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Cosa cambia dopo Sanders e Trump

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Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

L’opzione Joker

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L’istituto referendario è uno strumento fenomenale di democrazia – nei sistemi politici maturi. In Italia, da qualche tempo, è diventato un’arma capace di spostare equilibri politici più generali, senza nessuna volontà da parte di chi propone di incidere sulle politicy vere e proprie.

Questo era il caso dei quattro referendum del 2011. Scriveva Franco De Benedetti, ex senatore DS, nella primavera di quell’anno:

“Il pacchetto acqua + nucleare + legittimo impedimento è stato confezionato per mettere in imbarazzo il PD; il proposito é di fare il pieno di tutti i populismi disponibili su piazza per mettere un’ipoteca sui possibili sviluppi della fase politica del postberlusconismo. (…)

La maggioranza è ovviamente contraria ai referendum. Il problema sono gli elettori del PD. Ad essi dovrebbero essere spiegate le ragioni per opporsi: primo, per non sottostare al ricatto populista dei Di Pietro; secondo, per dimostrare coerenza con un obbiettivo, quello della assegnazione dei servizi pubblici mediante gara, che la sinistra insegue da 15 anni. Ricordiamo che il primo progetto di legge in proposito aveva la firma di Giorgio Napolitano, ministro dell’Interno, ed era stato portato avanti dalla sottosegretaria Vigneri.”

Impossibile fare una sintesi più precisa del danno creato allora da una iniziativa concepita apposta per sfasciare. Oggi come allora, c’è qualcuno che vuole solo “vedere bruciare il mondo”, ed è Giuseppe Civati. I suoi otto quesiti referendari (due sulla legge elettorale, due contro le trivelle, uno contro le grandi opere, due sul lavoro e uno contro i poteri dei presidi a scoula) sono una summa di tutto il peggio prodotto dai populismi di questi mesi, e anche l’affermazione di volersi porre in contrasto a quanto una sinistra socialdemocratica deve ambire a fare: provvedere a fonti energetiche che non dipendano da autocrati esteri, migliorare la dotazione infrastrutturale del Paese, rendere più equo il mercato del lavoro e far funzionare la scuola pubblica. Il governo Renzi su questi temi è spesso insufficiente, e sulle riforme istituzionali tra il goffo e il disastroso. Ma Civati non ha nessuna intenzione di entrare nel merito: il suo metodo politico è un semplice avvelenamento dei pozzi, al grido dei niet più forti disponibili al mercato dei demagoghi. L’obiettivo è rendere impossibile discutere di questi temi in modo ragionato, spostando verso la sinistra dei Corbyn, degli Tsipras e di Iglesias il baricentro del dibattito politico. La sua è l’opzione Joker: se non farà la sua fortuna – d’altronde nessuno ricorda i nomi dei tizi del comitato acqua pubblica – potrebbe ben fare la fortuna dei prossimi Di Battista e Di Maio. Dubito lo ringrazieranno.

Adinolfi, tutti i giorni

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Un paio d’anni fa, durante una trasmissione radiofonica, mi ritrovai -mio malgrado- a discutere con Mario Adinolfi sui cosiddetti “temi etici”: dovendo riscontrare, non senza provare una punta di compassionevole divertimento, che il suo metodo dialettico consisteva nella declinazione sistematica di tautologie a ripetizione, e dunque non lasciava spazio ad alcun esito possibile tranne smettere di parlare e occuparsi di altro.
Quel giorno, tanto per fare un esempio, mi azzardai a sostenere che secondo me un “Partito Democratico”, sulla scorta dei valori di progressismo e inclusione che teoricamente dovrebbero essere nel suo DNA, avrebbe dovuto intrinsecamente adottare un atteggiamento di apertura nei confronti del matrimonio gay, del testamento biologico, della fecondazione assistita e via discorrendo; sentendomi rispondere una cosa sconcertante tipo “Capriccioli sostiene che il PD deve essere favorevole al matrimonio gay perché lo dice lui”.
Evvabbè. Lui è uno che fa così, discuterci non serve a niente. Come dire, pazienza, basta saperlo.
Dopodiché, debbo ammettere che di Adinolfi ho sempre guardato con sconfinata ammirazione la parabola politica, sempre sagacemente e pervicacemente tesa a cercare spazio laddove ce ne fosse un morso (warning: il primo che si azzarda a fare una battuta sullo “spazio” e sulla mole di Adinolfi lo banno, e non sto scherzando).
Voi ve le ricordate, per dire, le primarie del PD nelle quali il nostro amico si candidò come esponente dei “giovani” e della “rete”? Allora le parole d’ordine erano “meno di 40 anni”, “genocidio generazionale” e “nuovo”.
Ebbene, in quelle elezioni Adinolfi ottenne 5.906 voti. Su 3.554.169. Una cosa, insomma, vicina all’uno per mille. Eppure grazie a quel formidabile risultato entrò di diritto nell’assemblea costituente del partito. Con una metafora pokeristica, si trattò della magistrale capitalizzazione di una coppia di sette. A voler esagerare.
Poi, nel 2009, la candidatura alla Segreteria Nazionale del PD: ancora qualche scampolo di giovanilismo (del resto Adinolfi rientrava ancora, sia pure di poco, negli under 40), ma soprattutto democrazia diretta e retorica anti-casta, anti-mafia, anti-banche. Temi certamente di attualità. Per non dire, a quei tempi, in gran voga.
Alla fine la candidatura fu ritirata, e Mario confluì a sostegno di Franceschini. Cosa che successe anche nel 2012, allorché Adinolfi prima si candidò in proprio, e successivamente decise di appoggiare Gentiloni. Nel frattempo, il subentro in Parlamento come primo dei non eletti dopo le dimissioni del neo-sindaco di Civitavecchia.
Poi, inesorabile, il tempo passa. Oggi siamo nel 2014, e per uno del 1971 la stagione degli “under 40” è finita da un po’. Lo spazio, come dire, va cercato altrove: e non a casa propria a giocare a poker online, come si converrebbe a chi appena otto anni fa sbraitava che gli ultraquarantenni dovevano levarsi di mezzo.
Macché, manco per niente. Oggi lo spazio da cercare è sintetizzato in un suggestivo collage di istanze anti-gay, anti-fecondazione assistita, anti-eutanasia, insomma “anti-temi etici”, condite da una cospicua quantità di parole quali “natura”, “Dio”, “cristianesimo”, con la ciliegina sulla torta di un pungente anti-savianesimo, tanto per avere dei punti di riferimento ben visibili. E deve trattarsi di uno spazio invitante assai, al punto da indurre Adinolfi a annunciare la fondazione di un quotidiano (avete capito bene, un quotidiano) dal moderato nome “La Croce” che si occuperà esclusivamente di questi temi.
Voi ve lo immaginate? Tutti i giorni. Tutti i giorni sentirsi raccontare che il matrimonio gay non va fatto perché “solo dall’unione di un uomo e di una donna nascono figli”, che “ogni persona ha dentro la dignità di Dio” e che siamo afflitti da “meccanismi che negano diritti ai bambini che vanno dalla fecondazione eterologa all’oscenità dell’utero in affitto”.
Tutti i giorni tenendosi sul gozzo la voglia di rispondere, e tutti i giorni reprimendola, perché rispondere a uno così sarebbe del tutto inutile.
Tutti i giorni.
Almeno finché lo spazio, magicamente, non si materializzerà altrove.
Speriamo presto.

Cabaret

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Ricapitoliamo: uno non vota per Grillo perché lo mette non poco a disagio (tra l’altro):
1. sentire Grillo che strilla a tutti gli altri che devono “andarsene a casa”;
2. sentire Grillo che rinfaccia a Renzi che aveva detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra, come se si trattasse di un gioco da tavolo e nel mezzo non ci fossero la politica, i suoi momenti che cambiano rapidamente, i relativi rischi e le connesse responsabilità.
Ebbene, uno non vota per Grillo, poi guarda i risultati delle elezioni con un certo sollievo, perché Grillo ha preso la metà dei voti degli altri, e a quel punto i sostenitori di quegli altri attaccano a dire a Grillo:
1. che deve andarsene;
2. che deve andarsene perché aveva detto che se perdeva se ne andava.
Cioè, in estrema sintesi, iniziano a fare esattamente come lui.
E allora, abbiate pazienza, uno finisce per porsi più di una domanda.
Tipo: ma esattamente da dove dovrebbe andarsene, Grillo? Da casa sua? Cioè, state paventando una specie di esproprio della villa? O magari, che ne so, deve dimettersi da comico? Cioè, per esempio, farsi serio serio e mettere in scena Ibsen? Oppure togliersi dalla guida del suo movimento? Ipotesi invero più plausibile e tuttavia ugualmente singolare, giacché gli unici titolati a fargli tale invito sarebbero gli iscritti al movimento medesimo, mica gli altri.
Ma soprattutto: cosa stiamo facendo, la politica o il rimpiattino delle fregnacce?
Perché se stiamo facendo il rimpiattino delle fregnacce avvertitemi: io mi metto a frugare l’archivio, come ho fatto altre volte tra il serio e il faceto, e tiro fuori un campionario di promesse disattese che per scriverle tutte mi toccherà aprire un altro blog.
Dopodiché, però, la prossima volta che mi parlate di responsabilità, di diversità da quelli che strillano, di populismo e di demagogia mi toccherà farmi una risata.
E magari, chissà, dovendo votare per il cabaret scegliere perlomeno quello originale.

Eccoci qua

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Quello che sta succedendo, per come la vedo io, viene fuori dritto dritto da un percorso tanto semplice quanto agghiacciante. Permettete che ve lo illustri in estrema sintesi.

Prima qualche buontempone si diverte a convincere le persone che per sconfiggere la “vecchia politica” è sufficiente essere onesti e buoni, e quindi che sapere di cosa si parla è tutto sommato secondario.

Poi qualcun altro, non meno dotato di senso dell’umorismo, ha l’alzata d’ingegno di approfondire la riflessione sul secondo dei due requisiti, suggerendo -in modo neppure tanto subliminale- che è proprio il sapere di cosa si parla a qualificare la politica come “vecchia”.

Infine, e siamo al mirabile compimento dell’opera, altri ancora risolvono il sistema di equazioni in concludendo che la condizione necessaria e sufficiente per sconfiggere la “vecchia politica” è non sapere di cosa si parla, indipendentemente dal fatto che si sia onesti e buoni oppure violenti e facinorosi.

E insomma, eccoci qua.

Come se avessi accettato

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Io, come qualcuno sa, sono un convinto assertore della libertà di espressione.
Per cui, tanto per fare un esempio, se uno ritiene “curioso” che “5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei”, con la significativa postilla che deve “approfondire” la questione, lo dica pure.
Lo dica pure, che la politica “è tutto un magna-magna”, per poi aggiungere che non vuole un governo tecnico perché è una truffa, anche se a questo punto, dato che i governi sono o tecnici o politici o al limite un ibrido tra i due, non si capisce bene che minchia di governo voglia.
Dica pure che la politica “è tutta uguale”, con ciò trascurando il non trascurabile particolare che mentre lo dice sta a sua volta facendo politica, perché questo è un gioco che o ci sei dentro o ti chiami fuori, ma chiamarsene fuori comporta conseguenze un tantino più onerose che rilasciare un’intervista a Repubblica.
Insomma, dica pure quello che gli pare, Zunino: non sarò certo io ad adoperarmi per impedirglielo.
Mi permetta, tuttavia, di rispondergli che raramente mi è capitato di imbattermi in una vagonata di luoghi comuni come quella che ho avuto appena modo di leggere; che essere “popolo” non equivale necessariamente ad affastellare alla rinfusa idee nebulose; che dare la sensazione di non sapere bene quello che si dice non lo aiuta neanche un po’, il “popolo”, ma al contrario lo penalizza, lo mortifica, lo rende ridicolo e vulnerabile.
Insomma, poiché Zunino e i suoi sostengono di difendere il “popolo”, e siccome al “popolo” appartengo anch’io, l’occasione mi è gradita per comunicare loro che se la difesa dev’essere ‘sta roba, pur ringraziandoli per la lodevole intenzione preferisco non essere difeso affatto.
Davvero, fate come se avessi accettato.

Altro

in politica by

Absinthe mi suggeriva di farci un generatore automatico, ma segnalare la cosa sarà più che sufficiente, anche perché nei casi in cui un generatore verrebbe fuori meno grottesco dell’originale è meglio lasciar perdere.
Orbene, sorvolando sul resto (che va dal solito campionario tipo “la massoneria”, “la Germania” e “il Vaticano” fino ad ancora più estremi “Equitalia” e “la Francia”), risulta che secondo 5.443 su 32.000 partecipanti al sondaggio di Beppe Grillo in Italia comanda “Altro”.
Quando si dice avere le idee chiare, eh?

Non basta, anzi è pericoloso

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Una fontanella dell’acqua pubblica che scroscia, le proprietà antiossidanti dell’aloe, il detersivo ecologico fatto col limone e la coppetta di lattice in cui raccogliere il sangue mestruale delle donne -ma senza dirlo esplicitamente, ché l’argomento è scabrosetto, basta fare un sorrisino e accennare che aiuta a “raggiungere l’obiettivo dei rifiuti zero”- e l’esortazione finale a riprendersi gli spazi sottratti ai cittadini dalla politica.
Non è una dispensa di Suor Germana, non è una pagina del calendario di Frate indovino e non è neanche una rubrica televisiva di Luca Sardella: si tratta del video con cui Federica Daga ha presentato la sua candidatura alle “parlamentarie” del Movimento 5 Stelle.
E sapete cosa? Federica Daga, alla fine della fiera e non si sa bene con quanti voti, è risultata capolista a Roma e provincia.
Ora, io non voglio sottovalutare l’importanza di argomenti come l’ambientalismo, la decrescita e via discorrendo, ancorché -e in una certa misura perdipiù se- declinati in modo così genuino da sfiorare l’ingenuità; e non nego che la Daga, così come gli altri che hanno confezionato i loro spot al cubitale grido di “incensurato”, siano esseri umani incomparabilmente più onesti e in buona fede rispetto a molti -diciamo pure la maggioranza- dei politici che ci hanno governato fino ad oggi.
Però, perdonatemi, mi pare che questo non sia sufficiente.
Al contrario, trovo pericoloso il concetto -fin troppo di moda- in base al quale per fare politica in modo efficace basterebbe essere delle brave persone, così come trovo pericolosa l’apologia incantata della gente comune che rifugge dalla ideologie e si candida a governare il paese facendo leva sulla semplice -e direi semplicistica- affermazione della propria alterità rispetto alla “casta”.
Perché credo che la politica sia anche -e soprattutto- ideologia; che volerla fare da “politici” non implichi necessariamente il corollario di essere dei ladri; che in giro ci siano un mucchio di brave persone, ma il fatto che siano tali non è di per sé sufficiente a delegare loro la possibilità di decidere per il paese.
Se è questo -e mi pare che sia questo- il registro della “rivoluzione” con la quale il Movimento 5 Stelle ha in mente di travolgere il paese, si tratta di una rivoluzione che non mi convince per niente.
Anzi, per dirla tutta mi inquieta un pochino.

Un cazzo e tutt’uno

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Conoscete a memoria l’adagio, perché negli ultimi anni l’avrete sentito ripetere -e magari l’avete ripetuto voi stessi- qualche milione di volte: le ideologie sono morte, e la politica dovrebbe proporre soluzioni concrete ai problemi delle persone senza perdersi in chiacchiere inutili e oziose enunciazioni di princìpio.
Ora, al netto del fatto che ultimamente i partiti ci hanno messo parecchio del loro per essere qualificati come combriccole che blaterano senza concludere niente, trovo che l’affermazione di partenza sia letteralmente ridicola: se l’alternativa a una classe politica inetta e corrotta devono essere quelli che non solo non hanno una visione del mondo, ma si spingono fino a rivendicare la cosa come se si trattasse di un fatto positivo, per me è grosso modo un cazzo e tutt’uno.
Non mi fido dei primi, perché non fanno altro che difendere strenuamente le rendite di posizione che hanno acquisito; ma non mi fido neppure dei secondi, perché propongono delle cose senza saperle minimamente inquadrare in un -sia pur minimo- disegno generale: e quindi, in ultima analisi, non sanno quello che fanno.
Come dite? Chi proclama la morte delle ideologie è il “nuovo”? Be’, a me non pare per niente “nuovo”, uno che non sa spiegarmi perché propone quello che propone; dove vorrebbe portare il paese; che tipo di società immagina. Mi pare solo un superficiale che nasconde il vuoto pneumatico del proprio pensiero dietro la maschera della concretezza e del pragmatismo.
Date retta: non basta essere privi di una visione d’insieme, e quindi non essere niente, per qualificarsi come il nuovo che avanza. Si tratterebbe, casomai, essere qualcosa di diverso: cioè di avere una visione d’insieme nuova.
Il che, abbiate pazienza, è tutt’altra cosa.

Tanto è uguale un cazzo

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Che poi, come al solito, uno fa la figura del rompicoglioni che spacca il capello in quattro. Però, abbiate pazienza, scrivere un post che -data l’attualità dell’argomento- verrà rimbalzato da tutta la stampa citando una canzone e sbagliare la citazione non è soltanto una questione di forma: nella sua “Canzone per l’estate” -peraltro scritta insieme a Francesco De Gregori- De André chiede al protagonista “Com’è che non riesci più a volare”, non “Perché non riesci più a volare” come dice -rivolgendosi a Favia- Beppe Grillo; il quale Grillo, contrariamente a quanto fanno -o cercano di fare- i suoi colleghi blogger meno famosi, non si è manco degnato di controllare il testo facendo una ricerca su Google – la rete, avete presente, quella che offre mille possibilità e finirà per rendere libero il pianeta?-, perché evidentemente tanto è uguale, più o meno non cambia niente, tutto sommato il concetto è quello e via discorrendo.
Però io non credo, come dicevo, che sia soltanto una questione di forma: perché poi va inevitabilmente a finire che lo stesso metodo, quello del tanto è uguale, viene applicato anche ad argomenti assai meno marginali, sui quali verrebbe da dire -con rispetto parlando- che tanto è uguale un cazzo.
Prendete questo intervento, ad esempio: voi lo capite, leggendolo, se Grillo è favorevole al matrimonio gay, o alle unioni civili, oppure ai PACS? E soprattutto, capite se lui abbia capito che si tratta di tre soluzioni diverse che implicano diverse premesse e conseguenze politiche?
Io, francamente, no.
Poi, come al solito, ce ne saranno un sacco e una sporta che si sgoleranno a dire che in fondo non cambia niente neanche qua, che tanto più o meno è la stessa cosa, che grosso modo ci siamo capiti: in un impeto pressapochista che travolge tutto semplificando, rifiutando i ragionamenti complessi, mortificando le parole e mettendo alla berlina -intellettuali di merda, burocrati, azzeccagarbugli, segaioli- quelli che si ostinano a dar loro un significato e a -tentare di- far discendere da quel significato le conseguenze appropriate.
Questione di punti di vista, direte voi.
Io, personalmente, mi tengo il mio. E scusatemi, davvero, se il vostro continua a spaventarmi un po’.

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