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La Grecia ha rotto il cazzo

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Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

I matrimoni hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Luca e Tania, che hanno riunito la compagnia per un annuncio importante. Ci sono tutti. Manca soltanto Carla, che è andata a raccogliere pere williams in Australia. La serata è afosa: ottobre s’è travestito da agosto e si sta a mezze maniche. Mario è stranamente sobrio ed è venuto con la sua nuova fiamma: una ragazza brasiliana di nome Paula. Lei è alta un metro e novanta, ha spalle da nuotatore, braccia da pugile, voce baritonale e lineamenti molto marcati. Chiedi come si sono conosciuti ma ricevi solo risposte vaghe. Lei racconta di quella volta che ha steso tre rapinatori in una banca. Non insisti. Mimmo invece se ne sta in disparte e giocherella con un affare di gomma. Ti avvicini per vedere di che si tratta. “È una vagina di caucciù, un antistress, l’ho chiamata Marika” dice lui palleggiandola da una mano all’altra. Camilla ha di nuovo cambiato fidanzato: Cedric, un giocatore di basket senegalese conosciuto durante il suo ultimo volontariato in Africa. Insomma, sono tutti in coppia tranne te.

La serata è allegra. Luca e Tania raccontano il loro ultimo viaggio in Thailandia e mostrano le quattromilanovecentotrentasei foto che hanno scattato. Mario siede in braccio a Paula sul divano; Mimmo si è chiuso in bagno da venti minuti con la sua Marika. Si parla della vostra generazione: del lavoro che non c’è, dei social network, dei cervelli in fuga e del porno amatoriale. Cedric confessa che sta avviando una start up. Vorresti insultarlo ma, essendo alto quaranta centimetri più di te, pensi che è meglio se ti fai i cazzi tuoi. Pensi inoltre che la tua non violenza è sempre stata una sana forma di realismo. Pensi a questo mentre Luca interviene e sposta la discussione sulla vita di coppia. Dice che in due è tutto più facile, che non si può mica restare ragazzini per sempre; infine accenna alla sindrome di Peter Pan e ti lancia un’occhiata di rimprovero. Fai finta di niente.

Poi arriva il momento dell’annuncio importante. Tania richiama l’attenzione schiarendosi la voce e parla. “Raga, io e Luca…be’, ecco, abbiamo deciso di fare il grande passo: ci sposiamo”. Un brivido ti percorre la schiena. “In fin dei conti, non siamo più ragazzini, e poi conviviamo da sei anni”. Vorresti dire che guarda caso sono sei anni esatti che Luca non viene più a giocare a calcetto il venerdì sera. Ma taci. Guardi lui per capire se è d’accordo, se ne hanno mai discusso prima. Sorride, annuisce. Hai un secondo brivido: lui è addirittura d’accordo. Camilla abbraccia Tania, le dice che è una cosa meravigliosa e che non vede l’ora di vederla con l’abito da sposa. “Ma quindi niente più puttan tour?Nooooo!” interviene Mario portandosi le mani sul volto per la disperazione. La futura sposa lo fulmina con lo sguardo. 

Si comincia a parlare delle bomboniere, del menù, dell’abito, del viaggio di nozze. “Ma quindi niente più puttan tour???” ti sussurra all’orecchio Mimmo, che prima era distratto dalla incredibile verosimiglianza della Marika di caucciù. Tania è esaltata, Luca la asseconda. Pare che vogliano fare le cose in grande: seicento invitati, bomboniere d’oro zecchino, viaggio di nozze alle Hawaii. Ad un certo punto, spunta la lista nozze; Camilla mette a disposizione la sua esperienza: l’anno scorso s’è sposata sua sorella e sa come funziona. Mario ricorda a tutti che ha molto apprezzato quel matrimonio, specialmente il momento in cui il prete non riusciva a capire chi fosse lo sposo e chi la sposa. Segue qualche minuto di imbarazzo, ma poi l’atmosfera torna gioiosa.

Dopo qualche minuto spunta pure una mega bomboniera: una carrozza d’argento in scala 1:1. “Questa è per gli amici, l’abbiamo scelta io e mia suocera!” dice con entusiasmo Tania. Tu sai che lei e sua suocera non si sono mai potute soffrire, che la mamma di Luca è una rompicoglioni di dimensione galattiche e che è sempre stata gelosissima; sai che Tania la chiama affettuosamente “vipera del cazzo”. Ma taci. Guardi la carrozza e pensi che dovrai affittare un box auto solo per quella. Nel frattempo Luca ti si avvicina e ti poggia una mano sulla spalla. “E Malcolm sarà il mio testimone” dice con voce fiera e commossa.

Hai le vertigini. Te lo immagini quel giorno, immagini l’addio al celibato, i soldi che spenderai per il regalo, la mamma di Luca che abbraccerà commossa Tania e le augurerà tanta felicità. Ti immagini la cerimonia, il pranzo, gli zii della sposa che chiedono un applauso e gridano “evviva gli sposi!”. Non puoi permetterlo, non deve accadere. Alzi lo sguardo per dare un’occhiata ai due futuri coniugi. All’improvviso tiri fuori dalla giacca una busta di carta. La apri e cominci a distribuire alcune polaroid. Camilla si porta le mani sulla bocca, Mario sgrana gli occhi e dice “Cazzo, Tania, ma tu non sei vegetariana?! Porca puttana, mi fai vacillare la teoria sui pompini”. Le foto arrivano nelle mani della coppietta; entrambi svengono. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “volete ancora che vi faccia da testimone?”. Allora ti metti ad elencare.

Gli addii al celibato e al nubilato con la loro ironia del cazzo sulla libertà che se ne va; le spese folli (guadagnate mille euro a testa, per quale cazzo di motivo dovete spendere seimila euro solo di bomboniere?); il pranzo nei ristoranti lussuosi all’insegna dell’abbuffata coi parenti che raccattano gli avanzi e ci vanno avanti tre mesi; i balli di gruppo, perdio, i balli di gruppo; i finti regali tipo i piselli di gomma e i grembiuli erotici; il fatto che costringete gli amici a spendere duecento euro per un frullatore che non userete mai, e dico mai, nella vita; la mega torta; le bomboniere d’oro e d’argento; il viaggio di nozze nei paesi tropicali; il filmino di nozze in bianco e nero con gli Oasis come colonna sonora; il book fotografico in qualche villa rinascimentale.

Potresti continuare ma ti manca il respiro. Luca e Tania si stanno lentamente riprendendo. Camilla gli sventola le polaroid sul viso per fare un po’ d’aria. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” ripeti col tono del filantropo. Sai di aver fatto la cosa giusta. Mario ti prende la mano destra e la alza in segno di vittoria, come si fa nel pugilato. Mimmo chiede alla vagina di caucciù se vuole sposarlo; lei non risponde. Sì, hai fatto la cosa giusta. Allora guardi un’ultima volta la coppia: hai salvato loro la vita e il portafogli. Infine saluti tutti, ti volti ed esci fischiettando la marcia nuziale.

Le startup hanno rotto il cazzo

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Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi  e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una startup. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di startup?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una startup (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una startup sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo

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Siete nel giardino della Camilla, si festeggia la sua laurea in antropologia culturale e ha organizzato una grigliata vegetariana con tutta la comitiva. È una bella serata di fine settembre e fa un caldo boia.  Mario è ubriaco ancora prima dell’antipasto e racconta barzellette oscene. “La sapete quella della vegana che non fa i pompini?” urla alzandosi in piedi sulla sedia e agitando le braccia per richiamare l’attenzione. “Ma non è mica una barzelletta, è tutto vero!” aggiunge scoppiando a ridere come un coglione. Tu sei seduto vicino a Mimmo, che continua a farneticare parole sugli alieni, che secondo lui stanno di base in un campo a pochi chilometri da San Giovanni in Persiceto e votano Partito Democratico. Pensi che, in fin dei conti, ognuno ha gli amici che merita.

La serata procede bene: alle dieci ancora nessun ferito (cosa che non accadeva dal 2007); soltanto danni per poche centinaia di euro. Si mangia, si beve, si ride. La Carla parla delle sue meravigliose vacanze in Salento. Dice che ha ballato la pizzica; che ha bevuto vino dalla bottiglia di plastica; che c’è lu sule, lu mare, lu jentu; che è diventata amica di una che si chiama Maria Sole. Cazzo, che originale. Vorresti rovesciare il tavolo e colpirla con un calcio volante gridando “banzaiiiiiii”.  Ma ti trattieni. Stai diventando quasi una personcina a modo.

Alle dieci e quindici minuti Mario palpa il sedere alla mamma della Camilla. Alle dieci e sedici scoppia una rissa tra Mario e il papà della Camilla. Essendo quest’ultimo istruttore di karate, ci tocca chiamare un’ambulanza per Mario. L’atmosfera della festa non si guasta. Arriva una mega torta sulla quale hai fatto scrivere col cioccolato “Benvenuta nella disoccupazione”. La Camilla finge un sorriso che in realtà vuol dire “stronzo, questa me la paghi”. Nel frattempo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto venti giorni di prognosi.

Ad un certo punto, la Carla ti presenta un tipo di Firenze che ha conosciuto al mare e che è venuto a trovarla. Parlate del più e del meno, sembra simpatico. Ti chiede che fai nella vita e gli rispondi che sei laureato in scienze della comunicazione ma lavori nella macelleria dello zio. Contratto di apprendistato: non puoi lamentarti. Sghignazza ma soprassiedi. Allora gli rigiri la domanda: “e tu che fai nella vita?”. Sghignazza di nuovo. “Scrivo” dice con aria soddisfatta. “Ah, ma dài, cosa scrivi?” chiedi sperando in un passo falso. Che prontamente arriva. “Romanzi, perlopiù” precisa con sfrontato accento toscano. “Ah, ma dài, hai pubblicato?” insisti annusando l’imminente disfatta. A quel punto comincia a frugare nella borsa e tira fuori un librone. “IL SILENZIO DELL’INFINITO” c’è scritto in copertina. Sotto l’immagine di una fata mezzo nuda. Una bella gnocca con le ali. Ancora più sotto il nome della casa editrice: Pubblicatidasolo.com.

Il tipo è di fronte a te col suo sorriso da ebete. Si aspetta che sfogli il suo capolavoro e che dica una cosa come “Complimenti! Figo!”. Ma taci. Taci e cominci a fissarlo con aria minacciosa. “Che c’è…? Non ti piace…?” chiede imbarazzato. Continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Poi parli. “Senti, ma hai altre copie qui con te?” chiedi fingendo inaspettato interesse e mettendogli una mano sulla spalla in segno di amicizia. “Certo! Ho la macchina piena, ho appena ritirato tutte le copie della PRIMA edizione” dice sottolineando che si tratta della PRIMA edizione e lasciando intendere che ne verranno sicuramente almeno altre quindici. “Tutte tutte? Bene, mi è venuta un’idea: portale qui che improvvisiamo una bella presentazione!” proponi con incredibile entusiasmo.

Cinque minuti dopo tutti i duecento volumi sono piazzati su un tavolino di plastica. Il tipo di Firenze è felice come una pasqua, tutti attendono l’inizio del reading. Camilla pensa che alla fine non sei così stronzo. Chiedi l’attenzione del pubblico e cominci a parlare. “Qui si fa la storia” introduci notando un sussulto di fierezza nello sguardo dell’aspirante scrittore. “Qui si fa la storia della letteratura italiana” prosegui svitando il tappo di una bottiglia di plastica contenente uno strano liquido verde. “Qui si sta salvando la letteratura italiana”. Il fiorentino è al settimo cielo e con falsa modestia ti fa segno di non esagerare. Poi, all’improvviso, con scatto felino, rovesci il liquido su tutte le copie. Si sente un “ooooh” di meraviglia tra il pubblico. Il futuro premio Nobel ha un sussulto, questa volta di terrore. Prendi un fiammifero e… Fiamme altissime. Il tizio sviene. “Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “hackererò il tuo pc e cancellerò pure gli inediti”. Poi ti metti ad elencare.

Le presentazioni di merda nei bar di paese con la prima fila composta da cugini e la seconda dagli zii e la terza dagli amici; i titoli del cazzo che scimmiottano i grandi capolavori; il fatto che si dichiarino “scrittori” anche quando si sono pubblicati da soli (hai speso duemila euro e non venderai mezza copia, idiota!); i continui appelli su facebook a comprare un romanzo di seicento pagine che racconta le gesta della regina di Fregnagon, un mondo incantato abitato da fate e gnomi che trombano tutto il tempo perché tu, aspirante scrittore, non hai una fottuta idea narrativa; i concorsi letterari per sfigati che premiano con una targa e cinquanta euro in buoni pasto; il fatto che si prendano maledettamente sul serio e credano di essere tanti piccoli Hemingway incompresi; le loro virgole tra soggetto e predicato (ma imparate a scrivere!); i loro amici o compagni che se ne escono con quelle frasi del cazzo tipo “guarda che è bellissimo, dovresti leggerlo prima di giudicare”; i romanzi fantasy: piaga dell’universo; i romanzi erotici: martellate sui coglioni; i libri di poesia, diosanto, i libri di poesia; le epigrafi in latino per darsi un tono; quelli che nella sezione lavoro di facebook mettono “scrittore” presso “me stesso”.

Riprendi fiato mentre tutte le copie del capolavoro sono ormai carbone. L’Italo Calvino di noialtri è svenuto e la Carla cerca di farlo rinvenire. “Gli aspiranti scrittori hanno proprio rotto il cazzo” sussurri con la soddisfazione del missionario. Qualcuno si avvicina e ti stringe la mano. Qualcun altro, preso dall’entusiasmo, dà fuoco a un romanzo di Paolo Coelho. “Hai fatto la cosa giusta, amico” dice Mimmo abbracciandoti. Guardi un’ultima volta le ceneri dell’intera prima edizione de “IL SILENZIO DELL’INFINITO”: fortunatamente niente è più leggibile. Poi ti volti e vai a prendere un’altra fetta di torta. È buona ma c’è troppa panna. 

I blogger hanno rotto il cazzo

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Vi siete appena seduti, aspettate il cameriere coi menù. Lei è di fronte a te: proprio una bella gnocca. Pensi che con una così non ci uscivi dal… Pensi che con una così non ci sei mai uscito. Due braccia, due gambe, due occhi, un naso e una bocca. Respira. Se ci fosse il tuo amico Mario, con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguono, farebbe partire un sonoro applauso e chiederebbe il supporto del pubblico: “Un bell’applauso per Malcolm che finalmente trapana una topa di livello medio-alto!”

Ginevra si chiama. Come una città della Svizzera francofona. Però è di Milano. L’hai conosciuta ad una festa a casa di amici; ci hai scambiato due chiacchiere e quando le hai chiesto il numero incredibilmente te l’ha dato. Ed ha pure accettato il tuo invito a cena. Non sai niente di lei, solo che scrive. “Che fai nella vita?” le hai chiesto quella sera. “Scrivo” ti ha risposto sorridendo. Madonna che gnocca. Del resto, non te ne frega un cazzo di quello che fa nella vita: se una così fosse un serial killer, l’aiuteresti ad affondare il coltello.

Mentre te la immagini nella posizione della foca monaca, arriva il cameriere coi menù. “Scusi, può portarmi anche il menù vegano?” chiede lei strizzando l’occhio. “Ah, t’interessi di cucina alternativa?” domandi avendo un sussulto. “Be’, sì, a dire il vero, il mio lavoro… E poi sono vegana”. Quasi cadi. Ti esce un “oh cazzo” che giustifichi con l’instabilità della sedia. Aggiungi che una volta le facevano in Friuli e adesso le importiamo dalla Cina. Lei sorvola. “Ma quindi sei proprio vegana vegana…?” Ride. “Certo, vegana al 100%! Non mi dire che tu…” Sei tentato di mentire come un Giuda ma poi pensi a quella volta che hai schiaffeggiato con una melanzana un amico per lo stesso motivo e la tua coscienza te lo impedisce. Hai ancora un briciolo di dignità. “Non sono vegano” ammetti facendo spallucce.

La serata procede bene. Lei ti chiede i tuoi dieci romanzi preferiti, i tuoi dieci film preferiti, i tuoi dieci concerti preferiti, i tuoi dieci dischi preferiti. Non capisci bene ‘sta cosa del dieci – anche perché per rispondere ogni volta ci vuole mezz’ora – ma c’ha una scollatura che diomio. Ad un certo punto, siccome l’altra volta ha un po’ glissato, le chiedi di nuovo del suo lavoro. “Ma, insomma, che lavoro fai?” Silenzio di qualche secondo. “Ecco… io ci ho un blog”. “Ah, ma dài, fico! Che tipo di blog?” chiedi annusando la situazione, che comincia a puzzare terribilmente di bruciato. E non hai ordinato alcun flambé. “Sono una vegan food blogger” dice lei sempre sorridendo. Secondo sussulto, seconda imprecazione con relativo commento sulla fattura delle sedie cinesi. “E ti pagano…?” chiedi timidamente ma conoscendo già la risposta. “In realtà, no… Però mi arrivano un sacco di prodotti omaggio!” risponde lei ridendo un poco sguaiatamente.

Sbatti un pugno sul tavolo. Si voltano tutti. “Se non ti pagano, mi spieghi come cazzo fai a definirlo LAVORO???” urli ormai senza pudore. “Ma io…io…i prodotti omaggio…” balbetta lei alla soglia delle lacrime. “I blogger hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “sticazzi, sei pure vegana, manco i pompini fai!” Allora ti metti ad elencare.

Quelle gatte morte delle fashion blogger  che stanno sempre a farsi selfie del cazzo per mostrare al mondo quanto sono cool, trendy o vintage; i food blogger con le loro ricette alternative e  quei nomi da deficienti tipo “Cucino qui in Ticino” che ti spiegano come fare una cazzo di caprese; quelli che nella sezione “lavoro” di facebook scrivono “blogger”; quelli che hanno il blog su L’Espresso o sull’Huffington Post e si prendono seriamente e ti dicono “sono un blogger de L’Espresso” pure quando hai chiesto “scusa, sai che ora è?”; quelli che cominciano i post con “che poi…” pensando di essere simpatici e al passo coi tempi; quelli che hanno sempre un’opionione contro; quelli che fanno le polemiche tra loro pensando che al mondo fuori interessi qualcosa; i blogger minimalisti; quelli massimalisti; quelli che “la sinistra dov’è?”; quelli che “i diritti civili”; quelli che fanno gli elenchi delle dieci cose che… (tra le dieci cose che hanno martoriato il cazzo ci siete sicuramente voi);  i blogger che fanno satira con battute taglienti; quelli che si sentono fichi a sputtanare i commentatori; quelli che fanno controinformazione per resistere alla dittatura dell’informazione.

Torni a respirare. Ginevra ti guarda con gli occhi pieni di lacrime; continua a farfugliare qualcosa sui prodotti omaggio. L’hai capito benissimo che è ricca di famiglia e che gioca a fare la food blogger. Coi soldi di papà e mammà. In sala tutti tacciono. Un tizio si avvicina, ti dà una pacca sulla spalla e ti sussurra all’orecchio “ti capisco, amico, ho sposato una fashion blogger”. Allora guardi un’ultima volta la gnocca vegan ormai distrutta. “Sì, i blogger hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con un sorrisetto soddisfatto. Poi ti alzi, paghi l’acqua minerale e te ne vai.

L’INGOIO

in humor by

Ogni lunedì sera gli autori di Libernazione si incontrano in Costa Smeralda al Billionaire, è giorno di chiusura e il locale viene aperto appositamente per loro.
Chi arriva in motoscafo, chi in dirigibile, chi in elicottero e chi, come Malcom Y, si lancia col paracadute da un cargo militare su cui è salito per sfizio, tutto senza metterci un centesimo di tasca loro, sia ben chiaro, sono finanziati dai POTERI FORTI.
Gli autori brindano a Tassoni e sangue di pangolino e decidono la linea editoriale della settimana a venire.
Parliamo di Palestina! No, parliamo di vaccini! No, scriviamo di omosessualità! Basta con l’omosessualità! Figa! Figa pelosa! Figa di putana! Porco dito!
E così via in un brainstorming da fare invidia a Le Monde.
Ed è esattamente così che vengono concepite sensazionali idee come questa.

autore-rettiliano

 

Dracula Frizzi
Io ogni volta che sento la parola “ingoio” mi viene una malinconia, ma una malinconia, che ora provo a spiegarvela. In pratica quando Canimorti ha detto facciamo un post collettivo sull’ingoio io ho avuto i lucciconi agli occhi e sono corso in camera a mettere su Far Beyond Driven, perché gli anni che io per la prima volta ho avuto a che fare con l’ingoio erano quelli, diciamo il 94 o giù di lì, e suonava appunto quel disco. Quindi questo pezzo si potrebbe intitolare “La prima volta che ho avuto a che fare con l’ingoio è stato 20 anni fa (e non l’hanno fatto a me)”.
Un sabato sera di autunno di tanti anni fa non ricordo che cosa avevo fatto, ma di sicuro non ero andato a quel festino a casa di quel tizio, perché me lo ricorderei. Me lo ricorderei perché poi il lunedì dopo a scuola erano tutti lì a ridacchiare e darsi di gomito, e a parlare di una ragazza che era finita all’ospedale perché aveva fatto un pompino (con ingoio) a tutti, ed era finita al pronto soccorso per questo. Dicevano, i più informati, che ne aveva totalizzati 11 per un equivalente in prodotto derivato di 33 cl, quanto una lattina di coca. Chi fosse la fanciulla nessuno lo sapeva con certezza, a volte era quella, a volte era un’altra. E misteriosi erano i partecipanti alla festa. Come a Woodstock, giurarono di esserci stati tutti, e ognuno ne raccontava un pezzo diverso.
Da lì in poi i miei anni 90 sono stati tutti all’ insegna di una orgogliosa militanza nei partiti di minoranza.  Avete presente quella che nella gita di quarto in Grecia si è fatta mezza classe?
Io ero nell’ altra metà.
Quella che ha sollazzato varie volte i compagni scout nei loro sacchi a pelo?
Io ero in già in tenda.
Comunque questo per dire che non essere stato nei fortunati vincitori di quel pompino adolescenziale non mi ha causato nessun trauma a parte che quando qualcuno dice “ingoio” comincio a canticchiare More than words. Dico davvero: ho avuto uno sviluppo della sessualità del tutto normale.
E poi lo sanno tutti che quella della ragazza che sta male per i troppi ingoi è una leggenda metropolitana: ne esiste una variante in ogni città. Me lo ha confermato il dottore del pronto soccorso che mi ha aiutato quando sono scivolato nella doccia sopra il tubetto del bagnoschiuma. E’ stato imbarazzante da spiegare come si sia infilato proprio lì, ma è stato un incidente Dottore, glielo giuro…
Saying I love you… Is not the words I want to hear from you….

 

Canimorti
Me lo sono chiesto più volte, la risposta è affermativa: io ingoierei.
Mi sono dovuto immaginare mentre spompinavo Lenny Kravitz (perché proprio Lenny Kravitz? e chi dovevo spompinare, Woody Allen?) e, siccome quando immagino non sono parco nei particolari, l’esperienza è stata dolorosa e decadente, come ogni porno che si rispetti.
Ad ogni buon conto, dopo aver avuto la castana nerchia abbracciata da purpuree arterie di Lenny a farmi il saliscendi nell’esofago per dieci minuti (Lenny è così, per lui niente bacetti sulla cappella, solo gastroscopie modalità ghetto gaggers) schiaffeggiato da un elasticissimo scrotto contenente testicoli di ghisa, ecco, ho deciso di risparmiarmi l’umiliazione finale: la sborrata in faccia.
Giuro su dio, non ho mai sborrato in faccia a nessuno convinto che fosse questo a cui si riferiva Confucio dicendo “ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri”.
Ingoiare mi sembra un gesto corretto anche da un punto di vista di ordine universale, se ingoi è come se non fosse successo niente, se ingoi puoi far finta di non aver ingoiato.
D’altro canto se sei ricoperto da fiotti di seme viscoso non puoi far finta di non essere ricoperto da fiotti di seme viscoso, che in un certo senso stanno lì a dimostrare la tua subordinazione a meno di non rispondere a tua volta con un copioso getto di sperma o una schiaffeggiante eiaculazione femminile.
Il mio motto è: ingoia, domani è un altro giorno.

 

METILPARABEN
Sei in terza media, hai il fisico di uno scoiattolo, monti di serie un paio di occhiali enormi, ti stai cagando addosso perché sei impreparato in scienze e il ripetente del banco dietro ti sussurra “ieri A. mi ha fatto un bocchino”. Un bocchino, mi spiego? Roba che tu fai fatica pure a andarti a comprare le riviste zozze dove li fotografano, i bocchini. Mentre a lui glieli fanno. Tra l’altro gli credi, al ripetente. Anche perché, voglio dire, sennò sono cazzi. E’ uno che mena. Meglio credergli. Meglio credergli davvero, non fare finta, Hai visto mai, dovesse accorgersene, che fai finta. Ti sussurra così e già ti basta per sbandare, lieve offuscamento della vista, la sagoma del prof. che scorre la penna sul registro perde corpo e si sgrana. Fai a malapena in tempo a rimetterlo a fuoco, prendendo atto con mezzo sollievo che il primo chiamato alla lavagna non sei tu, e quello aggiunge sibilando: “con l’ingoio”. A quel punto il mondo intorno a te si sgretola.Si scompone, tipo Matrix, si fa a pezzettini piccoli e colorati come coriandoli e tu ti senti una pidocchio insignificante e in quel momento vorresti essere lui, il ripetente del banco dietro, sbagliare i congiuntivi e avere anche tu quelle mezzelune nere sotto le unghie, perché a te l’ingoio, via non scherziamo, non parliamone neanche, chi te la farebbe mai una cosa come l’ingoio, oltretutto dovrebbe essere una rapida, una sprinter, una prestigiatrice perché sarebbe roba di millisecondi, una lotta estenuante per resistere fino alla minimale apertura dei pantaloni necessaria all’operazione e chissà che figura di merda e poi “Capriccioli”, dice quello di scienze, e tu pensi dio mio quello di scienze vuole farmi un bocchino e ci metti qualche secondo a capire che invece ti ha chiamato alla lavagna. Ti ricomponi, ti alzi in piedi nella tua camicia troppo grande e dici “professore, per favore mi giustifichi, ieri non ho potuto ingoiare”.
Passano anni. Anni durante i quali apparentemente hai dimenticato tutto.
Poi, un giorno, lei. Lei che a un certo punto si ferma e ti chiede: “Ehi, ti piace se ingoio?”
E a te quasi scappa dalla bocca un sì, però speriamo che non mi interroga.

 

Roberto Sassi
Tutto quello che ho da dire sull’ingoio è che a certe donne l’argomento proprio non va giù.

 

Bar Nabà

Amor fra i calici più caldi baci avrà
– Un gabbiano l’ha presa di striscio. Le ha sporcato tutta la fiancata.
–  Sì, un gabbiano. Già.  
Se una pompa finisce male, non la riconosce neanche un benzinaio.

“Bevi, devo capire se mi posso fidare di te”. E’ Pietro Savastano che, in Gomorra (la serie), ordina a un affiliato di bere la sua pipì. Ma così finiamo fuori traccia: addirittura in un’altra categoria di Youporn. Riproviamo.
Non disperdere il seme. E così saremmo al paradosso del non disperderlo nell’atto più franco della sua dilapidazione. Ma ora ci stiamo facendo delle seghe mentali sui pompini, e non è il caso.
Forse ci può aiutare Nash, che in un bar avvicina una avvenente ragazza e le propone di saltare i convenevoli per passare a quello che vuole davvero: uno scambio di sostanze fluide. Lì rimedia uno schiaffo, e qui non siamo ancora riusciti a dare un contesto all’ingoio. Però almeno siamo arrivati a definire quello che vogliamo davvero. Perché in stragrande maggioranza siamo tutti d’accordo sul fatto che l’ingoio è quello che vogliamo. Ma perché? Perché non stiamo travasando il vino, ecco perché. E il concetto stesso di pompino precipita se gli neghiamo il senso del finale.
Pensate solo alle più banali conseguenze del bandire i pompini senza ingoio: si realizzerebbe ad esempio la crasi tra i peccati di lussuria e gola, facendo finalmente stare insieme – e per l’eternità – un casino di gente simpatica. Si risparmierebbe anche un sacco di spazio. (Rottamatori, pensateci!)
Ok, non tutti i lussuriosi sono tali perché amano farsi fare i pompini e ancor meno si definisce goloso chi pratica l’ingoio, ma non state a sottilizzare e concentratevi su questa tautologia da eliminare: il pompino senza ingoio non esiste. Al massimo si può definirlo ammettendo l’idea del pompino “interruptus”, ma con tutta la frustrazione del caso e il sincero biasimo che deve seguirne.
Siamo tutti d’accordo, e mente sapendo di mentire chi afferma il contrario. Anche l’Uomo del Monte ha detto sì, affettando l’ananas (si confida nella cultura del lettore).
Poi c’è il pudore, quel maledetto, col quale ognuno dovrà fare i conti per i cavoli suoi. E poi ci sono le malattie, alle quali bisogna stare sempre attenti. E allora dobbiamo riparlare di fiducia e tornare a Pietro Savastano, dimostrando che le categorie di Youporn non contano e che l’importante è fare all’amore come più piace. “Che è una cosa così semplice” – diceva Sciascia – “come aver sete e bere”.

 

JJ Spalletti
Suppongo sia molto difficile esprimersi sull’ingoio quando ci si trova dalla parte del raccoglitore di bambini mai nati.
Rischi di perdere per sempre la stima delle donne, ma al contempo ricevere sonore pacche sulle spalle dagli uomini (non necessariamente con la mano), o il contrario: stima imperitura da parte delle prime mentre i secondi si rivolgono a te sempre con un misto fra delusione e amarezza.
Se sei un maschio è facile, oh: quale uomo direbbe agli amici “Mmmmh, non mi piace quando lei ingoia, ma d’altra parte mica glielo posso far finire in faccia, e nemmeno sul letto, perché poi devi cambiare le lenzuola..quindi lo devo raccogliere in un fazzoletto.” Nessuno: rischia il linciaggio, o il ban a vita da discorsi v.m. 18.
Per le femminucce è diverso. Loro incapperanno in estreme rotture di coglioni in entrambi i casi. Bollate a vita come zoccole. Esaltate come portatrici sane di maschilismo. Fatte portavoce delle femministe (ma ricordatevi che a bocca piena non si parla).
Beh, tanto vale rischiare.
La domanda è: Cosa fare con lo sperma?
Dipende tutto dalla situazione.
Per le amiche più disinibite, fare un soffocotto al primo che passa in discoteca, è sconsigliabile in generale: ma se capita, è SCONSIGLIABILISSIMO accogliere il risultato su qualsiasi parte del corpo, figuriamoci nell’esofago. Consiglio, in questo caso, di fare attenzione al momento clou, e a quel punto scartare a destra o a sinistra (dipende da dove sta la porta), e fingere di deglutire. Funzionerà. C’è la musica, probabilmente avete bevuto entrambi, non se ne accorgerà nessuno. Stealth Mode.
Nel caso, invece, che abbiate a che fare con l’uomo della vostra vita (o presunto tale), suvvia: non fare tanto le schizzinose. Ci sono tanti vantaggi. Non bisogna pulire, non bisogna fare corse in bagno con le guance gonfie tipo criceto coi semini. E poi c’è anche il fatto che, per dire: vi siete prese la briga e la responsabilità di iniziare, vogliamo fare le cose a metà? Vogliamo fare i lassisti? Vogliamo vedere la delusione scritta sul volto dell’uomo della nostra vita (o presunto tale)?
No, signore, ingoiare non è un dramma, anzi; è una pratica naturale, fa piacere al vostro uomo e pare faccia anche dimagrire: me l’ha detto il mio fidanzato, che è medico.

rettiliano-sionista

I vegetariani hanno rotto il cazzo

in società by

Poi c’è quell’amico che in un’afosa serata di fine luglio, con lo sguardo saputello di quello che non passa mai il compito in classe, confessa a te e alla comitiva la sua meravigliosa svolta esistenziale: “Raga, sono diventato vegetariano”.

Siete al “Re della griglia”, che è considerato la migliore bisteccheria della Bassa padana (qualcuno, forse esagerando un po’, sostiene dell’intero centro-nord). Vi siete seduti da pochi minuti, avete sfogliato il menù ed ecco il cameriere che arriva con carta e penna. C‘è chi ordina una lombata, chi un filetto, chi una costata, chi un misto di salsicce aromatizzate. È un’ode collettiva, pura poesia. Un commilitone è visibilmente commosso, gli scende addirittura una lacrimuccia: non mangia carne da quarantott’ore. Qualcuno, per cambiare argomento, racconta di quella volta che in Sardegna ha arrostito e mangiato da solo un intero “porceddu”.  

“Sì, ragazzi, sono vegetariano. È una vita che volevo e adesso ho finalmente trovato la forza” spiega il tuo amico con l’enfasi e l’umiltà del Testimone di Geova che suona il citofono la domenica mattina. Tu lo sai che è falso, falsissimo; siete cresciuti insieme e te lo ricordi benissimo a quella gara a San Giovanni in Persiceto, quella in cui si dovevano mangiare sette chili di costine. Ricordi benissimo il suo gesto di esultanza, la coppa alzata, la corsa in ospedale. Ricordi con chiarezza la grigliata nel suo giardino lo scorso Primo maggio, quel cartello “Vietato l’ingresso ai cani e ai vegetariani”, la sua ironia sulla Camilla, che aveva osato dire “no, grazie, per me niente salsiccia”. Ricordi perfettamente le sue parole “Ma come si fa a non mangiare carne? È proprio da coglioni! Aahahahahaha”. Tu sai tutto questo. Ma taci. Quello che siede accanto a lui chiede “ma quindi non mangi manco il pollo?”.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone striato del tavolo, quella scritta “Si lavora e si fatica per i soldi e per la fica” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il mangiatore di verdura. Te lo immagini al primo appuntamento con la Carla, che è vegetariana da una vita, immagini la sua fatidica domanda “ma tu mangi carne?” e la sua bugiardissima risposta “assolutamente, ma hai idea di quanto inquini un allevamento intensivo??”. Te lo immagini a cena dai genitori della Carla, pure loro vegetariani da una vita (dal 16 luglio 1977, come tengono a precisare), mentire spudoratamente. “Buonissimo questo ragù vegetariano, signora. Fantastici questi involtini di cavolfiore, signora”. Te lo immagini quando, in un momento di debolezza vorrà ordinare un arrosticino (proprio uno di numero) e la Carla lo guarderà con quello sguardo che lui avrà imparato a conoscere e che significa “non te la do per un mese e mezzo”. Te lo figuri infine colpevolizzare chiunque mangi carne sotto i suoi occhi, trattarlo come un coglione, un troglodita. Pensi che tira più un pelo di fica che un quarto di bue.

Pensi a tutto questo mentre al tuo amico è appena arrivata una grigliata mista di verdure. Ti alzi pacatamente, ti avvicini sorridendo, prendi la fetta di melanzana più grosssa nel suo piatto e cominci a schiaffeggiarlo violentemente con quella. Constati che la melanzana si presta ottimamente allo scopo e te ne rallegri. “Ma che sei scemo???” urla lui incredulo. Non rispondi, torni al tuo posto. Hai un’espressione rilassata, incredibilmente rilassata. I tuoi amici non capiscono ma intuiscono che lo stai facendo per tutti loro. Parte l’applauso.

“I vegetariani hanno rotto il cazzo”  dici allargando le braccia come a significare “dovresti ringraziarmi, perdio, e lascia quella rompicoglioni della Carla”. Allora ti metti ad elencare.

L’integralismo dei vegetariani ortodossi che non mancano occasione per tentare di convertirti; gli sguardi accusatori mentre addenti una braciola; i ragù vegetariani; il tofu propinato ad ogni pasto e che non sa di un cazzo; il rompicoglioni che a cena, quando hai preparato tutto a base di carne, ti confessa di essere vegetariano (ma dimmelo prima, cazzo!); i libri per fricchettoni che ti spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; i ristoranti per fricchettoni che leggono libri che spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; la donna vegetariana, essere pericolosissimo; il maschio vegetariano, essere bugiardissimo; le discussioni a tavola col coglione di turno che abbocca all’amo vegetariano e si mette a disquisire su come non si possa vivere senza grassi animali; il vegetariano integralista che è pure animalista e pubblica su facebook solo roba di denuncia; le vegetariane che non fanno i pompini; i vegani, oddio, i vegani; i crudisti; i latto-vegetariani; i latto-ovo-vegetariani; gli ovo-vegetariani; i vegetalisti; i fruttisti; il fatto che a un certo punto tirano fuori Einstein e ti dicono “ecco, stai dando del coglione a lui, che era vegetariano”; il fatto che Einstein è diventato vegetariano un anno prima di morire e mica lo sanno gli integralisti della verdura.

Il silenzio è piombato sulla tavolata. Il tuo amico, ancora scosso dall’uso improprio di una sacra melanzana, si pulisce con un tovagliolo. Lo sai che tanto è tutto inutile: continuerà pubblicamente a disprezzare la carne per poi mangiare panini col salame nel garage. Continuerà a far contenta la Carla e a vivere senza carne e senza…be’, ci siamo capiti. “Sì, i vegetariani hanno proprio rotto il cazzo” pensi. Poi tagli un bel pezzo di bistecca al sangue, chiudi gli occhi e ti senti in paradiso.

Ringraziare no?

in società by

Fatemi capire una cosa: quando lo dicevate voi che le deputate, le assessore e le ministre dell’altra parte politica occupavano quei ruoli soltanto perché abili nell’arte del pompino – ebbene sì, in senso tecnico è un’arte – andava tutto bene? Adesso che un grillino esagitato ve lo grida a piena voce sarebbe un insulto, hate speech, discorso dell’odio, come dice la Marzano? Fatemi capire perché questa logica dell’indignazione mi sembra richiamare una presunta superiorità morale accompagnata da abbondante puritanesimo. “Noi, donne del Pd, non solo siamo qui perché brave, ma certe cose non le facciamo” sembra il succo delle dichiarazioni di queste ore. La Marzano dice di aver smesso per qualche secondo di respirare. Manco le avessero investito il cane. Alessandra Moretti si scusa in tv perché costretta a riportare la presunta frase pronunciata dal deputato del M5S De Rosa, una frase che contiene la parola pompini. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità dei bambini. E ci posso stare. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle famiglie. E ci posso stare, anche se non capisco cosa significhi urtare la sensibilità di una intera famiglia. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle donne. E qui non ci sto. Ma perché la parola pompino dovrebbe urtare la sensibilità femminile? Ma santo cielo, siete pazze? Solo a me pare che sia una potenziale forma di potere?

Lo so che adesso molte di voi saranno incazzate. Non dovreste, perché sto dalla vostra parte: vorrei che non ci fosse una questione femminile da discutere. Però, a differenza vostra, ritengo che per ottenere una parità effettiva, occorra essere disposti a parlare di pompini. E ritengo che, se qualcuno vi grida che siete brave a fare solo quello, invece di sporgere denuncia, potreste rispondere “Sì, grazie, anni di pratica”.

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