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Proposta di legge

Il far west delle proposte di pancia

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Dopo la strage di Milano, in cui hanno perso la vita tre persone (un giudice, un avvocato e il coimputato dell’assassino) si è alzata una levata di scudi contro la presunta facilità della concessione del porto d’armi. Giardiello era in legale possesso dell’arma con cui ha compiuto il massacro.

Come puntualmente accade dopo eventi di questo tipo, si tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Però, quella stalla, c’è modo e modo di chiuderla. Se il contadino erigesse un muro di cemento armato, magari con delle pratiche feritoie per le balestre, tutti gli darebbero dell’imbecille, e a buon ragione. Allo stesso modo, imbecilli sembrano le richieste, ora, di rivedere i processi di assegnazione delle licenze di porto d’armi.

Giardello, per ottenere la sua semiautomatica licenziata per il tiro al volo, ha percorso l’iter previsto: diverse visite mediche (di cui una con medico legale), certificati di pulizia della fedina penale, autorizzazione della questura. Non aveva la licenza per portarla con sé (solo per difesa personale, ventimila casi in tutta Italia), ma per usarla a fini sportivi. Avere avuto una legge più severa a riguardo avrebbe cambiato qualcosa? Decisamente no. E allora perché perdiamo tempo a parlarne sull’onda, pericolosissima, della carica emotiva post-strage? È come pensare che la scelta di avere, negli aerei, sempre due persone in cabina di pilotaggio possa mettere al riparo da eventi come quello del disastro Germanwings. Siete seri?

Che poi, è sempre il solito discorso: ricorrere alla forza di legge come riparo rispetto ad eventi imprevisti e imprevedibili. Introducendo quindi divieti, burocratizzazioni, complicazioni assortite che colpiscono tutti nel tentativo di prevenire ciò che prevedibile non è, cioè provando a intrappolare comportamenti individuali che –non avendo una sistematicità– non saranno influenzati da nessun regolamento. Se qualcuno decide di sparare, una mattina, spara.

La cretineria, e l’arroganza, è sempre quella di pensare che sia possibile ingabbiare azioni e inclinazioni (giuste o sbagliate che siano) con dei divieti. La domanda di droga, la domanda di armi, di prostituzione c’è, esiste, e con essa esisterà anche un’offerta. Resta da capire quale fetta di questa offerta sia da consegnare al mercato nero, investendo in forze ordine pubblico che cerchino di reprimerla; o quanta regolarizzare, mantenere sotto controllo, monitorare. Rafforzare il divieto rischia di far perdere solo monitoraggio e coscienza della situazione, senza avere alcun effettivo beneficio di disincentivo.

C’è chi parla di “far west italiano” (Repubblica, ça va sans dire), a fronte di un mercato delle armi italiane che praticamente esporta e basta. Non sono un fan del mercato delle armi all’americana, ma nemmeno delle proposte stupide. Oltre che fastidiose, rischiano di diventare un pericolo.

Alfano, per non smentirsi, comunque ha già aperto ad una possibile nuova legge.

La mia fine è solo mia

in società by

Devo confessare una cosa: io quando leggo o sento la parola “eutanasia” ho l’istinto di girare la testa, di tapparmi le orecchie e non pensare. La parola eutanasia è come un pugno nello stomaco, lo è l’idea che qualcuno possa stare così male da preferire andare incontro alla morte invece di aspettarla. Tutto questo mi succede nonostante io sia radicale da sempre e a mente fredda io sostenga fermamente la legalizzazione dell’eutanasia. Poi però penso che è troppo facile essere tutti pimpanti e allegri mentre si raccolgono firme per il maggioritario, per cancellare finanziamenti pubblici ai partiti, contro la legge 40 e altre amenità varie. La battaglia per l’eutanasia non è una battaglia di cui parlare col sorriso, a cuor leggero, ma questo la rende forse ancora più giusta e importante. A me la voglia di girare la testa e tapparmi le orecchie passa appena ascolto le parole di chi vive l’esperienza della malattia terminale sulla sua pelle e mi dice che la sua scelta è di rocorrere all’eutanasia. La storia di Piera è una di queste. Ascoltando questa storia mi vergogno di quel mio primo istinto e l’unica cosa che rimane è voler dire a tutti che bisogna andare oltre e fare in modo che i malati terminali siano padroni della loro vita e della loro morte. In questi giorni l’Associazione Luca Coscioni raccoglie le firme per una proposta di legge sull’eutanasia e il fine vita. Spero che quandro vedrete un loro tavolino, vogliate firmare in tanti.

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