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I blogger hanno rotto il cazzo

in società by

Vi siete appena seduti, aspettate il cameriere coi menù. Lei è di fronte a te: proprio una bella gnocca. Pensi che con una così non ci uscivi dal… Pensi che con una così non ci sei mai uscito. Due braccia, due gambe, due occhi, un naso e una bocca. Respira. Se ci fosse il tuo amico Mario, con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguono, farebbe partire un sonoro applauso e chiederebbe il supporto del pubblico: “Un bell’applauso per Malcolm che finalmente trapana una topa di livello medio-alto!”

Ginevra si chiama. Come una città della Svizzera francofona. Però è di Milano. L’hai conosciuta ad una festa a casa di amici; ci hai scambiato due chiacchiere e quando le hai chiesto il numero incredibilmente te l’ha dato. Ed ha pure accettato il tuo invito a cena. Non sai niente di lei, solo che scrive. “Che fai nella vita?” le hai chiesto quella sera. “Scrivo” ti ha risposto sorridendo. Madonna che gnocca. Del resto, non te ne frega un cazzo di quello che fa nella vita: se una così fosse un serial killer, l’aiuteresti ad affondare il coltello.

Mentre te la immagini nella posizione della foca monaca, arriva il cameriere coi menù. “Scusi, può portarmi anche il menù vegano?” chiede lei strizzando l’occhio. “Ah, t’interessi di cucina alternativa?” domandi avendo un sussulto. “Be’, sì, a dire il vero, il mio lavoro… E poi sono vegana”. Quasi cadi. Ti esce un “oh cazzo” che giustifichi con l’instabilità della sedia. Aggiungi che una volta le facevano in Friuli e adesso le importiamo dalla Cina. Lei sorvola. “Ma quindi sei proprio vegana vegana…?” Ride. “Certo, vegana al 100%! Non mi dire che tu…” Sei tentato di mentire come un Giuda ma poi pensi a quella volta che hai schiaffeggiato con una melanzana un amico per lo stesso motivo e la tua coscienza te lo impedisce. Hai ancora un briciolo di dignità. “Non sono vegano” ammetti facendo spallucce.

La serata procede bene. Lei ti chiede i tuoi dieci romanzi preferiti, i tuoi dieci film preferiti, i tuoi dieci concerti preferiti, i tuoi dieci dischi preferiti. Non capisci bene ‘sta cosa del dieci – anche perché per rispondere ogni volta ci vuole mezz’ora – ma c’ha una scollatura che diomio. Ad un certo punto, siccome l’altra volta ha un po’ glissato, le chiedi di nuovo del suo lavoro. “Ma, insomma, che lavoro fai?” Silenzio di qualche secondo. “Ecco… io ci ho un blog”. “Ah, ma dài, fico! Che tipo di blog?” chiedi annusando la situazione, che comincia a puzzare terribilmente di bruciato. E non hai ordinato alcun flambé. “Sono una vegan food blogger” dice lei sempre sorridendo. Secondo sussulto, seconda imprecazione con relativo commento sulla fattura delle sedie cinesi. “E ti pagano…?” chiedi timidamente ma conoscendo già la risposta. “In realtà, no… Però mi arrivano un sacco di prodotti omaggio!” risponde lei ridendo un poco sguaiatamente.

Sbatti un pugno sul tavolo. Si voltano tutti. “Se non ti pagano, mi spieghi come cazzo fai a definirlo LAVORO???” urli ormai senza pudore. “Ma io…io…i prodotti omaggio…” balbetta lei alla soglia delle lacrime. “I blogger hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “sticazzi, sei pure vegana, manco i pompini fai!” Allora ti metti ad elencare.

Quelle gatte morte delle fashion blogger  che stanno sempre a farsi selfie del cazzo per mostrare al mondo quanto sono cool, trendy o vintage; i food blogger con le loro ricette alternative e  quei nomi da deficienti tipo “Cucino qui in Ticino” che ti spiegano come fare una cazzo di caprese; quelli che nella sezione “lavoro” di facebook scrivono “blogger”; quelli che hanno il blog su L’Espresso o sull’Huffington Post e si prendono seriamente e ti dicono “sono un blogger de L’Espresso” pure quando hai chiesto “scusa, sai che ora è?”; quelli che cominciano i post con “che poi…” pensando di essere simpatici e al passo coi tempi; quelli che hanno sempre un’opionione contro; quelli che fanno le polemiche tra loro pensando che al mondo fuori interessi qualcosa; i blogger minimalisti; quelli massimalisti; quelli che “la sinistra dov’è?”; quelli che “i diritti civili”; quelli che fanno gli elenchi delle dieci cose che… (tra le dieci cose che hanno martoriato il cazzo ci siete sicuramente voi);  i blogger che fanno satira con battute taglienti; quelli che si sentono fichi a sputtanare i commentatori; quelli che fanno controinformazione per resistere alla dittatura dell’informazione.

Torni a respirare. Ginevra ti guarda con gli occhi pieni di lacrime; continua a farfugliare qualcosa sui prodotti omaggio. L’hai capito benissimo che è ricca di famiglia e che gioca a fare la food blogger. Coi soldi di papà e mammà. In sala tutti tacciono. Un tizio si avvicina, ti dà una pacca sulla spalla e ti sussurra all’orecchio “ti capisco, amico, ho sposato una fashion blogger”. Allora guardi un’ultima volta la gnocca vegan ormai distrutta. “Sì, i blogger hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con un sorrisetto soddisfatto. Poi ti alzi, paghi l’acqua minerale e te ne vai.

Ciccione

in talent by

di Porco Schifo.

Ciccione.
L‘unica cosa che hai detto è stata “caffè”, nonostante io ti abbia sorriso un “buongiorno”, ti trovi già in deficit, sul piano della cortesia, ma non fa nulla.
Ti faccio il “caffè”, lo poggio sul bancone, caldo e profumato, l’aroma si spande, e tu dici la tua seconda parola, “macchiato”.
Va bene, è una richiesta normale (anche se diventa sempre piu’ evidente l’assenza del perfavore), ma farei quasi notare che “macchiato” andrebbe detto subito dopo “caffè”, essendo un’indicazione utile alla preparazione del caffè come piace a te.
Ciccione.
Sto macchiando il caffè nel momento sbagliato, incrinando la piccola sequenza di azioni ben collaudate che mi permette di lavorare in maniera precisa, come piace a me.
Oggi son ventotto giorni senza un giorno libero, e andrà avanti così per un bel po’.
Ti spiego, così mi capissi.
Lastagione, come si dice in gergo, è un periodo (da fine maggio a inizio settembre nei casi piu’ ordinari) di lavoro sine sosta, senza un giorno libero, anche se sul contratto c’è scritto che lavori tre ore ogni due domeniche (ammesso, e non concesso, che tu ce l’abbia, un contratto. In caso contrario il capo ti avrà detto qualcosa tipo “Non preoccuparti, è tutto in regola, puoi stare dietro al banco, ma se arriva un controllo tu sei un panino. Sisi. Digli così. Nega tutto. Capito? Bravo.”).
La cosa tende a renderti nervoso, e porta ad attaccarti a cose bizzarre, come la piccola routine lavorativa di cui sopra, sì?
Così, capito? Uno lavora un sacco, gli dicono che i giovani non channo piu’ voglia di far fatica, mentre tempo fa uno se gli davi mezza cipolla e un biglietto per il vaudeville ti tirava su un muro di tre metri, e ti verniciava lo steccato in segno di riconoscenza, ma tanto oggi non sapete nemmeno cosa voglia dire.
Ti girerebbero i marroni? Sì, te lo dico io.
Ecco appunto, uno lavora un sacco, almeno facciamolo lavorare tranquillino come piace a lui.
Ciccione.
Hai già aperto la bustina di zucchero, e tieni il lato aperto rivolto al cielo, appoggiando il gomito sul bancone.
Non mi permetto certo di pensare che tu voglia mettermi fretta, ma la tua posa, un pochino lo suggerisce, sicuramente.
Non mettermi fretta.
Ho molto caldo, dietro il bancone fornetto e macchina del caffè sono accessi e ronzanti, scaldano ancor di piu’. La macchina del ghiaccio e il frigo dei gelati, che a te offrono sollievo e refrigerio, sono per me fonte di tigna e caldoni.
Ho sonno, ho aperto alle sette e sono le undici, e ho bevuto cinque caffè, uno ogni 48 minuti, quindi ho anche la cacarella, ma non posso andare in bagno perché son da solo.
Non mettermi fretta.
Non guardarmi così. Giuro che salto di là. Giuro che salto di là e ti infilo una tazza da cappuccino in bocca. Lo faccio. Ciccione.
Decido di perdere la calma.
Allungo il braccio oltre il bancone e lo afferro per un orecchio.
“Dimmi buongiorno, immediatamente, o te ne vai senza denti. Dimmelo.”
Tiro sempre piu’ il suo orecchio, le nostre facce si avvicinano, vedo lo sgomento che colora il suo viso, rendendolo simile a quello del mio cane quando alzo la voce.
La sua reazione mi suscita un ghigno, l’omone maleducato che mi stava di fronte è diventato un bambino grasso, alla mercé del bullo giustiziere.
Mi godo ancora un secondo la sua espressione, e pregusto il ceffone che gli smollerò fra un secondo.
“Perché mi fissa?”
La trance arcadica nella quale mi ero rifugiato svanisce.
Macchio il “caffè”.
Dico “niente, scusi” e gli servo il “caffè”.
Con una mossa istintiva mi piazzo dietro la macchina del “caffè”, nell’angolo cieco, dove nessuno può vedermi, e chiudo gli occhi un secondo.
Calma.
Ho sonno, ho caldo, devo fare la cacca, non so quando arriverà il cambio, ma almeno sono le undici, fino a pranzo ci sarà poco da fare.
Ciccione paga e si incammina verso lo sdraio.
Rollo una sigaretta, esco dal bancone portandomi dietro anche la scopa, tanto per fornirmi un alibi.
Fumo. Che bello fumare.

Fischiettare parecchio

in humor by

Dunque, io nei periodi buoni sono uno che fischietta parecchio. Fischietto, più che altro, motivi popolari tipo l’Inno di Mameli oppure Osteria numero venti se la figa avesse i denti oppure i primi quaranta secondi della Sinfonia N.9 di Beethoven ché il resto non lo conosco. A volte compongo anche, e allora posso andare avanti anche mezz’ore ma è una cosa che succede di rado e devo proprio essere di umore estivo. Ad ogni modo, quando compongo, compongo soprattutto colonne sonore di film molto belli che mi invento lì per lì, che di solito si svolgono attorno al Mississipi e c’è sempre una donna affascinante coi seni enormi e i capezzoli duri che gli puoi appendere un loden, poi c’è la parte triste dove impiccano un negro che però dopo lo salvano, poi fanno un giro con quelle barche che hanno l’elica dietro, dopo bevono degli alcolici trasparenti per sembrare tipi tosti ma in realtà è limoncello molto diluita, che siccome io i distillati non li reggo trovo queste scappatoie per non demolire l’ambientazione.
Comunque, dicevo, io sono uno che fischietta parecchio.
È una cosa che ho preso da mio padre, che quando voleva far andare in bestia qualcuno cominciava a fischiettare, poi ho capito che in realtà fischiettava per non andare in bestia lui, tipo autoipnosi, tipo cobra che si autosuona il flauto.
Ad esempio quando mia mamma era già uscita di casa, e lo aspettava fuori, e cominciava spingere sul campanello come se lo volesse spostare in un’altra dimensione e lui era ancora in mutande: capace che fischiettasse l’opera omnia di Vivaldi.
Oppure quando c’era da accomodare le tapparelle, che ogni tanto la cinghia cominciava a lacerarsi e mia nonna aveva paura che la tapparella cadesse e mi decapitasse e infatti me lo urlava sempre non stare colla testa sotto la tapparella! e cominciava a piangere (e io le rispondevo nonna, non si dice “colla”, si dice “con la” perché era una cosa che avevo appena imparato e ci tenevo a dirla in giro) e allora mio padre quando proprio la cinghia era lì lì che si stava per rompere si decideva a cambiarla e fischiettava moltissimo dall’inizio alla fine della procedura.
Procedura che includeva anche moltissimi viaggi alla ferramenta, tipo cinque-sei viaggi, che però è una storia che racconto un”altra volta.
E fischiettava sempre sempre motivetti allegri, che però lo capivi che erano allegri per finta, che lui in realtà nella sua testa pensava soprattutto ad ammazzamenti, ad incidenti gravissimi e al rumore che fa un gatto quando s’impiglia nella cinghia di una cinquecento, che però era meglio che fischiasse per distrarsi.
Allora questa mattina stavo tornando dal centro, che ero andato a fare un giro in bicicletta e sono sceso nella rimessa per riporre la bici e uscendo fischiavo Osteria numero venti se la figa avesse i denti, che uno dice come fai a sapere che è proprio osteria numero venti se la figa avesse i denti e non, poniamo, Osteria numero due le mie gambe tra le tue o, ipotesi, Osteria quella che non mi ricordo il numero ma ci sono i frati che se lo danno nel culo?
Lo so perchè io nella mia testa, mentre fischio, scandisco anche le parole e cantavo proprio osteria numero venti paraponziponipò se la figa avesse i denti paraponziponzipò e avanti così.
E’ la strofa che in assoluto preferisco, trovo che sia, allo stesso tempo, la più divertente ma anche la più poetica perché la figa i denti non ce li ha mica, ma per certi versi invece è come se ce li avesse.
Allora mentre sto fischiettando passo davanti alla rimessa di un mio vicino di casa che è dentro con il figlio a fare ordine.
Il figlio avrà tre anni oppure quattro oppure sette, io con gli anni dei bambini non è che ci capisca molto.
Diciamo che è in quell”età che non si caga più addosso ma non è che riesca a comporre frasi molto complesse.
Allora il bambino mi sente fischiare Osteria numero venti e mi guarda bene e io gli faccio ciao con le sopracciglia, perché se i bambini non mi vengono a rompere i coglioni io cerco sempre di essere simpatico, e lui mi guarda ancora e poi si gira verso suo babbo e gli fa babbo, te sai fischiare? 
Così, domanda secca.
E allora a me mi è presa una gran tristezza perchè vuol dire che quel bambino lì, che fa una domanda così, non ha mai sentito fischiare suo padre al punto che non sa nemmeno se è capace o no.
Che di sicuro io a mio padre non gli avrei mai chiesto babbo, te sai fischiare?
Magari gli avrei chiesto babbo, te sai fare ordine nella rimessa?
Che però tra le due è molto meglio saper fischiare.
Poi ho detto, vabè, quel bambino dall”età poco precisa non ha mai sentito fischiare suo babbo ma comunque poteva andare peggio, metti che suo padre lo inculava era sicuramente peggio. E infatti uno può sempre pensare che c”è una cosa peggiore.
Metti che suo padre prima lo inculava e poi lo mandava a lezioni di corno francese era addirittura peggio che se lo inculava soltanto. Per dire.
Però comunque tutta la faccenda del bambino che non aveva mai sentito fischiare suo padre mi ha messo di umore castano, e allora quando sono stato in casa ho telefonato a mio babbo e gli ho detto oh babbo, grazie che fischiavi quando ero piccolo e lui mi ha detto come? e io ho aggiunto e comunque grazie anche che non mi hai inculato.

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