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Rucola

In Polonia si mangia benissimo

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Contrariamente a quanto l’orgoglio Italico ci porti a pensare, anche al di fuori dei confini dello stivale si puo‘ trovare una cucina in grado di soddisfare i nostri esigenti palati di masticatori di spaghetti. Nel mio ultimo viaggio a Varsavia, grazie all’abile guida di Darek, ho potuto sperimentare alcune delle prelibatezze polacche.

Nella zona di Mokotow- cosi’ chiamata per la polacchizzazione del termine francese Mon Coteau, la mia collina.- arriviamo alle sette in punto in un tipico ristorantino di Varsavia, il Bisti. Si tratta di una piccola trattoria con sette otto tavoli, frequentata principalmente da abitanti del quartiere, identificabili come una discreta e ben vestita borghesia fatta di medici (come il mio amico Darek), professori universitari (la zona di Mokotow ospita quasi tutto il sistema universitario di Varsavia) ed ex-belle donne dall’aria stanca e il viso pallido.

 

Bisti
Il Bisti, tipico ristorantino di Varsavia dove gustare specialita’ polacche.

La cucina a vista, con tanto di lavagna e piatti del giorno scritti col gessetto appesa al muro, richiama le tradizioni del Pigneto, un quartiere di Varsavia interamente ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale. Mi dicono che spesso suonatori di Bonghi improvvisano motivetti di Chopin per rallegrare l’aria e addolcire ulteriormente l’aspetto del mite personale che si affaccenda oltre il bancone di ferro.

Lavagnetta

Ci accomodiamo ad un tavolino di formica senza tovaglia ed un giovane cameriere con gli occhialetti tondi e la parannanza bianca ci porge i menu’ e ci chiede se vogliamo ordinare da bere. Il mio amico Darek ordina una soda: in Polonia infatti il livello di tolleranza di alcol nel sangue e’ pari allo 0,000%, e ogni infrazione e’ punita con la deportazione in Siberia. A me viene proposto del Vermentino  al bicchiere. Pur sorpreso, accetto. Quando arriva la bottiglia, sull’etichetta c’e’ scritto “Vino Bianco”. Con un esame piu’ approfondito, intercetto la provincia nel quale il suddetto “Vino Bianco” e’ prodotto: Cn, vale a dire Cuneo, in Piemonte, poco piu’ a Sud di Cracovia. Le pareti esterne di Bisti sono di vetro, creando un tipico effetto da esterno in un luogo interno: nel vedere il mio volto emaciato riflesso sul vetro, per un attimo ripenso a Kieslowsky e alla doppia vita di Veronica.
Esamino il menu’ e faccio fatica a scegliere tra alcune delle piu’ note prelibatezze polacche:

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Menu’ del Bisti dove spiccano gli “Spaghetti Carbonara”.

 

Oltre alle note specialita’ Spaghetti Carbonara e Spaghetti Bolognese (esportati persino in Italia e molto popolari a Roma dalle parti del Vaticano, in quei ristorantini in cui i pellegrini polacchi si rifugiano, attirati dalle foto esposte fuori alla ricerca dell’amato comfort food di casa loro) colpisce la presenza dei Tagierini ai gamberi tigre, pescati nel mar di Polonia- notissimo per le sue spiagge assolate e l’acqua tiepidamente cristallina- e gli gnocchi fatti in casa con pesto di pomodori secchi e rucola. Si’, rucola.

Opto per una tartare di manzo, il mio amico Darek cede invece alla dadolata di tonno rosso. Ordiniamo anche una focaccia sale marino e rosmarino, rigorosamente fatta in casa e cotta al forno a legna. Termini come focaccia precongelata e  pane rigenerato suonano come blasfemi in questo tempio della genuinita’.

 

Focaccia
Focaccia sale marino e rosmarino

Nel frattempo ci raggiunge Marek, che ha fatto tardi perche’ impegnato col figlio in un tema di Polacco. Ordina una tisana. Indossa una maglietta attillata nera a maniche corte, sull’avambraccio destro un tatuaggio in caratteri gotici recita “never ever give up”. Oggi pomeriggio, durante la Business Review, abbiamo visto una foto di lui sul desktop del suo lap top che finiva la mezza maratona del mezzo Iron Man, una cosa tipo 21 chilometri di corsa dopo 5 a nuoto e 75 in bicicletta. Mentre la sua bustina di lemongrass e zenzero diffonde un simpatico aroma nell’aria, mi mostra una foto di lui di due anni fa, o meglio di trenta chili fa: in quell’immagine non e’ rimasto quasi nulla del mezzo iron man che ha appena ordinato una dadolata di tonno rosso seduto davanti a me, se non lo sguardo incredibilmente determinato. Il Marek di due anni fa era, infatti, un tricheco baffuto amante dei cannoli siciliani a colazione.
Arrivano i secondi. Darek ha ordinato il polpo, tipica specialita’ di Varsavia, mentre io sono andato sulle  piu’ tradizionali costolette di agnello, altro pilastro della cucina dei cugini di Karol Woytila.

 

Octopus
Polpo grigliato, tipica specialita’ polacca

Varsavia, sia detto chiaramente, e’ una citta’ allo stesso tempo triste e bellissima, affascinante come una donna straniera, una di quelle bellezze che portano negli occhi azzurro ghiaccio tutta la tristezza dell’ Europa dell’Est.
Il giorno dopo, all’aeroporto “Frederick Chopin” compro una tazza come souvenir: e’ bianca e rossa, i colori della bandiera polacca. Una grossa aquila di aspetto vagamente germanico, completa l’immagine di potenza e orgoglio locale che quel semplice oggetto trasmette. Ci bevo il mio cappuccino italico- il miglior cappuccino del mondo- e la metto a lavare. Dopo il primo passaggio in lavastoviglie, quei colori sgargianti capaci di incutere timore allo (sprovveduto) straniero in visita in terra polacca si stingono, lasciando solo un pallido ricordo. Ora la uso per metterci penne e matite.
Alla fine, dopo una visita in Polonia, forse rimane rimane soprattutto questo, il pallore di un popolo che tanto ha sofferto e che nonostante tutto mantiene un- a tratti inspiegabile- orgoglio nazionale che gli fa parlare della Polonia come “del piu’ bel paese del mondo”.
Nasdrovia!

Soundtrack: Gazebo-I like Chopin

Notizie dal Fronte-FLNRPABMB: argomenti da evitare a tavola

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Ci stanno quelli che, a tavola, massacrano tutti quelli nelle vicininanze a colpi di “buon appetito”, come se non sapessero che il “buon appetito” e’ stato bandito da tempo da tutti i manuali di buona educazione.
Perche’  lo fanno?

E’ una specie di zona di comfort all’interno della quale si sentono certi di portare acqua al proprio mulino? Questi arrivisti sono certamente gli stessi che propongono i brindisi a tutte le occasioni, che sia il compleanno del gatto o l’onomastico del portiere. Sono quelli che mandano gli auguri multipli sul cellulare a te e famiglia usando termini come “sereno” e “gioioso”. Gente che la tua famiglia non l’ha mai incontrata, eppure dovrebbe, per qualche ragione che mi sfugge, sentirsi gratificata da quel messaggio. Questi professionisti del saluto con mano-e-bacio, sono gli stessi che propongono frasi tipo “quello che non strozza ingrassa”,  “tira piu’ un pelo di figa che un carro di buoi” con la stessa enfasi di un Ayatollah in cima al minareto piu’ alto di Kabul.
Il “buon appetito” non e’ una semplice forma di maleducazione, e’ una dichiarazione di intenti.
Se fosse solo una questione di Bon Ton, al pari delle scuregge in pubblico (che peraltro hanno il loro fascino), dell’uso dello stecchino, delle suonerie con la musica di Gigi D’alessio e delle unghie con lo smalto abbinato al copri-iPhone, ecco sarebbe si’ riprovevole, ma per ragioni diverse.
Il vero fatto imperdonabile che si nasconde dietro il “Buon appetito”, e’ il suo uso strumentale: chi lo sta proponendo, non e’ per mera e genuina goffagine, quel misto di provincialismo bonario e sempliciotto che da sempre caratterizza l’italico masticatore. No, quel buon appetito, e quei messaggi multipli la sera del 24 Dicembre, ecco, quel ciarpame viene prodotto per portare a se’ dei vantaggi. Condurre tutti su un terreno di apparentemente rassicurante familiarita’, altri non e’ se un mezzuccio per attribuirsi una leadership non richiesta.
Resto convinto che i maniaci del “buon appetito” siano anche quelli che non perdono occasione per fare del facile umorismo davanti all’aglio. Uno di quei gentiluomini che appena compare un bruschetta all’aglio, si lanciano in intemerate ilarita’ del tipo “mangio l’aglio tanto non devo baciare nessuno”, proponendo la visione dei propri incisivi marroni alla sventurata di turno che ha la sfortuna di trovarsi seduta a quello stesso tavolo. Del tragico impatto dell’aglio sulla conversazione ne esistono anche versioni piu’ sofisticate, e per questo probabilmente finanche peggiori, del tipo “aglio come lubrificante dei rapporti sociali”, come se evocare una probabile alitosi dovesse in qualche modo rendere piacevole la conversazione.
Accanto all’assioma aglio-alitosi, altro elemento di assoluta deplorazione e’ il secondo grande riflesso Pavloviano a tavola, vale a dire burro-colesterolo. Il burro, a solo menzionarlo, evoca scenari apocalittici che comprendono termini come “coronarie”, “arterosclerosi”, “infarto” e “miocardio”, in un uso esoterico di termini paramedici col solo scopo di esorcizzare la paura della morte.
Per chi non lo sapesse, diciamo una volta per tutte che il colesterolo e’ un grasso policiclico aromatico ampiamente presente nei processi biochimici e strutturali del corpo umano. Da una parte infatti e’ un precursore di tutta una serie di molecole, chiamate “ormoni”, di natura steroidea, dall’altra invece funge da struttura di sostegno per la membrana cellulare. Come molecola grassa, il colesterolo e’ abbastanza insolubile in mezzi acquosi: di conseguenza, quando ce n’e’ troppo in circolazione nel sangue, finisce col depositarsi sulle parteti arteriose, dando origine alle famigerate placche aterosclerotiche. Queste placche, tendendo ad ingrossarsi, possono attivare la coagulazione- venendo percepite come lesioni- e da li’ alla formazione di coaguli. Se il coagulo si stacca e va in circolo, si fermera’ solo in corrispondenza di un arteria dal diametro pari al diametro del coagulo. Quando cio’ accade a livelo delle coronarie, abbiamo un bell’infarto del miocardio.

Ecco fatto, per tutti coloro che da anni parlano di colesterolo senza realmente sapere di cosa stanno parlando, consiglio di imparare a memoria queste dieci righe e di farla finita di rovinare tutti i pranzi di Natale, Pasqua e Ferragosto con concetti come LDL, HDL e colesterolo totale, che se volevano fare i cardiologi dovevano studiare di piu’ alle medie.  Per tutti gli altri c’e’ il Torvast. O la Rucola.
Non ho certezze sul fatto che quelli che amano parlare dei rischi di alitosi a tavola, siano gli stessi che introducono sempre, ad un certo momento dello svolgimento di pasti particolarmente lunghi, l’argomento “stitichezza”. La merda e’ senz’altro uno degli argomenti di conversazione piu’ interessanti, ma ecco, a tavola non se ne dovrebbe fare menzione (tranne in questo caso). Cionostante, e’ indiscutibile che lo stitico seduto accanto a voi trova sempre una controparte pronta a vantarsi della propria regolarita’ chiamando in causa crusca consumata al mattino, attivita’ fisica, prugne secche e l’abbinamento caffe’ -sigaretta.

Sia detto una volta per tutte che, per quanto nobilitante possa sembrare  parlare delle propria frequenza peristaltica, alla fin fine, non e’ cosi’ interessante.

Quindi, dal FLNRPABMB diciamo no all’uso strumentale del “buon appetito”, ai riflessi Pavloviani aglio-alitosi e burro-colesterolo e strenua resistenza contro gli stitici monopolizzatori di conversazioni a tavola.

considera l’uomo

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Subito prima di entrare nel capannone al centro dell’area della “Sagra della Carne Umana”, ci lasciamo tentare da un chioschetto di due metri per due che vende arrosticini di pastore sardo e crostini di pane spalmati con  pate’ di fegato di cirrotico. Prendiamo quaranta arrosticini che la titolare del chioschetto, una simpatica cicala di mare con forte accento siciliano, ci consegna in due cartocci separati. Abbiamo fame e la fila per entrare al “Grand Buffet” del capannone non promette niente di buono. Davanti a noi, un gruppo di astici della Costa Brava  sta facendo casino per forzare la fila. Dietro ai cordoni di velluto, un altero e sdegnato astice blu inarca il carapace con l’esperienza tipica di chi ha fatto “dell’inarcare il carapace” un gesto professionale.
Si narra che all’interno del “Grand Buffet” vengano servite prelibatezze assolute. Gia’ dalla nostra posizione, la fine di una fila di aragoste disordinatamente ammassate le une sulle altre, arriva un forte, pungente odore di carne umana grigliata. Armati di santa pazienza, mangiamo arrosticini e studiamo la moltitudine crostacica.
Finalmente riusciamo a entrare e subito ci piglia l’indecisione. Ci sono stand ogni due metri e ognuno di essi propone qualcosa che dobbiamo assaggiare a tutti i costi. Io mi faccio un vassoio con spaghetti con polpette di bolognese, tacos di bambino obeso messicano e una nunnata di aborti spontanei saltata in padella. Rita si fa una porzione di ascelle fritte con salsa al curry, una lombata di bambino obeso americano con pure’ all’aglio e una gligliata di costolette di caucasico.
Troviamo posto ad una tavolata parzialmente occupata da un gruppo di aragoste del Maine, tutte piuttosto alticce. Hanno davanti a se’ porzioni enormi di glutei di obeso americano adulto scaloppati al burro e limone, tutto intorno resti di bicchieri di vino in cartone, piatti usati e vassoi impilati uno sopra all’altro. Dalla distanza a cui ci troviamo, posso sentire l’odore dei loro succhi gastrici.
Al terzo boccone di gluteo di bambino obeso americano, Rita ha un moto di ribellione. Mi dice che finche’ e’ carne di maschio adulto o di bambino americano, purche’ obeso, lei ci sta, ma vedermi mangiare la nunnata di aborti spontanei le da il voltastomaco. Io dico che non caso si chiamano “aborti spontanei”, proprio perche’ avvengono spontanemente. E che se non ce li mangiassimo noi- e se non fossero cosi’ deliziosi- andrebbero semplicemente giu’ per lo scarico del cesso. Lei dice che non ci crede a questa storia degli aborti spontanei, che dietro c’e’ un giro di soldi tale, e una richiesta tale, che gli aborti spontanei non basterebbero per rispondere a tutta la domanda. E’ sicura che la maggior parte degli aborti siano indotti e che insomma e’ una cosa schifosa. Io provo a dirle che tutto sommato, che sara’ mai, pure che fosse, sono essere umani mica aragoste, lo sanno tutti che non provano dolore da adulti, figurati da feti.  Ma lei niente, e’ incagliata, dice che c’ha un’amica che lavora per una multinazionale specializzata in prodotti di origine umana e pare che le donne incinte stiano in batterie pressate e senza la possibilita’ di muoversi e che le farine che danno loro da mangiare siano piene di ossitocina e altre schifezze chimiche e gli aborti spontanei li raccolgono insieme alla merda e che la vera nunnata e’ solo quella delle donne allevate a terra, biologiche, ma figurati se qui alla “Sagra della Carne Umana” ti danno quella.
“La merda ti mangi.” Mi dice schifata, con quella sua espressione da aragosta ferita nell’orgoglio.
Non voglio litigare quindi mi taccio, altrimenti le farei notare che il pate’ di fegato se lo e’ gustato alla grande e lo sanno tutti che agli umani destinati alla produzione di pate’ la cirrosi gli viene indotta costringendoli a bere enormi quantita’ di grappa, manco barricata. E che pure sui glutei di bambino obeso americano che sta spappolando con le sue nobili chele di aragosta del mediterraneo ci sarebbe molto da dire. Ma lo sa cosa gli fanno mangiare, a quelli, per farli diventare cosi’ ciccioni? Roba di pancetta fritta, hamburger e ketchup, una merda a base di pomodoro, zucchero e aceto.
Ci alziamo e caracolliamo un po’ appesantiti verso il fondo del capannone, cosi’, per fare un giro. Passiamo accanto ad una tavolata di aragoste rosse che stanno facendo a gara di sibili, dopo che buttano giu’ grosse sorsate di una bevanda allo zenzero. Un chiosco interamente di legno propone tagliata di filetto di caucasico adulto su letto di rucola e pomodori pachino. Poi e’ la volta dei fritti:  Rita dice di avere un po’ di nausea, che l’odore della trippa di obeso americano in pastella proprio non lo regge. Minaccia persino di diventare vegetariana e di nutrirsi solo di alghe e rucola.
Usciamo fuori a prendere un po’ d’aria. L’astice blu ai cordoni di velluto ci saluta con una inarcata del carapace da manuale dell’inarcatore di carapace. Giriamo intorno al capannone, drenando la folla che vuole entrare nel capannnone del “Grand Buffet”. Sento due aragoste del Mediterrraneo sibilare qualcosa a proposito della possibilita’, nella prossima edizione, di aprire le porte alle aragostine. Se cosi’ fosse, a me, mi si possono scordare: una volta che le aragostine mettano le loro chele nei nostri piatti, chi potra’ fermare tutti gli altri, vale dire scampi, gobbetti e mazzancolle e soprattutto quegli zozzoni dei gamberoni rossi, che altro non fanno se non  andarsene in giro per le nostre citta’ con la loro camminata all’indietro e la merda attaccata dietro al carapace?
Dietro al capannone del “Grand Buffet” c’e’ un capanno piu’ piccolo, animato da un gran via vai di addetti ai lavori. Ci avviciniamo lentamente, con fare disinvolto. Ci sono aragoste in tuta da lavoro che trafficano con fare sbrigativo. E’ ovvio che siamo davanti al mattatoio.  Rita non fa in tempo ad attaccare con la sua solfa bio-minchio-sostenibile, che un carretto trainato da quaranta aragoste giganti dell’Atlantico ci taglia la strada. A gruppi di tre o quattro vengono scaricati umani semi-svenuti ma ancora presumibilmente vivi, ammassati gli uni sugli altri, nudi e con le zampe legate dietro la schiena. Ce ne sono alcuni con la pelle nera, destinati alla preparazione delle salsicce piccanti, c’e’ un bambino obeso americano con gli occhi chiusi che cammina sulle sue zampe, i glutei gia’ delimitati a pennarello per farne lombate. Alcuni esemplari femmina, sporchi di sangue e terra, ci passano davanti prima di venire inghiottiti dal mattatoio, da dove riusciamo a cogliere il suono di grida umane. Rita dice che quelle sono grida di dolore. Facciamo il giro largo e ci affacciamo al finestrone sul retro. Al centro della stanza c’e’ un enorme pentolone, pieno di acqua bollente. Pare che la prebollitura dell’essere umano, ne aiuti la conservazione, ne ammorbidisca le carni e ne faciliti il disossamento, prima di destinarne le carni alla griglia, alla padella o al forno che sia. Ed e’ piu’ igienico, che lo sanno tutti che gli umani portano un sacco di malattie. Gli umani vi vengono gettati da un trampolino mezzi addormantati ma inequivocabilmente vivi. Il contatto con l’acqua ha il potere di risvegliarli per quei pochi interminabili istanti che li separano dalla morte. Come gia’ detto, gridano.
“E’ un riflesso condizionato” faccio a Rita.
“No, e’ un grido di dolore”
“Ma gli umani non provano dolore. Hanno la pelle e l’assenza di peli signifca che non hanno terminazioni nervose” insisto, convinto. L’ho letto su Aquam, una rivista di divulgazione scientifica.
“E il grido allora?”
“E’ il suono dei polmoni che si svuotano. Si chiama pneumotorace del cazzo.”
“E se invece fossero grida di dolore? Sarebbe tanto assurdo farli secchi in maniera indolore prima di gettarli nella pentola di acqua bollente, magari con un colpo alla testa?”
“Ma sono cosi’ deliziosi, cotti vivi.”
“E ho capito, ma se uccisi un istante prima, non e’ che vanno in putrefazione istantanea.”
“Ma perche’ te la prendi tanto, scusa? In fin dei conti stiamo parlando di uomini…”
“Ecco. Appunto. Considera questo.”
“Considera cosa?”
“L’uomo, considera l’uomo”.

10 conseguenze – non tutte necessariamente negative- dello status di “obeso americano”

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1. Evacuazione intestinale pestilenziale. Cioe’, non e’ che l’evacuazione sia di per se’ un evento dal piacevole afrore di rosa e acacia. La Merda Americana pero’ –vale a dire il prodotto di scarto di un’alimentazione fatta di uova strapazzate e pancetta fritta, pancake con sciroppo d’acero, crocchette di pollo , Ketchup piccante, salsa barbecue, T-bone steack grigliata su carbonella, cheeseburger con bacon e cheddar, frappe’ panna banana e cioccolato, Marshmallow (Marshmallow arrostiti sul fuoco!!!), gamberi fritti, aragosta del Maine al burro, pure’ all’aglio, carne rossa tutti i giorni, costolette di maiale, niente frutta fresca, coca cola alla vaniglia come base per l’idratazione giornaliera, irragionevoli e spropositate quantita’ di ghiaccio, pop-corn al caramello, anelli di cipolla fritti, patatine al formaggio, tacos, burritos, pizza pepperoni (col salame!), ciambelle con glassa al cioccolato, fagioli piccanti in scatola e tacchino ripieno nei giorni di festa- ecco, quella roba li’, puzza di piu’.  Puzza peggio.

SUmoBambino

Paragonare la Merda Americana aI prodotto del catabolsimo di un lottatore di Sumo giapponese , e’ come paragonare l’odore di un centro commerciale Texano con il  profumo di alberi di ciliegio in fiore di un giardino Zen.

2. Motorette elettriche per coprire lunghe distanze a piedi. L’obeso americano le utilizza per  non affaticarsi nello spostarsi all’interno di Disneyland, dei casino’ di Las Vegas o anche solo nel vialetto di casa per raccogliere il giornale, al pari di un portatore di una qualche rara disabilita’ genetica.

3. Viaggiare in business class: quei culoni flaccidi fanno fatica ad incastrarsi tra gli stretti pertugi dell’economy, costringendo la compagnia a frettolosi upgrading del ciccione di turno.

Aereo Ciccione

4. Sovraccarico dei condotti fognari. Tra coccodrilli ciechi di sei metri,  buttati nel cesso da piccoli, pantegane radioattive a tre teste e la materia fecale degli obesi- del cui afrore si e’ detto al punto 1- il sistema fognario americano sta diventando un postaccio

5. La tuta come unico indumento: come con l’armadio di Einstein e di Dylan Dog, non si perde tempo a decidere cosa indossare.  L’unico dubbio sono i colori: tute di ciniglia pastello, tute nere acetate, tute di felpa grigie, rosa shocking o giallo ocra.

6. Piu’ superficie corporea per tatuarsi. E piu’ spazio per l’ego, ipertrofico come gli adipociti:  gli epigoni di Norman Bombardini si mangeranno l’universo e ai vegetariani invidiosi non rimarranno che foglie di rucola.

7. Termoregolazione autonoma: caldo d’inverno, caldissimo d’estate. Il rivestimento adipocitario rende l’obeso adiabatico con l’ambiente esterno, coibentato verso le rigidita’ climatiche, isolato dalle asprezze invernali.

8. Tutta l’attenzione delle aziende farmaceutiche. Dopo i fumatori, e insieme ai vecchi, l’obesita’ e’ la manna dal cielo per i produttori di statine, antipertensivi, farmaci per il diabete, l’artrosi, la sindrome metabolica e la coagulazione del sangue.

Tre panze

 

9. La scena piu’ comica  nella storia del cinema (inglese, by the way).

10. E poi, la conseguenza delle conseguenze: il centro dell’attenzione. Lo sguardo riprovevole dei magri, il disappunto indignato dei genitori salutisti, l’orrore negli occhi dei vegetariani oltranzisti. Al grande obeso si riserva lo stesso trattamento sociale destinato a Marilyn e Charlie Manson; al pari di una rockstar maledetta o di un serial killer leggendario, l’omino della michelin in carne (soprattutto) e (poche) ossa e’ oggetto di dibattito, mela della discordia, pietra dello scandalo.

Omino della michelin

 
A fronte di tante conseguenze, un’unica causa: mangiare. Mangiare tutto quello si vuole, e anche di piu’.

 

RagazzaCicciona

Perche’ il pasto del condannato a morte puo’ essere solo la Carbonara

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La filosofia popolare suggerisce che “morire per morire, tanto vale morire a pancia piena”. E su questo siamo tutti d’accordo. Ma con cosa la riempiamo questa pancia?

Qualche anno fa feci sul mio blog un sondaggio su quale avrebbe dovuto essere, a giudizio dei votanti, il piatto del condannato a morte. Si trattava di un sondaggio con scelte multiple, sette per la precisione (all’epoca nutrivo un certo interesse per il numero sette, a mia modesta ossessione rappresentato in maniera eccessiva tale da giustificare una qualche elaborata teoria complottista: una roba che unisse i giorni della settimana, settembre, i samurai, i re di roma, i colori dell’arcobaleno, le meraviglie del mondo e le vite del gatto).

Le opzioni erano le seguenti:
Aragosta
Bistecca
Cous cous di agnello
Involtini primavera
Tagliolini al tartufo
Sashimi
Carbonara

Vinse la carbonara, con largo margine (solo un paio di intemerati scelsero l’aragosta, evidentemente influenzati da una letteratura, probabilmente gonfiata se non del tutto falsa, secondo cui l’aragosta sarebbe praticamente il pasto obbligato dell’inquilino del braccio della morte al suo ultimo giorno di residenza).
Ovviamente nel mondo reale le cose vanno diversamente; secondo quanto riportato qui, le market share sarebbero le seguenti:

Hamburger o cheeseburger 23%
bistecca 14.8%
gelato 15,6%
insalata 13,1%
latte 8,2%
caffè 5,35%
pizza 2,8%

Preso atto che la somma e’ ben lontana dal fare 100, dobbiamo rimarcare che l’aragosta non compare proprio.
Hamburger e cheesburger, insieme alla bistecca, rientrano nella norma, cosi’ come la pizza, poco richiesta ma comunque rappresentata. Quello che stupisce e’, su tutti, la performance dell’insalata (che tra i residenti del braccio della morte ci sia un’alta percentuale di vegani? Che si possa in qualche modo strumentalizzare questo dato, utilizzandolo per dimostrare che la privazione di carne aumenta la possibilita’ di commettere delitti particolarmente efferati?), mentre trovo persino deludenti i risultati di latte e caffe’.
Quello che molti ignorano, in effetti, e’ che il condannato, prima di accomodarsi sulla sedia elettrica (o prima di vedersi somministrata l’iniezione di penthotal e curari, o di essere rinchiuso in una stanza con delle pasticche al cianuro o qualunque sia il metodo di soppressione della vita scelto dal sistema statale) ha  la possibilita’ di scegliersi un pasto, si’, ma alle quattro e mezza del mattino. Non deve stupire quindi che molti si limitino ad un caffe’ o ad un bicchiere di latte. Vedo peraltro ostacoli di natura logistico-organizzativa davanti all’opportunita’ di preparare un’aragosta alla catalana. Gia’ mi immagino che lo chef della mensa del braccio della morte non sia esattamente Gordon Ramsey (piuttosto mi raffiguro un ispanico-afro-americano sovrappeso, con un camice lurido, scarsa igiene orale e un gusto particolare per la carne avariata stracotta). Vederlo poi che alle quattro di mattina che mette delicatamente a bollire l’aragosta, preoccupandosi di preparare la marinata per i pomodori maturi e le cipolle bianche, mi riesce proprio difficile.  Altro punto nodale e’ il budget a disposizione, che mi risulta essere non maggiore di venticinque dollari. Solo aragosta del Maine, quindi, aragosta cinese.
Ma il senso della domanda dovrebbe essere un altro: qui non stiamo parlando della fattibilita’ di un certo pasto all’interno di una carcere di massima sicurezza Texano, ma di cosa mangereste voi sapendo consapevolmente che quello che avete davanti e’ l’ultimo pasto, a prescindere dalle ragioni per le quali si sia giunti a tale situazione.

Per esempio Vice, riprendendo un servizio di Henry Hargreaves, provo’ a definire alcuni aspetti psico-attitudinali del condannato a morte partendo proprio dalla scelta dell’ultima cena. Celebre e’ la foto di quello che ha mangiato aragosta e bistecca guardando la trilogia del Signore degli Anelli: mi sento di dire che solo in punto di morte, un qualcosa come unire carne e pesce, cioe’ una non scelta alimentare, rende esistenzialmente significativo il mari e monti.

Aragosta e bistecca
Cosi’ come desto’ scalpore Ricky Ray Rector che prese la Pecan Pie e se ne tenne una fetta per dopo. La cosa venne interpretata come un chiaro sintomo psicotico, fatto sorprendente in un pluriomicida dichiarato lobotomizzato dopo che aveva tentato il suicidio sparandosi alla testa.
Il problema dell’ultimo pasto, se di problema si puo’ parlare, e’ che si puo’ definire tale con certezza solo nel caso dei condannati a morte e di Gesu’, che evidentemente sapeva lo scherzetto preparatogli da Giuda. Tralasciando quindi il surf&turf e la necessita’ evangelica del pane e vino, ben poco rimane da analizzare e discutere.
Provando pero’ a mettere ordine, e dandosi delle regole, magari c’e’ la possibilita’ di fare chiarezza:
1. Si puo’ scegliere un unico piatto, e non un menu’ o un percorso degustativo.
2. Il pasto verra’ consumato ad un orario proprio e non alle quattro e mezza del mattino (idealmente, la sera alle otto)
3. In ogni caso, e’ da considerarsi esclusa la presenza di Rucola.
Tornando quindi alle famose sette opzioni, vediamo cosa succede:
1. Aragosta: anche ammettendo che venisse preparata correttamente, in generale l’aragosta – almeno che non sia servita alla catalana, con quintali di patate lesse- mi lascia sempre un vuoto esistenziale, diciamo all’altezza dello stomaco. E nessuno vuole andare incontro alla morte con la pancia che brontola. Cosi’ come l’idea della catalana e’ menzognera: chi sceglierebbe come ultimo pasto delle patate lesse?
2. Bistecca: ok, facciamoci una bella bistecca. Al sangue. Ma se poi viene fuori qualcuno che vuole la bistecca ben cotta? E’ chiaro che non e’ accettabile guardare in faccia il tristo  mietitore con filetti di manzo stracotto incastrato tra i molari.
3. Cous cous di agnello: trattasi di un opzione inserita esclusivamente per gli abitanti dell’area Maghrebina, altrimenti detti musulmani. Nel loro caso quindi, direi che la qualita’ dell’ultimo pasto non ha alcuna importanza: una volta lapidati infatti, potranno finalmente spassasersela nello Janna o nel  Valhalla con Champagne, Spogliarelliste in Burqa di pizzo e porchetta di Ariccia.
4. Involtini primavera. Seriously, involtini primavera?
5. Tagliolini al tartufo: opzione da non scartare a priori, nel caso in cui qualcuno avesse voglia di fare il pretenzioso davanti alla grande consolatrice. I venticinque dollari di budget rappresentano un ostacolo per qualcosa di meglio di uno scorzone.
6. Sashimi: come e piu’ che nel caso dell’aragosta, chi ha voglia di morire desiderando un panino col salame?
7. Carbonara: nutrizionalmente parlando, non si discute. Cosi’ come totalmente nel budget.  Pasto completo, mix inarrivabile di carboidrati, proteine e grassi, va consumata caldissima, sfama gli appetiti piu’ insaziabili, e, soprattutto, e’ un’esplosione di gusto.

Anonimo cantore post-moderno:
“Conosco uomini tutti di un pezzo, lo sguardo fiero e il passo fermo, sulle cui solide spalle si potrebbe tranquillamente poggiare il peso di tutti i dolori del mondo. Ne conosco di tali senza macchia e senza paura, pirati del mar dei sargassi, cavalieri neri, capitani d’industria e predatori di amori impossibili. Eppure li ho visti tremare, perdere la loro personalità, arrendersi alla debolezza del loro cuore davanti alla criptonite dell’esemplare maschio della razza umana: la carbonara.”

E’ cosa altro puo’ essere la morte, se non la certezza, dolce e crudele, della sconfitta? E cos’altro si puo’ desiderare, in un momento di solipsismo assoluto, se non abbandonarsi, finalmente e completamente, alle proprie debolezze?

Due o tre specifiche: la carbonara si fa col guanciale. Tenete fuori quella merda di pancetta affumicata dal mio piatto. Si mescolano parmigiano e pecorino. L’uovo si manteca a caldo, ma lontano dal fuoco (niente pasta e frittata, please). La pasta dev’essere corta (schiaffoni, rigatoni, maccheroncini di Osimo etc.)

Poi naturalmente c’e’ sempre qualcuno che devi metterci la rucola e fare il mari e monti, ma questa e’ tutta un’altra storia (con cui, ci tengo a precisare, la pena di morte non ha niente a che fare).

 

MeM

 

Anche perche’ potrebbe esserci persino di peggio.

 

CV

Manifesto del FLNRPABMB- Il Fronte di Liberazione Nazionale dalla Rucola-Pachino-Aceto-Balsamico-Mozzarella-di-Bufala

in cibo by

Fondare il FLNRPABMB nasce dall’esigenza di porre un freno al becero pressapochismo  culinario da quattro soldi che, per varie ragioni, si sta untuosamente spargendo sulle nostre tavole. Improvvisamente, bocche cresciute a pane e ciauscolo hanno cominciato a riempirsi di termini altezzosi per definire piatti allo stesso tempo sciatti e pretenziosi. Ho individuato da tempo alcuni simboli di questo fenomeno complesso. La rucola, la quale, evolutasi in una nuova dimensione, sfida persino le leggi dello stato della materia e si presenta sotto forma di gelatina o spuma. Il pachino, che ha paradossalmente cominciato a far parlare di se’ senza essere nemmeno lui il protagonista: quello che viene presentato come tale e’, infatti, il piu’ delle volte il suo parente rotondo, il pomodoro ciliegino.  L’aceto balsamico di Modena, o meglio il suo succedaneo post-industriale, un aceto economico e dozzinale, balsamicizzato per aggiunta di sostanze aromatizzanti e non per dodici anni di invecchiamento in botti di rovere, castagno o frassino.
E poi lei, la mozzarella di bufala, forse il piu’ subdolo degli esercizi di sciatta pretenziosita’ del masticatore italico. Biglietto da visita degli Italiani all’estero, la mozzarella di bufala si porta dietro una storia, e una letteratura, fatte di genuinita’, amore per le cose artigianali, buona Italia a tavola e senso di appartenenza territoriale difficilissime da sradicare.
Non e’ un caso che questi ingredienti compaiano frequentemente accoppiati,  anche tutti insieme o uniti da un fil rouge rosso pachino in preparazioni ruffiane.

Intendiamoci, a me, la mozzarella di bufala, piace (soprattutto quella affumicata). Cosi’ come la rucola, che altro non e’ se non un’erba infestante, ogni tanto la consumo. Quello che non posso tollerare e’ l’assunto secondo il quale il semplice utilizzo di questi ingredienti, possibilmente in una presentazione che preveda il ricorso a formule quali il  “letto di rucola” e la “glassa all’aceto balsamico”, sia sufficiente a conferire a chi ne fa uso il titolo di buongustaio, gourmet, intenditore, un Vatel esperto di cose buone, amante della vita, sofisticato cuciniere e tomber de femme.

Il FLNRPABMB dice no all’ipocrita rappresentazione della buona Italia a tavola, alla spuma di mare e all’uso strumentale di termini come dadolata, vellutatata e apericena.

C’e’ anche da dire che Rucola, pachino e aceto balsamico oramai non sono nemmeno piu’ simboli di pretenziosita’, ma solo di sciatteria preconcetta. Rucola e aceto balsamico sono peraltro da tempo diffusissimi sulle tavolate  di tutti quei ristoranti ad aspirazione italica tra Miami Beach, Varsavia  e Mosca che vengono gestiti da finti italiani dalle imprecisate origini bulgaro-balcaniche. Ciononostante, o forse proprio per questa ragione,  sono loro i simboli della sciagurata strada intrapresa;  archetipi dai quali e’ gia’ possible  individuare  le emanazioni. Per dire, la belga e’ la nuova rucola. E l’aceto al lampone e’ il nuovo aceto balsamico.

Il FLNRPABMB e’ un club a socio e amministratore unico. Si entra per invito.

E’ nostra (pluralia maiestatis) intenzione mettere fine ad abitudini malsane atte solamente a portare acqua al proprio mulino come massacrare di “buon appetito” chiunque si avvicini al proprio posto. E’ giunto il momento di farla finita con affermazioni come ”tutto buonissimo, complimenti allo chef”, minacce quali ”mangio l’aglio, tanto non devo baciare nessuno” e tutta la pantomima dell’aglio a tavola e le conseguenti tragiche ilarita’ del tipo “aglio come lubrificante dei rapporti sociali”. Altri argomenti totalmente tabu’ a tavola sono da considerarsi la stitichezza e il colesterolo. Non sono ammessi al FLNRPABMB quelli che non si alzano mai da tavola senza prima bere il caffe’, quelli che chiedono la grappa barricata e quelli che con la grappa (barricata o no, non ha alcuna importanza) ci sciacquano la tazzina del caffe’. Niente da fare nemmeno per l’affogato al caffe’ e il gelato al pistacchio. Sono controindicazioni per l’ammissione al FLNRPABMB la frequentazione di MacDonald’s, anche e soprattutto dietro la scusante che “ogni tanto e’ buono”, affermazioni come “la pizza vera e’ solo quella alta”, cosi’ come tutte le altre affermazioni atte a determinare la verita’ di una certa preparazione, ingrediente, origine o aroma. Sono fuori dal FLNRPABMB quelli che mangiano solo piatti regionali, quelli che sostengono che solo a casa loro si mangia bene, o solo in Italia, o solo in Toscana o a “I tre scalini”. Quelli che mangiano sushi pensando di fare qualcosa di esotico, o che mangiano sushi con le bacchette pensando di fare qualcosa di molto sofisticato. Viene depositata agli atti la totale inutilita’  dei seguenti piatti: tortellini panna e prosciutto, risotto mari e monti, ciambellone marmorizzato, pizza all’ortolana, zuppa di farro e pennette al salmone. Non saranno ammesse situazioni come offrire avanzi di cibo dal proprio piatto, sia che si sostenga di non averlo toccato sia che non si dica nulla. Non e’ accettabile chi ha piu’ di tre anni e cena con una tazza di latte, cosi’ come chi pranza con un tramezzino o chi pranza con un tramezzino tonno e carciofini, a prescindere dall’eta’. Altri parametri di esclusione sono il non saper ordinare al ristorante, o il voler sempre ordinare qualcosa da smezzare, pensare che la Certosa di Parma sia un formaggio, fumare tra un piatto e l’altro o, peggio,  uscire fuori a fumare tra un piatto e l’altro in gelide serate d’inverno e tornare impregnati di puzza di sigaretta. Non va bene per il FLNRPABMB ingozzarsi di pane appena seduti e poi lasciare meta’ degli spaghetti cosi’ come non mangiare il pane sostenendo di voler  sentire i sapori. Calcolare esattamente quello che si e’ preso al momento di pagare il conto, o ordinare caviale e tartufo quando si paga alla romana e gli altri mangiano pizza margherita, sono motivi sufficienti di espulsione. E’ considerato inammissibile il consumo di carne di manzo ben cotta,  cosi’ come la diffusione di materiale a favore del petto di pollo grigliato, della bresaola e del formaggio di soja.

I vegetariani, gli astemi e quelli che mangiano sciapo saranno considerati con lo stesso sospetto riservato agli assassini seriali.

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