto alla domanda trarre le conseguenze del caso.
Ad esempio, è di tutta evidenza che la prigione non serva semplicemente a tenere “separate” le persone che ci finiscono dentro in modo che non possano nuocere al prossimo: cosa che del resto non avrebbe molto senso, dal momento che nella maggior parte dei casi si tratterebbe di una separazione temporanea (tanto per dire, un terzo dei detenuti si trova in carcere per scontare una pena inferiore a tre anni) che non risolverebbe il problema, ma lo riproporrebbe tale e quale, se non in modo peggiore, a scadenze periodiche.
Insomma, mi pare chiaro che debba esserci di più.
Quel di più risponde al nome di “rieducazione” dei detenuti: che detta così pare una roba teorica, buonista e utopistica, ma che in realtà coincide esattamente con il concetto (assai più arido e concreto) di “abbassamento del tasso di recidiva“.
Il carcere, in effetti, dovrebbe servire soprattutto a fare in modo che chi ci entra una volta non debba tornarci più, vale a dire che scontata la pena non si trovi a delinquere di nuovo: a tutto beneficio della collettività, se preferite vederla così, prima ancora che dei diretti interessati.
Ebbene, esiste un sistema per fare in modo che il tasso di recidiva si abbassi?
A quanto pare sì. Se è vero (com’è effettivamente vero) che la media nazionale dei detenuti che una volta usciti tornano a delinquere si attesta tra il 60% e il 70%, mentre in taluni casi particolari precipita a percentuali inferiori al 20%.
Ragion per cui la domanda che dobbiamo porci mi pare la seguente: cosa succederà mai in questi carceri così “speciali”?
Succede, e per saperlo basta leggiucchiare un po’ in giro, che le condizioni di vita dei detenuti sono decisamente migliori rispetto a quelle delle altre prigioni, che vengono implementati percorsi di studio e di inserimento professionale, che viene consentito, ed anzi promosso, il lavoro all’esterno del carcere, spesso e volentieri senza l’utilizzo di strumenti di controllo come i braccialetti elettronici ma sulla base di un rapporto sostanzialmente fiduciario.
Ebbene, sta di fatto che su dieci detenuti che escono da istituti del genere otto non ci tornano più, cioè non commettono più reati; mentre per ogni dieci carcerati che escono dalle prigioni “tradizionali” (quelle col sovraffollamento, la sporcizia, le celle chiuse a chiave, le docce razionate e l’ora d’aria quando va bene, per capirci) sei o sette ricominciano a delinquere appena escono.
E poco importa, dati alla mano, che di quando in quando dalle “carceri modello” qualcuno se la dia a gambe approfittando della fiducia che gli è stata concessa, perché il risultato complessivo è comunque incomparabilmente migliore rispetto a quello conseguito nelle prigioni di tipo “medievale”.
La conclusione? Il carcere è tanto più utile quanto più viene superato: al punto da suggerire l’idea che la detenzione dispiegherebbe la massima utilità laddove, in ogni occasione possibile, venisse addirittura abrogata del tutto.
Badate: sto parlando di utilità e sicurezza collettiva, non solo di dignità dei carcerati.
Anche se la dignità, da sola, dovrebbe bastare e avanzare.

Zingari for dummies

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Gli zingari in Italia sono un problema più grave che altrove, perché sono di più.
Falso. In Italia la popolazione complessiva di rom, sinti e camminanti è pari a circa 150mila persone. Cioè, più o meno, lo 0,25% della popolazione complessiva. Nell’Unione Europea ne vivono complessivamente 15 milioni, pari circa al 2% della popolazione. Quindi, se tanto mi dà tanto, chissà cosa dovrebbe succedere da quelle parti…

Vabbe’, però con tutte le disgrazie che hanno gli italiani non è che possano farsi carico pure di questi che chissà da dove vengono.
Sarà. Sta di fatto, però, che la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Come voi, tipo. Anzi, niente tipo: uguali uguali. Che vi piaccia o no.

D’accordo, ma loro sono nomadi, quindi non rompano i coglioni e facciano i nomadi.
Cazzate. Tutti gli studi recenti confermano che il nomadismo è un fenomeno ormai molto marginale. I rom, i sinti e i camminanti sono stanziali. Nei posti di merda in cui li confinano, ma stanziali. Al punto che l’OSCE ha invitato l’Italia a non designarli più con la parola “nomadi”. Ma tanto si sa, quelli dell’OSCE sono una massa di black bloc senza ritegno, no?

Sì, ma rubano. Negli altri paesi se ci provano gli fanno il culo, invece qua siamo troppo tolleranti.
Gli altri paesi? Sicuri, che vogliamo parlare degli altri paesi? No, perché ho la sensazione che non vi convenga. Ok, se ci tenete tanto parliamone. Allora, in Italia solo il 6% dei rom arriva al diploma di scuola media o superiore. Invece la media della Comunità Europea è il 67%. C’è una certa differenza, o sbaglio?

Si vede che quelli che vivono qua non ci hanno voglia di mandare i figli a scuola.
Ah, no? Cosa sarà, l’aria? Il clima mite? I maccheroni? Oppure, dico per dire eh, il fatto che altrove hanno promosso delle politiche di inclusione come cristo comanda e qua no?

Ma smettila, tanto si sa che questi non gliene frega niente di lavorare, rubano e basta.
Interessante opinione, sapete? No, perché invece risulterebbe che in Italia i rom che lavorano non sono mica così pochi. Quasi il 40%. Quando li fanno lavorare, s’intende. Quando riescono ad acquisire qualche qualifica. Quando non li tengono nei lager, che solo a vederli vi verrebbe la depressione, figuratevi a viverci. Quando riescono a studiare tre cose, per dire. Oddio, nella UE la media è quasi il 60%, quindi parliamo di un’altra galassia. Ma magari, chissà, sarà colpa dei maccheroni pure questo.

Ecco, bravo. Allora stai a vedere che adesso ci tocca pure spendere dei soldi per fare le “politiche di inclusione”. Con la crisi che c’è.
Be’, sapete cosa? I soldi li spendiamo già. E ne spendiamo tanti. Il Comune di Roma, tanto per fare un esempio, spende milioni e milioni di euro ogni anno per tenere soltanto 300 persone ammucchiate in loculi senza finestre nel lager di Via Visso.

Seh, vabbe’. Adesso viene fuori che si potrebbe spendere meno…
…e ottenere risultati molto migliori. Certo che sì. La cosiddetta “emergenza rom” è una fregnaccia tutta italiana. La realtà è che non c’è alcuna emergenza: se non quella che si vuole creare ad arte per poter spendere (e quindi distribuire) soldi a palate, fomentando l’opinione pubblica con la politica degli sgomberi, tenendo migliaia di esseri umani in condizioni indecenti e continuando a papparci sopra allegramente.

Bravo, bravo. Diamogli le case, allora. Mettiamogli i tappeti rossi. E intanto questi rubano.
Rubano, eh? Abbiate pazienza, spiegatemi una cosa: com’è che in tutta europa i rom fanno i medici, i professionisti, i parlamentari e in Italia no? Ve lo chiedo di nuovo: cos’è, il clima? Oppure in questo paese c’è qualcosina che non va?

Ecco, sta’ a vedere che adesso è colpa nostra.
Be’, questa è una bella semplificazione. Però in effetti sì, volendo sintetizzare è soprattutto colpa nostra. O, per meglio dire, di chi ci ha governato negli ultimi decenni: a cui noi, tuttavia, abbiamo concesso un credito infinito e ingiustificato, bevendoci qualsiasi cazzata ci raccontassero e guardandoci bene dall’informarci per capire quali fossero i dati reali.

Oh, a me dei dati reali non me ne frega niente. Io so solo che c’è un campo dalle mie parti, che questi entrano nelle case e che non se ne può più.
E continueranno a farlo, finché le cose vanno così. Perché, vedete, c’è necessità che lo facciano: giusto per non privarsi di uno strumento perfetto per prendere voti sobillando il terrore della gente e allo stesso tempo ingozzarsi a più non posso spartendosi milioni e milioni di euro. Dite la verità: vi pare che ci rinuncerebbero così facilmente?

Una birra all’aperto

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Poi, a un certo punto, succede che la città di un sindaco che si è fatto eleggere puntando tutto sulla sicurezza, e che in ragione della sicurezza ha governato a colpi di ordinanze impedendo ai cittadini di bere per strada, di andarsene in giro a torso nudo e di svolgere altre pericolosissime attività, finisce nella “morsa dei casalesi” che la stanno accuratamente dividendo in zone “con la forza del brand”.
Di tal che, si direbbe, il risultato finale della vicenda è più o meno questo: la libertà dei cittadini è diminuita, ma insieme ad essa è diminuita pure la sicurezza, in un fantastico modello in cui la gente ci rimette due volte e buonanotte al cazzo.
Ora, io mi domando: è possibile considerare non dico positivo, ma vagamente passabile, il mandato di un sindaco che ha ottenuto questo popò di risultato proprio sul tema che fu il pezzo forte della sua campagna elettorale? Inoltre: se Alemanno dovesse ricandidarsi tornerà a puntare sulla sicurezza della città e sui mille progetti (sic) che avrebbe in testa per migliorarla? Ma soprattutto: nel frattempo, già che a quanto pare il problema sono i casalesi e visto che il tempo è ancora mite, non è che noi poveri cristi potremmo almeno farci una birra all’aperto?

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