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Pensioni

La reversibilità e i Robin Hood al contrario

in economia by

Qualche tempo fa, chi scrive aveva auspicato che le pensioni di reversibilità venissero abolite per i coniugi, lasciando l’onore di provvedere al loro futuro previdenziale alle rispettive dolci metà attraverso delle pensioni integrative private. Come spesso succede, chi scrive si augura 100 e il governo propone di fare 10. Meglio di niente. Secondo Repubblica, il ddl di contrasto alla povertà attualmente in discussione prevede il passaggio delle future pensioni di reversibilità da prestazioni previdenziali ad assistenziali.
Questo passaggio ho provocato critiche da Lega, Cgil, sinistra Pd, M5S e area popolare (dovrebbe bastare questa lista per far capire la bontà del provvedimento, ma andiamo avanti). Cosa implica questo passaggio? Sostanzialmente, le pensioni di reversibilità in futuro dovrebbero dipendere dallo stato di necessità o meno di chi le percepisce. Attualmente, se una vecchietta di 80 anni che percepisce una pensione di 10,000 euro si sposa con un giovanotto di 25 anni nullatenente e nullafacente, dopo la sua dipartita il giovanotto riceve 6,000 euro al mese vita natural durante (in media fino a 79 anni, ma perché mettere limiti alla Provvidenza?). Con il passaggio a trattamento assistenziale, il giovanotto riceverebbe una pensione tale da mantenerlo ma non proporzionale alla pensione della defunta. Secondo Repubblica, “a giustificare l’erogazione delle pensioni di reversibilità non saranno più i contributi versati durante tutta la vita lavorativa da parte del lavoratore che avrebbe avuto diritto all’assegno se non fosse morto prematuramente”. Ora, forse a Repubblica non sanno che quando vengono calcolati i contributi da versare, si tiene conto della speranza di vita della popolazione. Nella speranza di vita, che è una media, sono inclusi sia quelli che muoiono single a 64 anni, e dunque versano contributi che mai diventeranno pensione, che quelli che muoiono a 100 anni dopo aver percepito la pensione per 35. In sostanza, la pensione è un’assicurazione che garantisce a chi vive 100 anni di non rimanere senza reddito e che piaccia o no quella pensione viene pagata anche da chi muore a 64 anni senza mai vedere un euro di pensione. Del resto anche la RC auto di chi non ha mai fatto un tamponamento paga i danni di chi fa un tamponamento all’anno. Quando Salvini dichiara che con il nuovo sistema verrebbero rubati i contributi effettivamente versati, evidentemente non si rende conto che quei contributi non tengono minimamente conto della speranza di vita dei coniugi (se lo facessero chi ha coniugi a carico dovrebbe pagare molto di più, trasformando le pensioni di reversibilità in molti casi in vere cuccagne per toy boy e sciure che non hanno lavorato un giorno in vita loro. Tutto a spese (anche) dei cittadini che hanno invece lavorato tutta la vita senza lasciare in eredità alla collettività coniugi da mantenere. Il sistema attuale è un bel caso di Robin Hood al contrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Se invece si passasse a un sistema assistenziale le pensioni verrebbero pagate solo a chi ne ha bisogno per sopravvivere, al pari di quelle di povertà, imponendo un costo per la collettività si spera più contenuto.

Anna e Marcu (una storia contro la reversibilità)

in società by
La signora Anna ha 85 anni e dopo 35 anni di contributi, a 55 anni e’ andata in pensione. Ha percepito per 30 anni una buona pensione che grazie al sistema retributivo e’ pari alla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni lavorativi. Ora pero’ la signora Anna sta per passare a miglior vita. Accanto a lei c’e’ un amorevole rumeno: Marcu, 25 anni, che non ha mai lavorato regolarmente ne pagato un contributo, nonostante abbia fatto il badante per un po’. Anna e Marcu si sono innamorati tra un pannolone e una mela cotta e da cinque anni sono marito e moglie. Marcu e’ un coniuge completamente a carico della moglie e quando lei spirera’, lui percepira’ il 60% della pensione della signora Anna. Marcu ha una speranza di vita di 79 anni, per cui lo Stato si deve aspettare di pagargli, augurandogli lunga vita, una pensione di reversibilita’  per i prossimi 54 anni. Tutto questo a meno che Marcu non decida di trovarsi un lavoro o di risposarsi. Se nessuna di queste due possibilita’ si avverasse e Marcu effettivamente arrivasse a 79 anni, il sistema previdenziale italiano alla fine della fiera avrebbe erogato ben 30 anni di pensione al 100% ad Anna e 54 di pensione al 60% a Marcu, il tutto a fronte di 35 anni di contributi versati da Anna. Divertente no?
Ora si potrebbe dire che il caso di Anna e Marcu e’ un cosa estremo, e sicuramente lo e’. Ma l’Italia ha una fetta molto ampia della sua forza lavoro (intesa come parte della popolazione che potrebbe lavorare) che decide di non lavorare o non trovando lavoro decide di non cercarlo piu’ e rimanere a carico del coniuge. In un sistema pensionistico sostenibile, l’eta’ di pensionamento e gli anni di contributi richiesti dipendono dall’aspettativa di vita della persona che versa i contributi. Se il calcolo viene fatto sulla persona che versa i contributi ma poi la pensione viene erogata ai coniugi superstiti, la cui aspettativa di vita non e’ compresa nel calcolo e puo’ essere anche di qualche decennio maggiore del caro estinto, il sistema collassa. Per non parlare del sistema di incentivi perverso, per cui i vari Marcu molto probabilmente finirebbero a guadagnare di meno se si mettessero a lavorare, il che, ne converrete con me, non fa venire una gran voglia di rimboccarsi le maniche.
Proposta: aboliamo la reversibilita’ ai coniugi, lasciandola solo per i figli minorenni. I soldi risparmiati rimangono in busta paga ai lavoratori che nel caso di coniuge a carico non intenzionato a trovarsi un lavoro potranno essere usati per pagargli i contributi per una pensione separata che dipenda dalla speranza di vita del coniuge a carico. In questo caso, il venticinquenne Marcu potra’ percepire una pensione se e solo se avra’ impalmato qualcuno abbastanza benestante da pagargliela. In buon sostanza, il mantenimento di adulti sani e in eta’ da lavoro che scelgono di non lavorare dipenderebbe esclusivamente dalla loro capacita’ di convincere altri adulti consenzienti a farsene economicamente carico. E se la signora Anna non fosse abbastanza facoltosa da mantenere, dopo essere volata in cielo, il suo Marcu per 54 anni? In quel caso Marcu si ritroverebbe costretto a trovarsi un lavoro e pagarsi i contributi da se’. Che disdetta, vero?*
* L’intero post puo’ essere naturalmente letto invertendo il sesso dei protagonisti.

E i contributi chi li paga?

in politica by

Ora, mettiamo che si incentivino le assunzioni “levando” i contributi per i primi 3 anni. Mettiamo che si sommi a questo  una molto maggiore libertà di licenziare, anche solo per motivo economico, come dovrebbe prevedere il Jobs Act.

Cosa succederebbe? Tra le altre cose, che l’incentivo a liberarsi di un lavoratore prima che scadano i 3 anni in cui non si pagano i contributi sarebbe enorme.

I lavoratori poco qualificati, cioè i più deboli sul mercato, non avrebbero modo di spingere il datore di lavoro medio a non sostituirli, una volta scaduto il regime favorevole. Il costo di formazione per questi lavoratori, infatti, è basso e quindi è basso anche l’incentivo a trattenerli se esiste qualche opposto incentivo a sbarazzarsene, magari perché uno inizia a invecchiare, un’altra si ammala spesso o pianifica una maternità, o – soprattutto – se si può assumere un nuovo lavoratore senza pagare i contributi per altri 3 anni.

Poco male, direte voi. Questi lavoratori verranno licenziati ma troveranno qualcuno che li riassume subito per almeno altri 3 anni per godere lui stesso della decontribuzione: nessun problema!

Già, come no, nessuno: se non proprio uno piccolo piccolo.

E cioè: quand’è che qualcuno paghera i contributi per questi lavoratori? Se passano da un lavoro all’altro senza che vengano mai versati i contributi, come sarà finanziata la loro pensione? I contributi sarenno coperti dallo Stato? E con quali risorse? Oppure nessuno pagherà mai questi contributi e i lavoratori non matureranno una pensione per i periodi di lavoro “in decontribuzione”? E quando dovranno andare in pensione come faranno?

Ma soprattutto, qualcuno ci ha pensato? Qualche giornalista se lo è chiesto e, soprattutto, lo ha chiesto? Perché a me pare proprio di no.

Santé

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