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Roma - page 2

Ansia urbana 3

in humor by

I’m a reasonable man. Get off my case“. Qui dentro non si respira: come da diversi giorni a questa parte, anche oggi la Metro B arriva a Piramide quando ne ha voglia. C’è il tabellone dei tempi di attesa, ovviamente truccato: per un bel po’ resta nero, poi, dopo un diciamo 3 / 4 minuti di ostinato silenzio, ci dice che mancano 8 minuti al prossimo treno – in questo modo, se e quando qualcuno si degnerà di fare un po’ di benchmark sulla qualità del (dis)servizio di trasporto pubblico romano non troverà mai picchi più alti di 8 minuti – che geni, eh?

La sensazione è di sconforto e frustrazione, un po’ come quando, sul Roma – Padova mi è venuta una colica renale. Dopo un po’ di manovre e dopo aver dovuto esercitare un po’ di pressione fisica sul muro pulsante che tende a respingermi sulla banchina, sono dentro. Incazzato, in mezzo a migliaia di altri esseri umani variamente incazzati, guardo di traverso i coglioni che abbracciano i mancorrenti, i timidi che non vogliono proprio spostarsi in un’area che non sia a 10 centimetri dalle porte, gli imbecilli che entrano con lo zaino sulle spalle sui cui ragazze raffreddate spalmano cucchiaiate di muco nasale.

Ogni tanto mi perdo a guardare i loro capelli – non cessano di stupirmi i risultati delle mie mini-statistiche su quante persone (uomini e donne) escano di casa senza essersi fatte uno shampoo. “Datemi il superfluo, farò a meno del necessario“: deve essere questa la massima che avevano in mente questi fenomeni dell’ATAC quando progettavano i nuovi convogli; non ci viene concesso il diritto a spostarci in modo dignitoso – per la verità non ci è concesso di essere dignitosi, e spesso siamo proprio noi quelli privi di dignità, vedi alla voce Scureggiatore Misterioso – ma in compenso possiamo contare su un piccolo televisore sistemato in corrispondenza delle porte. Sono perso in pensieri vagamente criminali, la rabbia (esistenza, lavoro, vita in generale, “va tutto bene, ma io sono morto”) mi risale acida come un reflusso gastrico, mentre istintivamente guardo lo schermo senza attenzione: mi rimangono impressi solo gli spot di ristoranti giapponesi all-you-can-eat a quote sospettamente basse. Ma ecco che sul display appare un cartone animato che ha come protagonista un ladruncolo, rappresentato come un tizio magro, alto e un po’ curvo, vestito con una tuta nera, una mascherina sugli occhi. Una bojata immonda, che ricordo di aver già visto in precedenza sugli altrettanto inutili schermi installati sugli autobus.

La storia. Al ladruncolo ne capitano di tutti i colori, è talmente malaccorto e sfortunato che tutte le sue imprese criminose sono destinate al fallimento. L’episodio (diciamo così) che ho visto ieri merita un premio speciale, però. Il ladro punta un signore vestito in abiti eleganti ottocenteschi, redingote e cilindro inclusi; si impadronisce in qualche modo del suo portafoglio: invece di concentrarsi su denaro e valori, il nostro sciocco protagonista consulta la carta d’identità della sua vittima, scoprendo che di nome fa “Jack” e di congnome “Lo Squartatore“, nato non-so-dove nel 1842. Un attimo dopo il derubato afferra il ladro per il collo. Sipario. Il mio problema, che ormai assomiglia ad una perversione, è che in questa merda io mi sforzo di vederci un senso. Lo so, è un atteggiamento assurdo, essendo lampante che questo cartone è il parto di qualche “creativo” fallito e raccomandato che campa con i soldi delle mie tasse. Ma io insisto: qual è il senso di questa cosa? Davvero. Avrei capito se si volesse dare l’idea che il crimine non paga, che l’ATAC, la polizia e in generale le autorità vigilano costantemente sull’incolumità dei cittadini… Ma il messaggio trasmesso da questo prodotto inutile, realizzato in modo sciatto da qualcuno asfissiato dalla mancanza di idee, sembra piuttosto: il comportamento criminale paga fino a quando non interagisce con una condotta ancor più criminale. Ripensandoci, penso che l’animazione rappresenti perfettamente la mia città.

Quell’ansia da prestazione che frega i romanisti

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Fuori da tutti i traguardi. Per la Roma si avvia un nuovo processo interno che spingerà alla fine dell’esperienza di Rudi Garcia. E’ la logica del calcio. Dopo Spalletti, Ranieri, Montella, Luis Enrique e Zdeněk Zeman, il progetto di una Roma finalmente competitor con le altre grandi capitali è ancora solo nei sogni del ristoratore italoamericano James Pallotta che della società sportiva è divenuto proprietario con l’idea di fare le cose in grande. E se per il nuovo stadio la procura capitolina apre di già due fascicoli, gli obiettivi annunciati ad inizio anno sono belli che chiusi.

Eppure la Roma sembra avere tutti gli ingredienti per farcela, e non da oggi.
Ha un nome che da solo rimpingua le entrate del club grazie al marketing turistico e sportivo. Un rosa che spicca, nel calo sconfinato del calcio italiano. Merito del direttore sportivo Walter Sabatini – uno dei migliori, capace di prendersi oggi anche le sue responsabilità – e merito di una gestione che ha saputo investire e giocare anche sul proprio debito.
Da sempre poi gode – come squadra più grande della Capitale d’Italia – della protezione di importanti sostenitori. La sua fondazione si deve al volere del Duce che alla fine degli anni ’20 offre la prima presidenza e un patrimonio da investire al prefetto di Roma. Il primo dei tre scudetti arriva a guerra iniziata. Dopo il fascismo per decenni il più potente tifoso giallorosso è Andreotti che per i colori si spende personalmente arrivando ad usare leggi e finanziarie per agevolare cessioni o, come nel celebre caso di Falcao, la permanenza a Roma. Superata la prima Repubblica sono Massimo D’Alema e Unicredit a prendersi cura della società in momenti difficili.
Poi c’è il pubblico. La quantità dei romanisti ne determina il peso come lettori e come telespettatori. Basta aprire il Corriere dello Sport o guardare Sky per rendersene conto.
Eppure in tutti questi decenni i romanisti hanno vinto relativamente poco. La società è ottava per numero di scudetti in Italia, se si tiene conto di quello del ’42 ed è al 100º posto nella classifica mondiale per club. In Europa vanta una Coppa delle fiere nel 1960.

Ma cos’è che da sempre impedisce alla Roma di entrare in modo consolidato nel giro delle grandi? La vicenda di quest’anno deve far riflettere su una delle possibili risposte. Una di quelle che non si possono scrivere sui giornali.
Si perché il principale problema della Roma è una disfunzione comportamentale del suo tifo e del suo ambiente. E’ l’ostentazione romanesca ‘de esse li meno’, sempre e comunque, spacconi e arroganti come la maschera di Rugantino. Su questo c’è autocompiacimento, tanto teatro e un’intera letteratura, film e fiction con Amendola. Quando poi capitano periodi di crisi, battute d’arresto, fallimenti, i tifosi non infrangono le loro speranze, ma molto di più: le proprie sicurezze.
Basta rileggere e riascoltare quanto ripetuto ovunque in questi mesi. La lotta scudetto era un ‘campionato a parte con la Juve’ e l’allenatore Garcia – furbo a cogliere il clima romanista – si lanciava certo col tricolore al petto il prossimo anno. Della Champions League poi non ne parliamo: il telecronista RAI di fede giallorosa, al debutto nella massima competizione europea si è spinto a chiedere agli ascoltatori se fosse mancata più la Champions alla Roma o più la Roma alla Champions. Ed infine la Coppa Italia, trofeo minore ma valido, da vincere si diceva, per gridare addirittura al ‘triplete’ e puntare sulla maglia la stella rimasta in sospeso due anni fa.

Tutto è crollato il 21 ottobre con la sconfitta in casa per 7 a 1 con il Bayern Monaco. L’ansia è andata alle stelle, la paura di non farcela, di non essere all’altezza delle storie canzonate. Il nodo-Marione, capo-opinionista e presentatore radiofonico, era stato chiaro: “dopo la sconfitta nel derby di coppa italia con la Lazio, solo la vittoria dello scudetto e la retrocessione in serie b della Lazio potranno mai compensare un simile affronto”. Si perché poi nel quadro i cugini laziali sono speculari all’autoritratto, sempre poveri e sfigati. E il 26 maggio quella finale è stato un disonore assoluto.

Nei primi turni di campionato tutto va per il meglio per la squadra di Totti. La Lazio retta prevalentemente da giovani promesse e un nuovo mister fatica anche solo a pareggiare. Nei primi mesi sembrava che la storia del Marione la si potesse almeno raccontare per buona parte del campionato.
Poi quel fatidico 21 ottobre all’Olimpico. Prendere 7 goal in casa nella partita-verità, la verità te la fa capire proprio bene. Una catastrofe tennistica del genere può accadere solo se si vive in un mondo a parte dove ci si crede a livello del Bayern e lo si affronta a viso aperto, alla pari. Svelate al mondo le effettive unità di grandezza, l’eccitazione si è smontata e non si è più ripresa. L’ansia fa brutti scherzi.
I tifosi oggi non ci stanno. Prima contestano la squadra a modo loro: ‘Avete perso con ‘na squadra de carcinacci’ (la Samp di Mihalovic, rivelazione dell’anno), ‘Co ‘na squadra inguardabile’ (la Fiorentina, tra le più in forma in campionato). Poi svuotano lo stadio: se ne vanno. Non possono vedere la loro Roma sconfitta. Ieri con la Fiorentina dopo 30 minuti di gioco.
Chi tra i romanisti non grida al complotto juventino o internazionale, in buona parte di calcio non se ne occuperà più fino a quando tornerà ad esibirsi in una nuova vittoria certa quanto futura.
Se Pallotta vuole fare della Roma una squadra internazionale, deve affidare il dopo-Totti a personalità che sappiano creare un contrappeso di realtà e umiltà con l’ambiente-Roma, capaci di far sognare, sperare, senza cadere mai nella lusinga al Rugatino romanista, che se non sa perdere non sa neppure vincere.

La tassa Totti

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43 milioni di euro l’anno. E’ quanto il Comune di Roma spende per pagare la cosiddetta “emergenza abitativa”. Una somma incassata dai costruttori che affittano immobili al Comune, e dalle cooperative sociali come il Consorzio Eriches 29 di Salvatore Buzzi.

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Tra queste da tempo risulta anche l’Immobiliare Ten di proprietà di Francesco Totti, il capitano della A.S. Roma. La struttura, affittata regolarmente da Totti al Comune, si trova a via Tovaglieri, Tor Tre Teste, ed è stata scelta dall’amministrazione Veltroni con contratto 6+6: se l’amministrazione non disdice 12 mesi prima della scadenza si va avanti ad oltranza.
Nel residence di via Tovaglieri vivono 35 famiglie. Il comune spende per mantenerle la bellezza di 26 mila euro l’anno (cioè più di 2.100 euro al mese) per nucleo famigliare: un affitto da attico terrazzato al centro storico. Una enormità descritta da Sergio Rizzo, autore del celebre libro “La Casta”, domenica sul Corriere della Sera in un articolo dal titolo “Roma, affitti d’oro pilotati dai boss“.
Il risultato -scrive Rizzo- è che l’emergenza «temporanea» si trasforma sempre in emergenza stabile, con le famiglie (circa 1.850 in tutto) che restano perennemente a carico del Comune pure quando viene accertata la mancanza dei requisiti. Anche perché le ordinanze di sgombero quasi mai vengono eseguite“. Pare siano infatti più di 100 i nuclei famigliari attualmente residenti nei residence ad avere un reddito superiore a quello previsto dalla delibera 150 del 2014, o a possedere addirittura altre case di proprietà.
L’immobiliare Ten è parte di Numberten, la holding del gruppo Totti. Il settore immobiliare supera di molto i guadagni dei capi di abbigliamento di Never Without You, società gestita anche dalla moglie Ilary Blasi, che tra l’altro ne disegna alcune collezioni.
A Rizzo oggi replica, sempre sul Corriere della Sera, il Sindaco Marino, ricordando quando in campagna elettorale aveva promesso la conversione di queste ingenti risorse in buoni casa e la chiusura dei residence: “Li ho visitati e alcuni mi sono apparsi come dei veri e propri lager dove si vive anche in 8 in pochi metri quadri“. Costosissimi Lager insomma. Dopo più di un anno qualcosa pare muoversi.
Ma il risultato sembra difficile da portare a casa, specie se -tra gli altri- c’è di mezzo l’intoccabile “Pupone de’ Roma”.

La pagliuzza della panda rossa e le travi del pd romano

in politica by

Se qualcuno di voi avesse una vaga idea (e magari qualcuno ce l’ha) di che razza di roba sia il PD romano, di fronte alla storia delle multe di Marino e all’indignazione che avrebbero suscitato nei suoi compagni di partito avrebbe la mia stessa, identica reazione: si scompiscerebbe, e di brutto, dalle risate.
Perché sarà pure vero che il buon Ignazio, sin qui, è stato abbondantemente deficitario rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi: ma è vero anche (e direi soprattutto) che i vertici del suo partito nella capitale sono stati e continuano a essere protagonisti di situazioni che al confronto la Panda rossa è la scureggina di una zanzara in un campo di calcio.
Non so, vogliamo parlare della vicenda della Metro C, i cui costi sono lievitati negli anni da 3 a 6 miliardi senza che l’opera sia stata completata e senza che se ne conosca ancora il percorso definitivo? O magari, tanto per dirne un’altra, dell’amena consuetudine rispondente al nome di “manovrina d’aula”, grazie alla quale venivano distribuiti milioni di euro ad associazioni scelte direttamente dai consiglieri? Oppure dello scellerato sperpero di denaro pubblico perpetrato anno dopo anno con l’unico risultato di segregare i rom nei campi e nei lager dei centri d’accoglienza? O magari dell’ostruzionismo contro l’anagrafe pubblica dei rifiuti, dell’indifferenza nei confronti del muro” di Ostia e delle dinamiche letteralmente criminali che ne sono il presupposto, dell’arroganza con cui sono state sistematicamente ignorate e mai calendarizzate le delibere di iniziativa popolare, dei patetici equilibrismi per non dover affrontare temi come il testamento biologico o le unioni civili, degli affidamenti di appalti a fornitori esterni effettuati senza gara e senza bando, in barba a ogni normativa nazionale ed europea, dello spaventoso dissesto delle aziende municipalizzate come l’ATAC e l’AMA, ormai ridotte a vere e proprie riserve di caccia elettorale alla faccia dei cittadini e dei servizi cui avrebbero diritto?
Vogliamo parlare di questo, dico, o della Panda Rossa?
No, perché un fatto è sicuro: Ignazio Marino, sia pure in modo “timido”, il becco in queste schifezze ha cercato di mettercelo; e più di una volta, sia pure con la necessità di qualche “stimolo”, ce l’ha messo in modo efficace.
E allora, abbiate pazienza, quando ci si indigna per la Panda rossa, si chiede il “rimpasto” e si chiama il sindaco a riferire in aula non si può proprio fare a meno di rilevare che a volte, nella vita, si verificano delle strane, stranissime coincidenze.
Perché io un’idea -neppure tanto vaga- di che razza di roba sia il PD romano ce l’ho, e siccome ce l’ho non posso fare a meno a scompisciarmi dalle risate.
Per non piangere.

Due o tre cose sul Festival del Film

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La settimana scorsa, dal 16 al 25 ottobre, ho vissuto al Festival Internazionale del Film di Roma, questa manifestazione che, alla sua nona edizione, ancora si ostinano a fare facendoci credere che sono capaci di organizzare le cose.

Prima le buone notizie: la selezione dei film è sempre buonissima, a mio modesto parere. Anche quest’anno sono riuscita a vederne circa una quindicina, con il picco raggiunto di tre in un giorno solo (poi dopo ero tipo morta), dunque passo a illustrarvi quelli che, secondo me, sono stati i film più significativi e non.

As the Gods Will, Takashi Miike: da recuperare assolutamente; Miike traspone il manga su pellicola lasciando allo spettatore l’impressione di leggere un fumetto, e non di vederne l’adattamento a film. Colonna sonora strepitosa, ma non vi dico la trama.

Still Alice, Wash Westmoreland, Richard Glatzer: filmone sul dramma dell’Alzheimer precoce, che, nonostante le premesse, riesce a non risultare patetico. Grandissima Julianne Moore, e Kristen Stewart forse ha imparato ad assumere più di un’espressione.

Eden, Mia Hansen-Løve: gli anni ’90 francesi attraverso la musica elettronica, con più di un accenno ai Daft Punk. Sì, ci sta sempre quell’atmosfera fastidiosa con i francesi che fumano in continuazione e che non fanno nulla tutto il giorno, ma vi assicuro che passa tutto grazie alle atmosfere musicali azzeccatissime. Cameo di Greta Gerwig, che non ho capito perché ma ormai è l’idolo delle folle, quindi magari se uno scrive che c’è pure lei nel film la gente se lo vede.

Trash, Stephen Daldry: favelas, ragazzini cenciosi, un po’ di buonismo, ma in sostanza un buon film, che si regge soprattutto sul fatto che chiunque della mia generazione veda dei bambini alle prese con un’avventura, si immagina i Goonies. Dovevano pensarla così pure i giurati del Festival, perché l’hanno premiato come miglior film.

Buoni a nulla, Gianni Di Gregorio: non ci siamo. Il Di Gregorio secondo me ha azzeccato solo Pranzo di Ferragosto, questo, come il precedente, manca di approfondimenti e di ritmo. Però Gianni oh: bravissimo. Dovrebbe recitare in film non scritti da lui.

Gone Girl, David Fincher: evitate accuratamente di andare a vedere questo film con la vostra dolce metà. Fincher devastante, che ci offre un’atroce metafora sui rapporti di coppia, senza risparmiare quelle due o tre volte in cui ti strappa pure una risata. Ben Affleck diretto da uno bravo diventa bravo pure lui; notevole Neil Patrick Harris che forse s’è riuscito a levare l’ansia di essere identificato come Barney Stinson per il resto della sua vita.

Soul Boys of the Western World, George Hencken: assolutamente da vedere per i fan degli Spandau Ballet, secondo me questo film può essere apprezzato pure da chi non li conosce per niente: io avevo sentito due canzoni in croce, e alla fine del documentario ammetto che m’è scesa la lacrimuccia.

Mauro, Hernan Rosselli: ho dormito per metà del film, l’altra metà era comunque roba completamente inutile, non ho capito dove volesse andare a parare pure se avevo letto la trama prima di entrare in sala.

La foresta di ghiaccio, Claudio Noce: signori e signore, il film più brutto del mondo. Trama banalissima, dialoghi da Occhi del cuore, buchi di sceneggiatura, attori insopportabili che parlano tipo in bergamasco o in un dialetto ugualmente antipatico, hanno voluto fare Twin Peaks ma ‘sto cazzo. Atroce, da vedere MAI.

La prochaine fois je viserai le coeur, Cédric Anger: inquietante thriller hard-boiled tratto dalla storia vera di un poliziotto serial killer, ottimo noir, protagonista bravissimo ma vorrei non incontrarlo mai a tarda notte, paura totale.

Tusk, Kevin Smith: niente a che vedere col Kevin Smith che tutti conosciamo. Tusk è un film allucinante, completamente surreale ma godibilissimo, meglio da vedere se non si sa nulla della trama; sconsigliabile però a chi si impressiona facilmente. Nota per il cast: a metà film ho capito che uno dei protagonisti era Johnny Depp; il tizio più anziano è palesemente Bryan Cranston fra 20 anni e chi trova prima il ragazzino di Il sesto senso vince una pacca sulla spalla.

Guardiani della GalassiaJames Gunn: una sola parola: BOMBA.

Nightcrawler, Dan Gilroy: ambientato ai giorni nostri ma al contempo negli anni ’70, secondo me il film migliore del Festival. Jake Gyllenhaal mi ha ricordato il Ryan Gosling di Drive, uno che non sbrocca mai proprio perché nessuno vorrebbe assistere a quel determinato momento. Io continuo a non raccontarvi le trame perché pure questo secondo me è fico da vedere senza sapere nulla.

Stonehearst Asylum, Brad Anderson: il regista aveva fatto un paio di film più belli, che erano Session 9 e L’uomo senza sonno; di questo si può dire che l’idea è molto interessante, ma che poi purtroppo non viene sviluppata come dovrebbe. Ottimo casting, notevolissimo il professor Remus Lupin di Harry Potter nel ruolo di un custode piuttosto inquietante. Kate Beckinsale sempre più bòna, mortacci sua, e niente, ogni volta che vedo Michael Caine mi sembra che il film salga una spanna in su.

Menomale è lunedì, Filippo Vendemmiati: documentario sui carcerati che dal lunedì al venerdì non stanno più al gabbio, ma li portano a lavorare; quindi, al contrario di noi, odiano i finesettimana. Iniziativa lodevolissima, ma il film manca di approfondimenti. C’è da dire che forse il regista ci voleva solo mostrare nello specifico cos’è che fanno gli impiegati, e non per forza quali sono le loro storie, ma sarebbe stato carino sapere, per esempio, quello che viene fuori alla fine, visto che per tutto il film li vediamo assemblare una macchina, ma alla fine non sappiamo a cosa serve.

Mio papà, Giulio Base: un film che poteva essere carino ma fallisce completamente per due motivi: le trovate di trama forzatissime che servono a trasformarlo in un drammone, e i dialoghi fintissimi che sembrano scritti da uno che non ha mai vissuto un giorno nel mondo reale. Ottimo per essere una fiction, ma non un film. Note positive: il bambino protagonista bravissimo, Giorgio Pasotti finalmente non urla e non parla ansimando.

Dopodiché: passiamo all’organizzazione.

Ok, non avete i soldi. Ok, volete che vengano comprati tanti biglietti da poter così avere tanti soldi.

Un paio di consigli:

a) gli accreditati sono persone come le altre. È cafone che ci trattiate come appestati, visto che la gente con al collo l’accredito ‘press’ sta, tipo, LAVORANDO, e quindi magari ecco vorrebbe vederli i film, visto che il pubblico è pagante, ma pure noi l’accredito lo paghiamo 50 pippi.

b) sul regolamento c’è scritto “non si entra a proiezione iniziata”. Bene. Le cose stanno così: il vero problema del Festival del Film di Roma è il fatto che l’Auditorium vuole megavendere i biglietti, dunque vengono prima i possessori di biglietto e dopo gli accreditati. Mi sta bene, anche perché noi abbiamo le nostre proiezioni stampa, e mi sta bene pure che alle prime uno si mette in fila un’ora prima per assicurarsi di poter entrare (nelle sale tengono comunque un minimo di posti disponibili per gli accreditati, e le sale sono grosse, quindi 9 su 10 entri comunque). Però cosa succede: che se mi fate entrare, e mi fate sedere, e dopo 20 minuti che è iniziato il film quello col biglietto improvvisamente si ricorda che doveva entrare, e voi lo fate entrare (nonostante sul regolamento ci sia scritto che non si può), e vabbè, e quello ha anche l’ardire di far alzare un’intera fila perché deve raggiungere il suo posto, è giusto che la gente si rifiuti di alzarsi. Non è capitato a me, ma ho visto gente che giustamente gli ha detto “ti attacchi al cazzo, potevi arrivare prima.” Stima assoluta.

Nota finale: i partecipanti al Festival.

Non dico che io voglia vedermi i film nel silenzio più assoluto, eh, ma vi suggerisco un paio di cose:

a) ce la facciamo a non commentare ogni singola scena? “Oh, ma quella è Trastevere!” “Nooo, c’è Johnny Depp!” “Ma lì dove stanno?” “Oddioddioddio” (sentito dire per un intero film da una signora che evidentemente non aveva mai visto un thriller): sì, stiamo guardando un film; sì, ci sono degli attori a volte anche famosi, pensa; sì, alcuni luoghi può essere che li abbiate addirittura già visti.

b) ce la facciamo a non scassare le palle mentre mi guardo il film? Se entrate a proiezione già iniziata, come già detto, vi attaccate al cazzo e vi mettete di lato.

c) ce la facciamo ad avere il buon gusto di non sembrare tutti dei piccoli Ghezzi dei poveri, che magari a me non frega una mazza emerita delle vostre recensioni e/o congetture che iniziano ancora prima dei titoli di testa?

Conclusioni: il cinema è bello, gli appassionati di cinema no.

 

JJ

 

Rigori elettorali

in sport by

Voi adesso obietterete che parlo così perché sono della Lazio: però, abbiate pazienza, argomentare che siccome Juventus e Roma sono quotate in borsa, e stante il fatto che le sorti dei rispettivi titoli dipendono anche dai risultati sportivi, nelle partite che vedono impegnate queste due squadre (e già che ci siamo anche la stessa Lazio, che in effetti è il terzo club italiano quotato a Piazza Affari) è necessario abrogare gli errori degli arbitri, e non contenti sostenere questa suggestiva battaglia a tutela dei risparmiatori presentando un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia e un esposto alla Consob, rappresenta una delle alzate d’ingegno più fantasmagoriche che sia dato immaginare.
Fantasmagoriche, dico, perché convincersi di poter eliminare per via parlamentare gli errori umani è un po’ come cercare di impedire per legge che piova, o voler scongiurare le eruzioni vulcaniche mediante decreto: tempo perso, sprecato, buttato.
Casomai, sarebbe il caso di chiedersi se sia ragionevole che un’attività come il calcio, intrinsecamente sottoposta in misura assai cospicua non soltanto agli errori umani, ma anche all’approssimazione e al caso, venga svolta da società quotate in borsa, con tutto ciò che può conseguirne (e che in effetti, puntualmente, ne consegue) a livello di oscillazioni dei titoli.
Dopodiché, lasciando da parte queste considerazioni che appaiono scontate per quanto sono lapalissiane, il sospetto che mi viene è un altro: non è, dico per dire, che per un politico, la cui carriera è legata in modo indissolubile al consenso, cavalcare il disappunto popolare dopo una partita disgraziata (o “rubata”, come usa dire in questi casi) portando quel disappunto nientepopodimeno che in parlamento rappresenta una tentazione così ghiotta da non poter fare a meno di cederle?
Intendiamoci: la mia non è che un’ipotesi. Magari più fantasiosa dell’interrogazione in questione.
Però una cosa mi pare certa: tra qualche giorno, probabilmente, di quell’interrogazione non si avrà più alcuna memoria; mentre il suo autore resterà un beniamino nell’immaginario collettivo dei tifosi romanisti per molto, molto tempo.
Al di là delle congetture, questo mi sembra un fatto.

Er cazzo se po’ di’

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Siccome ieri su Facebook la questione è stata dibattuta con un certo interesse, ho deciso di affrontarla in modo un tantino più analitico, dedicando un post all’utilizzo della parola “cazzo” e dei suoi composti nel dialetto romanesco. Qualora mancasse qualche espressione o qualche accezione di quelle che già ci sono, sentitevi liberi di segnalarmela nei commenti. Baci.

a cazzo de cane (o semplicemente a cazzo): in modo inappropriato, approssimativo, sciatto (“Aho, ‘sta carbonara è fatta a cazzo de cane“).
alla faccia der cazzo: perbacco, perdinci, perdindirindina (“Me so’ comprato una BMW cinquemila” “Alla faccia der cazzo!“).
cacacazzi: scocciatore, persona cavillosa (“Ne vorrei discutere con mio cugino” “Bada, che quello è un cacacazzi“).
cazzabbubbolo: uomo di scarsa personalità (“Spero che mio marito affronti la questione” “Seh, ma de che, quello è un cazzabbubbolo“).
cazzaro: persona adusa, spesso in modo compulsivo, a raccontare bugie e pallonate (“Dice che è stato in vacanza in India” “Ma de che, ancora ce credi? Quello è ‘n cazzaro“).
cazzeggiare: indugiare oltremisura in attività ricreative prive di utilità concreta (“Mo mettemose a studia’, so’ tre ore che cazzeggiamo!“).
cazzeggio: l’attività di cazzeggiare (“Daje, è l’ora del cazzeggio!“).
cazzi e mazzi: annessi e connessi (“Tra cazzi e mazzi pe’ ave’ la licenza ce vojono tre mesi“).
cazzi miei: indica affari di esclusiva pertinenza dell’interessato (“Ma stai a usci’ co’ Angela?” “So’ cazzi miei“).
cazzi tuoi: 1. espressione che esprime minaccia nei confronti di qualcuno (“Se nun te sbrighi a ridamme i sordi che t’ho prestato so’ cazzi tua!“); 2. deciso invito a non occuparsi delle faccende altrui (“Aho, perché nun te fai li cazzi tua?“).
cazzobbuffo: individuo di statura modesta e/o di modesta prestanza fisica (“Aho, ma ‘ndo vai in canottiera, nun lo vedi che sei ‘n cazzobbuffo?“).
cazzone: 1. individuo particolarmente portato allo scherzo (“Aho, io ce vado d’accordo, quello è ‘n cazzone come me“); 2. cfr. “cazzabbubbolo”).
cazzi pe’ fischi: espressione utilizzata per esprimere un clamoroso fraintendimento (“Guarda che stai a prende cazzi pe’ fischi“).
cazzope’: letteralmente “Cazzo, Peppe!”; esclamazione di viva sorpresa e meraviglia (“Ho fatto tredici al totocalcio” “Cazzope’!“).
coi controcazzi: particolarmente capace o ferrato in una data materia (“Quello è un meccanico coi controcazzi“)
cor cazzo: assolutamente no, manco per niente (“Cor cazzo che quest’anno te faccio er regalo de Natale“).
eccheccazzo: espressione che esprime insofferenza nei confronti di qualcosa che infastidisce o che non si intende più tollerare (“Aho la smetti de senti’ la musica a tutto volume? Eccheccazzo!“).
er cazzo che te se ‘ncula: locuzione utilizzata per smentire in modo categorico un’affermazione o una richiesta del proprio interlocutore (“M’accompagni a casa a Frascati stasera?” “Seh, er cazzo che te se ‘ncula!“).
Fraccazzo da Velletri: personaggio di fantasia utilizzato per 1. sottolineare le manie di grandezza di qualcuno (“Ma chi se crede de esse’, Fraccazzo da Velletri?”; 2. comunicare che la richiesta di precisare l’identità di qualcuno è ridondante, poiché scontata (“Aho, apri?” “Sì, ma chi è?” “So’ io, e chi dev’esse, Fraccazzo da Velletri?“).
grazie ar cazzo: espressione atta a rilevare che un’affermazione dell’interlocutore è lapalissiana (“Sai che te dico? Se quella me chiede de usci’ io je dico de sì” “E grazie ar cazzo, che je voi di’ de no?“).
incazzarsi: adirarsi, arrabbiarsi (“Aho, guarda che me stai a fa’ ‘ncazza’ eh?“).
manco per cazzo: cfr. “cor cazzo”.
pezzo de cazzo: esprime la volontà di non dare alcunché a qualcuno, spesso a dispetto del fatto che egli ne abbia fatto richiesta (“Papà, me dai dieci euro pe’ usci’ stasera?” “Un pezzo de cazzo, te do“).
quanti cazzi: indica disappunto nei confronti di un interlocutore che pone troppi problemi, spesso in relazione a un progetto comune (“Annamo ar mare?” “No, me brucio” “Allora annamo in montagna?” “No, me gira la testa” “Vabbe’, allora annamo ar lago?” “No, me mette tristezza” “Aho, e quanti cazzi!“).
ridi su ‘sto cazzo: non c’è niente da ridere, o non è il momento opportuno per ridere (“Ahahahahahah che figuraccia che hai fatto ieri sera” “Ridi su ‘sto cazzo“).
scazzarsi: 1. turbarsi, infastidirsi (“Ieri al museo me so’ ‘n po’ scazzato“); 2. cessare di essere incazzati (“Te ‘ncazzi, te scazzi, scenni dar cazzo e te la fai a piedi“).
scazzato: turbato, infastidito, indisposto (“Lasciame perde oggi, ché so’ scazzato“).
scazzo: lite, alterco (“Ieri io e Mario c’avemo avuto uno scazzo“).
‘so cazzi (o cazzi amari, o cazzi da cacare, o cazzi per culo): le vere difficoltà iniziano adesso (“Ecco, entra Pirlo, mo so cazzi amari!“).
‘sti cazzi: chissenefrega, non mi interessa (“Lo sai che me so’ comprato le Converse fucsia?” “E ‘sti cazzi“). N.B. utilizzare l’espressione nel senso di perbacco, perdinci, perdindirindina è errato!
‘stocazzo: espressione poliedrica con diversi significati: 1. diniego perentorio di fronte a una proposta sgradita o su cui non si è d’accordo (“Per quel lavoro che mi devi fare bastano cento euro?” “Seh, ‘sto cazzo“); 2. espressione equivalente a “Fraccazzo da Velletri” nella sua accezione numero 1 (“Ma chi se crede de esse quello, ‘stocazzo?“); 3. espressione equivalente a “Fraccazzo da Velletri” nella sua accezione numero 2 (“Pronto, chi è?” “ ‘sto cazzo!“).
tanti cazzi: cfr. ” ‘sti cazzi”.
testa de cazzo: individuo ottuso e/o presuntuoso (“Lascialo perde quello, è ‘na testa de cazzo“).
un cazzo e tutt’uno: espressione utilizzata per sottolineare che una determinata strategia è inefficace (“Guarda che se prima scopi per tera e poi entri coi piedi sporchi de sabbia è ‘n cazzo e tutt’uno“).
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* Il titolo del post è preso in prestito dall’incipit di questo sonetto dell’immortale Gioacchino Belli.

Agosto

in scrivere by

Si guarda intorno spaurita, come se al quadro mancasse qualcosa che non riesce a mettere a fuoco; come se l’ordine del mondo conosciuto si fosse dissolto nel nulla, lasciando il posto a spazi imprevisti e inconcepibili, a distese di cemento troppo grandi per essere esplorate. La guardo tornare quasi correndo, scappando sulle gambe secche, coi sandali aperti e una piccola busta in mano, occhieggiare a destra e a sinistra le saracinesche abbassate, il muro compatto e invalicabile dei palazzi improvvisamente privi delle solite, rassicuranti cavità; la seguo, annusando come una scia di profumo il suo panico silenzioso per i punti di riferimento che mancano, la osservo cercare un po’ d’ombra al semaforo del marciapiede diventato improvvisamente ostile e sconosciuto. Mi fermo, la immagino proseguire, svoltare, aprire il portone, salire a casa; sentire, dopo tanto tempo, il peso di non avere nessuno ad aspettarla. Tra qualche giorno passerà. La strada inizierà a ripopolarsi, lo stordimento vuoto di agosto lascerà il posto alla vita di sempre, alle facce consuete, al pane comprato nel solito posto; sfumerà con l’autunno, sarà dimenticato nel freddo delle luci di natale spiate come una bimba da dietro le vetrine, nell’odore acidulo del cassetto aperto per tirare fuori le calze pesanti; si trasformerà in un senso di speranza assurdo e impronunciabile a primavera e sarà disatteso, come sempre, da un luglio estraneo e obliquo, coi tavoli dei ristoranti all’aperto pieni di gente chiassosa e niente bambini che vanno a scuola al mattino.
Poi, come in un soffio, un’altra volta agosto, negli occhi liquidi e smarriti dei suoi ottant’anni.

Voglia di bestemmiare

in politica by

Nel Pd della Capitale gli sbardelliani, i veltroniani, i popolari e perfino qualche ex berlusconiano, tentano di rifarsi una verginità renziana. Si riuniscono, progettano, rilanciano.

Più il marziano Marino fa buchi nell’acqua, più i marpioni si ringalluzziscono. “Il fuso orario del Campidoglio va regolato con quello di palazzo Chigi” dicono. Forti – s’intende – non di qualche risultato politico, ma esclusivamente di campagne elettorali concluse in grande stile, magari con i dipendenti di Atac, di Ama, o di un’altra fabbrica di consenso romano, tutte in dissesto con i soldi dei cittadini.
Nulla di nuovo. È il vecchio istinto gattopardesco. Del resto vi siete mai chiesti quali meritorie iniziative politiche abbia condotto Enrico Gasbarra per totalizzare 102.411 preferenze? Per non parlare degli altri capi corrente ancora più sconosciuti.
Su questo il dibattito dentro il Pd non è pervenuto. Neppure quando l’unico consigliere Radicale, Riccardo Magi, ha denunciato con Sergio Rizzo, il meccanismo ventennale di accumulazione del consenso a Roma. A destra, al centro e a sinistra. La manovrina d’aula o il maxiemendamento notturno, con i quali si foraggia de facto il bacino elettorale dei consiglieri, terminali dei capibastone. Non c’è alternativa a questo modello, dicono. I dirigenti comunali assunti esternamente all’organico già abbondante del Campidoglio per organizzare tra le altre cose la Festa dell’Unità di Roma (o Festa democratica), non hanno predisposto nessuna tavola rotonda sull’argomento.

Ma ci sarebbe dell’altro per quanto riguarda il maggiore partito della Capitale e del Paese, se la cronaca dei giornali romani non fosse peggiore dei politici che in buona parte dirige. Ad esempio si potrebbe riflettere sull’inossidabilità della “questione romana”. Il Papa apre nuove stagioni, loro no.

L’ostruzionismo del Pd in Campidoglio è velato ma a tutto campo. Per il Registro del testamento biologico c’è voluto l’intervento del Prefetto di Roma per calendarizzare la delibera. Per le Unioni civili si attende da due anni la votazione di un testo sottoscritto da 8 mila romani, dopo che Walter Veltroni, su richiesta del Card. Bertone, fece fuori il primo tentativo Radicale nel 2007. Miriam Mafai all’epoca la definì la “prima sconfitta per il Pd” che stava nascendo in quei mesi. Per alcuni una sconfitta per altri una vittoria che resiste nonostante la rivoluzione interna al Partito democratico. È forse un caso che per il futuro della Capitale tutti i nomi finora emersi siano legati ad un passato democristiano? Da Enrico Gasbarra a Dario Franceschini. O come nel caso di Marianna Madia, ad un presente contrario all’aborto e all’eutanasia. “Quando sei lì – racconta Marianna del suo viaggio a Medjugorje  in realtà non ti interessa capire se è vero o no quel che si racconta. Non ti poni il problema. Entri in una dimensione di fede più forte, di consapevolezza profonda”.

E quello di non porsi il problema di capire è un modello a forte vocazione maggioritaria. E così da una parte non bisogna farsi troppe domande sulle responsabilità del sistema clientelare nel fallimento in termini di dissesto finanziario di Roma, dall’altra meglio non tenere conto che sui diritti civili e la laicità il popolo da sempre è più pronto della sua classe dirigente. Lo dicono tutti i sondaggi da anni. Dall’ici per gli hotel cattolici all’eutanasia. Meglio non ricordare il 54% ottenuto della mangiapreti Emma Bonino che nel territorio di Roma vinse contro Renata Polverini, nonostante il sabotaggio orchestrato dei vertici del PD, raccontato poi da Concita De Gregorio.

Trasparenza, onestà, buon governo della cosa pubblica, ma anche laicità e nuovi diritti. A vincere furono altri. E i protagonisti a Roma – direttamente o tramite veline – quelli restano.

Kraftwerk, poeti della distanza

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La prima volta che ho visto i Kraftwerk è stato sullo schermo del mio piccolo televisore in bianco e nero, intorno alla fine degli anni Settanta. Era credo una domenica noiosa, e con mio padre si guardava distrattamente uno di quegli orrendi spettacoli “contenitore”. Il presentatore (era Pippo Baudo?) annuncia che è pronto a mostrare al suo pubblico di lobotomizzati una “grande sorpresa”, che consiste in … quattro tizi abbigliati da manichini, seduti in mezzo al pubblico in studio. Hanno espressioni e capelli di plastica, indossano improbabili camicie rosso sangue (*), pantaloni scuri e cravatta nera con luci intermittenti. Il presentatore, usando lo stile provinciale ed idiota che bene si addice al pubblico domenicale, si allontana platealmente dagli strani personaggi, “… non si sa mai che mi prenda la scossa se li tocco”.

Così rimaniamo soli, mio padre io e il quartetto di crucchi plastificati. Qualche secondo di silenzio e parte (rigorosamente in playback) “We Are The Robots“. E’ la fine. E’ qualcosa che non ho mai immaginato che potesse esistere e che allo stesso tempo si potesse catalogare come “musica”.  Ero un bambino sempliciotto, figlio di un padre musicalmente analfabeta e di una madre in palla con la classica (e valente pianista dilettante) – i quali quindi erano del tutto indifferenti al potere liberatorio della fiammeggiante avventura che si chiama Musica Pop.

Pur privo di un metro di paragone, mi innamoro all’istante di quel suono aspro ed intonato, della ripetitività dei loop, e di quei gelidi ritmi teutonici che sarebbero divenuti molto fashionable anche nelle discoteche di New York City.

Qualche giorno dopo, mentre mia madre era dal parrucchiere comprai il 45 giri di “We Are The Robots“, che sul lato B aveva “Spacelab”, un pezzo che ancora oggi mi mette i brividi: mi fa ancora credere di essere un astronauta solo soletto nel suo laboratorio orbitale che pensa alla moglie e ai figli lontani (eh sì, perché i Kraftwerk sanno essere anche parecchio malinconici, quando ci si mettono). La copertina di quel disco è un feticcio della mia gioventù, assieme, naturalmente, a quella di Hearts of Glass di Blondie, in cui si vedeva addirittura Debbie Harry che leccava un vinile. Da quell’incontro casuale una domenica pomeriggio cominciai a manifestare una perniciosa predilezione per le camicie rosso acceso, cui però non riuscii mai ad abbinare una cravatta scura adeguata (“pure senza led va bene, Mamma”).

Quando ieri sera all’Auditorium ho risentito quei rumorini metallici che decorano We Are The Robots, ho capito che cosa volesse dire quello scrittore francese che tanto mi annoiava al liceo (e che infatti non ho mai più letto) con quella sua madeleine inzuppata nel tè (o magari era caffè?). Quello di cui sono stato testimone ieri è stato per me molto più che il concerto di una della band più influenti di tutta la storia della musica rock: è stata la messa in scena di una visione del mondo, una installazione live, il viaggio nelle ossessioni distopiche di un quartetto di visionari.

I Kraftwerk, che si formano nei primi anni Settanta, hanno anticipato e trasformato in arte la tensione e il pessimismo che altri artisti avrebbero declinato con modalità diametralmente opposte, dando vita alle scomposte urla punk come alle feconde contaminazioni post-punk e new wave. I Kraftwerk danno voce all’angoscia derivante dalla disumanizzazione. L’abbandono di strumenti tradizionali e l’impiego massiccio dell’elettronica aveva anche questo significato: assai raramente il cantato non passa per i filtri che rendono “robotica”, disumana, la voce. Altri gruppi – mi vengono in mente per esempio gli Human League che, pur servendosi massicciamente dei neonati strumenti elettronici, abbinavano sonorità sintetiche a voce “pulita” e melodie solitamente accattivanti. I Kraftwerk hanno inventato dei robot di una fissità e di una artificialità paradossali, praticamente immobili, proprio per rendere grottesco e paradossale il loro antropomorfismo. In effetti, volevano cantare il dramma di una distanza, di molte distanze diverse, tutte impossibili da colmare.

La disumanizzazione messa in scena dalla band di Düsseldorf si manifesta anche nella rarefazione dei testi. Il linguaggio di una società in crisi finisce per rapprendersi attorno a slogan, frasi e onomatopee di sapore futurista. Un mondo in cui la carne non esiste più è dominata dai numeri. Oggi forse può sembrare un concetto banale, ma non dimentichiamo la lungimiranza di questi musicisti che nel pezzo “ComputerWorld” hanno voluto includere nomi di banche, di polizie internazionali. Nel 1981 hanno visto una società in cui “business, numbers, money, people, crime, travel, communication, entertainment” passano tutti attraverso computer.

Perfino i brani che parlano di persone sono il lamento di un’impossibilità: pensiamo a “Showroom Dummies” (un pezzo scandito da un beat ossessivo che recita, in modo maniacale “siamo manichini da esposizione”) e naturalmente al capolavoro “Das Model”, un pezzo malinconico che celebra una bellezza femminile algida, sovrumana, impossibile da abbracciare. Quanto ai paesaggi, quelli cantati dai Kraftwerk sono esclusivamente quelli urbani, decorati da luci al neon, fredde e squallide come le insegne delle pubblicità o dei locali per soli uomini di tanti anni fa.

Il luogo comune vorrebbe i tedeschi disciplinati ed intellettualmente insuperabili anche se pressoché sprovvisti di sense of humour. Nemmeno questo difetto si può imputare al quartetto di Düsseldorf: la loro visione desolata dell’umanità non impedisce alla loro arte di sorridere, ogni tanto. Si pensi alla poesiola che hanno dedicato ad una calcolatrice tascabile (ieri a Roma ci hanno deliziato con una versione in italiano) o al fatto che in uno dei pezzi più inquietanti di tutto il loro repertorio, “Radioactivity” si dice allegramente che la radioattività “Is in the air for you and me”, come se fosse un tiepido venticello autunnale che scompiglia i capelli di una bella ragazza.

Lo show di ieri sera mi ha lasciato sotto choc: ci sono pochissime band che sono riuscite a prendere un tema sviluppandolo e declinandolo in modo altrettanto completo ed elegante: la distanza prodotta dall’alienazione e dal terrore dell’atomo che porta a focalizzarsi su oggetti antropomorfi (modelle, robot, manichini) macchine (automobili, treni, astronavi), astrazioni (numeri, calcoli); perfino quando la smania ciclistica di Ralf Hütter finì per contagiare anche gli altri tre operativi della band, si pensò ad un concept album basato appunto su questo sport – tutto fuorché un gioco di squadra, mi raccomando! Dell’originario progetto vide la luce solo il singolo “Tour De France”, all’inizio del quale va detto che è possibile sentire l’ansimare (apparentemente umano) di un ciclista. Ma è rimasto un caso isolato.

(*) Come mi hanno fanno notare, non potevo sapere che le camicie fossero rosse, dal momento che il televisore era in bianco e nero e che la copertina del 45 giri l’avrei vista solo qualche giorno dopo. Un bug nella mia memoria, evidentemente.

 

Il PD romano, cioè Alemanno

in politica by

Supponiamo che qualcuno proponga di istituire il registro dei testamenti biologici in un determinato comune: badate, non è affatto una supposizione astrusa, poiché si tratta di uno strumento già approvato ed operante in un numero considerevole di città, tra le quali Milano, Genova, Torino, Venezia e Napoli.
Supponiamo, però, che il comune in questione sia quello di Roma, che la proposta abbia luogo nel 2009 e che il Sindaco, che in quel momento risponde al nome di Gianni Alemanno, decida di cavarsela così:

Non è nostra competenza, c’è una legge che il Parlamento sta discutendo, quindi sarà sua cura decidere

Risposta fuori luogo al limite del ridicolo, non c’è che dire: perché è ormai noto a tutti che il registro comunale dei testamenti biologici, per dirla con le parole di Riccardo Magi, “non vuole affatto disciplinare la materia del fine vita, né chiede al Comune di farlo, ma (…) intende attestare l’autenticità delle dichiarazioni anticipate di trattamento dei cittadini“, e quindi si tratta semplicemente di “un servizio ‘dedicato’ ai cittadini, nell’ambito delle competenze e delle funzioni amministrative già esercitate dal Comune“.
Fin qui ci siamo, no? Voglio dire, mi pare che sia tutto fin troppo chiaro, a cominciare dall’evidente strumentalità della posizione di Alemanno.
Ebbene, supponiamo che la stessa proposta venga nuovamente sollecitata nel 2014. E supponiamo che al governo della città non ci sia più Gianni Alemanno con la sua maggioranza bigotta e conservatrice, ma un partito (a suo dire) progressista, moderno e aperto come il PD: sarebbe lecito aspettarsi un esito del tutto diverso dal precedente, non credete?
Invece state a vedere come liquida la questione Francesco D’Ausilio, capogruppo del Partito Democratico in Campidoglio:

Io sono d’accordo con l’iniziativa in quanto pungolo al legislatore nazionale, tuttavia temo che le implicazioni dei registri dei testamenti biologici locali non abbiano fondamento giuridico. Serve una legge nazionale

Interessante, nevvero? Si tratta, mutatis mutandis, della stessa risposta di Alemanno. Identica. Eccezion fatta, a voler spaccare il capello in quattro, per quel “sono d’accordo” e quel “temo”. I quali, tuttavia, non conducono ad alcuna conseguenza diversa da quelle del “birbaccione” Alemanno (cioè, il registro dei testamenti biologici non si è fatto prima e non si fa manco adesso), né sono migliori delle precedenti nel cogliere il vero punto della questione (il registro dei testamenti biologici non istituisce il testamento biologico nel paese, ma si limita a certificare una dichiarazione dei cittadini, cosa che rientra appieno nelle competenze comunali).
A questo punto sorgono spontanee (almeno) due domande.
Primo: a Milano, a Torino, a Genova, a Napoli e in tutti gli altri comuni in cui la delibera è stata approvata sono tutti coglioni? E sono una massa di fresconi Maura Cossutta, Carlo Flamigni, Mina Welby e tutti questi altri?
Ma soprattutto, secondo: se gli esiti sono identici, e se è identica la speciosa tendenza a ciurlare nel manico su quello di cui stiamo parlando, quale sarebbe la differenza tra l’amministrazione Alemanno e quella che ci ritroviamo adesso? Esiste, una differenza concretamente riscontrabile al di là dei proclami? Oppure, gira gira, si tratta più o meno della stessa roba infiocchettata in modo leggermente diverso?
Insomma: per quale motivo dovremmo continuare a far finta che quelli del PD siano più “progressisti” degli altri? Semplicemente perché dicono di esserlo?
A me, personalmente, pare un po’ poco.
Sarà che ho il brutto vizio di considerare i fatti leggermente superiori alle chiacchiere.

Il mito del merito, la convenienza della fedeltà

in politica by

«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze» era il punto 4 delle promesse elettorali scritte di suo pugno da Ignazio Marino.

Altrove si rintracciano dichiarazioni altrettanto impegnative: «Roma dovrà divenire la Capitale della trasparenza e del merito», «meno correnti, più merito», «gli unici amici a cui il Comune aprirà le porte saranno le competenze e la serietà», «in ogni selezione due saranno i criteri guida: merito e trasparenza».

Già ai tempi in cui era candidato alla leadership del PD, del resto, Marino sosteneva che se fosse stato eletto segretario avrebbe scelto i suoi collaboratori in base all’unico criterio dei curriculum: di trasporti si sarebbe occupato un urbanista, di bilancio un economista eccetera.

Si può dire che di questa cultura meritocratica, quindi, Marino è stato da sempre un alfiere, aiutato anche dalla sua biografia: pochissima frequentazione dei palazzi della politica, una lunga e luminosa carriera nella meritocraticissima sanità privata americana.

Cosicché quando è diventato sindaco, nei giorni difficili in cui doveva mettere in piedi la giunta, Marino ha rivendicato il diritto di inserire nella sua squadra almeno qualcuno che conoscesse quello di cui si doveva occupare, indipendentemente dalla sua tessera di partito o dalla sua adesione correntizia. Qualcuno “bravo in quota Marino”, insomma, per coerenza con i propri impegni e fatta salva la necessità di mediare un po’ con le forze politiche che lo sostenevano in Consiglio comunale.

Resta tuttavia misterioso anche al più smaliziato uomo di mondo come in questa cultura del merito e delle competenze, nell’ambito della suddetta quota di “competenti” ascrivibile direttamente al sindaco, lo stesso Marino abbia recentemente promosso “coordinatore della giunta” romana – in pratica una sorta di vicesindaco ombra – la signora Alessandra Cattoi. Peraltro già nominata, subito dopo il voto, assessore alla scuola, settore di cui non si era mai occupata in vita sua.

Laureata in Storia, giornalista precaria, ancora oggi – nell’apposita casellina della sua pagina su Facebook – Cattoi si definisce solo “giornalista professionista”.

In realtà – fatta salva qualche rara collaborazione di carattere sanitario su ” l’Espresso”, sempre per intervento di Marino che ne era prestigiosa firma – per tutti gli anni Duemila l’occupazione principale di Cattoi è stata quella non disprezzabile ma diversa di collaboratrice (qualcuno direbbe portaborse) di Marino medesimo: ne filtrava le telefonate e gli appuntamenti, si recava con lui ai convegni porgendogli gli appunti al momento giusto, gli ricordava a che ora doveva vedere Tizio o Caio, ne gestiva l’immagine pubblica.

Una cosa iniziata appunto nel 2000, quando aveva conosciuto Marino in un ospedale di Palermo del quale lei curava la comunicazione. Fino al 2009, quando il suo senatore e mentore l’ha sistemata in un ufficio di Palazzo Madama a spese del gruppo; ma in realtà proseguita anche dopo, perché pure se nominalmente al Senato Cattoi non ha mai smesso di seguire il suo Ignazio.

Così si è arrivati alla campagna elettorale per il Campidoglio, nel 2013: quando Cattoi è stata accanto a Marino, passo dopo passo, dalla decisione di candidarsi alle primarie fino alla notte della vittoria su Alemanno.

In questo modo l’ex giornalista precaria è diventata la seconda persona più potente nella gestione di Roma Capitale: tre milioni di abitanti, venti municipi, poteri autonomi sanciti da apposita riforma della Costituzione, quasi un miliardo di debito, scuole comunali che vanno a pezzi, autobus più rari dei Gronchi rosa, maiali che pascolano tra i cassonetti dei rifiuti, palazzinari avidi, abusivismo stratificato, auto blu, ingorghi perenni.

«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze»: certo, il mito innovativo del merito. Che è rapidamente scomparso di fronte alla convenienza antica della fedeltà.

“Ripetetele ai vostri figli”

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Settanta anni fa gli uomini di Kappler rastrellarono 1259 persone nel ghetto di Roma, 1023 delle quali vennero spedite ad Auschwitz. L’anniversario, quest’anno, è passato in secondo piano, oscurato in parte dalla morte di Erich Priebke e in parte dal fatto inconfutabile che della cosa frega poco a pochi.

Per quello che vale, questo vuole essere un piccolo aiuto alla memoria collettiva. Dato che della vicenda e dei criminali che ne furono protagonisti si ricordano bene i dettagli, si è preferito concentrarsi su un aspetto un po’ meno pubblicizzato: lo scarso aiuto ricevuto da chi poteva darlo.

Capitolo 1

Il 26 settembre del 1943 Ugo Foà, presidente della Comunità Israelitica di Roma, e Dante Almansi, presidente delle Comunità Israelitiche Italiane, vengono convocati nell’ufficio di Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma. Dopo una cortese conversazione di carattere generale, Kappler viene al dunque con un discorso di questo tipo: “Noi tedeschi consideriamo voi ebrei come nemici e come tali vi trattiamo. Non abbiamo bisogno delle vostre vite né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”.

I due presidenti, dopo aver cercato invano di ridurre la richiesta di oro, si congedano, e convocano gli esponenti principali della Comunità per prendere una decisione. Scartano ben presto l’idea di rivolgersi alla polizia italiana: sanno già che non potrebbe influenzare la decisione tedesca. Non rimane che raccogliere l’oro e cedere al ricatto per evitare mali peggiori.

La popolazione ebrea di Roma viene messa a conoscenza della richiesta, e in breve tempo arrivano le offerte di oro; i meno abbienti portano cari ricordi di famiglia; chi non ha oro contribuisce con denaro. Con grande slancio di solidarietà, anche molti cattolici fanno la loro parte. Del fatto viene a conoscenza anche la Santa Sede.

E fa sapere spontaneamente in via ufficiosa che, nel caso non fosse stato possibile raccogliere l’oro richiesto entro il termine stabilito, avrebbe messo a disposizione la differenza. Da restituire con calma quando possibile.

Poco prima della scadenza delle trentasei ore vengono raccolti cinquanta chilogrammi di oro e poco più di due milioni di lire. Appena tre settimane dopo, ovviamente, aver ceduto al ricatto si rivela del tutto inutile.

Capitolo 2

La mattina del 16 ottobre 1943 la principessa Enza Pignatelli, ex-allieva di Pio XII, chiede udienza in Vaticano. Ha assistito alle operazioni di rastrellamento iniziate all’alba, e ne informa il Papa. Della faccenda viene incaricato il Segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, che incontra l’ambasciatore tedesco in Vaticano, Ernst von Weizsäcker.

Gli ho chiesto di voler intervenire a favore di quei poveretti. Gli ho parlato come meglio ho potuto in nome dell’umanità, della carità cristiana.
L’Ambasciatore, che già sapeva degli arresti […] mi ha detto con sincero e commosso accento: «Io mi attendo sempre che mi si domandi: Perché mai Voi rimanete in codesto ufficio?».
Ho esclamato: «No, signor Ambasciatore, io non Le rivolgo e non Le rivolgerò simile domanda. Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono a una stirpe determinata». L’Ambasciatore, dopo alcuni istanti di riflessione, mi ha domandato: «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?».
Ho risposto: «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione».

Maglione, nell’occasione, ricorda anche a Weizsäcker che “la Santa Sede [era] stata, come egli stesso [aveva] rilevato, tanto prudente per non dare al popolo germanico l’impressione di aver fatto o voler fare contro la Germania la minima cosa durante una guerra terribile”.

Il piano di Weizsäcker, a questo punto, è quello di far scrivere una lettera al vescovo Alois Hudal, rettore della Chiesa Cattolica tedesca a Roma e noto simpatizzante nazista, indirizzata al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel, in cui il prelato chiede la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. In ogni caso alle 14, tre ore prima che la lettera sia consegnata, il rastrellamento è già terminato.

Il 28 ottobre, Weizsäcker scrive al Ministro degli esteri tedesco:

“Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma […]. Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.

Capitolo 3

“L’odierna commemorazione potrebbe essere definita come una memoria futura. Un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l’antisemitismo e contro il razzismo qualunque sia la loro provenienza” (Jorge Mario Bergoglio, 16/10/2013).

Fonti:
Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948
Robert Katz, “Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944” (il Saggiatore, Milano 2003)
Rastrellamento del ghetto di Roma, it.wikipedia
Roma, Napolitano in Sinagoga – “Oggi giornata di grande coesione”, Repubblica.it

Fori imperiali, dentro provinciali

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Le cosiddette smart cities, le città intelligenti, sono il prodotto dell’interazione di due forme di intelligenza: quella amministrativa e quella individuale. Nel tornante storico che i nostri centri urbani stanno affrontando, il tornante della sostenibilità (o meglio: dell’insostenibilità), le nuove visioni, le nuove concezioni della città – ma soprattutto le capacità individuali di accogliere queste visioni e concezioni e di praticarle – sono il futuro del nostro spazio di vita.

In questo senso, gran parte della partita urbana si gioca sul fronte della mobilità. Infatti, la città, che è, almeno nella sua definizione dinamica, un insieme di flussi umani e veicolari, non è immaginabile in una dimensione sostenibile senza un traffico regolare, ovvero che segua delle regole ragionevoli sia dal punto di vista funzionale (che mantenga quindi un legame con le funzioni dello spazio urbano) sia dal punto di vista interattivo (che produca un incontro tra individui e ambiente rispettoso della logica della preservazione).

In alcune delle maggiori città europee, già da qualche decennio, la pratica amministrativa e quella individuale si sono incontrate nella comprensione della necessità di un cambiamento rapido e radicale, ovvero nella formazione di una “cultura urbana” lungimirante, dunque precauzionale, rispetto alle potenzialità e ai rischi di un vivere insieme denso e perciò intenso. Al centro di questo incontro c’è senza dubbio la mobilità.

Prendiamo ad esempio Parigi, una delle metropoli più popolose ed importanti a livello politico del continente. Per chi la conosca, Parigi non è mai stata una città facile per pedoni e ciclisti: il traffico è infatti energico e nemmeno troppo gentile (al volante, parigini e romani si somigliano parecchio). Per far fronte alle oggettive difficoltà di circolazione e ai rischi per i ciclisti, da diversi anni il sindaco Bertrand Delanoë sta portando avanti un progetto di progressiva e ragionata pedonalizzazione e ciclabilizzazione di molte aree del centro. Il servizio Vélib’, un vasto programma di bike sharing lanciato nel 2007, fa parte dell’intervento amministrativo a favore di una città più intelligente e sembra aver rivoluzionato non soltanto la vita dei ciclisti parigini ma anche, in prospettiva, l’intera mobilità urbana della capitale. Anche a seguito del grande successo di Vélib‘, che è stato accolto con entusiasmo dalla cittadinanza ed è diventato un mezzo di trasporto importante, a partire dal prossimo settembre è infatti previsto un nuovo sostanzioso incremento delle zone a velocità limitata; il 37% delle strade del centro saranno cioè percorribili a non più di 20 o 30km/h da qualsiasi veicolo. Si parla di 560 km di percorso urbano. Inoltre, a questo provvedimento si accompagna la conversione di molte aree (principalmente zone di interesse artistico-culturale),  che diventeranno interamente pedonali.

Certamente, in termini di piste ciclabili c’è ancora molto da fare: i circa 500 km parigini sono ancora decisamente lontani dai più di 1000 di Berlino. Ma le dimensioni del territorio urbano (105kmq per Parigi, circa 900 per Berlino) e la conformazione urbanistica indicano che, almeno in termini proporzionali, nella città francese si sta facendo un grande lavoro; lavoro che trova le sue linee progettuali in un piano quadriennale (Vélo 2010-2014), che prevede il raggiungimento di 700 km di piste entro il 2014. Insomma, a Parigi si hanno delle idee sulle opportunità, sul futuro della mobilità urbana e si tenta di metterle in pratica.

Ora, dal breve accenno alla realtà parigina arriviamo dritti alla vicenda romana della pedonalizzazione dei Fori Imperiali. La chiusura del tratto stradale è stato salutato da taluni come una conquista di civiltà, mentre altri (soprattutto gli abitanti della zona) stanno criticando aspramente la scelta del sindaco Ignazio Marino, scelta che a loro avviso bloccherà il centro e sfavorirà le attività commerciali del quartiere.

Dunque: conquista di civiltà o scelta sconsiderata? Dal punto di vista ideale, cioè dei principi, Marino non fa altro che seguire la scia dei sindaci delle maggiori città europee, tra cui, come abbiamo visto, Delanoë: invita a ripensare lo spazio urbano in un’ottica sostenibile e quindi a riconsiderare l’utilizzo di una porzione di città carica di significati simbolici. In questa prospettiva, difficile non condividere un sentimento, che è poi una necessità pratica, di rinnovamento radicale dell’ambiente (e del paesaggio!) urbano. L’impianto ideale deve però essere applicato. E applicato ragionevolmente, altrimenti l’intelligenza che si vorrebbe esprimere, diffondere e praticare diventa inefficienza ammantata di ambientalismo.

Mi spiego: se si libera dal traffico automobilistico la zona adiacente ad uno dei monumenti più conosciuti al mondo (per la gioia dei turisti, dei ciclisti e dei passeggiatori) ma poi si ingolfa il centro storico dello stesso numero di automobili, vaganti alla ricerca di un parcheggio che non c’è perché la nuova viabilità ha eliminato una quantità considerevole di posti auto, il beneficio ottenuto non sembra valere i costi. Ad ogni modo, questo lo lascio dire agli esperti di viabilità urbana, alcuni dei quali si sono tuttavia già espressi in termini negativi.

Quel che però è difficilmente contestabile sono i dati. Roma è la capitale europea col più alto tasso di motorizzazione: ogni 1000 abitanti ci sono 699,2 automobili (a Berlino ce ne sono circa 300 ogni 1000 abitanti), mentre sul territorio comunale circolano più di 3 milioni di veicoli. Ciò significa che i romani sono fortemente legati all’utilizzo dell’auto per spostarsi in città e forse anche – ma non solo – per la scarsa copertura del territorio urbano da parte dei mezzi pubblici (a Roma ci sono 3,7 fermate di metropolitana ogni 100 kmq, contro, ad esempio, le 41,2 di Milano o le 16,2 di Napoli; ed evito di segnalare i dati delle città europee). Oltre alla copertura, il sistema metropolitano presenta evidenti problemi anche in termini di accessibilità: nel 2011 si rilevava infatti una contrazione dei posti/kmq addirittura del 9,4%. Siamo quindi evidentemente (e non serviva questo post per constatarlo) ben lontani dagli standard europei.

Inutile andare avanti, i dati sono eloquenti ed innumerevoli. Queste sono le pressanti questioni da risolvere e i casi di Parigi, Berlino ed altre importanti città europee lo testimoniano. A Roma occorre un piano ed occorre la disponibilità dei cittadini ad accettare i cambiamenti, che però non devono essere soltanto idealmente affascinanti ma devono avere dei requisiti tecnici capaci di venire incontro alle esigenze della città.

In attesa che Marino decida di seguire pienamente le orme dei colleghi europei e presenti un serio piano di incontro tra le intelligenze, ci ritroviamo a sperimentare una viabilità discutibile, che, probabilmente, quando verrà settembre e la città riprenderà a lavorare a pieno regime, ne farà vedere delle belle. In attesa che Marino decida di far seguire la progettualità agli slogan e ai provvedimenti ad effetto, vediamo i nostri ambientalisti  esultare per la pedonalizzazione di qualche chilometro, senza neanche un grammo di emissioni in meno.

Va bene, nel frattempo, godiamoci la passeggiata. Ma ricordiamoci che senza un progetto e senza la disponibilità ad accoglierlo non andremo da nessuna parte. Insomma, continueremo ad essere Fori imperiali, ma dentro provinciali.

Un minimo di senso della realtà

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In estrema sintesi: secondo me quando si parla di una città che è stata amministrata per cinque anni da uno come Gianni Alemanno, e dopo il primo turno ci si trova di fronte al bivio tra riconfermarlo e eleggere uno come Ignazio Marino (pur con tutti i limiti suoi e del partito da cui proviene), far passare il messaggio che uno vale l’altro è un’alzata d’ingegno completamente priva di senso logico.
Non stiamo parlando di un parlamento nazionale, sul quale un ragionamento del genere ci sta, ma dell’amministrazione di una città: una città importantissima che rischia di precipitare definitivamente nella merda e restarci chissà quanto, o che alternativamente può diventare meglio, non so quanto ma obiettivamente meglio. A tutto beneficio (piccolo particolare) delle persone (persone, perbacco) che ci vivono dentro, e che attualmente sono costrette a pattinare sul limite della decenza.
Via, un minimo, ma proprio un minimo dico, di senso della realtà.

Il Daspo in politica

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Ieri sono venuti a cercarmi due agenti della polizia di Roma capitale (la polizia municipale) – la badante di mia nonna s’è pure spaventata – ma non hanno lasciato detto niente né la notifica di una multa o di un atto giudiziario. Poi mi è venuto in mente quanto era successo lunedì scorso quando con altri compagni radicali eravamo andati alla seduta dell’Assemblea capitolina (il consiglio comunale di Roma) dove stanno votando in questi giorni il nuovo statuto comunale.

Ma occorre fare ancora un passo indietro. Era maggio dell’anno scorso, il 17 per l’esattezza che poi è la giornata mondiale contro l’omofobia, quando abbiamo portato in Campidoglio quasi 8 mila firme di cittadini romani che chiedono a Roma Capitale di riconoscere le unioni civili cioè le famiglie di fatto e trattarle al pari delle famiglie basate sul matrimonio per quanto riguarda l’accesso ai servizi e alle attività di competenza del comune.
Alla campagna era legato questo blog: Teniamo famiglia.

E’ faticoso per chi legge e per chi scrive ricordare ancora una volta: che l’Italia è tra le poche democrazie a non avere una legislazione nazionale sulle unioni civili; che il Censis nel suo recente rapporto definendo la famiglia in Italia perno della comunità nazionale parla di diversi “format” familiari e commenta che «le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa »; il parlamento europeo «contro le definizioni restrittive di famiglia che hanno lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli»; le sentenze della corte di cassazione e della corte costituzionale che chiedono di fatto un intervento legislativo che garantisca il “diritto alla vita familiare”; infine “la più bella costituzione del mondo” come direbbe qualche comico. Quindi tagliamo qui questa parte.

Gli 8 mila cittadini che hanno firmato hanno avuto fiducia nel fatto che le istituzioni a cui si rivolgevano utilizzando uno strumento di partecipazione popolare lo prendessero in considerazione così come previsto dallo statuto comunale che prevede l’obbligo per il consiglio di calendarizzare, discutere e votare le delibere di iniziativa popolare con almeno 5 mila firme entro sei mesi dal deposito.

Questo significa che se invece di impiegarci tre mesi c’avessimo impiegato tre mesi e un giorno per raccoglierle, ci avrebbero detto “Ci dispiace, non siete nei tempi. Lo statuto parla chiaro!”
Noi nei tempi invece ci siamo stati ma ora sono passati quasi dieci mesi dal deposito, tra poco più di un mese il consiglio non lavorerà più avvicinandosi il momento delle elezioni comunali e la delibera con le 8 mila firme sta in fondo a qualche cassetto.

Allora lunedì scorso siamo andati alla seduta del consiglio che sta discutendo il nuovo statuto di Roma, abbiamo ascoltato per circa tre ore e, quasi alla fine della seduta, mentre un Onorevole (a Roma i consiglieri comunali ci tengono a farsi chiamare così) del Pdl  parlava del nuovo statuto come della carta fondamentale della città e bla bla bla… gli ho fatto presente che lo stanno già violando spudoratamente.

Apriti cielo! Quattro parole di richiamo alla legalità statutaria sono bastate a far scattare il presidente dell’assemblea Marco Pomarici che mi ha espulso dall’aula e ha ordinato alla polizia municipale di allontanarmi. Di fronte al fatto che rimanevo seduto al mio posto tra il pubblico il presidente ha sospeso la seduta ed è venuto a urlarmi in faccia che dovevo uscire dall’aula, gli ho risposto che in quanto primo degli 8 mila firmatari il mio posto era lì, che non mi sarei spostato e che i lavori li stava impedendo lui e non io. Evidentemente la ferita al senso della legalità e dell’onore del presidente è stata tale che non poteva finire così.

I due agenti infatti sono tornati oggi per notificare al sottoscritto “trenta giorni di interdizione all’ingresso all’Aula Giulio Cesare a decorrere dal 7 marzo 2013” quanto al motivo si dice solo “in relazione ai fatti accaduti durante la seduta del 4 marzo” e si richiama l’articolo del regolamento che consente al presidente di “prendere provvedimenti di esclusione dall’aula nei confronti di cittadini che si siano resi responsabili di tumulti durante le sedute del consiglio”. Una specie di Daspo , il divieto preventivo ai tifosi facinorosi di assistere a partite di calcio, applicato alla politica.

Sono riuscito a scatenare un tumulto restando seduto. Sono soddisfazioni.

Vizi Capitali: Ira (in Delegazione)

in società by

Succede che devo andare all’estero con la mia famiglia, e per questo devo procurare alle mie due figlie dei documenti di identità validi per l’espatrio (sarà il loro primo contatto con la dimensione surreale della burocrazia). Approfitto del fatto che le scuole sono chiuse tre giorni per le elezioni e vado alla nostra delegazione; sono in effetti al mio secondo tentativo, ho già tentato il blitz in un tranquillo sabato di paura, nel quale ho dovuto constatare che da qualche anno la Delegazione rispetta scrupolosamente lo Shabbat.

Colpa mia, certo, che non ho consultato il sito prima di imbarcarmi nella prometeica impresa, ma lasciate che spieghi perché: pur odiando gli assurdi formalismi burocratici, comprendo che è praticamente impossibile sfuggir loro. Per questo, quando si tratta di doverli scalare, perdo la necessaria lucidità, sostituendola con con un atteggiamento magico – fatalista, del tipo, non perdo tempo sul sito, ma vado con le bambine e tutto, vedrai che andrà tutto bene, tornerò vincitore. Ennò.

Ci accompagna mia madre, che si associa al gruppo per la compagnia, anche se si rivelerà un asset strategico svolgendo per il team l’imprescinbile ruolo di “testimone”: senza di lei, avrei fallito nuovamente l’impresa. Siamo dentro la delegazione: F. ha deciso che fa davvero caldo, per cui si libera velocemente di cappello, sciarpa, giubbino e maglione, in modo tale che un secondo dopo sono già un attaccapanni vivente. Quando finalmente chiamano il nostro numero, ho dovuto già penare non poco per impedirle di sdraiarsi sotto le poltroncine, dove si aggirano minacciosi obesi “gatti” di polvere, e ho appena gestito il primo dei due falsi allarmi-pipì: inutile corsa al bagno (delle donne) tre piani più su, attraverso corridoi indeterminati in cui si alternano blizzard e monsoni (F. è sempre senza maglione, e si prenderà sicuramente qualcosa).

Ovviamente, ci tocca l’impiegata della postazione all’angolo, che avevo guatato con terrore fin dal momento in cui ho messo piede nella sala d’attesa. E’ l’Anziana, sarà lì dentro almeno dalla guerra dei Trent’anni. Ha un viso enorme, quasi totemico, occhiali con la catenella d’oro che rimangono stabili sulla sella del naso grazie al ritmico tic con il quale la Signora è in grado di muoverli all’insù senza dover ricorrere alla mani piccole tozze e macchiate, che possono proseguire a compilare scartafacci e selezionare con precisione uno o l’altro dei suoi timbri di era prebellica.

Mi chiede dei soldi per moduli decorati da disegni di colori acidi, sopra i quali a quanto pare ci si attende che scriva testi insensati, secondo cui chiedo a qualcuno di certificare che le mie figlie sono le mie figlie eccetera. La signora mi dà istruzioni sommarie, ma non fa differenza, credo di avero detto, ho un blocco per certe cose, e, come potrà confermare mia moglie, in ogni caso faccio fatica a capire le istruzioni. Per cui sbaglio. Sorrido imbarazzato, tentando la carta della mia naturale affabilità, e confidando nella eventuale benevolenza di Nessie, ma lei, con il testone piegato all’indietro mi scruta liquida da dietro il doppio schermo del vetro divisorio e delle lenti degli occhiali: “Ma le avevo detto di fare così…”, mi rampogna, più delusa che seccata – e mi trovo a sperare di non dover cacciare un altro deca per un nuovo foglio coi i pupazzetti della Repubblica sopra. Sbuffa, ma da fedele servitrice dello Stato, si rimette all’opera, verga brusche rettifiche sul foglio e passa alla fase due.

Guai in vista: per fare il documento dei minorenni occorre ovviamente la delega del coniuge non presente presso l’ufficio cui si fa richiesta, corredato da fotocopia del suo documento. Il guaio è che qui le domande sono due, e a quanto pare, anche se mater unica est, occorrono DUE fotocopie. La signora, se possibile, è ancora più delusa per la mia incompetenza, ma questa volta sono io che perdo le staffe, e mi esce dalla bocca una frase molto brutta: “Lei mi vuol far credere che in un ufficio pubblico non avete una fotocopiatrice?”. Eh sì, l’ho combinata grossa. Ora la signora è veramente arrabbiata e mi sfida a singolar tenzone: “Ma lei li legge i giornali? I tagli e bla bla bla…” O-Mio-Dio: ora rispondo, guarda che lo faccio… e infatti rispondo: “A me di questo non frega niente, se vuole vado fuori a fare una fotocopia io, se è una cosa così fuori dalla sua portata”.

Ecco, proprio quello che ci voleva: una delle celebri mosse autolesioniste del papà – equivalente, nel caso di specie, ad dare del fesso ad un lottatore di sumo che ti tenga lo scroto ben stretto nel pugno, pronto a stringere. E infatti. La signora, le cui gote giallastre sono divenute rosee dal piacere di poter vessare questo singolare esemplare di cittadino più masochista che irresponsabile, letteralmente gode mentre scandisce: “Ecco, bravo, se esce sulla destra c’è appunto una copisteria”. Ora che ho fatto il maschione, non mi resta che andare fino in fondo, dimostrando che per me è una bazzeccola, anzi un divertimento andarmene per un quartiere che non conosco a cercare un posto in cui elemosinare una fotocopia che, con una leccatina di culo, avrei forse convinto il Cerbero a fare nel suo stupido cubicolo.

C’è un altro colpo di scena, quando entra in gioco il nostro testimone, la nonna, la quale, poverina, va in giro con una fotocopia del documento, anziché con l’originale. Il sistema nervoso della signora, a riposo da lustri, sperimenta un secondo orgasmo a pochi minuti di distanza dal primo quando può dirle che, “purtroppo”, il documento deve essere in originale. Mi sento ancora una merda per quello che ho detto alla santa donna che mi ha partorito, la quale, ridotta all’altezza di un paio di centimetri, si difendeva come poteva spiegando che il folle suggerimento veniva dal carabiniere che ha raccolto la sua ennesima denuncia di scippo (qualche giorno dopo la morte di mio padre). “Ma mamma, secondo perché sui Carabinieri circolano un sacco di barzellette?”. Che stronzo sono.

In ogni caso, madido di testosterone come sono, provo a trovare una soluzione: la nonna andrà a casa a recuperare il suo documento originale, e tornerà in Delegazione. Peccato, sibila la signora, che l’ufficio sia chiuso, e che quindi, qualsiasi cosa abbiamo in mente di fare, dovrà accadere dopo la pausa pranzo, ovvero alle ore 14:00. Provo a chiedere se io e le mie figlie almeno possiamo essere rilasciati, e, mercé apposita procura, chiedere alla nonna, che deve comunque tornare, di ritirare le carte di identità delle mie figlie. E qui arriva il capolavoro: “No, dobbiamo consegnarle all’interessato”. Vorrei piangere, davvero. Ora il mio peccato capitale preferito non è più la lussuria, ma l’odio, una forma di odio così bollente come può essere quello che deriva dall’impotenza.

Così, mesti mesti, spediamo la nonna a casa, e noi ce ne andiamo da Mc Donald a sfondarci di hamburger e patatine fritte. Alle 14:01, ritiriamo i documenti, anche se ovviamente essi passano dalla feritoia dello sportello direttamente nella mia borsa, senza che le titolari lo degnino di uno sguardo (e meno che meno ci giochino). E la cosa più strana è stata provare una soddisfazione per aver sbrigato in tre ore una faccenda che in un paese civile sarebbe stata gestita in pochi minuti: tale è stato l’investimento di risorse emotive… Deve essere per questo che in Italia siamo ancora tanto affezionati alle nostre inutili cartacce: ci costa troppa fatica conquistarcele.

Dice che ‘sta fontana è vietata ai minori

in talent by

di Andrea Barbati

Parlare della “Roma nascosta” non vuol dire necessariamente fare riferimento a luoghi normalmente poco accessibili o comunque distanti dai nostri itinerari quotidiani, e con un pizzico di conoscenza e uno sguardo più attento, persino una frequentatissima rotatoria in pieno centro potrebbe infine rivelarci delle sorprese inaspettate. A dimostrazione di ciò prenderemo il caso della fontana di piazza della Repubblica, così evidente e conosciuta alla vista di ogni automobilista romano, con la certezza che la prossima volta riuscirete davvero a guardarla sotto una luce completamente diversa (e se dicessi “luce rossa” non sarebbe comunque un azzardo). Ad ogni modo, trattandosi di una trafficata rotatoria, il consiglio che vi do è di approfondire solo una volta che avrete parcheggiato il mezzo, per evitare di trasformare la vostra curiosità in un fuoripista automobilistico sotto i portici di piazza della Repubblica.

La storia di questo ardimentoso monumento ha inizio nella seconda metà dell’Ottocento, in concomitanza con le vicende che sancirono la tanto agognata fine del potere temporale dei Papi sulla città eterna. A quel tempo Papa Pio IX, evidentemente poco preoccupato per la piega che stavano prendendo gli eventi, pensò bene di distrarsi ulteriormente occupandosi dell’imponente ristrutturazione dell’antico acquedotto “Marcio”. A conclusione dei lavori l’acqua venne molto modestamente ribattezzata “Pia” e la relativa mostra, in realtà piuttosto sobria e semplicistica, venne infine collocata presso l’attuale piazza dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini (per chi ancora non lo sapesse, quando parliamo di “mostra dell’acqua” non facciamo riferimento a una cessa incontrata in piscina o alla compagna di un mostro marino, ma bensì a quel genere di fontana monumentale progettata come “esposizione celebrativa” dell’acqua trasportata a Roma attraverso gli antichi acquedotti). Il sarcastico popolo di Roma, consapevole della fine che avrebbe fatto il Papa di lì a poco, si espresse a tal proposito coniando lo slogan da stadio “acqua Pia, oggi tua domani mia”, e infatti appena dieci giorni dopo l’inaugurazione, con la presa di Roma attraverso la celebre breccia di porta Pia, si pose trionfalmente la parola fine alla lunghissima monarchia papale con la definitiva annessione di Roma al regno d’Italia. Nel pieno fermento da rinnovamento edilizio che seguì alla proclamazione della città come capitale di Italia, si decise infine di ricollocare la mostra nella rinnovata Piazza Esedra, dove venne dunque costruita l’attuale nuova fontana. Anche in questo caso l’opera risultò piuttosto spoglia e così, in occasione della visita dell’imperatore di Germania a Roma, si decise di sistemare in via temporanea quattro leoni di gesso agli angoli della vasca a puro scopo decorativo. Un pò come tirare fuori il servizio buono quando viene l’ospite importante.

La svolta finale si ebbe nel 1887 con l’approvazione del progetto di un tale Mario Rutelli, il quale decise di rivoluzionare l’aspetto della fontana con l’allestimento di quattro colossali gruppi bronzei. Se il nome dello scultore vi fa pensare a un tale Francesco, alle sue ossessioni per passi e sottopassetti e a un’insopportabile moglie tuttologa da salotto televisivo di serie B, ebbene sì, Mario Rutelli era proprio il bisnonno del nostro “beneamato” ex sindaco di Roma (del quale preferisco senza dubbio la versione di Guzzanti). I quattro gruppi progettati dal Rutelli architetto che possiamo ammirare oggi sui quattro lati della fontana stanno a rappresentare le quattro ninfe dell’acqua, ognuna caratterizzata dall’audace accostamento alla bestia marina di riferimento. La ninfa degli Oceani che doma un cavallo (sarà per i cavalloni?), la ninfa dei laghi alle prese con un cigno e le ninfe delle acque sotterranee e dei fiumi rispettivamente e voluttuosamente sdraiate su una specie di lucertolone e un serpente marino. Da lì il nome di “Fontana delle Naiadi”. Immediatamente scoppiò lo scandalo: i loro corpi nudi e bagnati, le pose lascive, gli sguardi sfrontati, fecero all’epoca enorme scalpore, e per lungo tempo la fontana rimase coperta da uno steccato in attesa di delibera. Ovviamente ciò non fece altro che aumentare la curiosità degli abitanti dei rioni il cui continuo via vai contribuì ad accendere ulteriormente lo scandalo. Il modo migliore per descrivere il clima dell’epoca è riportare lo snobissimo commento di un consigliere comunale dell’ala più conservatrice di influenza papalina, che con l’appoggio dei quotidiani vaticani così tuonava in riferimento alle Naiadi: “….non ninfe inebriate dall’acqua, ma ciociare ubriache di cattivo vino nelle pose più dimostrative”. Un genio.

A rompere gli indugi ci pensarono infine gli studenti con un’inaugurazione coatta (nel senso di forzata, ma forse pure un pò coatta) nel primo giorno di carnevale del 1911, il tutto con il beneplacito di un comune allora felicemente progressista e non ancora soggetto alle influenze clericali. Un gesto che rappresentò la vittoria della libera espressione artistica, del moderno laicismo, ma soprattutto della cessazione di una sterile polemica del cazzo, arte in cui da sempre in Italia siamo impareggiabili maestri. Ma l’opera non era ancora completa e solamente al trascorrere di undici lunghi anni venne proposta dallo stesso Rutelli un’integrazione con un ultimo armonizzante elemento centrale: tre tritoni in lotta con un delfino e un polipo. Tale delirio da rissa sottomarina non mancò ancora una volta di stimolare la fantasia dei romani che decisero di battezzarlo “il fritto misto”. La copia temporanea realizzata in malta venne così relegata nei giardini di Piazza Vittorio e ancora una volta le Naiadi furono lasciate da sole. A quel punto il Rutelli, forse esasperato dopo le tante polemiche, o più probabilmente con un atto di consapevole ironia che rasentava il colpo di genio, optò per una soluzione di impatto che avrebbe messo tutti d’accordo, ninfe soprattutto. Ecco quindi ergersi sul gruppo il poderoso Glauco mentre stringe un guizzante delfino, simbolo della dominazione dell’uomo sulla natura. In poche parole un possente uomo nudo con un grosso pesce in mano, da cui si eleva lo schizzo principale dell’intera coreografia acquatica. Potremmo speculare per ore sui doppi sensi dell’opera e sugli effetti ambigui che ci regalano i diversi punti di osservazione, ma a toglierci di impaccio ci pensa questa volta il Sor Capanna, celebre cantastorie romanesco che con la sua lirica appassionata applicata allo stornello, così ci serve la sua giusta conclusione:

C’è a Piazza delle Terme un funtanone
che uno scultore celebre ha guarnito
cò quattro donne ignude a pecorone
e un omo in mezzo che fa da marito.
Quanto è bello quer gigante
lì tra in mezzo a tutte quante:
cor pesce in mano
annaffia a tutt’e quattro er deretano.

E con questo momento di altissima poesia vi lascio sperando che al prossimo giro di rotatoria a piazza della Repubblica riuscirete infine a “vedere” quel qualcosa di più di questa bellissima fontana.

Il giorno che sono arrivati…

in scrivere/società/ by

… nessuno se n’è veramente accorto. Erano molto simili a noi, quasi uguali direi, se non fosse per un piccolo dettaglio: gli uomini portavano dei calzini rosso acceso sotto i completi classici gessato blu scuro. Le donne, invece, collant colorati sgargianti molto Sixties abbinati a deliziosi abitini vintage a trapezio che lasciavano scoperte quasi del tutto le gambe dritte e tornite. Tutti, ma proprio tutti, avevano un piccolo neo sulla guancia destra, proprio vicino alla bocca.

La loro navicella era atterrata vicino a Trigoria, in una notte di maggio che profumava di erba e roba simile. Unico testimone, un cane con una zampa aggiustata male, che, comprensibilmente incuriosito, li vide uscire dal portello a coppie e disperdersi nella campagna romana. A star lì, si sarebbe potuto pensare ad una sfilata di moda. Gli uomini si assomigliavano tra loro e così pure le donne, ma ad impedire la perfetta omogeneità erano sempre tre particolari del loro aspetto fisico e/o del loro modo di vestirsi. Eh sì, proprio come quel giochino “trova le differenze” utile ad ammazzare il tempo durante un lungo viaggio su una freccia moscia delle Ferrovie dello Stato.

Dato che erano tanto simili a noi, solo un po’ più belli, un po’ più smart, fu difficile per noi rendersi conto del pericolo che correvamo: li si poteva ammirare in modo più o meno sfacciato, per quel loro essere così fighetti ed attraenti, ma mai si sarebbe pensato al rischio che rappresentavano, che rappresentano ancora in effetti, per quelli come me: in fondo quei 24 abitanti di 3c5ta51, a piede libero per il Lazio, erano pur sempre alieni, e dagli stranieri ci si può aspettare di tutto. Sono venuti qui a fare danno, a scopare le nostre donne e rubarci il lavoro, ad umiliarci con la loro bellezza, è un film già visto.

Vi starete domandando, forse: hanno qualche lancia laser? Leggono i nostri pensieri? Hanno altri super-poteri pronti ad essere usati per piegarci e/o sterminarci? Niente di tutto questo. Sono, come dire, normali in tutto e per tutto, mangiano, bevono, trombano, cacano come noi, se non fosse per il fatto che hanno una grave forma di intolleranza al malumore altrui.

Ce ne accorgemmo quando, il 27 maggio, una di loro attraversò via Ostiense in mezzo ad un gruppo di umani insonnoliti e frettolosi. Un automobilista giocava alla “roulette romana” con il gruppetto appiedato. Alla fine dovette rassegnarsi e fermarsi per evitare di travolgere, tra gli altri, una ragazza minuta al quinto mese di gravidanza. Il viso dell’uomo sprizzava collera e odio per tutti loro, ed in particolare per quella bambolina panciuta. Sfortunatamente, il suo sguardo incrociò quello di una di loro, Azelia. Il malumore di quell’uomo sporco e peloso la colpì allo sterno come un uppercut, ma lei fu svelta a riguadagnare il controllo, passando al contrattacco in un amen. Lo guardò molto male, e completò altezzosa l’attraversamento della strada, navigando mordida e fluida come un cammello sulle sue gambe agili ed eleganti fasciate di nylon viola trasparente. Il tipo della macchina rimase circa quattro ore nella stessa posizione in cui Azelia lo aveva sorpreso, con quella stessa smorfia infastidita, frustrata e violenta. Dopo mezz’ora, quando ormai l’occlusione dell’arteria stradale provocata dalla macchina bloccata aveva sclerotizzato un paio di quartieri, lo tirarono fuori a forza, rigido come uno stoccafisso. Lo appoggiarono su una seggiola tondeggiante di trattoria, mentre aspettavano l’ambulanza, che arrivò in pieno stile romano, circa quaranta minuti più tardi.

Il solo 27 maggio si registrarono 64 vittime nella sola zona urbana: tassisti lamentosi, spazzini insoddisfatti, mogli anorgasmiche, bambini con migliaia di doppioni non commerciabili dell’album degli animali, tecnici informatici fanatici dell’open source, studentelli sbarbati e saccenti, feticisti dell’auto al rito di passaggio del primo graffio, amministrativi burlati da bilanci spernacchianti che non quadrano mai, impiegati sussiegosi ed occhialuti dell’Agenzia delle Entrate convinti di fare il bene del paese vessando i poveri cristi, signore “bene” insoddisfatte della stiratura del grembiule a righe della filippina, ristoratori che si lamentavano delle imposte sul reddito (mai pagate)…

Finirono, tutti, in ospedale con le funzioni vitali ridotte all’osso. Si sarebbero ripresi, certo, ma non sarebbero stati più gli stessi. Una volta usciti dal coma, che tendeva a protrarsi per un numero di giorni direttamente proporzionale alla qualità e alla quantità del rancore provato nella loro vita pre-paresi, si sarebbero guardati intorno con un sorriso che sbrodolava sana dolcezza.

Usciti dal coma, li di solito fissavano per ore un particolare insolito, “una busta della spesa vuota che si agitava nel vento senza mai toccare terra”, ad esempio, oppure uno scorcio di cielo romano tempestato di antenne televisive che si contendevano lo spazio artistico con la maestà paciocca di una schiera di candidi nembocumuli. Al punto che al neurologo gli prendeva un colpo, dato che pensava ad una ricaduta.

Ma poi si scioglievano ed uscivano camminando sulle loro gambe sul viale del Policlinico, amando ogni dannata foglia secca per terra o svolazzante che fosse, sentendo l’asfalto vibrare come se fosse scosso da un boato dub a frequenze impossibili: percepivano ogni singola cellula del loro caldo sangue, godevano intensamente della loro ritrovata salute come della nuova sanità, appagati dalla benedizione suprema di essere in vita, ma allo stesso tempo vogliosi di averne ancora, di quella vita.

E poi si prendevano un caffè al baretto dell’ospedale, sfidando con il sorriso sulle labbra un piccolo esercito di batteri (alcuni dei quali seriamente pericolosi), ridendo da soli: al pensiero di quanto fosse stata minuscola e meschina la loro vita, a quanto avessero reso angusto e claustrofobico il loro orizzonte mentale emotivo sessuale culturale fino alla data del loro improvviso ricovero. E quindi tornavano alle loro occupazioni, con serità faconda, spargendo tutt’attorno il loro sorridente camminare sul filo dell’acrobata, come fosse quella porporina che per giorni ti ritrovi addosso, e poi ti tocca spiegare alla moglie che no, non sei stato in un locale di Schicchi l’altra sera.

I ricoveri aumentarono fino a toccare qualche migliaio. Poi si registrarono le prime guarigioni. Dopo qualche mese di allarmi e ipotesi via via sempre più demenziali, perfino i giornali la smisero di fare terrorismo, limitandosi per una volta ad un resoconto serio ed obiettivo di ciò che stava effettivametne accadendo a Roma attraverso testimonianze dirette. Fu così che tutti capirono, e molti addirittura cambiarono. Come un virus debellato da vaccinazioni massive, il malumore finì per rintanarsi nel suo speco buio, lasciando la strada ad un assurdo clima di amore, simpatia e tolleranza. Per questo, noi della Brigata Brontolo, siamo rintanati quassù, con le nostre copie de “Il Fatto Quotidiano” ed alcuni poster di Marco Travaglio. Non dite a nessuno che ci avete visto, eh?

Una birra all’aperto

in politica/società by

Poi, a un certo punto, succede che la città di un sindaco che si è fatto eleggere puntando tutto sulla sicurezza, e che in ragione della sicurezza ha governato a colpi di ordinanze impedendo ai cittadini di bere per strada, di andarsene in giro a torso nudo e di svolgere altre pericolosissime attività, finisce nella “morsa dei casalesi” che la stanno accuratamente dividendo in zone “con la forza del brand”.
Di tal che, si direbbe, il risultato finale della vicenda è più o meno questo: la libertà dei cittadini è diminuita, ma insieme ad essa è diminuita pure la sicurezza, in un fantastico modello in cui la gente ci rimette due volte e buonanotte al cazzo.
Ora, io mi domando: è possibile considerare non dico positivo, ma vagamente passabile, il mandato di un sindaco che ha ottenuto questo popò di risultato proprio sul tema che fu il pezzo forte della sua campagna elettorale? Inoltre: se Alemanno dovesse ricandidarsi tornerà a puntare sulla sicurezza della città e sui mille progetti (sic) che avrebbe in testa per migliorarla? Ma soprattutto: nel frattempo, già che a quanto pare il problema sono i casalesi e visto che il tempo è ancora mite, non è che noi poveri cristi potremmo almeno farci una birra all’aperto?

Grillata mista con granchio

in economia/giornalismo/politica by

Oggi siamo monotoni, ma le cose van dette. Possibilmente vere.

Sul blog di Beppe Strillo campeggia lo sfottò dei Sindaci-star che sgomitano per andare in Parlamento e farci tutti fessi, loro. Le prima dieci righe sono una invettiva pirotecnica che culmina trionfalmente nel catartico “è tutta una presa per il culo”. Figuriamoci, signora mia, se la conclusione poteva essere diversa.

Mammagari fosse la conclusione. Segue invece la dimostrazione della tesi “i Sindaci governano male”, articolata più o meno come segue:

  • argomento 1: i Sindaci governano male perchè i Comuni hanno debiti alti. FALSO: l’importo del debito non ci dice niente sulle capacità amministrative del Primo Cittadino, così come nessuno si sognerebbe di verificare le capacità di un manager sulla base del valore assoluto del debito dell’azienda, come abbiamo cercato di spiegare qualche post fa. L’indicatore di performance utile sarebbe, piuttosto, un indice di solvibilità di breve e di medio-lungo termine
  • argomento 2: quando il debito cresce, aumentano le tasse e diminuiscono i servizi. FALSO: intanto l’importo del debito nel 2011 non ci dice nulla sull’andamento del debito negli anni precedenti. Magari è diminuito, magari no. L’autore dà per scontato che sia aumentato e che questo (presunto) aumento sia l’origine di tutti i mali. Macchè. Abbiamo già spiegato che “un ente che funziona adeguatamente e che non ha problemi riesce a ripagare i costi connessi al passivo con i ricavi generati dall’attivo”, come un lavoratore non scriteriato riesce a pagare senza problemi le rate del mutuo e gli interessi passivi se ha pianificato adeguatamente il flusso delle sue entrate e non ha fatto il passo più lungo della gamba. In breve, è possibile che l’aumento del debito causi nefaste conseguenze, ma la causa non è mai il debito in sè bensì il rapporto tra passività e attività.

Insomma la grillata mista produce certi strafalcioni che uno finisce per dubitare anche della tesi iniziale: ma è poi vero che sti Sindaci governano male? La risposta è per lo più sì, ma certo non può essere agomentata con un tabellone pescato a caso sul Sole24Ore da cui si evincerebbe che il Sindaco di Roma Alemanno è praticamente un eroe dal momento che la Capitale si posiziona in àfondo alla classifica del debito pro-capite.

Peccato che il valore assoluto del debito della Capitale sia undici volte quello riportato e, pur diviso su un fracco di abitanti, surclassi il debito procapite della prima in classifica Torino.

La ragione di questo granchio è il fatto, sconosciuto ai più, che il debito precedente il 2008 è stato scorporato dai bilanci della gestione corrente del Comune perchè messo sotto l’egida di un Commissario governativo ancora in carica, per quel poco che ci è dato sapere grazie al dossier di due dirigenti dell’associazione Radicali Roma. Questo in grazia di un unicum giuridico che ha aggirato le norme del TUEL in tema di dissesto finanziario per consentire all’attuale Sindaco di fare come se nulla fosse e per salvare la faccia ai Sindaci precedenti, chè nessuno è così imbecille da pensare che un debito di miliardi sia stato prodotto dall’ultimo sindaco, vero?, ma si tratta di una misura sufficiente a risanare la drammatica situazione del bilancio della Capitale solo sulla carta.

Le altre carte, quelle che ci direbbero davvero qualcosa sullo stato finanziario di Roma Capitale, sono secretate e inavvicinabili anche con una regolare richiesta di accesso agli atti: ma qui toccherebbe aprire quei capitoli noiosi del libro della democrazia italiana, quello della trasparenza delle istituzioni, del ruolo (mancato) dell’informazione come watchdog delle politica, del consenso comprato capillarmente attraverso gli enti locali e le municipalizzate.

Ma perchè farlo, quando si può tranquillamente sembrare seri gridando Al debito! Al debito! con la profezia “è tutta una presa per il culo” che, puntualmente, si autoverifica.

 

 

Manca solo il coprifuoco

in politica by

Vediamo se ho capito: siccome non si è in grado di reprimere adeguatamente la sparuta minoranza di cittadini che compie dei reati dopo aver consumato sostanze alcoliche, si vieta a tutti -e quindi anche alla stragrande maggioranza dei cittadini che non hanno mai commesso alcun reato- di bere dopo le ventitré; con ciò sottraendo ai secondi qualsiasi motivo valido per uscire di casa -a che pro andare a farsi un giro se non ci si può neanche fare una birra al fresco?- e perciò consegnando la città nelle mani dei primi -se uno non si fa scrupoli a stuprare una donna, figurarsi a violare un”ordinanza comunale-, i quali saranno liberi di compiere le loro imprese senza avere tra i coglioni l”intralcio delle persone perbene; il tutto, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, causando un notevole danno economico agli operatori del settore e quindi alla crescita del PIL, di cui in un periodo di crisi come questo ci si riempie la bocca un giorno sì e l”altro pure.

Insomma, per ammazzare definitivamente questa città manca solo il coprifuoco.

Coraggio, sindaco Alemanno, lo proclami. Ci dia il colpo di grazia.

Si vede a occhio

in politica/società by

Uno degli argomenti che più rimbalzavano oggi sui vari social network è stata la partecipazione del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla ronda nottura antilucciole. Rimbalzava un po’ perché effettivamente farsi fotografare sulla moto nera nera a mo’ di Dark Knight renderebbe ridicolo chiunque tranne Christian Bale, un po’ perché ormai Alemanno (come il PD, Domenico Scilipoti, Daniela Santanché, Fausto Bertinotti, Sara Tommasi e Antonio Cassano) “fa ridere” a prescindere. Penso si chiami “perdita di credibilità”, quello strano fenomeno che interessa ogni essere umano che inanella una serie di minchiate (a parte Silvio Berlusconi).

Ma stiamo divagando.

Il punto è che grazie a questo tam tam, sono arrivato alla galleria di foto che Repubblica.it ha avuto la cortesia di pubblicare. Quella che mi ha colpito di più, al di là di quelle di spirito coreano in cui il potente di turno guarda con lo sguardo serioso dipendenti pubblici che lavorano, è la seguente

dove possiamo vedere quattro ragazze che vengono condotte in un furgoncino.

Immagino che tali ragazze siano state condotte in quel furgoncino in quanto prostitute. O, quanto meno, perché si presume che siano prostitute. Perché sono quattro, e credo sia un po’ difficile supporre che tutte e quattro, nello stesso momento, siano state colte in flagranza di reato. In effetti, se stai girando di notte per le strade di Roma con quel tipo di abbigliamento, o stai andando a Roma Vintage oppure ti stai prostituendo, è difficile immaginare altro.

Eppure, io dico. Ma è possibile privare della libertà personale, seppur per poche ore (almeno, spero siano solo poche ore, purtroppo non so quale sia l’iter di questo tipo di azioni), una persona solo su delle supposizioni? A parte la mia scempiaggine su Roma Vintage, seriamente, queste ragazze sono state colte in flagranza di reato? O sono state davvero sbattute in un furgone solamente perché abbigliate in modo discutibile e ferme di notte al lato di una strada?

“Vabbe’, dai, ma è evidente cosa stavano facendo. C’era davvero bisogno della flagranza del reato? Si vede da come sono vestite, dal fatto che si trovano in un luogo dove non dovrebbero stare”.

Ah sì? Beh, se la mettiamo su questo piano…

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