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Roma

A Roma hanno privatizzato la democrazia

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Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Hillary and roman Olimpiads

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Dear Hillary Clinton,

How stai? Congratulazions for vincing the nomination. You puoi become the first donna che fa the Presidente, anzi the Presidentess, ‘tacci yours, sei brav!

Pur noi make elections these days, Hillary. In two weeks we have the ballottag in many cities and soprattutt a Milan e Rome.

But Milan is not important, this time, because we are candiding the stessa person. And infatti, non tutti know that Sala and Parisi are la stessa person but con sdoppiament of personalità che si crede di esser two different persona, Sala and Parisi appunt.

But Rome is much più important because we are candiding two persone very different: Virginia Rays and Roberto Little-Jackets, which is come sceglier between a martellata in the dents and un kick in the coglions. And poi because a Rome we are discussing super important things.

And infatt, Hillary, you must know that a Rome we are concentrand on the priorities. No, not the fact che Rome is commissariat or che in the streets ci son buche grand come the Como Lake, that when rains you can swim. No, Hillary, nemmen that Rome has a public transport che manco a Baghdad dopo i bombardaments.

Hillary, these are minor things: at Rome we discuss the Olimpiads, invece! Roberto Little-Jacket wants le Olimpiads and dice che le Olimpiads will create più posti di lavoro di tutta la Cassa del Mezzogiorn. Lui and Matthew Renzi pure dicono che se i Five-Stars win le Olimpiads non si make. Virginia Rays dice che she wants the Olimpiads but pure che she non wants them. Louis Di Maio says that we want le Olimpiads only if Five-Stars win the elections: but certament!

Insomm, we only talk about the Olimpiads qui: this is the priority. And allor dear Hillary: we are very delusi that in your first discors after nomination you have not said anything su this important matter. But what we frega of America, and the war and Wall Street se first you non parl di Olimpiads? Verament, Hillary you don’t know le priorities. You ci devi dire what to do with Olimpiads. You want them? You don’t want them? You want a referendum?

Tell us, Hillary. Sennò how we know that you are able to be Presidentess?
Thank you!

Perché Virginia Raggi è il candidato meno inadatto a governare Roma

in politica by

La mia dichiarazione di voto per il sindaco di Roma l’avevo già fatta in tempi non sospetti e quanto successo in questi mesi non mi ha fatto cambiare idea: domenica entrerò nella mia cabina elettorale, prenderò un bel respiro e metterò una bella x sul nome di Virginia Raggi. E lo farò perché, nonostante condivida buona parte di quanto riportava il mio compare Francesco, c’è il non trascurabile problema che in questo momento le alternative siano di gran lunga peggiori.

E quali sono queste alternative?

  • CaltagironAlfio Marchini: la volpe sindaco del pollaio
  • Giorgia Meloni: Alemanno 2, Electric Boogaloo
  • Stefano Fassina: Fassina chi? Il viceministro del governo Letta che finché è stato nella squadra vincente ha votato la qualunque e col nuovo capo si è scoperto alfiere delle masse sfruttate? Quello che ha formato un partito con più parlamentari che elettori?
  • Roberto Giachetti: Giachetti si potrebbe pure votare se non avesse il lieve inconveniente di non esistere. Candidato in primarie farsa contro gente praticamente raccattata per strada, Giachetti è l’anti-Marino per antonomasia: simpatico a tutti, farà esattamente quello che gli viene detto di fare senza alzate di ingegno o velleità personalistiche (e mi fa morire dalle risate chi si straccia le vesti perché la Raggi risponde solo a Grillo come se Giachetti non rispondesse solo a Renzi). È l’uomo perfetto per gestire l’esistente se non fosse per il piccolo particolare che l’esistente è una fogna a cielo aperto.

Purtroppo l’attuale situazione romana è tale che affidarsi ad una qualsiasi delle suddette persone non solo non risolverebbe il problema ma anzi lo acuirebbe in quanto tali persone sono esse stesse il problema: sono espressione più o meno diretta del (perdonate l’autocitazione) “blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana”. Potrebbero forse avere i mezzi per tentare di migliorare la situazione ma di certo non ne hanno la volontà.

Per tutto questo in questo momento non c’è alternativa a votare un sindaco 5 Stelle: perché il loro essere estranei a tutto questo rappresenta l’unica speranza per questa città*. Diamo dare loro modo e tempo di acquisire quell’esperienza utile a essere un’alternativa di governo credibile e vediamo se saranno capaci di diventare un soggetto politico vero invece del branco di scimmie urlatrici che sono stati finora.

*Non è esattamente vero: i Radicali sono la perfetta sintesi di competenza e estraneità al malaffare di cui Roma avrebbe un disperato bisogno e semmai Riccardo Magi si candiderà a sindaco lo voterò col veleno. Nel frattempo la next best thing è la loro lista per il consiglio comunale nella quale troverete anche qualche nome noto ai frequentatori di questo blog. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

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La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

in politica by

Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione. Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.

Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?

La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.

Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte? Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?

La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.

E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Metilparaben.it

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

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Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Breve elegia del supplì

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A Roma si mangiano i supplì. Sicuramente è un fatto noto di per sé, ma sulla mia pelle è una scoperta recente, perché qui si trovano davvero agli angoli di strada, nelle pizzerie al taglio che si ripetono piastrellando quasi ogni via della città. Il supplì è essenza della romanità verace, è sintesi di una cucina completamente ed esclusivamente italiana, un boccone che racconta opulenza nella sua povertà: riso, pomodoro, mozzarella, la panatura. Ingredienti classici, che appartengono alla tavola quotidiana e alla memoria (lo so, lo so, la retorica della memoria in cucina, non se ne può più, però è cosa vera); etica ed estetica del recupero, ché il supplì nasce col riso avanzato, che viene condito e fritto per dargli nuova vita.

Il supplì è il cibo da passeggio prima che diventasse street food, prima che l’orda di conformismo gastronomico rendesse fighetto e svuotato tutto ciò che era figo di per sé, con bisogno di poco altro. Racconta la storia saporita delle preparazioni classiche, cui si perdona la pesantezza – e talvolta l’anacronismo – in favore della golosità. Il supplì funziona anche per questo: ne basta uno, non serve abbandonarsi alla scorpacciata. È il complemento al pasto perfetto, lo spuntino ideale. Placa la fame e la gola, ma con soddisfazione. E poi, si mangia con le mani, come le cose più buone.

C’è profumo di forno e di fritto, in proporzione aurea. Ne ordino uno, costa un euro. Un euro, capite? Neanche il fastidio di avere resti e spicciolame, solo un euro: la perfezione! Doratura croccante, rossa perché il pomodoro già fa capolino. Il primo morso è quello rivelatore, quello che racconta la storia del telefono: se la mozzarella è in quantità e posizione corretta, bocca e supplì saranno collegati da un filo del telefono fatto di mozzarella filante, lunghissimo e profumato. Il secondo morso è quello della golosità: cuore centrale, più mozzarella, sapidità che esplode, segue l’acido del pomodoro e tutto è tenuto insieme dalla grassezza della panatura. Quindi, croccantezza. Il terzo morso è quello della soddisfazione, c’è il fondo, ancora più croccante – dove la panatura è concentrata e più bruna – e qui arriva un sentore bruciato, e poi naturalmente le dita appena sporche dell’olio che è trapelato dal fazzoletto.

Sono bastati tre morsi, ma c’è ancora grande persistenza. Un profumo che rimane e un sapore ancora intenso. Sorso d’acqua, e possiamo tornare alla realtà.

Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

in politica by

Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

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Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Quella sottile differenza tra un sindaco e un minatore

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Sulla questione Meloni candidata sindaco di Roma pare che molti non abbiano chiaro che nella vita non tutti i mestieri sono uguali. La stragrande maggioranza delle persone è impiegata in attività per cui è sostituibile da un’altra senza troppi sconquassi (minatore, postino, camionista, casellante, cassiere al supermercato, etc.). Per questi lavoratori non ci sono tendenzialmente problemi ad organizzare il congedo parentale visto che è possibile assentarsi qualche mese, sia per le donne che per gli uomini, senza che cambi nulla dal punto di vista operativo (un po’ meno da quello economico, ma questo è un altro discorso). Poi ci sono mestieri intermedi, in cui il fatto che un lavoratore che diventa genitore si assenti è problematico perché non perfettamente sostituibile, ma con un po’ di organizzazione affrontabile. Penso a chi fa il medico, l’insegnante o il capo ufficio. Sono tutti mestieri in cui serve continuità ma esistono più persone che possono ricoprire un dato ruolo. Per questi mestieri, come per quelli sopra, la presenza fisica del lavoratore è importante se non indispensabile (un medico non può visitare da casa, per capirci).

Esiste poi una terza categoria di mestieri, che poi sono più che mestieri. Sono ruoli che possono essere ricoperti da pochissime persone. Ruoli in cui personalità e leadership contano più della presenza fisica. Fare il sindaco di una grande città è un ottimo esempio, come lo sono fare il ministro, l’amministratore di un’impresa, il rettore di un’università o il pontefice (vi ricordate Giovanni Paolo II? Avesse fatto l’impiegato lo avrebbero mandato in pensione di invalidità anni prima della sua dipartita). Per questi ruoli, l’esperienza accumulata conta più delle possibili limitazioni dettate da una condizione personale. Inoltre, gravidi o meno, in questi ruoli la capacità di saper organizzare la propria azione è ciò che conta davvero. A riprova di questo, basti pensare a quanti sindaci incapaci di delegare bene, nonostante la mancanza di utero, abbia avuto Roma negli anni. Si può ritenere che Giorgia Meloni, pur potendo garantire un impegno fisico minore rispetto a quello che avrebbe potuto garantire se non fosse stata incinta, la miglior candidata per la destra? Questione di opinioni. Io personalmente penso di si’, nel senso che la ritengo molto più valida di qualsiasi altro sulla piazza, non solo di Bertolaso. Se poi verrà eletta, organizzerà la sua vita familiare di conseguenza. Sospetto pure che la cosa le risulterà più semplice rispetto a chi gode di molta minore attenzione mediatica e molte meno risorse economiche. Infine, non stupisce come siano spesso quelli che hanno più da perderci da questa semplice distinzione (leggasi: individui più mediocri della puerpera in oggetto, ma per loro fortuna sprovvisti di utero) a disquisire di come sia essenziale per una donna organizzare la maternità come dicono loro.

L’ARTE DELL’INCLUSIONE

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Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

Sulle spiagge il PD inventa il partito “double-face”

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Premessa: non vi fate ingannare dal fatto che parlare di Ostia dà un po’ l’idea di occuparsi di un fatto locale, periferico, marginale.
Non è affatto così.
Intanto perché Roma è la capitale, e quindi il suo affaccio sul mare, come dire, ha una certa importanza; ma soprattutto perché quello che succede a Ostia, l’intreccio ormai inestricabile tra politica, malaffare e criminalità, è emblematico dei problemi di tutta Roma, che a loro volta sono emblematici dei guai di questo povero paese.

Allora, a Ostia (tra le altre cose) accade più o meno questo: le concessioni balneari, quelle che vengono date ai gestori degli stabilimenti, sono perlopiù nelle stesse mani da decenni; e molti di quelli che le detengono, non paghi di averle e di poterle utilizzare pagando spesso canoni irrisori e chiudendo (illegalmente) il mare a orario come se si trattasse del loro negozio, negli anni hanno commesso abusi edilizi e ambientali di ogni tipo senza che nessuno alzasse un dito per dir loro alcunché.

Quando questa roba (che i radicali denunciano da anni, by the way) ha iniziato a venir fuori dopo il commissariamento del municipio di Ostia per mafia, a Roma è iniziata la consueta corsa a chi strillava più forte e si indignava, in nome della legalità, contro la criminalità che si era impossessata del litorale: una corsa (e come ti sbagli) capeggiata dal PD, in particolare nella persona del senatore Stefano Esposito, nel frattempo nominato Commissario del partito nel municipio.

Ora, per carità, strillare non è di per sé un’opzione censurabile: a patto, tuttavia, che quello che poi si fa non dico coincida perfettamente, ma perlomeno vada nella stessa direzione degli strilli; altrimenti, come suol dirsi, la sensazione è quella di essere presi allegramente per i fondelli.

Ebbene, ieri i deputati del PD (lo stesso partito di quelli che strillano, per capirci) sono riusciti nell’impresa di dare proprio quella sensazione: dando il via libera senza colpo ferire a un emendamento alla legge di stabilità in base al quale i provvedimenti amministrativi (leggasi: revoche) relativi alle concessioni balneari sono sospesi fino a settembre del 2016.

A questo punto, comprensibilmente, uno si chiede: qual è il PD che si candida a governare Roma? Cioè, quale dei due? Quello che strilla per la legalità oppure quell’altro, che continua imperterrito a fare favori agli stessi contro cui ha smesso di strillare un minuto prima?
Sapete com’è, sarebbe interessante saperlo.
A meno di non rassegnarsi all’idea che i nostri amici democratici abbiano avuto un’alzata d’ingegno di quelle geniali, così innovativa da lasciare tutti a bocca aperta: quella di opporre al “partito liquido” entusiasticamente propugnato dai loro avversari un assai più elegante, stiloso e pratico “partito double-face”.
Ne converrete, è roba che si trova solo nelle migliori boutique.

Generatore automatico di immagini proiettate su San Pietro per il Giubileo

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Per l’apertura del Giubileo straordinario su San Pietro sono state proiettate suggestive immagini ispirate all’Arca di Noè e alla bellezza del Creato, con un effetto scenico di grande impatto.

Tuttavia, sono state a nostro parere omesse alcune meraviglie che non possiamo risparmiarci dal segnalare.

Ecco allora cosa abbiamo sognato di vedere proiettate sulla facciata di San Pietro.



Fare refresh per ottenere nuove meraviglie del Creato proiettate su San Pietro per il Giubileo

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

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Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

Once upon a time in Rome

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Nel narcisismo esasperato di Marino c’è, bisogna ammetterlo, una certa dose di eroismo. E gli eroi, si sa, sono per loro stessa natura degli idioti.

Come un Giapponese sull’atollo sperduto in attesa degli Yankee a guerra finita, al pari un Dodo ostinato che non vuole cedere alle fauci dell’estinzione, il Nostro ha voluto allungare un piedino sul baratro e tastare il terreno, per poi ritirarlo subito dopo. Un superuomo nietzschiano traballante, esempio di ostinazione disperata e assolutamente autoreferenziale. Come se tutto questo avesse un senso…anzi, forse un senso c’è: il piacere stesso della futilità.

Nella logica mercenaria della politica italiana, il gesto di Marino ha il gusto romantico dell’onore d’antan, quell’epica imbecille perfettamente raccontata da Ridley Scott ne I duellanti: uno scontro senza fine in cui la figura dell’antagonista si fonde completamente con quella del personaggio principale, tanto quello che davvero conta è il delirio guerriero in sé, l’affermazione dell’ego sull’ego stesso.

Il balletto è parte integrante di questa poetica: non ci può essere un assalto finale, suicida, se prima non ha luogo una ritirata parziale. L’eroe china la testa, esita persino, prima di gettarsi in una mischia il cui unico risultato non può essere altro che la disfatta totale. Il cliché in questo modo è rispettato, e per un attimo anche la più delirante delle insensatezze assume i toni e le sfumature della grandeur postuma: Roma deve bruciare affinché Nerone venga ricordato.

Quel che rimane sono ovviamente solo ceneri, d’altronde è su polvere e resti fossili che certe azioni si fondano. Achille, cretino supremo, cerca la morte gloriosa in battaglia pur sapendo che la sua anima marcirà nell’Ade esattamente come quella dell’ultimo degli Achei: la cocciutaggine eroica è figlia di se stessa, gli ideali tutt’al più vengono dopo, in un secondo momento, per giustificare a posteriori decisioni che erano state prese da tempo.

In tutto ciò, Marino ha perso qualsiasi credibilità politica nel momento stesso in cui si è deciso a entrare nella dimensione incerta della narrativa. Continueremo a parlare di lui e il suo nome sarà sulla bocca di tutti, ma quello che ora rimane non è più una persona reale, un individuo concreto dall’indubitabile spessore istituzionale (se non altro per il ruolo che ricopre), bensì un semplice personaggio, una marionetta avviluppatasi inconsapevolmente nei propri fili.

E come per tutti i personaggi, ce lo ricorda il poeta Nazim Hikmet, l’obbligo dell’azione viene ben prima del significato delle scelte intraprese: “non c’è niente da fare, Don Chisciotte,/niente da fare/è necessario battersi/contro i mulini a vento.”

Roma e la teoria della fenice

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Nel bel post di El Presidente su Roma si traccia una cronologia degli eventi, una loro interpretazione, e una conclusione. Fin qui tutto bene.  Poi il crollo:

“peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie”

L’ idea, molto comune, ha accarezzato a volte anche me: fare tabula rasa e ricostruire, rimuovendo i peggiori e liberando la società da chi la “opprime”. Le cose, purtroppo, vanno spesso molto diversamente. Detta banalmente: si rimuove Pahlavi e arriva Khomeini. L’ANP con Fatah è corrotta? Ecco che arriva Hamas. E dopo Eltsin, incapace e corrotto, fu il turno di Putin.

Oppure, banalmente, succede che il sistema istituzionale regge, come accadrà verosimilmente a Roma, e allora la rabbia che vuole distruggere tutto ed è ancora disposta ad intrupparsi verrà canalizzata dietro qualcuno che, state certi, avrà interesse a installarsi in cima alla monnezza per arraffare tutto l’arraffabile. Ma una città di tre milioni di persone, una Capitale, non muore neanche così: può agonizzare a lungo, distruggere la vita di chi ci abita, destabilizzare la vita politica di un Paese. Ma l’evento catartico, voluto o non voluto, non arriverà mai.

A margine, la mia impressione è che il gruppo di individui peggiore in assoluto per raccogliere questo sentimento sia quello che gira intorno a Giorgia Meloni. La quale, peraltro, ha bisogno proprio di questo clima per vincere.

Fossi nel caro Presidente, invece di inseguire improbabili fuochi purificatori, proverei a chiedermi se c’è qualcosa da salvare, o qualcuno che fa qualcosa che valga la pena sostenere. La mia impressione è che ci siano entrambe le cose, ma ovviamente mi si dirà che è facile parlare quando non devi prendere la metro a Roma tutte le mattine.

 

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

“Marino dimettiti!”, tra miseria e nobiltà

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È in atto, proprio mentre scrivo, un sapido psicodramma, di quelli in cui l’accezione di pietoso assume la sfumatura della misericordia più che dello scherno. È il canto del cigno di Ignazio Marino, che spegne la propria goffa carriera da sindaco (chissà quella da politico, se mai ci sia stata, che fine farà) travolto dall’unica cosa con cui si può travolgere il niente: il niente a sua volta.

Marino è diventato nelle ultime settimane il parafulmine ultimo di qualsiasi problema cinga la Capitale in tempi recenti: da quelli enormi, irrisolvibili, ai più ridicoli. Un tiro al bersaglio che è riuscito a trasformarsi, nel sentimento suscitato, dalla rabbia iniziale ad una lenta, morbida tenerezza, mano a mano che ci si rendeva conto del fatto che il Sindaco è, di fondo, materia inerte. È forse su questo che andrebbe attaccato, nella sua mediocrità non cattiva, compassata, mai sotto né sopra le righe, ma comunque colpevole. È la medietà dell’uomo che nasce piccolo e diventa minuscolo, sovrastato da un mondo che non gli appartiene, in cui inciampa continuamente. È la sua incomunicabilità, la sua incapacità di spendersi mediaticamente, di non risultare inopportuno e ingenuo, di non mostrare il fianco senza saper reagire, di non sapersi guardare dai nemici e soprattuto, come sempre, dagli amici compagni di partito. E dunque mi sta bene, Marino dimettiti, ma non perché i ventimila euro, l’inchiesta, il malaffare, la mala gestione, l’immobilismo. Dimettiti perché non è roba per te.

La politica (quella romana, poi!) non è sport in cui bastano cuore e coerenza, è una disciplina che non perdona chi adopera la leggerezza dell’autoconvincersi di essere dalla parte giusta, solo perché – forse, in effetti – lo si è. È vero che la politica locale è amministrazione,  problemi concreti, è ordinanze e interventi mirati, roba che insomma un chirurgo sentirebbe propria, ma qui siamo a Roma. Qui la linearità non esiste, e si gioca in serie A: ognuno è pronto a farti le scarpe, senza troppi riguardi, alla prima occasione utile. Non basta essere onesti: bisogna essere accorti. Accorti non solo per salvarsi le penne, ma per poter ottenere un qualche risultato diverso da quello di vedersi ricoperti da una colata di cemento. Roma ha bisogno di bravi amministratori che siano bravi politici, e di bravi politici che sappiano amministrare bene la complessità terribile e magnifica della Capitale.

Di Marino, nel suo essersi rivelato –forse– un medio amministratore e un pessimo politico, non possiamo che avere allora un po’ di compassione. Essere sì contenti di un cambio; avere la consapevolezza che è probabile che andrà anche peggio, per com’è popolato l’orizzonte oggi; ma non credere di avere risolto niente, con questo. Marino forse è stato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, è vero: temo però che la soluzione non comparirà aspettando, affacciati alla finestra, che passi l’uomo buono.

Elogio della bestemmia

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Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Oltraggio a Roma?

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Ieri sera la rete ammiraglia della TV di Stato –mai parca di momenti meravigliosi, di quel trash sublimato che diventa magnifico, sfacciatamente brutto e quindi onirico e apprezzabile– ci ha regalato una memorabile puntata di Porta a Porta, con ospite la figlia di Casamonica, quello del funerale cafone, per capirci. Ovviamente è stato uno show: la signora non parla italiano (è italianissima, ma c’è proprio un problema comunicativo grave imputabile all’alfabetizzazione, a occhio e croce) e quel poco che riesce a veicolare è squisitamente surreale, grottesco, permettendo ad un abile e compiaciutissimo Vespa di muoversi tra il tragicomico, il serio e il lisergico. Insomma, un ovvio successo.

Il giorno dopo, com’era ridicolmente prevedibile, ecco che apriti cielo: una levata di scudi da parte di una scuderia di tromboni più o meno lanciati: qualcuno grida che si tratta di “un oltraggio a Roma”, Orfini parla di “errore grave”, Grillo di “servizio pubblico paramafioso”, e insomma basta farsi un giro tra titoli e titoletti di giornale per capire che, alla fine, disturba che la sig.ra Casamonica abbia fatto più share di Renzi. Ora si invoca alle authority di vigilanza, si imbastisce un altro caso, si perde un po’ di tempo e via pedalare alla ricerca di una soluzione ad un problema che non c’è.

Niente di strano, infatti, in tutta questa vicenda. Si è trattata questa faccenducola del funerale dei Casamonica, una questione d’immagine, brutta immagine senza dubbio, ma pur sempre immagine, come un caso nazionale. L’eco mediatica è stata enorme, imprevedibile: è giusto o no cavalcarla? Mi sembra che Vespa abbia avuto la giusta intuizione, da navigato animale dell’infotainment qual è, e cioè che al pubblico di Porta a Porta interessa una trasmissione a metà tra un prodotto d’informazione e un colorato tendone da circo. Lui ce la serve, noi decidiamo se gustarcela, nulla di complicato.

Il vicesindaco di Roma, che chiede le scuse della Rai alla città, non dovrebbe allora prendersela tanto: per problemi come questi si può in piccolo cambiare canale, e in grande privatizzare la Rai e lasciare libera lei da condizionamenti politici, e liberi i telespettatori dal canone e da questo teatrino. Nessuna di queste soluzioni, tristemente, sembra poter essere adoperata per la Capitale in caduta libera. Forse è in questo, di oltraggio a Roma, che avremmo bisogno della verve polemica del vicesindaco.

Zingari poverissimi

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Stanno rimbalzando nelle ultime ore di sito in sito le immagini del funerale di Vittorio Casamonica, uno dei capi dell’omonimo clan romano che dagli anni ’70 gestisce una buona fetta del racket capitolino (usura, droga, turbativa d’asta, ecc.). A colpire sono la fastosità del rito e lo sperpero di denaro in quella che appare come una vera e propria apoteosi postuma – nonché una certa spudoratezza da parte dei presenti nello sventolare il passato criminoso del defunto.

Un caso tristissimo fra tanti nell’Italietta dei padrini coppoliani al limite della parodia, se non fosse per l’origine etnica – termine complesso e rischioso ma che per il momento prenderemo per buono – del fu Vittorio Casamonica: questi, come la maggior parte degli appartenenti del suo clan, è un Rom italiano, o per meglio dire un Sinto, di provenienza abruzzese.

Sinceramente, non so se (e quanto) il gruppo familiare di Casamonica abbia conservato della lingua e di certi aspetti “tradizionali” delle realtà sinte italiane (su questo temo consiglio di leggere le belle etnografie di Leonardo Piasere), ma pare certo che esso tuttora mantenga, sebbene all’interno del variegato universo romano, quel che in antropologia viene definito un “regime endogamico”. Ovvero, i Casamonica negli anni hanno continuato a sposarsi con persone provenienti da altre famiglie sinte.

L’esclusione dei Gagé (ovvero i non-Sinti) dal sistema matrimoniale rende abbastanza chiara l’idea che i Casamonica, in termini di costruzione dell’identità, hanno di se stessi. Non sappiamo se si definiscono Sinti, ma di sicuro agiscono come tali attraverso l’esclusione matrimoniale dell’alterità sinta per eccellenza – i Gagé.

Tutto questo per dire che quando si fanno considerazioni generaliste sul rapporto rom-criminalità (come quella che ad esempio trovate qui) bisognerebbe tenere in considerazione non solo le realtà extra-urbane dei cosiddetti campi nomadi, ma anche quelle completamente inserite nel tessuto urbano, sociale e politico delle grandi città – ma non per questo meno rom, meno “zingare”. Affermare quindi che gli ZINGARI rubano perché sono poveri ed emarginati – equazione facilona che nel suo manicheismo non lascia spazio alle riflessioni – significa ignorare (volutamente e ipocritamente) una parte del mondo rom che, evidentemente, delinque non certo per problemi di povertà.

Attenzione, non sto dicendo che i Casamonica delinquono perché “destinati a-” in quanto zingari. Non si tratta qui di evocare le presunte tare razziali e/o culturali di lombrosiana memoria che tanto piacciono ai cretini della Lega. È questione piuttosto di fare attenzione ai termini di insieme che si usano nell’analisi di complicatissime realtà socio-antropologiche: se i Casamonica, come ho cercato di dimostrare poco fa, sono tanto zingari quanto gli abitanti dei campi nomadi, perché escluderli dai ragionamenti sul rapporto rom-criminalità?

Altrimenti, dal buonismo al salvinismo il passo è brevissimo.

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

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