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Pd Roma

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

Il trauma dell’elettore medio del pd romano

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Nemmeno immergendoci in una vasca da bagno piena di benzina con delle grosse candele accese nei bordi, riusciremmo a vivere il travaglio che sta attraversando in questi giorni l’elettore medio del Pd romano. E non solo per il verminaio che è stato scoperto l’altro ieri.

Guardatelo, l’elettore medio del Pd romano, nel momento in cui rimane solo con se stesso, mentre inizia a riflettere su tutto ciò che ha visto in questi ultimi anni e continua a vedere quando si interessa alle vicende del suo partito. Roba forte, da tagliuzzi lenti ed implacabili su tutte le parti del corpo. Tagliuzzi che quasi quasi dovrebbe farsi perché la colpa, in fondo, non è che sua, che ha votato e continua a votare (e quindi ha fatto diventare importanti) ‘cose’ (perché in fondo di cose stiamo parlando) assurde. “Si”, si dice tra se e se l’elettore medio del Pd romano, “l’ho dovuto fare per contingenze varie. Ma questo mi scagiona? Allevia il mio senso di colpa? Sono meno responsabile raccontandomi questa puttanata delle contingenze varie?”

Nel 2008 l’elettore medio del Pd romano si ritrova come candidato a sindaco del suo partito, Francesco Rutelli. Il Pdl piazzava un tipo della destra sociale, Gianni Alemanno. Il Pd avrebbe vinto anche candidando la lanella che ti rimane nell’ombelico. Solo con un candidato poteva perdere. Quel candidato era Francesco Rutelli. E chi candidano come sindaco? Lui. Ed il povero elettore medio del Pd romano, per la contingenza di non far vincere un ex fascista va e vota Francesco Rutelli. E perde. E l’elettore del pd romano si ritrova l’ex fascista sindaco.

L’ex fascista governa male, fa disastri. Si arriva al momento di votare il nuovo sindaco ed alle primarie l’elettore medio del pd romano si ritrova, manovranti e manovrati, elementi di spicco del pd de Roma: Sassoli, Gentiloni etc etc. Ma l’elettore preferirebbe bere dell’acquaragia appena sveglio la mattina presto piuttosto che votare Gentiloni o Sassoli o etc etc. Solo che lui è del partito, il non voto non gli appartiene per storia personale e politica e quindi, per la contingenza di non far vincere ‘ste ‘cose’, vota quello che non c’entra niente: Ignazio Marino. Ed Ignazio Marino vince le primarie del Pd de Roma.

L’elettore medio del pd romano un po’ è contento, perché in qualche modo è riuscito a mettergliela in quel posto a quei marpioni capoccioni del suo partito, quei capi locali di cui non si fida tanto e di cui non ha tanta stima. Solo che  ci sono le elezioni vere. Ed Ignazio Marino sfida Gianni Alemanno, l’ex fascista che ha fatto disastri e ridicolizzato la città. E quindi l’elettore medio, che non è che creda molto in questo Marino che è stato scelto per far un dispetto a quegli altri, si ritrova però costretto a votarlo per la contingenza di non far rivincere l’ex fascista che ha ridicolizzato Roma caput mundi.

E Marino vince. Solo che dopo un po’ l’elettore medio del pd romano scopre e capisce che il principale nemico del sindaco espressione del suo partito, è proprio il suo partito stesso, che intraprende una strisciante guerra senza freni.

Marino non convince fino in fondo, e l’elettore medio del Pd romano ad un certo punto, condizionato pure da queste strane pressioni che arrivano dai media (Panda rossa, multa non pagata, i matrimoni gay, Tor sapienza, le Iene) comincia a pensare che forse ha sbagliato a votarlo, che forse quelli che prima gli stavano sulle balle, di cui si fidava a naso poco, hanno ragione. “Forse sto Marino non è all’altezza. Forse è meglio se cade”.

Poi arriva il patatrac dell’altro ieri. E l’elettore medio del pd romano non parla da tre giorni. Sta zitto. Cova rabbia. Lo prendono sempre per i fondelli. Ma lui ci crede a sta roba del Pd, del partito. Ma più ci crede più se la prende in quel posto. “Questi ladri farabutti mi vogliono far passare la voglia, la passione”. Ed in questi giorni sta zitto. Osserva.

E pensa: “lo commissariano sto pd romano. Chi sarà mai il commissario? Manderanno uno di fuori, di Torino o dell’Emilia sicuro” No. Uno romano. “Ma forse uno della minoranza, un emarginato del partito”. No. Orfini. “Era ed è uno importante. E’diventato pure presidente del Pd nazionale, quindi figuriamoci se non era nella elite del pd de Roma. E tutti quelli che criticavano spavaldi Marino per la questione della panda e delle multe e di Tor Sapienza, e che però non hanno detto niente sul malaffare e sulla corruzione del partito, si saranno dimessi?” No, stanno tutti là. “E quello che mentre gente vicina al partito e del partito si spartiva con mafiosi ed ex nar soldi pubblici destinati ai Centri per i rifugiati, alle politiche di integrazione dei Rom e ad appalti vari di pubblica utilità, non si accorgeva di niente, ma faceva gli esposti alla Consob per la partita Juve/Roma, quello sta ancora lì o si è (metaforicamente) suicidato?” No, anche lui sta ancora lì.

E giustamente queste cose l’elettore medio del pd romano le osserva nella sua mente e se le chiede. E pensa a se stesso. A quanto sia stato ingenuo e passivo. A quanto possano essere trappole pericolose le contingenze che l’hanno portato a fare forzature che in fin dei conti non hanno mai portato niente di buono se non qualche sollievo di breve durata.

Caro elettore medio del pd romano, non so come uscirai da questa storia. Sicuramente ti suiciderai ancora, ormai assuefatto alla  depressione che hai accumulato, con il tuo essere passivo che ti da sollievo, ti consola, ti protegge. E quindi affiderai ancora il tuo voto alla Madia o a Gentiloni o a etc etc. Insomma, sarai anche ed ancora parte di un finto rinnovo del ciclo produttivo del pd de Roma, dimenticandoti che le forzature hanno sempre portato solamente carestie. E che le contingenze possono metterti in mano l’arma del peggior crimine di cui essere accusati: l’essere riconoscenti a chi ti rovina la vita.

Soundtrack1:‘Jubilee Street’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack2:‘Push the sky away’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack3:‘Sparring partner’, Paolo Conte

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