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Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

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Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

Perché i “safe space” fanno paura

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Due aneddoti e un commento.

Primo aneddoto. Ricevo una mail da due rappresentanti degli studenti del mio college (University of Cambridge), responsabili della palestra privata ad uso dei membri. Ci ricordano che è tassativo rispettare le “women only hours”, anche laddove dovesse apparire che nessuna donna stia utilizzando la sala in quel momento. Fanno presente che la presenza di uomini potrebbe scoraggiare l’uso della palestra da parte di alcune donne. Aggiungono che: “Durante le women only hours, i membri donna hanno la libertà di richiedere con cortesia ai membri maschi di lasciare la palestra.” E concludono così: “Il nostro obiettivo è di massimizzare l’uso della palestra tra TUTTI i membri del college, trasformandola in un posto dove ciascuno si senta felice e al sicuro”. Alla mia richiesta di spiegazioni, rispondono che questa nuova policy – che ignoravo – “was instituted in response to a majority feeling in college”.

Secondo aneddoto. Biblioteca del dipartimento di filosofia, stesso ateneo. Cerco un libro, lo trovo. Lo apro. Alla prima pagina, trovo questo volantino. Trascrivo qui il testo:


 

Written by yet another White Man

Dear Rational Man,

Think your privilege won’t affect your theorising?

Think again.

I don’t pretend to be a conduit of pure reason and nor should you. Your background beliefs, so-called “intuitions” and scope of inquiry are informed and limited by your historically- and socially-situated perspective. Instead of pretending that this isn’t a problem, and claiming that I am politicising Rational Inquiry, and thereby subjugating The Truth to my feminist agenda, confront your prejudices – however implicit – and consider how they may have affected your work. Because “common-sense claims” and “self-evident truths” are themselves often far from politically neutral, and philosophical deliberation has historically served to rationalise the subjugation of large subsections of society.

With strictly platonic love,
a concerned feminist xxx”.


Non voglio soffermarmi sul contenuto del volantino, che confesso di non capire fino in fondo. Mi sembra un testo grossolano, condito di affermazioni scontate, gergo propagandistico e alcune falsità.

Noto però che l’enfasi è sulla necessità di passare al vaglio le presunte “affermazioni di senso comune” e “verità auto-evidenti”. Credo, forse ingenuamente, che questo sia esattamente ciò che contraddistingue, da sempre, la buona pratica filosofica e scientifica, al netto dell’ovvietà per cui ogni ricerca è inevitabilmente calata in un contesto storico, con tutti i suoi limiti tecnologici, culturali, politici.

Trovo abbastanza ironico, invece, che il genere di retorica che permea il volantino e che sta imponendosi specialmente nel mondo accademico anglo-americano sembra essere mosso da uno spirito moralizzatore che è esattamente contrario a un simile, e benemerito, scetticismo metodologico. Sfidare i propri pregiudizi è cosa sacrosanta, così come lo è lavorare e battersi attivamente contro tutte le discriminazioni. Mi domando, però, quanto del loro stesso discorso politico i sempre più numerosi e rumorosi attivisti della affirmative action siano disposti, ugualmente, a rimettere al vaglio della critica aperta e priva di pregiudizi. La risposta mi sembra: molto poco. Al contrario, le soluzioni che più spesso si sentono proporre all’interno di questi circoli comprendono pratiche come l’auto-segregazione, la censura, l’imposizione del riequilibrio a scapito della stessa relativizzazione al contesto storico e sociale che loro, per primi, invocano.

Il primo aneddoto che ho riportato è un piccolissimo ma inquietante esempio di quello che intendo per auto-segregazione. Il piccolo fatto segue perfettamente la retorica, questa sì diventata “common-sense claim” nelle università angloamericane, dei cosiddetti safe space. Luoghi fisici (stanze, edifici, spazi del campus) o simbolici (l’università) nei quali le persone dovrebbero essere al riparo da qualunque forma di offesa, discriminazione o, con un termine diventato piuttosto popolare, “micro-aggressione”. Quest’ultima è una parola sufficientemente vaga da includere pressoché qualunque cosa. Ciò che è peggio, che cosa si qualifichi come micro-aggressione viene fatto dipendere dalla sensibilità – necessariamente idiosincratica e personale – dei singoli o dei gruppi. Finisce così che diventi tollerabile, persino normale o auspicabile, che una maggioranza (o presunta tale) decida per l’esclusione di un gruppo di persone (i maschi, nel caso dell’aneddoto citato) da uno spazio come la palestra dell’università, presumibilmente sulla base del fatto che la loro presenza è avvertita, dai membri di un altro sottogruppo, come micro-aggressione. Che cosa sarebbe accaduto se quella stessa maggioranza avesse votato per l’esclusione dei grassi o dei calvi o delle ragazze vestite in maniera troppo succinta non è dato sapere. E l’argomento mi pare fin troppo scontato per essere elaborato. Rimane il fatto, ben più grave, che un numero sempre crescente di gruppi (etnici, politici, di genere) rivendichino la necessità di avere a disposizione cosiddetti safe space segregati in cui venga ratificata l’interdizione a membri di gruppi percepiti come portatori di elementi potenziali di disagio.

L’introduzione di safe space, ormai ampiamente riconosciuta e incoraggiata dalle associazioni studentesche ad ogni livello, ha poi come ovvia conseguenza la pretesa sempre crescente di tollerare e incoraggiare la censura. La casistica è già piuttosto ricca. Il New Yorker ha riportato il caso di una docente di legge, ad Harvard, a cui è stato richiesto di evitare di includere nel programma del corso la legislazione riguardante lo stupro, oltre che di astenersi dall’utilizzare il termine “violare” in qualunque accezione (anche nel senso di “violare una legge”). A Oxford un dibattito sull’aborto promosso da una associazione studentesca pro-life è stato cancellato sulla base delle minacciose proteste degli studenti. Piuttosto che ingaggiare una discussione serrata con gli oratori, i promotori delle proteste hanno ritenuto che questi ultimi non avessero diritto di parola sulla base dell’argomento (se così possiamo chiamarlo) che l’evento avrebbe “propagandato la narrativa per cui maschi cisgender hanno il diritto di dibattere e decidere le scelte che le persone dotate di utero possono fare sui loro propri corpi”. I promotori della protesta hanno deciso, senza accettare discussione, che dei maschi non hanno il diritto di parola sull’aborto. E hanno vinto. Il dibattito è stato cancellato. Alla fine del 2015, all’università Goldsmith di Londra, un gruppo di studenti appartenenti alla Islamic Society hanno protestato contro l’intervento dell’intellettuale iraniana e attivista per i diritti umani Maryam Namazie. Lo hanno fatto interrompendola di continuo, alzandosi e camminando nella sala e rendendo praticamente impossibile per lei concludere anche solo una frase. Su YouTube c’è il video integrale del suo intervento, dove si può vedere che nel momento in cui la Namazie prova a chiedere silenzio e rispetto, il riflesso automatico dei disturbatori è invocare il safe space e accusare l’oratrice di intimidazione. Per non parlare, poi, delle richieste di includere trigger warning (una sorta di etichette per contenuti ritenuti sensibili) a margine delle opere di autori come Ovidio, Dante e Scott Fitzgerald.

Quest’ultima cosa mi sembra sia indice della totale incapacità di riconoscere che il contenuto delle opere dell’ingegno umano sono inevitabilmente calate nei pregiudizi del contesto storico e sociale in cui hanno visto la luce. E questo è per lo meno paradossale, visto che – come il volantino ritrovato ci tiene a ricordarci – la necessità di considerare l’accumulazione dei pregiudizi e la loro influenza sul presente in una prospettiva storica è esattamente il punto alla base di queste rivendicazioni.

Mi fermo qui anche se molto ci sarebbe da dire anche sul terzo elemento, ossia la pretesa che si operi al riequilibrio della sotto-rappresentazione di alcuni gruppi storicamente discriminati per via di cosiddette azioni affermative. In altri termini, collateralmente e a discapito dei canali e dei metodi ordinari di reclutamento. Quelli basati su criteri certo non perfetti ma almeno tendenzialmente meritocratici, come gli indici di produttività.

Alla fine di tutto questo discorso, la cosa che più mi spaventa è questa: che di fronte a questa ondata di rivendicazioni violente vada contestualmente erodendosi lo spazio per chi voglia criticare le idee dei loro promotori senza essere, allo stesso tempo, automaticamente squalificato come interlocutore. Si tratta cioè di una retorica gommosa, che si nutre degli argomenti dei suoi critici per provare il suo punto centrale. Ovvero che la fonte ultima della critica sia da ritrovarsi nella posizione di privilegio di chi la elabora, che questa sia storicamente acquisita – come nel caso dei maschi bianchi – o perfino inconsapevolmente introiettata – quando a criticare sono i membri di quegli stessi gruppi discriminati. Una brutta china, mi pare.

Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

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Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

La lista dei razzisti: una barbarie

in politica/società by

Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

Camionisti rumeni, razzisti italiani

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Nell’ennesimo, tragicissimo, incidente estivo, due gemelli di nove mesi hanno perso la vita in A12 in seguito allo scontro tra l’auto su cui viaggiavano e un’autocisterna che trasportava prodotti chimici.

Il conducente del tir è stato denunciato per omicidio colposo, ma solo come atto dovuto da parte della procura, dato che, per il momento, non gli sono state attribuite responsabilità o negligenze gravi. Il camionista non era ubriaco e non ci sono state manovre azzardate. Semplicemente è scoppiato uno pneumatico, probabilmente per l’elevata temperatura dell’aria e dell’asfalto.

Capita, in estate, in autostrada.

Epperò.

Epperò il telegiornale ha tenuto a precisare, a più riprese, la nazionalità del conducente del tir. “Camionista rumeno”, per la precisione. Come se la provenienza dello sfortunato lavoratore avesse qualcosa a che fare con quello che è successo, come ci sia una connessione tra l’essere rumeno e provocare accidentalmente delle morti in autostrada – o con l’esplosione degli pneumatici in estate.

Credo non siano necessari ulteriori commenti. Niente di nuovo sotto il sole di luglio.

Ma la cosa davvero preoccupante è che non parliamo di uno Studio Aperto qualsiasi, che su questo populismo di stampo nazi-leghista ci campa, ma del notiziario di Sky, un canale solitamente serio o perlomeno sobrio. Un’attitudine d’altronde diffusissima in maniera trasversale tra la maggior parte dei notiziari televisivi, giornali e siti d’informazione.  Il che rivela una tendenza tanto subdola quanto preoccupante: l’implicito razzismo dei servizi di informazione italiani.

Detesto il buonismo capriccioliano che inventa spiegazioni socio-economiche dal nulla su fenomeni antropologici estremamente complessi (“gli zingari rubano perché sono poveri ed emarginati”), così come mi disturbano profondamente gli ammiccamenti vigliacchi e reificatori sull’origine nazionale/etnica/razziale di certe persone, come se queste fossero segnate da un ineluttabile destino di perversione e delinquenza.  E trovo la cosa ancora più disturbante dal momento che viviamo in un paese che si nutre di televisione, anzi, un paese costruito sulla televisione.

E se la nostra televisione è razzista, noi cosa siamo?

Zingaro voglio vivere come te

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Da un po’ di tempo su questo blog il buon Alessandro Capriccioli si applica costantemente, direi con cadenza bisettimanale, a fustigare il popolino ignorante che malgiudica gli zingari, o per meglio dire i Rom, per mezzo di pregiudizi razzisti, affermazioni contradditorie e opinioni infondate. Nell’ultimo pezzo, addirittura, si evoca una sorta di stupidità inconscia e collettiva che emergerebbe in un buon numero di individui ogni qualvolta si tiri in ballo la questione della criminalità rom.

Quel che non capiamo, ci avverte Capriccioli, è una realtà invece molto semplice, davanti agli occhi di tutti – quasi banale. I Rom delinquono perché vivono segregati nei campi, in uno stato di “marginalità sociale”.

In tutta onestà, ho la forte impressione che la stupidaggine accusata da Capriccioli ricada ugualmente su coloro che considerano il problema dei Rom come una semplice questione di diritti, una negazione da parte delle autorità costituite – e, più in generale, dalla comunità non-rom – del riconoscimento di uno statuto paritario nei confronti di questo popolo. Insomma, affermare che i Rom commettono crimini perché poveri, marginalizzati e indifesi è altrettanto stupido, banale e pretenzioso quanto affermare che i Rom rubano per via di una qualche imprecisata tara razziale e/o culturale.

Ma di che Rom stiamo parlando? Dei Rom come grande categoria che comprende tutte le genti di lingua romaní? O dei Rom arrivati in Italia negli ultimi vent’anni a seguito della dissoluzione dell’URSS e delle guerra nei Balcani, escludendo così i Sinti, gli zingari stanziati in Italia sin dal XV secolo? Boh. Così come non si capisce bene quali sono i campi messi in discussione, quelli della tanto citata marginalità. Quelli di Roma? Di Bologna? Di Milano? Chissà.

A me sembra che parliamo di una miriade di realtà differenti, a fronte delle quali le diverse autorità locali e le diverse municipalità si rapportano in maniera differente. Il Rom-vittima come status assoluto e trasversale è una categoria assolutamente inesistente quanto i criminali-nati di lombrosiana memoria.

Questa retorica dell’omogeneità non fa altro che alimentare una confusione a beneficio di quelle forze politiche che nelle banalizzazioni ci sguazzano. Il qualunquismo terzomondista di Capriccioli è altrettanto dannoso quanto il razzismo di stampo nazi-fascista di Salvini. Come soluzione all’ignoranza, in maniera quasi omeopatica, si propone altra ignoranza – veleno per veleno.

D’altronde, potrei sbagliarmi. Forse la verità è a portata di mano, proprio davanti al nostro naso – e io sono troppo stupido per afferrarla.

 

Immigrazione: una soluzione finale

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Signori, la situazione è chiaramente diventata insostenibile.

Gli sbarchi di immigrati sono sempre più numerosi, il fatto che siano costretti all’illegalità li rende un’enorme fonte di reddito per la criminalità organizzata, le condizioni degradanti in cui vivono in Italia li portano a diventare (se non lo erano già) criminali e ad abusare di alcool e sostanze stupefacenti. La politica si rifiuta di affrontare la questione in maniera realistica proponendo sparate occasionali in presenza di disastri e ignorando la situazione quanto più possibile. I media, d’altro canto, oscillano tra la costruzione di un clima di sospetto, quando non di paura, e improvvisi rigurgiti di una vacua pietas da riflesso pavloviano.

Eppure la soluzione c’è, ha già funzionato in passato per grandi civiltà ed è parte di una lunga tradizione che, orgogliosamente, ci vede eredi: i giochi gladiatori.

Invece di farli affogare soli e lontano dalle telecamere, reclutiamo profughi e migranti, li addestriamo e li facciamo combattere per il pubblico. Si creeranno una serie di competizioni suddividendo peso, stile di lotta e tipo di match (Team Tag Match, Royal Rumble, Spada, Lancia o mani nude) da trasmettere in alternativa al calcio, o alla formula uno; le fasi di selezione e allenamento diventeranno reality show, il pubblico deciderà la pena degli sconfitti su twitter, siamo già in trattativa con Russel Crowe per apparire come special guest.

So che, come tutte le idee innovative, c’è bisogno di un attimo per apprezzarne tutti gli aspetti ma se mi concedete cinque minuti provvederò ad illustrarvi tutti i vantaggi della soluzione a fronte dei quali i contro risultano pressoché risibili.

Innanzitutto l’aspetto economico: il business plan mostra che, a fronte di una spesa iniziale per le infrastrutture, i guadagni crescono in maniera esponenziale. Pensate ai proventi televisivi, al merchandising, all’esportazione del format in tutto il mondo (gli Stati Uniti si sono detti molto interessati): sarebbe un trionfo per il Made in Italy. Inoltre si creeranno numerosi posti di lavoro (pensate al reclutamento, al training, alla costruzione delle infrastrutture) che abbatteranno la disoccupazione e alzeranno il gettito fiscale.

L’aspetto comunicativo, d’altro canto, potrebbe apparire un po’ ostico ma in verità la GI (Gladiator Initiative) non è che il naturale approdo della strategia mediatica tesa alla disumanizzazione di “negri”, “arabi” e “zingari” che in Italia da anni riscuote notevole consenso (un trend riscontrabile anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) in modo del tutto trasversale: non è un caso che il firmatario della legge che ha inventato i CIE sia stato eletto (due volte) Presidente della Repubblica. D’altronde il concetto di Monkeysphere è chiaro: l’empatia verso queste persone è al più frutto di un senso di colpa individuale del quale il pubblico sarà più che lieto di liberarsi. In questo una grossa mano ci è venuta dai media che negli ultimi anni anni hanno sempre più avallato il concetto che il cosiddetto “razzismo” è null’altro che la coraggiosa espressione di una minoranza che non si piega al politicamente corretto o, in alternativa, un’insieme di esternazioni forse un po’ “fuori luogo” o “sopra le righe” ma scevre di cattive intenzioni.

Tutte le nostre analisi concordano nell’indicare che il mercato (scusate, l'”opinione pubblica”) risponderà positivamente alla GI: l’assenza di empatia verso target quali “negri”, “arabi” e “zingari” è già una realtà, e va solamente innescata inquadrando la questione sotto il corretto punto di vista: il nostro fine è attrarre segmenti di mercato diversificati per creare un sentire condiviso.

Ad esempio, per i più poveri si punterà sul succitato aspetto economico anche sottolineando il risparmio confrontato alle alternative: infatti sia la copertura militare delle coste, tesa all’affondamento dei natanti, che la distruzione preventiva di tutti i porti di Libia, Egitto e Libano è chiaramente troppo dispendiosa ed impegnativa per le nostre forze armate.

Presso le fasce di pubblico più informate sono due gli argomenti da affrontare: da un lato l’inconcludenza delle proposte attuali (ad esempio “Ok, gli abbattiamo le case con le ruspe. E poi? Dove andranno? Tornano per strada a rubare?”) e dall’altro la possibilità di scelta per l’individuo, che, invece di crepare in mare, potrà combattere per la libertà.

Verranno coinvolti nel progetto anche gli attuali residenti nelle prigioni venendo così incontro alle richieste dell’Europa di diminuire la popolazione carceraria: si includeranno gli zingari in questo gruppo in quanto rientranti nel target stabilito ,a prescindere dal fatto che siano o meno “italiani”.

I soggetti non adatti al combattimento potranno essere utilizzati per sperimentazioni mediche: in questo modo si attrarrà ulteriore consenso dal mondo animalista.

Inoltre, tramite selezioni mirate, si provvederà a graziare un (limitato) numero di concorrenti, qualora si convertano al cristianesimo (pare sia un bias che fa abbastanza presa su certe fasce di popolazione): oltre a, chiaramente, accontentare la Chiesa, provvederà ottimo materiale per la programmazione pomeridiana.

Comune a tutti questi argomenti, e pietra miliare della nostra opera di persuasione, è, e dovrà sempre essere, il rifiuto dell’ipocrisia, del buonismo e di tutte le falsità moralizzanti che impregnano la società: a tutti noi, lo sappiamo benissimo, di negri, arabi e zingari non frega nulla, sono quindici anni che non li consideriamo esseri umani e li facciamo crepare senza che ne siamo minimamente toccati, non dobbiamo aver paura di dirlo perché è normale che sia così, è come siamo fatti e non c’è niente di male. E per giunta non c’è davvero alternativa: l’unica soluzione possibile è una soluzione finale.

Sono cose che decapitano

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Inneggiano al duce. Vogliono bruciare vivi gli zingari. Si eccitano a vedere cadaveri di extracomunitari che galleggiano in mare e lo scrivono sui social. Vanno allo stadio per osannare l’ assassino di un ragazzo denigrando con gigantografie imbarazzanti la madre dell’ucciso. Odiano lo Stato. Odiano le tasse, ma si lamentano dell’assenza di ordine, di autorità e di servizi. Odiano la polizia, tranne quando tortura carcerati e manifestanti.

Se gli dici che sono razzisti la metà ti dice di si con vanto, l’altra ti dice no minimizzando il significato e ridicolizzando il termine.

Ad un certo punto scopri che sono tanti, accanto a te e sempre di più. “Mussolini ci vorrebbe per questi negri che ci vengono a rubare il lavoro. Vengono tutti qua. C’è l’invasione. Ma che vogliono?! Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro.” Prova a spiegargli che quelli sono dei perseguitati e disperati che scappano da inferni che noi nemmeno riusciremmo ad immaginare. Che tra la morte certa di restare e quella probabile nel provare a scappare, ogni essere umano sceglierebbe la seconda per puro istinto di sopravvivenza.

Ma appena provi a spiegarglielo ti assalgono inferociti: “ALLORA VUOI L’INVASIONE? PORTATELI TUTTI A CASA TUA IN CENTRO. SEI UN RADICALCHIC CHE NON CONOSCE LA REALTA’.VERGOGNATI MISERABILE. TI VUOI SALVARE LA COSCIENZA SULLA PELLE DI NOI ALTRI CHE STIAMO IN PERIFERIA!!!PENSA AGLI ESODATI CHE VIVONO IN MACCHINA!!!”.

E’ come lo sketch di Corrado Guzzanti “E allora rivolete il comunismo”: il poveretto che attraversa le strisce pedonali viene tamponato e quando chiede all’autista gli estremi per l’assicurazione viene assalito verbalmente con un martellante “E ALLORA RIVOLETE IL COMUNISMO?”.

Razzismo puro. Ma ormai sono accanto a noi. Dettano legge. E’ il mantra che va di moda tra gli scienziatelli della porta accanto che propinano con tono sbrigativista pratiche di razionalizzazione del fenomeno che altro non sono se non forme di bieca discriminazione, sino al giustificazionismo e al forzato ridimensionamento di eminenti politologi e opinion maker, irrottamabili soprammobili del paesaggio televisivo buoni per tutte le stagioni.

Che gli devi andare a dire a questi? Che il razzismo è un sentimento di avversione contro quelle categorie percepite diverse in quanto si ha paura a relazionarsi con qualcosa di sconosciuto? O  il prodotto dell’idea malsana per cui escludendo altri si possa ottenere di più dalla vita, causa paura di non reggere la concorrenza? O perché semplicemente si ha un sadismo interiore da sfogare contro qualcuno in quanto irrimediabilmente e rovinosamente bloccati in una delle fasi sessuali di freudiana memoria che ha comportato uno sviluppo incompiuto e claudicante della sfera caratteriale?

Vagliele a dire queste cose e vedi che ti rispondono. Che non sei connesso con la pancia del paese. Che non cogli i tempi che stiamo vivendo. Minimizzano. Ma poi ti chiedono pure: “E che alternativa proponi?”

Già. Che alternativa propongo? L’integrazione? Appena apro bocca mi oppongono la strage del macete di Kabobo a Milano o quella del marocchino di Terni o l’omicidio della Caffarella a Roma. E poi dovrei difendere le politiche della ministra che fu Livia Turco?

Mi salvo tirando fuori il ragionamento delle conseguenze della dismissione del ceto medio e della piccola borghesia impoverita dalla crisi, con il terrore insopportabile di scendere nella scala sociale, che pur di non mischiarsi con quelli che ha sempre considerato degli inferiori accetterebbe qualsiasi cosa, anche una dittatura o una giunta militare che azzerasse i diritti civili e le garanzie costituzionali?

“Ok. E quindi?”

Ok, i ragionamenti non vi convincono. Ma  questo basta per non proclamarsi razzisti o, al contrario, per sentirsi legittimati ad esserlo?

Nemmeno quello dei Nobraino è razzista.

vvvvvv
I Nobraino, gente che fa il concerto del Primo Maggio, che bazzica scene, luoghi e retoriche alternative, circuiti indipendenti, centri sociali, teatri occupati, spazi autogestiti, culture dal basso. I Nobraino razzisti? Ma stiamo scherzando?! Lorenzo Kruger razzista? Magari qualche atteggio calcolato da coglione. Ma razzista, che diamine. Non scherziamo proprio. Non l’ha scritto lui lo status, l’ha scritto il chitarrista che ha poi chiesto scusa e dato giustificazioni.

“Sono Néstor Fabbri chitarrista dei Nobraino ed autore della frase che equiparava i naufraghi del Mediterraneo a mangime per pesci.(…)Mi occupo attivamente di protezione internazionale dei diritti umani dal 2009, quando ho conseguito la laurea specialistica presso la Facoltà di scienze politiche di Bologna con una tesi dal titolo Politiche migratorie dell’ Unione Europea. Prima di dedicarmi a tempo pieno al chitarrismo ho lavorato presso alcune ONG in Spagna e Francia. (…)”

Ha fatto Scienze politiche a Bologna, lavorato per Ong. Non è certamente un troglodita privo di strumenti culturali o un barbaro xenofobo. Non è sicuramente un razzista. Ha fatto una cazzata? Un’uscita sbagliata? E’ stato vittima degli effetti collaterali di una coglionaggine esasperata e finalizzata a qualche pompino nel backstage? No. Lui ha chiesto scusa per “non essere stato retoricamente capace di indirizzare la sfrontatezza contro i reali responsabili del massacro: gli autori delle politiche migratorie europee.”  Cioè, l’equiparare i morti del mediterraneo a mangime per i pesci è stato un tentativo retorico andato a male in quanto invece di stigmatizzare gli autori delle politiche migratorie europee ha finito “per offendere associazioni, militanti e liberi cittadini pensanti che mettono la loro vita a disposizione dei più deboli”.

Fraintendimenti. Le parole creano malintesi.

Ma io non capisco più tanto bene le cose. Ecco, è come se io, sbagliando forse, in generale percepisco una certa tendenza strisciante che non mi fa impazzire. Tossine che inquinano. Inconsapevolmente.

E’ semplice. Mi arrendo?

E degli extracomunitari che bazzicano arrogantemente nelle nostre strade, di quelli diventati neo ultras da bar che guardano più coinvolti degli autoctoni le partite,  di quelli che guidano strafottenti, ne vogliamo parlare? Li avete mai sentiti ragionare? Sembrano militanti di Forza Nuova. Non tutti certo, non la maggioranza, ma nemmeno una strenua minoranza. A volte ragionano peggio di quelli che li vogliono fare fuori. Reazionari per osmosi, ok. Ci sta. Si, tiriamo fuori sociopsicoantropologia etc etc. Ok, va bene. I meridionali che stavano a Varese e nelle valli bergamasche hanno fondato la Lega Nord. Erano quelli con la ferocia antisud più spinta. Lo si fa per forzare il processo integrativo, ok. Ma allora stiamo pur sempre parlando di INTEGRAZIONE. O mi sbaglio?

Ma che ci posso fare io? Mi viene in mente il De Gregori di Chi ruba nei supermercati: “Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” 

Quanto può essere sterile ed inutile la solidarietà alle vittime di razzismo e xenofobia?

Come me la spiego l’impotenza di non riuscire ad essere incisivo nel far capire agli altri che non ci vuole niente a perdere la dignità?  E quanto è difficile trasmettere il ragionamento che ciò possa in un attimo toccare a tutti?

Me ne esco attaccando Alfano? Renzi? L’Europa che ci tratta come un obitorio abusivo e clandestino? Tiro fuori la storia che nei secoli dei secoli ogni territorio/zona/continente sviluppato ha bisogno del suo serbatoio di sottosviluppo? Che questi nuovi razzisti repressi terrorizzati dall’impoverimento cui vanno inesorabilmente incontro sfogano la loro mancanza di potere  in pensieri di stupri passivi con protagonisti loro e qualche immaginifico aguzzino delle SS? Mi devo andare a rileggere Personalità autoritaria di Adorno, riprendere nelle mani Erich Fromm e tutta la Scuola di Francoforte?

Come lo chiudo questo post?

Utilizzo il suggerimento di Nestor Fabbri per cui “Il mimetismo è diventato la mia strategia: quanto più ci si dissimula sotto i valori e gli ideali opposti, tanto più si ha la possibilità di vincere. Il criterio della forza, dice Nietzsche, è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori contrari e volerli sempre di nuovo. Zarathustra è Zelig!”?

Non lo so.

Al momento, in effetti, sono solo cose che decapitano.

Soundtrack1:‘All my friend’, Lcd Soundsystem

Soundtrack2:‘Vortex’, John Carpenter

Soundtrack3:‘Interstellar’, Hans Zimmer

Soundtrack4:‘Ragazzo’, Litfiba

Soundtrack5:‘My sleeping Karma’, My sleeping Karma

Soundtrack6:‘Konikas’, Soen

Soundtrack7:‘Rains in the desert’, Dead Meadow

Soundtrack8:‘Yesterday’s Blowing Back’ , Dead Meadow

Soundtrack9:‘Il nostro battito del cuore’, Petrol

Soundtrack10:‘Cronache montane’, Pgr

 

 

 

Quindi i rom vanno eliminati fisicamente

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Io non ho alcun motivo di dubitare che gli episodi lamentati dai cittadini di Borgaro siano tutti -drammaticamente- veri; piuttosto, ho più di qualche motivo per farmi una domanda semplice: perché questi episodi accadono?
Ecco, quando si arriva ai perché cominciano i guai: i rom non si vogliono integrare, è la loro cultura, sono fatti così, sono geneticamente delinquenti, non c’è niente da fare.
Sono questi, i perché più “gettonati” delle persone; e a loro, prima che ad altri, verrebbe da chiedere: a prescindere dai problemi innegabili che, data la situazione attuale, questa gente vi provoca, su quali basi vi siete dati queste risposte? Voglio dire: ci sono degli studi in merito? Esistono delle evidenze, anche lontanamente scientifiche, che le cose stiano davvero in questo modo?
Naturalmente no. Non ce ne sono e non ce n’è neppure bisogno, perché tanto “si sa che è così”.
Quelle risposte, cioè, altro non sono che la constatazione dell’esistente: sono comprensibili perché nascono dal disappunto, dal disagio e dalla rabbia, ma la verità è che non vanno a fondo, non spiegano proprio un bel niente, a meno di non voler decidere che sia tornato improvvisamente ragionevole parlare di razze, di predisposizioni genetiche al crimine, di superiorità e inferiorità declinate su basi etniche e compagnia cantando: roba che appena qualche anno fa ha provocato conseguenze che in questa, e in qualsiasi altra sede, sarebbe mortificante dover ricordare puntualmente.
Ebbene, che certe “non risposte” se le dia la gente, che tra l’altro ha i suoi bei problemi per campare, passi.
Ma che la stessa, identica analisi provenga da chi i fenomeni dovrebbe governarli, vale a dire chiedersene le ragioni vere e cercare di risolverle alla radice, lo trovo assai meno accettabile.
In altri termini e per essere chiaro: ritengo che istituire autobus separati per i rom, a Torino così come in qualunque altro posto, non già come misura emergenziale finalizzata a guadagnare il tempo per implementare le necessarie politiche di inclusione, ma ritenendo che quegli autobus siano essi stessi la soluzione del problema, è letteralmente irresponsabile.
Perché il problema, già lo sappiamo, si inasprirà: così come si è sempre inasprito -e la storia parla fin troppo chiaro- ogni volta che la risposta della politica è stata la segregazione.
Ora, gettando lo sguardo qualche metro, qualche anno in avanti, cosa c’è all’orizzonte dopo i campi e dopo la separazione dei bus? Dove credete che conduca, questa spirale, se non all’unico esito possibile dell’esclusione definitiva, della deportazione, dell’eliminazione fisica? Ve ne rendete conto, sì, che è questo il finale ineludibile che state fabbricando?
Be’, allora abbiate se non altro la franchezza di dirlo: sostenere che i rom non possono essere integrati significa affermare, alla lunga, che vanno eliminati. Oppure estinti sottraendo loro i figli e affidandoli ad altri, che poi è un altro modo per ottenere lo stesso risultato: sopprimere del tutto un’etnia perché si è convinti che sia irrimediabilmente “tarata” in ragione di insuperabili questioni genetiche.
Coraggio, ditelo. Non siate timidi.
Poi, con calma, io vi dirò chi mi ricordate.

Gli zingari sono migliori di noi

in società by

Poi, un giorno, ti viene voglia di prenderne due o tre a caso, tra quelli che “sì, sei bravo tu a parlare, si vede che non abiti vicino a un campo, qua la gente non ne può più e tu li difendi pure, proprio bravo”. Prendere due o tre di quelli là, che a volte sono pure amici, persone che stimi e a cui vuoi bene, metterli seduti, offrire loro un caffè e con grande gentilezza chiedere: noi come la prenderemmo?
Noi come la prenderemmo, per dire, se ci fosse toccato in sorte di nascere in mezzo alla mondezza in un posto di merda, e senza fare manco in tempo a sporcare il primo pannolino ci trovassimo catapultati a calci nel culo in un altro posto di merda, in mezzo ad altra mondezza, durante una procedura che risponde al significativo nome di “sgombero” tra urla, pianti, povere cose buttate in mezzo alla strada e manipoli di disgraziati che le raccattano?
Come la prenderemmo, se dovessimo crescere con dei genitori che siccome “non hanno voglia di lavorare” e “tanto rubano” nessuno si fida di farli lavorare, finché non si chiude mirabilmente il circolo vizioso e allora la vulgata che non hanno voglia di lavorare diventa verosimile e il fatto che rubano, inevitabilmente, diventa vero, di tal che tutte le mattine dovessimo alzare il culo, pur essendo ancora dei marmocchi alti così, per procurarci i quattro soldi che servono a dar da mangiare a tutti gli altri?
Come li prenderemmo, gli sguardi scostanti di quelli che passano mentre chiediamo l’elemosina, gli sguardi carichi d’odio di quelli a cui strappiamo un portafoglio o uno zaino perché morire di fame no grazie, gli sguardi spaventosi di quegli altri che zingarella vieni qua, ti faccio toccare qualche cosa che ti piace, tanto dalle tue parti siete abituati?
Come la prenderemmo, se ci toccasse di passare l’infanzia in un postaccio dove c’è solo un filo d’acqua per decine, centinaia di persone, roba che lavarsi non ci si può lavare e allora si puzza, e poi quando si va a scuola gli altri ti schifano perché puzzi finché a scuola non ci vuoi andare più, perché mica è bello entrare in un posto e starsene in mezzo a bambini come te che un po’ ti temono, un po’ prendono per il culo, e ai loro genitori che protestano col preside per mandarci in un’altra classe?
Come la prenderemmo, se fossimo costretti a crescere a forza di espedienti, a vivere in loculi puzzolenti quando va bene e in spiazzi abusivi che puzzano di piscio in tutti gli altri casi, portando abiti smessi, circondati da mosche e polvere e sorci e spazzatura e residenti del quartiere che ci odiano e firmano petizioni, se ci fosse stata negata la prospettiva non dico di un’esistenza luminosa, ma delle gioie banali di una vita modesta, di un segreto col compagno di banco e del primo bacio senza lingua con quella della fila dietro?
Come la prenderemmo, se all’età nella quale le persone normali si affacciano al mondo fossimo già piegati, stremati, rotti a tutto, con in bocca la metà dei denti, la fedina penale che è diventata lunga come un rosario e tra le gambe uno sciame di ragazzini da sfamare, o peggio dai quali essere sfamati?
Come la prenderemmo, se arrivati a quarant’anni ci rendessimo conto che la nostra vita, grosso modo, è finita là, che da quella vita non abbiamo fatto in tempo a prendere niente di bello, che ci sarà capitato di farci una dormita o una cagata in pace, senza essere circondati dal sudore e dal fiato di altri disgraziati come noi, sì e no una decina di volte in tutto, che alla fine siamo diventati, nostro malgrado, la feccia che gli altri andavano dicendo che fossimo fin dall’inizio?
Come la prenderemmo se guardandoci indietro, attraverso le generazioni, non vedessimo che sgomberi, persecuzioni e deportazioni di massa?
La prenderemmo male, io penso.
La prenderemmo così male che molti di noi, forse io per primo, andrebbero fuori di testa. Impazzirebbero, proprio. Altro che chiedere l’elemosina o rubare in qualche appartamento. Individui senza scruopli, branchi di belve assetate di sangue, diventeremmo, disposti alle peggiori nefandezze pur di prenderci per forza tutto quello che ci è stato negato, pur di far esplodere la nostra rabbia, come una granata, su tutto quello che ci ha ridotto così.
La verità è che gli zingari, come li chiamate voi, sono fin troppo pacifici rispetto a quello che subiscono. Da secoli, mica da ieri. Come diceva De André, meriterebbero il premio Nobel, perché da sempre girano il mondo disarmati e spogli dai propositi di vendetta che probabilmente animerebbero chiunque altro al posto loro.
Gli zingari danno fastidio, rubano, non lavorano. E’ tutto vero.
Ciononostante, continuo ad avere la sensazione che siano molto migliori di noi.

Zingari for dummies

in società by

Gli zingari in Italia sono un problema più grave che altrove, perché sono di più.
Falso. In Italia la popolazione complessiva di rom, sinti e camminanti è pari a circa 150mila persone. Cioè, più o meno, lo 0,25% della popolazione complessiva. Nell’Unione Europea ne vivono complessivamente 15 milioni, pari circa al 2% della popolazione. Quindi, se tanto mi dà tanto, chissà cosa dovrebbe succedere da quelle parti…

Vabbe’, però con tutte le disgrazie che hanno gli italiani non è che possano farsi carico pure di questi che chissà da dove vengono.
Sarà. Sta di fatto, però, che la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Come voi, tipo. Anzi, niente tipo: uguali uguali. Che vi piaccia o no.

D’accordo, ma loro sono nomadi, quindi non rompano i coglioni e facciano i nomadi.
Cazzate. Tutti gli studi recenti confermano che il nomadismo è un fenomeno ormai molto marginale. I rom, i sinti e i camminanti sono stanziali. Nei posti di merda in cui li confinano, ma stanziali. Al punto che l’OSCE ha invitato l’Italia a non designarli più con la parola “nomadi”. Ma tanto si sa, quelli dell’OSCE sono una massa di black bloc senza ritegno, no?

Sì, ma rubano. Negli altri paesi se ci provano gli fanno il culo, invece qua siamo troppo tolleranti.
Gli altri paesi? Sicuri, che vogliamo parlare degli altri paesi? No, perché ho la sensazione che non vi convenga. Ok, se ci tenete tanto parliamone. Allora, in Italia solo il 6% dei rom arriva al diploma di scuola media o superiore. Invece la media della Comunità Europea è il 67%. C’è una certa differenza, o sbaglio?

Si vede che quelli che vivono qua non ci hanno voglia di mandare i figli a scuola.
Ah, no? Cosa sarà, l’aria? Il clima mite? I maccheroni? Oppure, dico per dire eh, il fatto che altrove hanno promosso delle politiche di inclusione come cristo comanda e qua no?

Ma smettila, tanto si sa che questi non gliene frega niente di lavorare, rubano e basta.
Interessante opinione, sapete? No, perché invece risulterebbe che in Italia i rom che lavorano non sono mica così pochi. Quasi il 40%. Quando li fanno lavorare, s’intende. Quando riescono ad acquisire qualche qualifica. Quando non li tengono nei lager, che solo a vederli vi verrebbe la depressione, figuratevi a viverci. Quando riescono a studiare tre cose, per dire. Oddio, nella UE la media è quasi il 60%, quindi parliamo di un’altra galassia. Ma magari, chissà, sarà colpa dei maccheroni pure questo.

Ecco, bravo. Allora stai a vedere che adesso ci tocca pure spendere dei soldi per fare le “politiche di inclusione”. Con la crisi che c’è.
Be’, sapete cosa? I soldi li spendiamo già. E ne spendiamo tanti. Il Comune di Roma, tanto per fare un esempio, spende milioni e milioni di euro ogni anno per tenere soltanto 300 persone ammucchiate in loculi senza finestre nel lager di Via Visso.

Seh, vabbe’. Adesso viene fuori che si potrebbe spendere meno…
…e ottenere risultati molto migliori. Certo che sì. La cosiddetta “emergenza rom” è una fregnaccia tutta italiana. La realtà è che non c’è alcuna emergenza: se non quella che si vuole creare ad arte per poter spendere (e quindi distribuire) soldi a palate, fomentando l’opinione pubblica con la politica degli sgomberi, tenendo migliaia di esseri umani in condizioni indecenti e continuando a papparci sopra allegramente.

Bravo, bravo. Diamogli le case, allora. Mettiamogli i tappeti rossi. E intanto questi rubano.
Rubano, eh? Abbiate pazienza, spiegatemi una cosa: com’è che in tutta europa i rom fanno i medici, i professionisti, i parlamentari e in Italia no? Ve lo chiedo di nuovo: cos’è, il clima? Oppure in questo paese c’è qualcosina che non va?

Ecco, sta’ a vedere che adesso è colpa nostra.
Be’, questa è una bella semplificazione. Però in effetti sì, volendo sintetizzare è soprattutto colpa nostra. O, per meglio dire, di chi ci ha governato negli ultimi decenni: a cui noi, tuttavia, abbiamo concesso un credito infinito e ingiustificato, bevendoci qualsiasi cazzata ci raccontassero e guardandoci bene dall’informarci per capire quali fossero i dati reali.

Oh, a me dei dati reali non me ne frega niente. Io so solo che c’è un campo dalle mie parti, che questi entrano nelle case e che non se ne può più.
E continueranno a farlo, finché le cose vanno così. Perché, vedete, c’è necessità che lo facciano: giusto per non privarsi di uno strumento perfetto per prendere voti sobillando il terrore della gente e allo stesso tempo ingozzarsi a più non posso spartendosi milioni e milioni di euro. Dite la verità: vi pare che ci rinuncerebbero così facilmente?

Punirli tutti per educare non si sa chi

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Se fate un giro sul blog di Rocco Berardo potrete approfondire tutti i dettagli della vicenda, per cui in questa sede mi limiterò a ricapitolare: secondo le decisioni che la giustizia sportiva ha iniziato ad applicare già da un po’, quando un manipolo di scemi fa un coro razzista allo stadio scatta la “chiusura” della curva la domenica successiva.
Trattasi di una norma punitiva, naturalmente: ma vediamo un po’ di capire bene per chi.
Tanto per cominciare viene punita la società sportiva interessata, che dovrà rinunciare a una parte dell’incasso e al sostegno di una parte del pubblico: il che è curioso, perché normalmente può essere oggetto di sanzione chi ha commesso un fatto censurabile o chi, avendone la possibilità, non ha evitato che fosse commesso; ed è molto vicino allo zero, per quanto ne so io, quello che le società possono fare per impedire che alcuni scemi spalanchino la bocca per pronunciare insulti razzisti. Anzi, in virtù di questo meccanismo perverso le società si troveranno nella spiacevole condizione di essere potenzialmente ricattabili da quei tifosi, che avranno il potere di creare loro un danno a proprio piacimento, con tutte le conseguenze che ciascuno può immaginare.
Ma non è tutto. Oltre alle società vengono puniti tutti gli abbonati alla curva chiusa (o al settore chiuso), ivi compresi quelli (normalmente la maggioranza) che ai cori razzisti non hanno partecipato: i quali, per giunta, non potranno vedere la partita successiva neanche in un altro settore dello stadio, perché secondo le normative vigenti, essendo già abbonati, non possono acquistare a proprio nome un altro biglietto. Questi tifosi, quindi, si troveranno sostanzialmente ad essere vittima di un vero e proprio DASPO senza aver fatto niente: mentre è astrattamente possibile che quegli altri, che dei cori razzisti sono responsabili, non fossero neppure abbonati, il consentirebbe loro di acquistare tranquillamente un tagliando per la partita successiva e ricominciare da capo.
Ora, va bene reprimere un comportamento che si ritiene sbagliato: ma reprimerlo punendo soggetti diversi da quelli che lo hanno adottato è, come dire, un tantino singolare; così com’è singolare creare una situazione che, di fatto, attribuisce ai più facinorosi il potere di decidere sulla sorte di tutti gli altri, ed eventualmente di capitalizzare questa possibilità nei modi più fantasiosi che sia lecito immaginare.
Siamo davvero sicuri che i problemi si possano risolvere in questo modo?

Dimme che me voi mena’

in società by

Una faccenda del genere è successa anche a me, qualche anno fa, quando il maggiore dei miei due figli andava alle elementari.
In quel caso i bambini rom in classe erano soltanto due: eppure molti genitori manifestarono insofferenza, minacciarono di voler cambiare classe ai loro figli e qualcuno addirittura fece fuoco e fiamme finché non glielo consentirono; anche se nella maggioranza dei casi l’appartenenza a un quartiere “liberal” di Roma, e la conseguente esigenza di “salvare la faccia” nei confronti della comunità sul piano del “progressismo” prevalse, sia pure piuttosto faticosamente.
La tragedia è che si tratta di un meccanismo senza via d’uscita: da un lato si attaccano i rom sulla scorta del luogo comune che “non mandano i figli a scuola” per sguinzagliarli a chiedere l’elemosina e a rubacchiare; dall’altro, quando i figli a scuola ce li mandano, ci si rivolta e si trasferiscono altrove i propri.
Nel film “Delitto sull’autostrada” Bombolo diceva a Tomas Milian: «Si t’ariconosco me meni, si ‘n t’ariconosco me meni uguale, dimme che me voi mena’».
Ai rom, oltre ogni ragionevole dubbio, je vojono proprio mena’.

Inneggiano a questo Stato

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Una domanda semplice: quale sarebbe l’autorevolezza di uno stato che da un lato dichiara di voler muovere una guerra senza quartiere al razzismo, all’intolleranza e all’apologia del nazifascismo in tutte le loro manifestazioni, ivi compresi i cori da stadio, e dall’altro continua imperturbabile a tenere in piedi i CIE, nei quali masse di individui aventi l’unica colpa di essere stranieri e disperati sono segregati e costretti con la forza a vivere (e talora a morire) in condizioni disumane?
Si vogliono reprimere gli scalmanati che celebrano i campi di concentramento?  Benissimo, facciamolo pure.
Però cerchiamo di non dimenticare che attualmente svariati campi di concentramento sono  operativi nel nostro paese: e quindi che quegli scalmanati, che piaccia o no, in qualche modo inneggiano anche a questo Stato.
Sono cose che danno da pensare, o sbaglio?

Il mio paese e altri animali

in società by

Da quando l’antropomorfo vicepresidente del senato Calderoli ha detto che il ministro Kyenge gli ricorda un orango, è tutto un sperticarsi, da parte di alcuni, a trovare similitudini tra animali e persone. Il tutto per provare che no, non c’è nulla di razzista nell’accostare una persona di colore a un primate. Questo simpatico gioco degli animali mi pare sia particolarmente in voga tra quelli che vogliono fare i politicamente scorretti a prescindere, che pensano che si possa dire qualsiasi cosa senza doverne rendere conto, che tutto vale. E poi anche da quelli che usano ancora la parola negro perché quando erano giovani loro si usava e in fondo in fondo un ministo originario del Congo proprio non lo mandano giù. E allora dai a confessare di assomigliare a cavalli, maiali, giraffe, topi e via discorrendo. Quello che sfugge a questi zoologi da strapazzo è una cosa semplice semplice: chiamare una persona di colore orango non è offensivo di per sé, ma lo è in quanto l’accostamento è usato da sempre per sottointendere che le persone di colore sono meno intelligenti, inferiori. Non è diverso dal dare della vacca a una donna: mica le vacche sono brutti animali, peccato che l’accostamento sia usato da sempre per offendere. Se un accostamento è offensivo, quando lo si usa ci si accolla tutte le implicazioni che esso porta con sé, senza nascondersi dietro un gioco degli animali che pure all’asilo farebbe finire in punizione.

 

Se saltelli muore Balotelli

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Al suo ritorno in Italia lo scorso febbraio, Mario Balotelli ha ritrovato gli stessi cori razzisti che aveva lasciato nel 2010 col trasferimento al Manchester City. Non sorprende affatto che i ricercati intellettuali che frequentano i nostri stadi, in questi tre anni, non abbiano cambiato atteggiamento verso il turbolento attaccante bresciano. Del resto, con certe menti sopraffine l’unico modo di dialogare sembra essere a colpi di squalifiche dei campi e multe alle società che si onorano di averli come tifosi. La cosa che colpisce però è il numero di persone che sostiene la seguente tesi: “Balotelli è uno stonzo e dunque i cori contro di lui non sono contro di lui perché nero, ma perché stonzo”. Questa tesi è poi condita da vari corollari del tipo: “Ma come si fa a capire se i buhhhh sono razzisti?”, “Se i tifosi sono razzisti, allora perché non fanno buhhhh nello stesso modo ad altri giocatori neri?” oppure “Allo stadio si insulta tutto e tutti e va bene così”. Un’ampia carrellata di corollari simili si trova in questo post de Linkiesta.

Una cosa che sfugge alla logica è come il fatto che Balotelli venga contestato dai tifosi perché antipatico possa in alcun modo escludere che i cori a lui diretti siano razzisti. Carissimi, il punto è proprio questo: Balotelli sta antipatico e il modo scelto per attaccarlo è renderlo oggetto di cori che si riferiscono al colore della sua pelle. Ne consegue che quei cori sono razzisti. Se non fosse antipatico non sarebbe oggetto di quei cori? Può essere, ma a me vengono in mente parecchi altri giocatori antipatici (Ibrahimovic? Cassano?), solo con la pelle più chiara, a cui non viene diretto nessun verso che ricorda quello di una scimmia. Se Balotelli continuasse a essere nero ma non fosse così antipatico, non sarebbe oggetto di quei cori, come non lo sono molti altri giocatori neri? Anche questo può essere. Io comunque ci vedo un gran bel razzismo nel usare il colore della pelle di un giocatore antipatico per schernirlo. Inoltre, il dubbio che ho sempre avuto nel caso di Balotelli è che sia sempre stato più bersagliato di altri giocatori neri in quanto primo ad essere italiano e a indossare la maglia della nazionale (per altro con grandi risultati). Come a dire, gli altri sono di passaggio, ci penseranno i razzisti di casa loro a sistemarli, questo qui invece lo dobbiamo sistemare noi.
P.S. Volevo precisare che secondo me chi trova Balotelli antipatico è un rosicone (forse pure interista). Io adoro Mario e non vedo l’ora di vederlo giocare il prossimo anno nel Milan e poi nella nazionale ai mondiali in Brasile.

 

"Pulire Milano", diceva

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Non ci sarebbe moltissimo da dire, in teoria, sulla vicenda delle aggressioni notturne nel quartiere Niguarda a Milano. Una persona fortemente disagiata, probabilmente fuori di testa, ha avuto la terribile idea di menare colpi di piccone ai passanti, uccidendone uno e ferendone altri, ed è stato ovviamente incarcerato. Faccenda orribile, ma non così diversa da tante altre che quotidianamente passano nelle pagine di cronaca. Se una riflessione sociale doveva essere fatta, a partire da una storia così, poteva solo essere sulla condizione di origine di questa persona, di cui si sa pochissimo: dove e come viveva, di cosa; quante altre persone vivono così; perché il sistema Italia genera queste sacche di disagio sociale, come intervenire, e così via.

Banale? Può darsi. Ecco perché invece in Italia la discussione è di livello molto più alto: negri sì o negri no. I nostri intellettuali sono già tutti al lavoro, da una parte e dall”altra, per stabilire (seriamente) se:

  • avere un ministro nero sia un”istigazione a delinquere per tutti i neri;
  • passare a un meccanismo di cittadinanza iure soli sia un”istigazione a delinquere per tutti i non italiani;
  • Borghezio sia un”istigazione a delinquere per tutti.

Tutte questioni sulle quali in un paese normale non ci sarebbe nulla da discutere. In un dibattito del genere è degradante perfino prendere posizione. Per questo, spesso, quando arrivano quelli che urlano “negri no”, dall”altra parte c”è soprattutto imbarazzo.

Bene, lasciatemi parlare di un”eccezione. Abito in via Grivola da pochi mesi, e il quartiere lo conosco fino a un certo punto. Sabato mi ha chiamato la signora del secondo piano. Vive lì da quarant”anni, conosce tutti. Uno dei feriti abita nell”appartamento affianco al suo. Era sconvolta e confusa. Io, stupidamente, temevo che da un momento all”altro arrivasse il classico momento “questi immigrati”. Non c”è stato, non c”è stato niente del genere, quindi scusami, Rita, se ho pensato male.

Domenica mattina, invece, in piazza c”era lo stand della Lega. Borghezio, perfino. A gridare “negri no”.  Li vedevo al telegiornale. E pensavo, avete presente, alle cose che qualcuno avrebbe dovuto dirgli. Sciacalli, per esempio. Nessuno vi online casino ha mai visto qui, non ve n”è mai fregato nulla di Niguarda, per esempio, ma avete la faccia di culo di venire il giorno dopo una roba del genere, per esempio, a dare lezioni di convivenza a gente che è emigrata qui quando i vostri genitori credevano ancora di saper allevare figli intelligenti. Per esempio.

Intorno a loro, ovviamente, un po” di abitanti del quartiere, ancora sotto botta. Io, stupidamente, temevo che li avrebbero sostenuti. Persone sotto choc, persone di una certa età, in un quartiere di periferia: potrei elencare decine, centinaia di luoghi e quartieri diversi, compreso il mio paese d”origine, in cui sarebbe andata esattamente così. Invece ho sentito cose di questo tipo:

e anche altre cose, che non ci sono in questo video, tipo “approfittate delle disgrazie della gente”; e ho sentito tante persone parlare al bar, per strada, e sarò stato fortunato io, ma nessuno ha nemmeno pronunciato la parola “immigrato”. Ecco, scusate l”uso personale di uno spazio pubblico, ma io per la prima volta in dieci anni sono orgoglioso del mio quartiere, e volevo soltanto dire: scusami, Niguarda, se ho pensato male.

Poviera Italia

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Giuseppe Povia non fa parte del mio universo musicale ed esistenziale – per questo ringrazio caldamente Chiara Lalli, che oggi ha postato su Facebook un fantastico exploit del cantante; non che mi aspettassi un distillato di pensiero liberale – in fondo si tratta del tizio che è riuscito a scrivere una canzone per celebrare i fasti di un suo amico (immaginario?) convertitosi alla fica dopo un periodo più o meno lungo di vita peccaminosa in cui si sentiva, ahinoi, sessualmente attratto da altri uomini. ‘Sta faccenda dell’omosessualità proprio non va giù a Giuseppe Povia, beccato nel febbraio 2012 ad esprimersi nella seguente immortale prosa:

“Ah adesso ho capito… che per caso fate tutti parte dell’Arcigay? Ma se siete nati ‘così’, prendetevela con i vostri genitori e con la musica di merda che ascoltate! Però se vi serve una mano ditelo eh, posso darvi qualche supposta di Eterox ah ah ah (rido dibbrutto)”

Dunque riassumiamo: per Povia (58.999 like su Facebook), in coerenza con gli pseudoconcetti con qui cui imbratta i suoi spartiti, l’omosessualità è deformità, malattia; la colpa della “malattia” è dell’educazione (non sufficiente maschia?) impartita ai gay dai loro genitori, e, naturalmente della musica di merda – infatti, uno dei miei cantanti preferiti quando ero ragazzo era Jimy Somerville con i Bronski Beat e con i Communards, cosa che mi ha condotto inevitabilmente ad innamorarmi del mio migliore amico.

Ah, questa poi: Povia, proprio lui che produce musica escrementizia destinata ai deboli di mente, accusa altri artisti di produrre arte da destinare alla tazza del cesso: vedi tu che ironia. No, ma poi il punch finale della supposta di Eterox vale oro quanto pesa. Povia è terrorizzato dagli omosessuali – lo si capisce analizzando, sia pure superficialmente, la sua “persona” pubblica e la sua assai discutibile arte: ma ha sempre in casa quantitativi di supposte (e dico supposte, mica confetti da prendere per os) Eterox: che questo suo fraseggiare da caserma sia un modo colorito per rappresentare la lotta che egli sta combattendo contro la sua stessa omosessualità?

Dunque, Povia odia i froci – è chiaro. Ma oggi ha fatto un altro passo in avanti, esplicitando senza falsi pudori le sue posizioni razziste. Un brutto fatto di cronaca (un uomo, preda di un accesso di follia, ha ucciso un uomo e ferito gravemente altre due persone) diventa l’occasione per un delirio parafascista:

“Quest’anno in Tour, dopo aver cantato “SIAMO ITALIANI”,
Tra i tanti cartelli che uso durante il concerto, ne alzerò uno con su scritto: ESSERE ITALIANI NON E’ REATO. Cari governatori, se la clandestinità non sarà controllata e non farete leggi e azioni che proteggano il popolo italiano, di questi fatti ne succederanno sempre di più. Pur sforzandomi di pensare che potrei essere nel torto, non riesco a sentirmi nè nel torto, nè razzista.
Buon sabato sera e divertiamoci senza “esagerare”.

Vediamo di capire: qui non si parla della tragedia della follia che ruba vite innocenti. No, ragazzi, qui si parla di un nero (“clandestino”, “irregolare”) che versa il sangue bianco. E E’ probabile che, se a perdere il senno fosse stato un ragioniere italiano, cittadinanza italiana, sangue tricolore, Povia non avrebbe sentito alcun prurito ai polpastrelli e né partorito quelle frasi sconclusionate. In quel caso, avrebbe Povia non avrebbe fatto appello ai politici. Dato che non è una persona brillante, forse avrebbe al massimo colto l’occasione per discettare di un fisco amico del cittadino che non stressi i commercialisti fino al punto da far perdere loro la brocca.

Sembra proprio convinto, il buon Povia, che esista una relazione di causa effetto tra clandestinità e delitto, questo tipo di delitto. Non passi inosservato il frasario da estrema destra di cui si avvale, unto di retorica e paternalismo (“proteggere il popolo italiano”). Nessuna meraviglia se tra i tanti entusiasti di tali abominevoli quanto idiote esternazioni non manchi chi lo incoraggia con frasi inquietanti: “Giuseppe, ti stimo come cantante, ma ti ammiro come UOMO ITALIANO. A noi!”. Tutta la frase fa paura, il riferimento alla qualità dell’arte di Povia, il mito dell’uomo italiano in stampatello – ma che cazzo vorrà dire, poi? – ma è la chiusa mussoliniana che diverte e sconcerta.

Compatisco Povia per le sue idee politiche e per la sua debolezza dialettica: però quello che veramente deprime è il fatto che al momento in cui scrivo ben 354 persone, tra cui magari c’è qualcuno che mi sta vicino fisicamente (nel condominio, nel bus…) hanno espresso il loro apprezzamento con un like su Facebook. Son cose che danno da pensare.

 

Educazione e violenza

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Mazzetta, nel suo post “Cécile Kyenge e il benvenuto razzista di Sallusti“, copia ed incolla alcuni commenti di lettori razzisti de “Il Giornale“: l’epiteto più blando che viene attribuito alla neo-ministro è “comunista nera”. Poi c’è qualcuno che comincia ad impiegare il termine dispregiativo “negra”, e da allora in poi esso viene adottato in modo sistematico, associandolo a termini scatologici o legati alla promiscuità sessuale.

Ora, a parte alcune considerazioni, del tipo, 1) che mi vergogno di avere lo stesso passaporto di questi “italiani” puri e duri, più o meno alfabetizzati (certamente meno istruiti di Cècile) eppure in grado di fare ancora tanto male pur con il loro malfermo controllo della lingua di cui si dicono tanto fieri; 2) che anche persone simili, avendo accesso ad una connessione internet, ed essendo dotati di una (sia pure approssimativa) capacità di esprimersi per iscritto, costituiscono, almeno in potenza, la “gente” che “dal basso” potrebbe secondo Grillo validamente sostituire parlamento e governo; 3) che non capisco (veramente non capisco) per quale ragioni chi gestisce il sito non abbia rimosso d’imperio i commenti violenti ed ingiuriosi e bannato dal sistema (per quel che può servire) gli utenti che li hanno espressi: che a “Il Giornale” temano di scontentare persone che a quanto sembra il quotidiano berlusconiano considera a tutti gli effetti legittimi appartenenti alla base elettorale del “centro”-destra?); 4) e che è giusto riferire pure di commenti di altro tenore, che stigmatizzano il razzismo urticante di altri iscritti – forse il più lucido e puntuto (di quelli che ho visto almeno) è a firma di un certo Frank che così risponde al delirio di tale Antimo56:

“Sab, 27/04/2013 – 21:48

Ah, la Josefa Idem è tedesca con cittadinanza italiana, pari pari alla Kyenge. Perchè non ululate anche con lei, dandole della puttana troia bionda bianca? Forse perchè Hitler a voi sta molto simpatico? (del resto bastava leggere i deliranti commenti al post su derrick, inneggianti alle SS e al terzo reich…)”.

In verità, mi secca un po’ dare attenzione ad uno come Antimo56, che benché umanamente mi ispiri anche un po’ compassione, con la sua ignoranza crassa e la sua rabbia velenosa quanto inutile, resta sempre un nemico – però una cosa la voglio dire, sarà marginale, ma a suo modo è indicativa: “scrive” per così dire, questo gentiluomo,

“troia negra, tornatene nel tuo paese di m”.

Dal punto di vista semantico, mi diverte (ma con angoscia) osservare come da un lato Antimo56 si vergogni di scrivere le cinque lettere M E R D A, mentre non gli fa alcuna fatica dare ad una donna che presumibilmente non ha mai conosciuto e di cui con ogni probabilità non sa nulla a parte il fatto che ha la pelle nera, l’epiteto di “troia negra”. Ecco, perché certe volte, estremizzando (in fondo parliamo di estremisti, no?), mi vien da pensare che l'”educazione” possa diventare una gran brutta cosa. A star dietro alle “buone maniere” alla maniera di Antimo56, si finisce per diventare degli educatissimi killer. Educati, per carità, ma pur sempre assassini.

Come Berlusconi

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Mi corre l’obbligo di comunicare a tutti quelli che oggi non si “indignano” (attività che generalmente li manda in sollucchero), ma al contrario, magari, si scompisciano dalle risate, apprendendo che Gino Strada ha definito Brunetta “esteticamente incompatibile con Venezia“, che sono uguali a Berlusconi quando dice alla Bindi lei è più bella che intelligente, a Berlusconi quando dice meglio le belle ragazze dei gay, sempre a Berlusconi quando dice alla ragazza dell’ENEL lei viene come viene quante volte viene.
Badate: non simili, analoghi, equiparabili. Ho detto proprio uguali.
Così come sono uguali a lui (ma identici, eh) tutti quelli che non trovano di meglio da fare che dargli del nano.
Ora, se li conosco come credo di conoscerli, protesteranno, si stracceranno le vesti, si produrranno in una miriade di acrobatici distinguo: sta di fatto, però, che tra prendere in giro la Bindi perché è brutta e canzonare Brunetta perché è basso non c’è la benché minima differenza.
Fatevene una ragione: quando fate così siete tali e quali al tizio contro cui vi scagliate un giorno sì e l’altro pure.
Anzi, la prossima volta votatelo, così fate prima.

Tanto vale

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Prendete un essere umano disonesto, cattivo, spregevole. Supponete che sia nativo dell’Africa centrale. E immaginate che una frotta di gente, per attaccarlo, abbia l’alzata d’ingegno di dargli del negro.
Sapete cosa pensereste? Pensereste di essere di fronte a una vergogna inaudita, a una discriminazione bella e buona, a un vero e proprio linciaggio morale: perché un conto è prendersela con qualcuno per le sue malefatte, un altro è rivolgergli un insulto razzista per una sua caratteristica fisica.
Ah, come vi indignereste. Fareste fuoco e fiamme, riempireste Facebook di invettive, ripetereste centinaia di volte che questo è un paese di merda. Che il tizio, per carità, ha le sue colpe, ma quelle colpe non c’entrano col colore della sua pelle. Che chi lo insulta in quel modo è a sua volta un essere umano disonesto, cattivo, spregevole.
Questo, fareste. E avreste ragione, ragione da vendere.
Perciò mi meraviglio, e mi meraviglio molto, quando date nel “nano” a Berlusconi: perché fate esattamente la stessa cosa.
Solo che non ve ne accorgete. Oppure ve ne accorgete ma pensate di potervelo permettere perché siete “liberal” per autoproclamazione, andate in giro con le frasi antirazziste sulle magliette e combattete puntigliosamente le discriminazioni in ogni tweet.
Ebbene, sapete che nuova c’è?
Quando date del nano a Berlusconi siete esattamente come quelli che danno del negro al signore del nostro esempio.
Se ritenete di essere migliori di quelli contro cui vi battete, provate ad esserlo veramente.
Altrimenti lasciate perdere la politica, andate allo stadio e unitevi ai buh razzisti.
Datemi retta, tanto vale.

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