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Le priorità variabili di Matteo Renzi sulle unioni civili

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Mettiamo un attimo le cose in prospettiva: il governo Renzi è ricorso all’istituto della fiducia parlamentare più di 40 volte per approvare, tra le altre cose, il ddl Delrio sull'”abolizione” delle province, il decreto Poletti, il decreto Lupi, il decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione, i decreti Cultura e Competitività, lo Sblocca Italia, la legge delega sul JOBS Act, decreto salva-Ilva, decreto Milleproroghe, decreto Banche Popolari, la Buona Scuola, Italicum, riforma parlamentare, decreto Giubileo, decreto antiterrorismo e ddl Boschi di riforma parlamentare. Poiché l’uso della fiducia è l’estrema ratio cui l’esecutivo ricorre per garantire l’approvazione dei provvedimenti, dobbiamo ipotizzare che tutti le succitate iniziative (34% del totale leggi approvate) venissero ritenute fondamentali per il bene del paese al punto da, in molte occasioni, andare allo scontro anche con membri del proprio partito. Parlo di “ipotizzare” perché, in effetti non possiamo fare altro: Matteo Renzi è stato eletto Presidente del Consiglio non a valle di una campagna elettorale in cui ha presentato il programma del partito di cui è segretario, ma in seguito alle dimissioni del suo predecessore. Non sarebbe pertanto corretto accusarlo di non aver rispettato il programma di governo di fronte agli elettori in quanto, a tutti gli effetti, agli elettori non ha mai dovuto promettere nulla.

Piccola parentesi: a mio modestissimo parere uno dei problemi del nostro sistema di repubblica parlamentare è la scarsa accountability. I nostri cugini presidenzialisti d’oltreoceano, quando tra quattro anni dovranno giudicare il presidente, si ricorderanno di tutto quello che ha proposto in campagna elettorale e su quello lo giudicheranno. Ma in un sistema parlamentare, tra l’altro in assenza dell’uninominale secco, possiamo solo trarre un giudizio sull’operato del partito che abbiamo votato (ammesso che esista ancora).

Dunque può essere questa la soluzione: anche se Matteo Renzi non ha mai fatto campagna elettorale per diventare Presidente del Consiglio nella sua candidatura alla segreteria del PD dovremmo ritrovare tutti gli argomenti di cui sopra. E tuttavia, ad eccezione di qualche vago accenno ai temi del lavoro e della legge elettorale, nel programma dell’epoca si trovano quasi esclusivamente dichiarazioni di intenti senza alcun dettaglio concreto, men che mai i suddetti provvedimenti: provvedimenti i quali hanno in seguito acquisito tanta importanza da dover essere approvati tramite fiducia parlamentare.

In compenso, durante l’unico dibattito con gli altri candidati segretari, a un certo punto successe questo (momento clou a 3:35).

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P.S. qui il video completo: tra i vari momenti LOL segnaliamo “non voglio mandare a casa Letta” (6:52) e “abbassare Irpef, alzare tasse su patrimonio” (50:00)

 

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

Il cittadino è minorenne

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Quindi, a conti fatti, senza entrare nei dettagli, il riassunto delle riforme in corso pare essere questo: il Senato viene nominato dai consigli regionali, la Camera per buona parte dai vertici dei partiti e le Province dai sindaci e dai consiglieri comunali.
Il cittadino diventa di fatto una specie di minorenne limitato. Il suo voto ha un peso essenzialmente ratificante, non partecipante. Come se votasse ‘Si’ o ‘No’ ad un referendum.
Attenzione, non voglio dire che ciò sia un bene o un male. Scatto solamente una fotografia. Non è che adesso o negli ultimi 40 anni la ‘partecipazione del cittadino’ abbia apportato chissà quali cambiamenti epocali e garantito miglioramenti della vita civile. Assolutamente. Anzi, considerati gli standard attuali, il contrario. Quindi che si cambi rotta è inevitabile. Succede. Qualcuno urlerà allo scandalo ed al solito “è un Colpo di Stato”. Qualcuno farà le primarie, aperte, chiuse, di coalizione etc etc. Altri diranno che la non partecipazione al voto sia un segnale di progresso civile in linea con l’affluenza bassa di tutto (quasi) il mondo occidentale. Che nei paesi ricchi emergenti le elezioni nemmeno ci stanno e si vive lo stesso, a volte anche meglio. Che l’astinenza dal voto sia un successo messianico, perché la democrazia rappresentativa ha fallito. Si dirà che questo sia il modo indispensabile per modernizzare il paese. Si dirà:”e che pensi che la democrazia diretta dei voti online sia meglio?”. Per l’amor di dio, lasciamo perdere proprio. “La città è malata, il popolo è minorenne”. Alessandra Moretti e Deborah Serracchiani sono maggiorenni. Tu cittadino sei limitato invece, pussa via cittadino, vatti a sfogare con i raid contro gli immigrati, così ti senti attivo e politicamente protagonista.

Probabilmente se il Parlamento chiudesse domattina nessuno ne sentirebbe la mancanza, tanto poco risulta incidente se non nell’introdurre tasse e burocrazia.

Probabilmente, come direbbero gli esperti ed i demagoghi, siamo in una fase di democrazia plebiscitaria ratificante che si adegua alle necessità della competizione globale dei tempi che corrono, dove l’eventuale agibilità del voto deve servire solamente a confermare cose già decise a tavolino da altri soggetti ‘veramente’ competenti ed in sedi più ristrette e ‘prestigiose’.

Ma va tutto bene. Non è assolutamente un problema. Fate tranquilli. Fate queste benedette riforme perché come ci ripetete a manetta ‘una democrazia che non decide non è una democrazia.’ L’importante è che si sappia. Perché se prima ci siete stati e poi però, se non vi conviene più, cominciate ad indignarvi, ecco, l’indignazione postuma evitatecela. “L’abbiamo sbagliato” risparmiatecelo. Piuttosto sparatevi via endovenosa dosi massicce di dexedrina, riutilizzate autisticamente i Lego, ritornate nei quartieri della vostra infanzia e rigiocate a nascondino, andate a puttane o a caccia di cervi, iscrivetevi a corsi di sub, dedicatevi al baratto, non lavatevi più e grattatevi tutto il giorno, immaginatevi sognanti che in caso di morte vi dedicheranno un film dal titolo ‘Non escludo il ritorno’. (Escludetelo invece). E, cosa fondamentale per il bene vostro e di chi vi sta vicino, la conseguente sovraeccitazione anfetaminica scaricatela, con la costanza adeguata, in modo brutale e senza titubanze di alcun tipo, violentemente su voi stessi, se volete anche a telecamere accese su La7. Ve ne saremo sicuramente ed immensamente grati.

Soundtrack1:’Stellina’, Edda

Soundtrack2:’ Stand Behind The Man Behind The Wire’ Stefano Pilia

Soundtrack3:‘On the water’, Future Islands

Film1:‘Italia ultimo atto’, Massimo Pirri

Un popò di popolo che lèvati

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Vediamo se ho capito: i 2.814.801 cittadini che presero parte (recandosi ai seggi e sborsando due euro) alle primarie del PD erano (testualmente) dei masochisti che si lasciavano prendere per il culo, mentre le 35.188 persone che hanno partecipato (senza alzare le chiappe dalla sedie e gratis) alle elezioni online dei candidati per le europee del M5S, grazie alle quali saranno spediti a Strasburgo individui che hanno raccolto nel migliore dei casi 556 (leggasi cinquecentocinquantasei) e nel peggiore 33 (no, non ho detto trentatremila, ma proprio trentatré) preferenze, sono l’inequivocabile segnale di una straripante partecipazione democratica che sta finalmente dando voce e potere ai cittadini.
Stiamo parlando, badate, di due movimenti politici di dimensioni elettorali tendenzialmente assimilabili, perlomeno volendo dar retta ai sondaggi: di tal che, evidentemente, non esiste alcun fattore di proporzionalità di cui dover tener conto per poterli paragonare.
Ebbene, sarebbe questa la “rivoluzione” da contrapporre ai partiti di regime, quelli che decidono chi mettere il lista nelle cosiddette “segrete stanze”? Voglio dire, il parere espresso da seicento, o trecento, o trenta individui qualunque configura davvero un meccanismo più “democratico” rispetto a quello in cui decide (ammesso e non concesso che sia così) uno solo, il quale tuttavia è stato scelto da quasi due milioni di persone? O magari, che so io, i seicento individui di cui sopra debbono essere pregiudizialmente considerati più attendibili degli altri semplicemente perché lo dice Grillo, e allora qualsiasi confronto diventa impraticabile?
Insomma, a prescindere da tutto il resto: com’è possibile che milioni di persone siano una presa per il culo e poi, improvvisamente, un pugno di individui diventi un popò di popolo che lèvati?
Fatemi sapere, grazie.

13 fatti poco noti su Matteo Renzi

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  1. Cresce a Rignano sull’Arno, amena enclave del Brunei nota per le ferramenta che vendono esclusivamente gancetti adesivi.
  2. Ha lavorato sei mesi nel circo Gianni Orfei come incantatore di serpenti, veniva costantemente morso dai rettili e irriso dalla folla.
  3. Gira in bicicletta ma appena nessuno lo vede manda la lavastoviglie col ciclo a 70° anche mezza vuota.
  4. Ha dato un nome ad ogni neo facciale, in altro a sinistra c’è Shaneese, poco sotto il grazioso Goscinny, a lato della bocca Lady Oscar e sotto il labbro, spesso nascosto dalle espressioni buffe, Aldo Moro.
  5. Ha un ego molto sviluppato.
  6. È a favore delle unioni civili alla tedesca, dei baci con la lingua alla francese, del pompino con l’ingoio alla moldava e del fisting con lo schiaffo alla portoghese.
  7. Odia intensamente Civati. Ha confezionato una bambola woodoo con le sembianze di Pippo e la fissa intensamente quando caga.
  8. Durante la vista ad una onlus che si occupa di disabili gli è parso che un ragazzo down lo stesse guardando in malo modo, allora si è scusato, lo ha preso da parte con una scusa e gli ha tirato un pugno fortissimo alla bocca dello stomaco.
  9. Dovesse fallire la scalata al PD ha in progetto due nuovi parcheggi vicino alla Fortezza da Basso e la costruzione della Morte Nera.
  10. Dietro il piano di rottamazione del sindaco si cela in realtà un bieco progetto ordito da una loggia massonica deviata in accordo coi Rosa Croce in accordo coi temibili thug indiani in accordo con alcuni adoratori di una pianta di ficus benjamina senziente vecchia di secoli dietro la quale si cela una parete in cartongesso dietro la quale si cela una stanza e in fondo alla stanza c’è una porta e dietro la porta c’è un poveraccio che entra in un bar, ordina un succo di pera, e la barista gli spara nel petto con un fucile a canne mozze. BASTARDO!!!
  11. Da bambino è spesso vittima di scherzi crudeli. In seconda elementare gli legano allo zaino un topo morto. Quando il piccolo Matteo se ne accorge inizia a correre come un forsennato, si fermerà tre settimane più tardi al confine col Belgio.
  12. Dovesse fallire la scalata al PD ha in progetto di ampliare la pedonalizzazione del centro storico fiorentino, a ovest fino a Prato, a est fino a Calcutta.
  13. Abile bestemmiatore, nel 2002 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi della Bestemmia di Pontassieve riuscendo ad includere nello stesso improperio la Madonna, otto incursori anali, Jacopone da Todi, tre bambini vestiti alla tirolese, un panda orbo che indossa un loden e Ornella Vanoni sui trampoli. Chapeau!

Viva il re!

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La direzione nazionale PD di oggi pomeriggio, quella definitiva che dovrebbe decidere il governo, chi andrà alle consultazioni con Napolitano, chi guiderà il partito in questa fase, le sorti di Bersani e di tutto il gruppo dirigente, non sarà a porte aperte. In streaming, come si dice adesso. Mentre lo erano state le altre dopo la batosta delle elezioni. E persino la riunione generale dei parlamentari. Era la nuova era, ciò che avevano imparato da quelle elezioni. L’apertura.
E’ durato poco. Anzi, non è mai iniziato.
Il cambiamento non lo puoi copiare. O è tuo, o non lo è. E come Roma non si costruisce in un giorno.

Il resto è stilistica. O buffonata. Come la prima direzione in streaming: auguri a Bersani da parte di tutti. E la seconda: gente convocata per sms la mattina e convogliata nella Capitale da tutta italia il pomeriggio, è stata rimandata a casa dopo 5 minuti perchè uno dopo il primo intervento ha fatto mozione d’ordine per dire che non era quello il momento di discutere. E la presidente Bindi senza votare ha accolto quella mozione rispedendo tutti a casa. Chi era quello che ha fatto la mozione d’ordine senza voti? Franco Marini. Quello che poi dalla Annunziata ha detto che il problema del pd è che nelle riunioni non si vota.

Che poi è la stessa cosa di tutti quelli, del Pd, che si sono lanciati al grido Ro-do-tà-tà-tà.

Che gli elettori 5s che l’avevano decretato loro candidato Presidente fossero 4 gatti non è una notizia. Si sapeva. Quelli sono gli iscritti e quelli votano. Come alle parlamentarie. Non è come le tessere pd che aumentano vertiginosamente in pacchetti alla vigilia di ogni elezione interna. E al “perchè no?” bastava rispondergli “perchè Rodotà è quello del comitato del NO ai referendum Tortora. E’ un no che vale quanto una Repubblica. Anzi 3”.
E invece il guaio sono quelli del pd che gli sono andati dietro. Dimostrando di non conoscere nè la matematica, nè la storia, nè la Costituzione, nè le basi piu elementari della politica. Ma neppure le regole del circo.
Con questo ufficializzando che il vero problema del PD non sono i vertici. E’ la base.
Tutti contro l’accordo col PDL, quando praticamente in quasi tutti i comuni province e regioni ce l’hanno con l’UDC, l’accordo. Che è peggio.
Come i Giovani Democratici che ora occupano le sedi pd dicendo che loro sono la parte buona del pd. Loro e le primarie. Sarà per questo che le hanno cancellate dal loro statuto non facendole per il secondo Congresso GD. Mentre stiamo ancora aspettando i risultati del primo, quello finto che senza neanche una scheda bianca o nulla, elesse Fausto Raciti. A proposito: Fausto Raciti, il segretario dei GD appena eletto in parlamento senza primarie, mentre i giovani di cui è a capo occupano le sedi pd di mezza italia, qualcuno l’ha visto?

Niente, tutti a cercare i 101 traditori. Dimenticando che la “Più bella del mondo”  difende il voto segreto e l’assenza di vincolo di mandato, mentre condanna i voti riconoscibili con questo riconsegnando SEL all’ala extraparlamentare della DC.
Tra l’altro quando i grillini liberi votarono Grasso e Grillo si arrabbiò, Bersani difese l’ art 67 chiamando Grillo leninista, mentre ora chi l’ha fatto con lui è un traditore.  E comunque delle due l’una. O vi convincete una volta per tutte che le liste bloccate sono il senso di una democrazia parlamentare, o vi scagliate contro i traditori. Perchè quei traditori, sono quelli usciti dalle primarie.

Perchè non è inseguendo Grillo che il pd uscirà dal burrone. Perche non è Grillo ad avercelo spinto lì.
L’unico vero grande artefice del collasso del PD è Giorgio Napolitano. Come quelle fighedilegno che prima te la fanno annusare, poi se la tirano, poi le porti a cena, poi al pic nic fuori porta, poi al week end alla spa, poi in viaggio a Sharm e solo quando scoprono che c’è un’altra che ti vuole, finalmente te la danno. Con l’unico risultato di aver disintegrato il pd. E loro applaudivano.

E’ da quegli applausi che bisogna ripartite. Non spolpando come sciacalli il capo vecchio a terra, e cambiandolo con il capo nuovo.
Presentarsi alle consultazioni con Renzi candidato premier adesso vi farebbe finalmente ammettere, e sarebbe ora, che avevamo ragione: le primarie non esistono.

Che come ben ha detto Fassina, la classe è dirigente se dirige, sennò si chiama seguente. Che non vuol dire puntare al sovversivismo delle classi dirigenti, ma che la rivoluzione è un passo al giorno verso la direzione giusta.

aggiornamento: dal sito Europa “ore 16.00 Il Pd ha fatto sapere pochi minuti fa che si potrà seguire la direzione in diretta streaming, una decisione presa in extremis. A minuti si inizia”

IL PD CI LEGGE.

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Vi hanno preso per il culo

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Lo sport del giorno è la gara, tra analisti, commentatori, autorevoli piddini, ma soprattutto tra sostenitori e promotori delle primarie, a dire a Bersani di non essere lui il nome da fare a Napolitano durante le consultazioni per il Presidente del Consiglio.

Ecco.

Se il vincitore delle primarie salendo al Colle non indica il suo nome come come capo del Governo, e se il Capo dello Stato non affida a lui, capo della coalizione che ha vinto le elezioni, la Presidenza del Consiglio, questo vuol dire, ufficialmente e definitivamente, una sola cosa.

Che le primarie non esistono.

E ve l’avevamo detto.

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LISTA PD. LA NOTTE DELLA TARANTA

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“Vogliono prendermi per stanchezza. Ma devono sapere che il sottoscritto fa ballare ogni anno 200mila persone fino all’alba”. Sergio Blasi, il segretario regionale pd puglia. Annuncia le dimissioni alle 2 di notte. Al mattino le ritira. #lanottedellataranta

«E’ un manicomio!» dice l’assessore regionale del pd Fabiano Amati «Prima Blasi si dimette (le dimissioni le definisce “IRREVOCABILI”). Dopo qualche ore passa ad un comunicato di precisazione,  e sul testo del primo comunicato (pubblicato sul sito del PD pugliese) scompare l’aggettivo “irrevocabili”. Dopo qualche minuto è diventato impossibile leggere queste ‘perle’ perché il sito del PD pugliese è entrato in tilt. Sarà che nemmeno il web ha sopportato questi scossoni?»

Tutto per la composizione delle liste. “Tradito lo spirito delle primarie” motiva il Segretario.
Sarà per l’imbucamento di numerose schede false ad opera di alcuni candidati alle primarie, voci provenienti soprattutto dal tarantino, brogli cui non si sono risparmiati neppure i sedicenti renziani (ricordiamo che lo scorso anno l’attuale sindaco di Taranto aveva rifiutato di fare le primarie perchè “quelli del pd imbrogliano”)?
No, piuttosto perchè i dirigenti nazionali “hanno invaso le liste pugliesi di immigrati del nord”. Eppure come una “grande risorsa” era stato visto invece dai dirigenti regionali lo sbarco in Puglia di Anna Finocchiaro.

Gli attriti sono cominciati con l’inserimento nella lista dei 6 nomi blindati arrivati da Roma. In 4, tra cui Annapaola Concia, erano finiti in fondo, seppur in posizione elegibbile, per favorire gli eletti alle primarie. Anche se non si capisce per quale ragione Nicola Latorre invece, anche lui extraprimarie, sia da subito schizzato secondo al Senato dopo Finocchiaro. Da li parte la dura polemica anche della Concia, arrabbiata con i pugliesi che a suo dire l’avevano esclusa.

In realtà era stata solo retrocessa per far scorrere in alto e mettere al sicuro Ludovico Vico, il deputato tarantino che intercettato al telefono con il dirigente Ilva Archinà diceva di dover fare uscire il sangue a Della Seta (collega pd ufficialmente escluso dalle liste). E’, tra l’altro, la diretta conseguenza di cieche primarie su collegi provinciali che incoronano i padroni delle tessere a danno di ottimi parlamentari dal piu ampio respiro nazionale ma privi di feudo.

Alla base di questi fumi ci sono sicuramente i sondaggi delle ultime ore che vedono il pd in calo e quindi il dubbio non del tutto infondato che i seggi che si otterranno saranno in realtà meno di quelli promessi (potrebbe un accordo in extremis coi radicali farli recuperare?”).

Siamo certi che l’unanismo lapiriano avrà la meglio e, come sempre, presto saranno tutti d’accordo.

Rimane quella brutta frase del segretario pugliese contro “gli immigrati del nord”.

Che per essere un buon parlamentare non serve essere per forza pugliesi, a maggior ragione che per Costituzione ogni membro del Parlamento deve rappresentare la Nazione, non una regione.

E i pugliesi questo dovrebbero saperlo bene, tantochè gli unici a non votare l’eversivo decreto salvailva sono stati proprio parlamentari non pugliesi.
Alla fine il risultato è cio che una dirigenza sorda, prepotente e molto poco democratica, ha maturato in questi anni, e ciò che militanti finora quiescenti le hanno permesso.

Una volta gli immigrati eravamo noi.

 

aggiornamento delle 22. ecco la lista.
Esce Concia, entra Scalfarotto. #bastachesiagay
taranta2011

Destra-sinistra, ma basta?

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Queste primarie hanno avuto, tra gli altri meriti (o demeriti), quello di riaprire un dibattito di gaberiana memoria. Il grande dilemma che ha turbato molti è se Matteo Renzi e i suoi elettori siano o no di sinistra. Ma come si fa a stabilire se qualcuno è di destra o di sinistra (escludendo di chiedere a Renzi e i suoi se fanno la doccia invece del bagno, se preferiscono il minestrone, la Nutella e la mortadella alla minestrina, la cioccolata svizzera e il culatello)? Anche io sono un’elettrice di Renzi e come lui vengo spesso accusata di ermafroditismo politico. L’ermafroditismo politico consiste nell’essere visti come di sinistra da quelli di destra e di destra da quelli di sinistra. In genere è sintomo di un buon funzionamento neuronale, ma tant’è. Io mi sento di sinistra e vorrei usare le prossime righe per convincervi del perché. La prima considerazione è pragmatica: pur avendo delle simpatie per alcuni isolati, isolatissimi, personaggi di destra, sia storici che attuali, non sono mai trovata nella condizione di dirmi che li voterei. Essendo italiana, la cosa potrebbe non sembrare molto sorprendente. Il discorso però vale anche per le destre altrui: sì, ho un debole per Maggie e per Ronnie, ma la cosa è sostanzialmente confinata ai temi economici o al loro personale carisma. Fossi stata una cittadina britannica o americana negli anni ’80, non credo proprio sarei riuscita a votare i Tories o i Repubblicani. Di sinistre che mi sono piaciute invece ce ne sono molte: i democratici americani, il labouristi di Blair, i socialisti di Zapatero. No, i socialisti francesi no: a tutto c’è un limite. Nelle elezioni italiane ho dato il mio voto solo e unicamente a coalizioni di sinistra, con o senza radicali candidati. Io mi sento di sinistra perche’ quando vedo il PD andare in malora mi dispiace per il PD e per me; quando vedo il PDL andare in malora mi dispiace per l’Italia nel caso vengano comunque eletti ma del PDL non me ne frega nulla. Io sono di sinistra perché quando parlo con i militanti di sinistra provo una sofferenza partecipata, quando parlo con quelli di destra mi sento di troppo. La seconda considerazione è che anche pensando alla miglior destra possibile, quella del mondo delle idee, la rispetterei ma la non voterei; se penso alla miglior sinistra possibile, è il posto dove mi sentirei a casa. E non c’è pessima sinistra o stupenda destra italiane che possano farmi cambiare idea.

Emiliano chiede a Napolitano di non firmare decreto Ilva. E al PD?

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Michele Emiliano, il Sindaco di Bari e Presidente regionale del Pd, il magistrato in aspettativa per la politica che dice “se non servo piu qui torno al mio lavoro di magistrato“, oggi scrive sulla sua bacheca fb “Il decreto sull”ILVA è totalmente incostituzionale. Uno scempio del diritto dopo lo scempio dei tarantini. Spero che il Presidente della Repubblica non lo firmi.

Ora oltre a Napolitano quel decreto deve passare anche da Camera e Senato.
Perchè Michele Emiliano non chiede anche al suo PD di non votarlo?

Sempre oggi Michele Emiliano inviava sms chiedendo di votare Bersani per le primarie. Sa Michele Emiliano che Bersani è favorevole al decreto Ilva e che i suoi colleghi intervenuti per il PD durante l”informativa di Clini in Parlamento (Ventura alla Camera e Latorre al Senato) si sono espressi a favore di quel decreto?

E sa Michele Emiliano che, a proposito “dello scempio dei tarantini” di cui parla, l”unico parlamentare tarantino del pd Ludovico Vico, il Presidente della Provincia di Taranto (pd) Gianni Florido, e persino il sindaco di Taranto che lui ha sostenuto durante la campagna elettorale, tutti per Bersani, sono nell”inchiesta “Ambiente Venduto” con le telefonate che avevano con i dirigenti Ilva indagati?

“Siamo brava gente”, come dice Bersani, e Michele Emiliano è in aspettativa.

Esistono le regole

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Adesso Renzi polemizza con Nico Stumpo (capo del cordinamento nazionale per le primarie) contro la regola che prevede la necessità di registrazione precedente al primo turno per poter votare al secondo. Sono previste due giornate a chi non aveva potuto farlo per cause indipendenti dalla propria volontà. Il permesso verrà concesso dai cordinamenti provinciali (gli stessi che hanno provveduto alla formazione dei seggi e all’organizzazione locale delle registrazioni).

È chiaro. Serve ad evitare le truppe cammellate per il ballottaggio e l’inquinamento delle primarie.

Il parlamentare pd Sarubbi oggi si è fatto un biglietto aereo falso per denunciarla.

Eppure questa regola si conosceva da 2 mesi fa. Solo che Renzi era gia in campagna elettorale, troppo occupato quindi per presentarsi nell’assemblea nazionale che la decise insieme alla modifica statutaria per permettergli di candidarsi.

Fu votata all’unanimità, “l’assemblea sapeva quel che votava“ dichiarò la Bindi.

Nacque una polemica post assemblea, interrotta dallo stesso Renzi: “mi fido di Bersani,  a me va bene tutto. Noi le primarie le vinceremo se parleremo di cose concrete”.

Io ho ricordato a tutti i miei amici di registrarsi prima di domenica (pure solo online) anche qualora non avessero votato, per assicurarsi comunque la possibilità di farlo per il ballottaggio.

Hanno avuto venti giorni di tempo per poterlo fare.

Ricordarsene ora e chiedere flessibilità è molto poco democratico. Le regole non si cambiano a gioco iniziato.

A meno che Renzi tra questa e la polemica sulla mancanza della pubblicazione dei verbali ufficiali abbia smesso di fidarsi di Bersani.

Se è cosi, allora si ricordi che non si gioca al tavolo coi bari.

Se lo fai sai di correre il rischio di primarie che, non essendo regolamentate per legge, le regole le fa chi partecipa.

O a meno che condivida con noi che le primarie non esistono.

 

Dichiarare, non dimostrare

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Luigi Berlinguer ha ragione: il regolamento per le primarie è stato approvato a ottobre, e quel regolamento dice che al ballottaggio possono votare solo coloro che abbiano già votato per il primo turno, a meno che non “dichiarino di essersi trovati, per cause indipendenti dalla loro volontà, nell’impossibilità di registrarsi all’Albo degli elettori entro la data del 25 novembre”.
Ma la ragione di Berlinguer si ferma qua: anzi, in qualche modo finisce addirittura per ritorcersi contro chi la vorrebbe utilizzare.
Tanto per cominciare il regolamento -al comma 4 dell’articolo 14- dice “dichiarino”, non “dimostrino”. E poiché se i suoi estensori avessero voluto dire “dimostrino” l’avrebbero detto, si deve dedurre che la loro intenzione fu quella di scrivere “dichiarino”: vale a dire, se l’italiano non è un’opinione, di consentire a chi avesse eventualmente voluto votare solo per il ballottaggio di farlo, con l’unica avvertenza di firmare un bel pezzo di carta con su scritto “dichiaro che non ho potuto registrarmi all’albo degli elettori prima del 25 novembre per cause indipendenti dalla mia volontà. In fede”; senza neppure l’obbligo, a quanto pare, di precisare di quali cause si tratti.
A me sembra, quindi, che il proposito di accettare le richieste di iscrizione successive al 25 novembre solo dopo aver valutato la plausibilità delle “giustificazioni” addotte, decidendo caso per caso se le cause indipendenti dalla volontà dell’elettore siano o non siano sufficientemente “gravi” da poter essere prese in considerazione, non sia affatto conforme al regolamento: perché di fatto, per come la vedo io, ne modifica la lettera, rendendola sostanzialmente diversa -in senso restrittivo- da ciò che è dato leggere.
Io non ci sono andato, a votare al primo turno: né penso di andarci al ballottaggio. Quindi non parlo, come si dice, per interesse personale.
Però mi pare che Renzi abbia ragione, quando dice che “la giustificazione non la deve dare chi vuole andare a votare”: semplicemente perché, al di là delle considerazioni politiche che pure mi sembrano condivisibili, quella giustificazione non è prevista dal regolamento.
Per la serie: se si invoca la legalità, sarebbe perlomeno il caso di invocarla come si deve.

Non è che state esagerando?

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Ora, va bene che da queste parti si prende per il culo spesso e volentieri anche il PD, con ciò volendo significare che il ridicolo non alberga mai da una parte sola: però, abbiate pazienza, non credo ci siano precedenti al mondo di un partito che addobba il sito a festa per celebrare le primarie imminenti e pubblica online il regolamento per candidarsi e per votare, e contemporaneamente, per bocca del suo leader, annuncia che la propria commissione di garanzia potrebbe non confermarle e paventa la possibile formazione di una nuova lista avulsa dal suddetto partito e guidata dal leader stesso.
Per la serie: vabbe’ che da queste parti ve le perdonano un po’ tutte, ma non è che stavolta state davvero esagerando, no?

Le primarie non esistono

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Non andrò a votare alle primarie.

Le primarie non esistono. In america si, e sono regolamentate per legge. Lì vige il sistema presidenziale, e attraverso le primarie si decide il candidato che poi gli elettori potranno votare Presidente.

In Italia no. Perchè in Italia il Presidente del Consiglio non lo scelgono gli elettori. Qui vige il sistema parlamentare, e i cittadini votano i partiti per il Parlamento. Il Presidente del Consiglio lo nomina il Capo dello Stato, e il Parlamento decide se dargli la fiducia.

L’equivoco nasce con Berlusconi che diceva di essere il premier scelto dai cittadini. Non era vero. In Italia non esiste il premier. L’ambiguità è stata creata dalla legge Calderoli, che  prevede  venga inserito nella scheda il nome del Capo della Coalizione, una figura che costituzionalmente non esiste e che non è tecnicamente candidata a nulla. Sbagliò Ciampi a firmare quella legge perché, seppur tecnicamente non implica nulla, crea nell’immaginario degli elettori un potere che limita quello del Capo dello Stato. Una sorta di moral suasion al contrario.

Ha ragione Bersani a dire la data delle elezioni la sceglie Napolitano, ma perché il Presidente del Consiglio invece chi lo sceglie?

Eppure la vulgata si è estesa a tal punto che pur di far propaganda si sono inventati le primarie che sono diventate nello spot “scegli il tuo Presidente”. Non è vero. Al massimo scegli il Capo della Coalizione, ecco. Che tanto non serve a nulla.

la Bindy ha dichiarato “queste sono le prime primarie vere”. Quindi le altre volte ci avete preso per il culo?

Beh allora anche stavolta. Ad esempio, metti che le vince Renzi. Bene: diventa Capo della Coalizione, vincendo contro quello che rimane il Segretario del maggior Partito di quella Coalizione. Renzi non potrà decidere né i candidati delle liste bloccate né la linea del partito. Chi gli voterebbe dunque in aula le riforme del programma presentato in questi giorni nettamente divergente da quello del Segretario?

Non può Renzi neppure esso stesso candidarsi al Parlamento, non essendosi dimesso da sindaco nei sei mesi precedenti obbligatori per farlo.

Insomma si avrebbe lo strano caso di un Capo della Coalizione che non è neppure capolista. Esattamente come ha ricordato a tutti Napolitano per Monti: ricordatevi che non è candidabile.

Perche, Renzi si?

In un Paese normale a quest’ora in piazza ci staremmo per raccogliere le firme per la presentazione delle liste, essendo abbondantemente nei sei mesi precedenti le elezioni previsti dalla legge per farlo. E invece qui non solo non sappiamo le liste, non sappiamo le coalizioni, non sappiamo la legge elettorale e prendiamo in giro la gente giocando a fare le primarie.

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perché Renzi

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Io domenica 25 voterò Renzi alle primarie del centrosinistra. Lo voterò perché mi sono guadagnata sul campo il diritto a farlo grazie agli anni passati a votare per coalizioni di centrosinistra. lo voterò perché questa volta non si sa gia’ chi le vince le primarie. Lo voterò perché non è vero  che i programmi sono tutti uguali. Lo voterò perché per la prima volta si affrontano due modi diversi di essere di sinistra e in uno di questi mi rispecchio e nell’altro no. Lo voterò perché vedere la paura che vinca Renzi su certe facce basterebbe da sola come motivazione. Lo voterò perché è cattolico ma non sente il bisogno di ricordarmelo ogni volta che apre bocca. Lo voterò anche se non sono con lui al 100% su tutto, ma si piazza comunque meglio di tutti gli altri. Lo voterò perché non mi è mai capitato di ascoltare un leader italiano di sinistra e dirmi che quel discorso lo avrei potuto fare anch’io. Lo voterò perche’ quando vi dicono che siete troppo giovani per essere presi sul serio e dovete avere rispetto per gli anziani, in realta’ sono loro quelli che hanno fatto il loro tempo, e non per questioni anagrafiche. Votare Renzi e’ il modo migliore di dimostrarglielo.

Registratevi per votare al sito Primarie Bene Comune. Se siete italiani all’estero c’e’ tempo fino al 20 novembre alle ore 20 per registrasi al voto online.

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Santa Rosa da Viterbo, Frate Indovino, Ken Shiro e il Boia di Albenga.

Usare il web per complicare le cose

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Uno potrebbe pensare: mi registro sul web, pago i due euro con carta di credito o con Paypal e poi voto online.
Oppure, al limite: mi registro sul web, pago i due euro con carta di credito o con PayPal, stampo un pezzo di carta e con quello vado a votare.
Invece, a quanto pare, la cosa funziona così: mi registro online, stampo un pezzo di carta, poi con quel pezzo di carta vado all’ufficio elettorale, là mi fanno pagare i due euro cash e mi danno un secondo pezzo di carta con il quale, finalmente, potrò andare a votare.
Ecco, qualcuno dovrebbe spiegare a quelli del PD che le procedure online servono a semplificare le cose, non a complicarle. Servono a stampare meno carta, non il doppio. Servono a far fare alle persone una cosa sola anziché due, non due anziché una sola.
Altrimenti, poi, alle gente viene il sospetto non solo che del web non abbiate capito un cazzo, ma che per giunta lo usiate strumentalmente per sembrare un po’ più fighetti.

Il fine giustifica i Renzi

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«La rottamazione? Una frase bieca, truce e volgare. Ma mi ha portato titoli sui giornali e mi ha reso credibile».

Massì, Matteo Renzi: cosa ce ne frega di essere biechi, truci e volgari se ci porta titoli sui giornali?

“Purché se ne parli”, caro Renzi. Ma poi, se qualcuno utilizza l’aggettivo fascistoide nei tuoi confronti, tu ti inalberi. “Ma come – dici – vengo attaccato sul giornale del mio stesso partito?”

Tu però, puoi tranquillamente mettere Bersani e Vendola sullo stesso piano di Fiorito. Uno è l’attuale segretario del tuo partito, l’altro è alleato del tuo partito. Anche i consiglieri del PD che supportano la tua giunta sono come Fiorito? No, per sapere…

Capisco che tu voglia andare sui giornali ma c’è modo e modo di andarci. Ad esempio – oggi leggevo su tuitter e condividevo – se un supporter di Bersani si fosse messo una tua maschera e avesse fatto finta di essere investito, avremmo avuto un sacco di titoli sui giornali.

Avremmo avuto titoloni sull’odio della sinistra verso i moderati, sul rischio di un rinfocolarsi della violenza e del terrorismo, sui Romanov assassinati, sulle foibe, su Pol Pot e su tutti i crimini della sinistra mondiale ai quali, “si sa, signora mia,” Bersani, in fondo in fondo ammicca!

Ma tu, Renzi, te la cavi dissociandoti, e tutti a dire: “ma che bravo che si dissocia!”. E’ il mainstream, bellezza!

Vedi Matteo Renzi, tu e tutti quelli che utilizzano toni violenti per far parlare di sé stessi rappresentate uno dei peggiori problemi della politica italiana. Perché al di là del linguaggio squadristico – che fa schifo in sé e per sé – a furia di andare sui giornali per i vostri toni sono anni che il dibattito politico e giornalistico di questo Paese si concentra solo sui vostri rutti in libertà. Santè

L’auto-rottamazione come presa in giro

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Dichiarazioni di disimpegno a pioggia: Veltroni, Castagnetti, forse anche D’Alema. Tutti accorrono a dichiarare che loro, probabilmente, “non si candideranno”. Molti penseranno che questa mossa serva a disinnescare la retorica rottamatrice di Renzi.

Ma non si campa in politica, specialmente quando non si e’ mai ottenuto niente nella propria vita com’e’ il caso dei Nostri, se non si ha uno spirito di auto-conservazione molto forte. Ora, e’ vero che l’unico argomento di Renzi (dato che gli altri si intuiscono a stento) e’ la rottamazione della vecchia classe dirigente. Ma e’ anche vero che e’ un aspetto sul quale Renzi, di per se’, puo’ nulla. Glielo ricordano, beffardamente, gli stessi suoi avversari, si veda qui.

Allora, quale sarebbe il mio piano se fossi D’Alema? Preso atto che la mia presenza, da sola, fa perdere al partito piu’ voti di quanti ne porta, mi farei da parte. Sicuro, ovviamente, che il mio contributo rimanendo fuori verra’ ricompensato. Come? E’ presto detto. Nell’enorme mole di cose che abbiamo deciso di non privatizzare, nell’infinito insieme di apparati ridondanti che abbiamo sempre difeso dall’accorpamento, nella miriade di enti inutili che sono sopravvissuti a ogni razionalizzazione. E come sottosegretari, ovviamente.

Qualunque sara’ il prossimo candidato premier del PD, probabile vincitore, avra’ un enorme debito da ripagare verso i suoi “vecchi”. Solo che chi mette i soldi, come al solito, sono i contribuenti.

Generatore automatico di regolamenti per le primarie del PD

in Generatori Automatici by

Istruzioni: fare refresh per ottenere un nuovo regolamento per le primarie del PD

Turno multiplo con avvitamento, iscrizione degli elettori a Hotmail, partecipazione al ballottaggio solo degli elettori sotto gli ottanta chilogrammi che hanno partecipato al capodanno in Piazza del Popolo purché si siano confessati almeno tre volte nell'ultimo semestre, contributo di centoventi euro e quaranta perline.

Recensione

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Nel caso non ve ne foste accorti perché distratti o perché preferite la sanità mentale, si avvicina l’uscita del quarto capitolo di “Primarie”, l’ormai storica serie creata dal centrosinistra oltre sette anni fa e ancora seguitissima da tutti gli appassionati italiani.

La trama, per i più distratti e i meno mentalmente disagiati, è la solita: un nutrito gruppo di elettori vorrebbe decidere chi sarà a guidare la coalizione di centrosinistra alle vicine elezioni politiche. Una manciata di candidati si sfidano nei mesi precedenti a partecipare al grande torneo, allenandosi duramente nelle discipline della dichiarazione alle agenzie e dell’ospitata a Ballarò fingendo di ridere per Crozza: ma l’inquietante verità sul torneo non viene rivelata, e i partecipanti scopriranno che c’è qualcosa di più importante della candidatura da vincere, qualcosa che è nel cuore di tutti: i titoli dei giornali.

Fin qui la trama nota a chiunque già dai primi trailer. Fermatevi ora se non volete rovinarvi nessuna sorpresa.

SPOILER
(NON LEGGETE OLTRE SE NON VOLETE SAPERE COME VA A FINIRE E NON AVETE MAI VISTO UNA PRIMARIA IN ITALIA PRIMA D’ORA)

Non si può certo pretendere, da un format ormai collaudato come la serie di Primarie, che la struttura venga stravolta: il candidato favorito, le comparse sfigate che vogliono cambiare il sistema, i giornalisti schierati, tutto è ormai standard. L’impressione, tuttavia, è che per sopravvivere al già visto bisognasse osare di più, e cambiare almeno, per una volta, i colpi di scena.

Scoprire per l’ennesima volta che il torneo è in realtà una farsa organizzata dai soliti noti per far vincere il segretario del partito, dopo tre plot twist identici nei precedenti capitoli, non può che far sbadigliare. L’unico spunto per la suspense a questo giro è la lotta per il secondo posto tra Vendola, il candidato gay che non sa fino all’ultimo se partecipare, e Renzi, il candidato che diceva le barzellette sconce alle medie affamato di successo.

I comprimari sono, se possibile, ancora meno appassionanti di quelli delle passate edizioni, e si rimpiangono i momenti thriller del candidato senza volto, lo spaesamento esistenziale di un Gawronski o perfino la comicità grottesca di Mastella.

L’episodio sembra inseguire diversi generi senza riuscire bene in nessuno: la seriosità già di suo poco credibile e mai davvero coinvolgente delle istituzioni viene intervallata da una linea comica basata esclusivamente su “le C aspirate e le battute da quattro soldi” di un personaggio di cui, in fin dei conti, agli spettatori non frega assolutamente nulla.

Manca anche un qualunque aggancio con la realtà: i partecipanti alla gara sembrano vivere in un mondo a parte, in cui si parla solo della gara stessa, non esistono le persone normali (tranne i fantomatici “elettori”, mai presenti in scena, più immaginati che reali) e la crisi è un argomento di conversazione spicciola (“Visto che crisi oggi?” – “Ho letto che da settimana prossima dovrebbe migliorare”, “Lo dicono sempre ma non azzeccano mai”).

Quindi sì, ok, a vincere è Bersani, come già nel terzo episodio. Ma importa davvero a qualcuno? Non solo si capisce che è già tutto deciso quasi subito (specie se avete già visto gli episodi precedenti), ma non c’è una vera minaccia, non c’è un nemico (nulla di lontanamente paragonabile al Berlusconi della trilogia originale), non c’è un obiettivo specifico al di là della gara stessa.

L’unico tentativo di innovazione è forse il ruolo dell’Udc, fantomatico partito “di centro”, delle cui intenzioni nulla è noto, ombra residua e spettrale della leggendaria e millenaria forza politica che sarebbe scomparsa come Atlantide in epoche passate. L’entità tiene effettivamente incollati alla sedia per un po’, quando si rivela che in caso di vittoria Bersani stringerebbe un patto con i suoi ectoplasmatici leader. Ma poi, inspiegabilmente, si capisce che è la stessa cosa che farebbero gli avversari, e la cosa perde tutto il suo interesse: a questo punto sarebbe stato più efficace tirar fuori un Andreotti Godzilla radioattivo e virare sul DTV stile Asylum.

In conclusione, se avete seguito la serie, lo vedrete inevitabilmente per pura curiosità, ma rimarrete delusi. Se non l’avete mai seguita, potrebbe appassionarvi per un po’. Ma alla fine rimarrete delusi lo stesso.

Voto: 1.5/5.

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