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I numeri distorti del Fatto Quotidiano sul referendum

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Un articolo pubblicato mercoledì sul Fatto Quotidiano sostiene di dimostrare numeri alla mano che non sia poi così vero che ci sia bisogno di accelerare i tempi di approvazione delle leggi (“già adesso viene emanata una legge ogni 5 giorni”), e che il Parlamento è già nettamente schiavo dell’esecutivo, in quanto ogni 10 norme sono ben 8 quelle di iniziativa del Governo.

Utilizzare numeri e statistiche è sempre una cosa buona, ma il rischio di cadere nel cherry picking è alto. Ancor più alto se si parla di politica. Il campanello d’allarme suona in particolar modo quando i numeri sono snocciolati un po’ alla rinfusa, presi da un campione ristrettissimo e decontestualizzato, e soprattutto quando da questa situazione l’analista riesce comunque a trarre conclusioni perentorie.

L’articolo del FQ mi sembra che proprio un esemplare di quanto appena descritto. Non spiega se una legge ogni 5 giorni è una cosa brutta o cattiva. Parla di un peso delle leggi di iniziativa del governo pari all’80% nell’ultima legislatura paventando una sorta di dominio del Premier sulle camere, ma non spiega se sia una cosa tipica dell’attuale assetto istituzionale italiano o un colpo di mano di Renzi. E insomma, mentre tra i quasi 900 commenti il più’ votato dice “La democrazia sarà così veloce da sembrare una dittatura!” a me qualche domanda è venuta, e ho provato ad approfondire il discorso partendo dalla più ovvia: da dove vengono questi dati?

L’origine

La fonte (non citata dal FQ) è il portale internet del Senato, che raccoglie le statistiche circa le leggi approvate ogni anno da ciascuna legislatura e il tempo medio di generazione (dalla prima lettura all’approvazione), con ulteriori dettagli circa il tipo di iniziativa (parlamentare o governativa) e di legge (ordinaria, di bilancio…). Questo database è piuttosto ben fatto, per quanto non mi siano chiarissimi alcuni principi con cui è stato costruito. Ma fa niente: diciamo che i numeri rappresentano esattamente il lavoro delle due Camere. I dati disponibili partono dal 1996 (inizio della XIII legislatura) e arrivano fino ad oggi. Riguardano pertanto l’operato di 5 legislature e di parecchi governi, di destra (Berlusconi), di sinistra (Prodi), tecnici (Monti, Amato…) e di larghe intese (Letta, Renzi).

Il dominio del Premier

Riferendosi a Renzi il FQ parla di “strapotere sul Parlamento”, perché le leggi di iniziativa del Governo sono di gran lunga di più di quelle delle camere. La domanda che quindi ci poniamo è: prima di Renzi la situazione com’era?

grafico legge 1

Il grafico qui sopra mostra due cose: le barre indicano il numero di leggi approvate mentre la linea azzurra mostra il peso di quelle di iniziativa governativa.

Osservate come la media, dal 1996 ad oggi, sia praticamente all’80%, giusto giusto in linea con la legislatura corrente. Non solo, ma quando il FQ parla di strapotere di Renzi, dimentica che il primo Premier di questa legislatura e’ stato Letta, e che dall’anno di insediamento di Renzi la linea si piega fino a scendere sotto la media. Molto peggio fece invece sia Prodi, sempre vicino al 90% e Berlusconi (100% il primo anno del suo quarto governo). Curiosità interessante: il momento in cui l’iniziativa parlamentare e’ stata maggiore (ossia i punti più’ bassi della linea) coincidono con i due governi tecnici: Amato nel 2001 e Monti nel 2012.

La legge a settimana.

E per quanto riguarda le tempistiche? Dice il FQ: “I numeri, in ogni caso, smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci” e quindi spiega che dividendo le leggi emanate per il numero di giorni delle due legislature, si scopre che ogni 4-5 giorni viene pubblicata una nuova norma. Abbracciando acriticamente tale misuratore (che, attenzione, è completamente distorto e vi spiego il perché tra poco) è impossibile non notare che 20-30 anni fa venivano promulgate molte più leggi di oggi: basta guardare l’altezza delle barre: l’ultima legislatura ha prodotto in 3 anni circa 240 leggi, mentre tra il 1997 e il 1999 ne sono state prodotte circa 580, più del doppio. E quindi, amici del FQ, cosa dobbiamo dedurne? A me pare palese un rallentamento della “produttività” delle Camere.

La metodologia scelta dal FQ è totalmente assurda, e non solo perché non può tenere conto di elementi fondamentali (per esempio la portata e la qualità delle leggi) ma perché non è comunque in grado di misurare la velocità del potere legislativo. Scrivere “ogni settimana si approva una legge” non significa nulla: sembra una cosa bella, ma cosa pensereste se allungassi la frase a “ogni settimana si approva una legge che è sotto discussione da almeno due anni?”

Vi mostro quest’altro grafico, che riporta i tempi medi di approvazione delle leggi così come misurati annualmente dal Senato e citati dal FQ in maniera molto approssimativa.

grafico legge 2

 

Innanzitutto, si vede come sia le leggi di iniziativa parlamentare che quelle governative soffrano dello stesso trend, sebbene la linea dei primi sia decisamente più marcata. L’andamento è piuttosto interessante: in pratica, nel corso di una legislatura i tempi si allungano in maniera impressionante per poi crollare con l’avvento di nuove elezioni. A mio parere – ma chiedo ai lettori se hanno altre interpretazioni – questo grafico descrive molto bene come funziona il parlamento italiano, dove è molto semplice proporre un disegno di legge ma è molto difficile vederne la realizzazione. Si crea quindi un collo di bottiglia per cui le proposte si accumulano e poche alla volta passano il voto, creando tempi di attesa che come ben potete notare crescono in maniera allucinante. Il crollo ciclico che vedete non è dato da un’improvvisa accelerazione: semplicemente ci sono nuove elezioni, per cui è probabile che i disegni di legge rimasti in bozza in quella precedente vengano completamente cancellati per far spazio alle idee della nuova maggioranza.

Ma torniamo alla tesi del FQ per cui Renzi ha soggiogato il Parlamento. Abbiamo visto che le leggi di iniziativa dell’esecutivo sono meno della media degli ultimi 30 anni. E la questione della velocità? Se guardate il secondo grafico, è evidente che da sempre le leggi volute dal Governo sono più facili da approvare (grazie al ricorso della fiducia) rispetto. Tuttavia, negli ultimi due anni la linea blu supera la media. Ovvero, il Governo Renzi ha impiegato mediamente 220-230 giorni per far approvare leggi di sua iniziativa: peggio di cosi solo tra periodo 1998-2000 e nel 2005.

Possono esserci mille motivi riguardo a questi numeri: può anche essere che Renzi imprima la velocità (con la fiducia e i canguri) solo alle poche norme che desidera, lasciando nel dimenticatoio quelle di Letta. O magari è un fattore intrinseco nella struttura delle Camere. Oppure entrambe le cose. Ma non è questo il punto essenziale. La questione è che la riforma costituzionale è certamente criticabile ma, come spesso accade in politica, ad una critica ben costruita le forze in gioco prediligono un’argomentazione falsa o distorta in quanto più efficace su lettori che non vogliono o non possono porsi troppe domande. Ed eccoci così a leggere di omicidi alla democrazia e dittature nascoste.

Chi di vaffanculo ferisce…

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I gesti dei senatori verdiniani Barani e D’Anna diretti alle colleghe pentastellate Lezzi e Taverna sono osceni e offensivi? Assolutamente sì, il video sembra essere evidente al riguardo, è inutile giocare sulla semantica – persino il labiale è piuttosto chiaro.

Sono gesti di natura sessista, moralmente condannabili in seno allo svolgimento delle normali attività democratiche e istituzionali del Senato? Certo, qualsiasi allusione di natura sessuale rivolta a persone di sesso femminile in luoghi pubblici e/o lavorativi è esecrabile nella misura in cui lede alla dignità dell’interessata, prima in quanto donna, poi, soprattutto, in quanto essere umano.

È giusta la sospensione dei senatori incriminati? Immagino di sì, e sebbene non possa esprimermi in merito a un regolamento di condotta interno al Parlamento che sinceramente non conosco, mi sento di dire con tranquillità che a certi comportamenti sarebbe ora di porre un freno, tanto più in un luogo deputato a rappresentare la nostra democrazia, la nostra Repubblica.

Premesso tutto ciò, sperando che sia chiaro che non trovo alcuna scusante per il comportamento dei verdiani, mi domando tuttavia con quale coraggio un partito – sì, un partito, non raccontiamoci balle – che ha fatto del “vaffanculo” il suo cavallo di battaglia si lamenti ora dei toni (insultanti, aggressivi persino) assunti dagli avversarsi in sede di dibattito. Se ne parlava anche in un post precedente: tanto scandalo per la bestemmia dell’assessore Esposito in assemblea capitolina, e un’assuefazione silenziosa per la valanga di merda che siamo costretti a ingoiarci ormai quotidianamente a causa del Movimento 5 Stelle e altre forze politiche di varia natura.

Vaffanculo grillini che, in molti casi, non sono rivolti solo alla kasta!!!111!1 in generale, ma a persone reali, individui specifici. Come se l’offesa alimentata da una presunta rabbia sociale diffusa fosse ampiamente giustificata, se non persino incentivata, al punto da risultare impossibile sollevare obiezioni in merito ai toni adottati. L’accusa di ritorno è sempre quella, ovviamente: se non offendi, se non ti lasci andare al vaffanculo, fai parte pure tu della casta.

Care senatrici pentastellate: io disprezzo il comportamento senatori verdiniani dal sessismo facile, come disprezzo qualsiasi attacco diretto che sfrutti le caratteristiche intrinseche di una persona per denigrarla. Appoggio quindi qualsiasi iniziativa che incentivi una maggiore attenzione rispetto a certi temi in sedi istituzionali e non, in nome del vivere civile e democratico.

Ma la mia solidarietà, quella che darei a una vittima innocente del sistema, proprio non ve la meritate.

Il popolo? Che si fotta

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E’ passato un anno, un anno esatto dopodomani, da quando la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale promossa dall’Associazione Luca Coscioni fu depositata alla Camera, corredata da 67mila firme a fronte delle 50mila richieste dalla legge.
Ebbene, pensate che i nostri amici che siedono in parlamento l’abbiano dibattuta? O perlomeno che l’abbiano calendarizzata?
Manco per niente. Come non ricevuta.
Voi mi direte: c’è altro in agenda, l’argomento non è urgente e con questi chiari di luna non si può dar retta a tutti.
Ma davvero ve la sentite di dire che è marginale, una questione che riguarda la vita e la morte di migliaia di persone? E poi, quand’anche fosse marginale, non ci sarebbe proprio stato il tempo di parlarne, accanto alle questioni più “importanti”? Neppure una conferenzina stampa di cinque (dicasi cinque) minuti per dire “ehi, pazientate un attimo, abbiamo ricevuto la proposta e appena abbiamo un momento ce ne occupiamo”?
Ma soprattutto: in un’epoca in cui ci si riempie la bocca di espressioni come “iniziativa popolare”, “politica dal basso” e “democrazia diretta”, possibile che una proposta di legge che viene dai cittadini venga ignorata in questo modo? Dobbiamo desumere che un’iniziativa sia “popolare” e si debba rispettarla come tale solo se si esercita cliccando qualche secondo su un sito, mentre non vale più niente quando viene portata avanti a norma di legge, andando in mezzo alla strada e facendosi il culo per raccogliere le firme?
Io, da parte mia, un sospetto ce l’ho.
Secondo me non vogliono parlarne, di questa roba. Perché parlarne li costringerebbe da un lato a sbilanciarsi, a dire come la pensano, magari scontentando qualcuno che sarebbe il caso di tenere buono e calmo; e dall’altro a verificare in modo non più contestabile che il “paese”, il famoso “paese” che viene citato ogni tre minuti quando citarlo non costa nulla, su questi temi è molto più avanti di loro. E chiede loro una risposta.
Gli fa paura, parlare di eutanasia. Una paura fottuta. E allora, semplicemente, tacciono: ignorando allegramente le (tante, tantissime) persone che vorrebbero disporre della propria esistenza da esseri umani liberi, come si converrebbe in uno stato di diritto, e fregandosene altrettanto allegramente del “popolo” che chiede loro di pronunciarsi.
Quel popolo, oggi, non serve. Anzi, a dirla tutta infastidisce, imbarazza, fa paura.
Che si fotta.

Voto segreto e voto palese (risposta ad A. Capriccioli).

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È sicuramente vero – come scrive Alessandro Capriccioli – che il voto segreto sia un istituto nato per proteggere il diritto dei parlamentari di votare secondo coscienza. E certo tutti noi vorremmo che i parlamentari votassero secondo coscienza.

In Parlamento il voto sulle persone è di regola sempre segreto. Il Movimento 5 Stelle propone di modificare il regolamento del Senato sul punto: io penso che quello del voto segreto sia un principio giusto ma che possa subire eccezioni; non credo però che introdurre il voto palese per tutte le votazioni sia necessariamente positivo.

Credo invece che si dovrebbe modificare il regolamento del Senato mantenendo il voto segreto sulle persone come principio ma lasciando alle forze parlamentari la possibilità – a maggioranza qualificata – di rendere palese una votazione altrimenti segreta. Ciò renderebbe la procedura flessibile quando vi siano motivi di opportunità, riconosciuta da un numero sufficientemente vasto di forze politiche,  per cui il voto su una persona avvenga in maniera palese.

Ritengo che il voto sulla decadenza di Berlusconi sia una di quelle situazioni nei quali sarebbe opportuno decidere tramite voto palese.

È un fatto noto che Berlusconi abbia in passato agito presso esponenti di partiti o gruppi avversari convincendoli a votare a proprio favore.

Non è detto che questa sia una pratica di per sé sbagliata: l’assenza di vincolo di mandato rende libero il parlamentare anche di “cambiare casacca”: può non piacerci chi lo fa ma si tratta di una regola costituzionale che mira a garantire l’indipendenza dei parlamentari dai diktat dei propri partiti e che quindi mi sento di difendere.

Ovviamente è diverso il caso in cui il parlamentare decida di cambiare orientamento di voto in cambio di un tornaconto economico, come sarebbe avvenuto nel caso De Gregorio, secondo le dichiarazioni di quest’ultimo. Non ritengo che l’assenza di vincolo di mandato consenta al parlamentare di vendere il proprio voto per denaro, o altre utilità strettamente personali.

Nei precedenti casi di cambi di casacca clamorosi a favore di Berlusconi ci sono sicuramente i voti di sfiducia al Governo Prodi nel 2008 e di fiducia al proprio governo nel 2010 (ricordiamo i casi più eclatanti di Razzi e Scilipoti).

Si tratta di casi in cui, trattandosi di voto di fiducia, la votazione era necessariamente palese per chiamata nominale.

Questo non ha impedito – come ricordano tutti – i cambi di casacca, che però sono dovuti avvenire alla luce del sole. La regola dell’assenza di vincolo di mandato, quindi, non ne ha risentito.

Credo che, di fronte al voto su una persona che in passato ha dimostrato di muovere mari e monti per rovesciare l’avversario o salvarsi in Parlamento (in alcuni casi tramite condotte dalla liceità quantomeno dubbia) non ci sia nulla di strano a disporre il voto palese (che, tra l’altro, allunga i tempi della procedura di decadenza perché si dovrebbe votare prima la modifica al Regolamento del Senato).

Se ci saranno parlamentari di altre forze politiche che vorranno votare a favore di Berlusconi questi dovranno farlo alla luce del sole, spiegando magari il perché: garantismo estremo, salvaguardia del Parlamento, simpatia personale, qualunque ragione vale! Ma almeno potremo chiedere perché.

Sarebbe il primo caso di voto sulla decadenza di un ex presidente del consiglio, una figura centrale nella vita del Paese per venti anni. Chiedere che eventuali accordi sul suo salvataggio siano fatti alla luce del sole non è accanimento personale ma semplice esigenza di trasparenza. Tutto qui. Santé

Capire cosa succede

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Allora, ci ho riflettuto un po’, ho pure discusso con qualcuno e a questo punto mi pare di aver capito che le cose potrebbero stare così: Bersani “brucia” consapevolmente il nome di Marini al primo turno, “mimando” un accordo col PdL, “provocando” la sollevazione dei propri elettori e quindi, di fatto, distruggendo l’accordo nel momento stesso in cui viene concepito, allo scopo di far fuori Berlusconi, ricompattare il proprio partito su Prodi e costringere i grillini a convergere sul suo nome -in qualche modo gradito anche a loro- al quarto turno, magari con l’assicurazione di mettere insieme un governo nel quale il loro candidato, Rodotà, ricoprirà una carica determinante.
Se la si legge così, quello che pareva un atteggiamento insensato e autolesionista potrebbe invece essere una strategia non so se brillante, ma comunque plausibile, finalizzata a mettere definitivamente fuori dai giochi il PdL, a trovare lo spazio per un dialogo con il Movimento 5 Stelle senza per questo calarsi le braghe e a creare i presupposti per un governo di minoranza nel quale cercare i voti dei grillini volta per volta.
Non so misurare, ammesso che le cose stiano davvero in questo modo, se una strategia del genere sia vincente o perdente: voglio dire, magari viene fuori che è un colpo di genio e nessuno -me per primo- l’aveva capito; oppure, al contrario, che si tratta di una condotta disastrosa che distruggerà il centrosinistra italiano consegnando il paese nelle mani di Grillo o di Berlusconi.
Ma avremo modo, evidentemente, di riparlarne.
Per il momento -perdonate la modestia delle mie intenzioni- mi basterebbe provare a capire cosa sta succedendo davvero.
Come giustamente mi è stato detto ieri: sarebbe già qualcosa.

Offendere le puttane

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Delle due l’una: o chi fa la puttana lo fa per scelta, e allora merita rispetto in quanto svolge una professione come tante altre, oppure lo fa perché è vittima di tratta, e allora oltre al rispetto merita pure di essere salvata dalla sua condizione con ogni mezzo possibile.
Ebbene, quando nei giorni scorsi qualcuno ha evocato la figura delle “troie” per denunciare alcuni difetti della nostra politica, si sono offesi un po’ tutti: parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, altre cariche dello stato, opinionisti; mentre le prime che avrebbero dovuto offendersi, per essere state paragonate al clientelismo, alla corruzione, allo spregio nei confronti dei cittadini e compagnia cantando, avrebbero dovuto essere proprio le puttane.
Battiato non dovrebbe vergognarsi per quello che ha detto ai politici, ma per quello che ha detto a loro.

Che tengono contro le troie?

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“In parlamento ci sono le troie”.
Ebbè? Hai fatto la scoperta dell’acqua calda, si sarebbe risposto una volta, a Battiato.
E invece Laura Boldrini l’ha considerato un “oltraggio”: “Neanche il suo prestigio lo autorizza ad usare espressioni così indiscriminatamente offensive. Da Presidente della Camera dei Deputati e da donna respingo nel modo più fermo l’insulto che da lui arriva alla dignità del Parlamento.”
E perche mai?

Le troie in Parlamento, a differenza di Battiato assessore, sono state elette.
Le liste le conosci prima, se non ti piace ne voti un’altra. Ma quando voti sai cio che eleggi.
E’ un loro diritto esserlo, al pari di qualunque altro cittadino che fa un altro mestiere.

Secondo Battiato “dovevano aprire un casino”.  E secondo me lui doveva scrivere canzoni (anzi neanche, che è noiosissimo).
Ma non era il periodo della società civile questo, contro i mestieranti della politica?
E allora, qual ‘è il problema se ci sono le troie in parlamento?
Laura Boldrini, non è stata scelta presidente della Camera proprio perchè non era una politica di professione, tanto che non aveva neppure fatto le primarie?

O forse per Boldrini fare la parola troia è un offesa in sè, un insulto?
Come quelli che, ad esempio, ce lo vedono nella parola frocio?
L’insulto c’è per chi lo vuole vedere. E io continuerò ad usare la parola troia e frocio finchè non ci sarà piu nessuno che le reputerà un’offesa.

La Troia, cara Boldrini, se una donna sceglie di farla non arreca male a nessuno. E’ il suo corpo, e ne fa cio che vuole. E anche venderlo rientra tra le libertà personali garantite dalla Costituzione  e meritevoli di tutela nei limiti in cui non incidano sulla pari libertà altrui. Per questo sarebbe il caso di regolamentarla, la prostituzione.

Il sesso libero non è un reato, è una cosa bella. E dovremmo finircela di considerare un insulto tutti gli aggettivi legati alla sfera sessuale, liberandoci di una cultura bigotta, puritana e sessuofobica elevata a morale di stato.

Finchè è il popolo sovrano, non esistono degli impresentabili da non candidare in parlamento,  e a nessuno deve essere preclusa la possibilità di essere eletto, siano dipendenti onu, cantanti o troie (una sola eccezione andrebbe fatta per i magistrati).

Forse Battiato ci vuole dire che c’è gente come Boldrini che ci è entrata col cervello, e chi con la fica. Sono parti del corpo uguali, ognuno usa cio che meglio sa.

E solo che a Boldrini, dallo scranno con aureola incorporata che le hanno fornito, e a Battiato, nessuno va ad insultarli.

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Dare, fare, baciare

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“Hanno paura di darci il questore”, “Piuttosto che darci un questore scommetto che ci daranno una vicepresidenza”. Sono parole degli esponenti del Movimento 5 Stelle, non dei famigerati membri della “kasta”.
Ora, amici grillini, posto che il questore al Senato ve l’hanno “dato“, mi fate capire una cosa? Per quale motivo quando “danno” un incarico a voi va tutto bene, mentre quando vi propongono di “darlo” a qualcun altro trattasi di vergognoso mercimonio finalizzato a perpetuare il marciume nel quale versano le nostre istituzioni? Ritenete di esservi prestati ad un bieco commercio, quando avete accettato che vi “dessero” quello che vi hanno “dato“? Non credo. E allora perché attribuite quel commercio agli altri, allorché anche a loro, come a voi, viene “dato” un incarico?
Vi sarei grato se mi aiutaste a capire.
Grazie.

Altro che dimezzare

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Secondo me i parlamentari dovrebbero essere obbligati a sospendere ogni altra attività lavorativa, diretta e indiretta, per tutta la durata del loro mandato.
Secondo me i parlamentari dovrebbero essere obbligati a presenziare in aula a tutte le sedute salvo ferie o malattia, come accade per qualsiasi altro lavoratore del paese.
Secondo me, insomma, i parlamentari dovrebbero essere costretti a lavorare sul serio e a dedicarsi anima e corpo al proprio mandato: cosa che attualmente essi fanno solo se decidono di farlo, essendo loro ampiamente consentita la possibilità di farsi gli affari loro dalla mattina alla sera.
Secondo me è questo il vero problema, non l’ammontare del loro stipendio.
Il lavoro di parlamentare è una roba impegnativa e delicata, se svolto seriamente: e noi, invece di fare in modo che gli eletti lo svolgano seriamente e di retribuirli in modo adeguato, che facciamo? Gli riduciamo lo stipendio. Cioè, in sostanza, legittimiamo il fatto che quel lavoro venga svolto a cazzo di cane.
Ma non solo: escludiamo dal parlamento tutti quelli che, essendo delle persone capaci e brillanti, svolgono un lavoro ben retribuito dal mercato, i quali assai difficilmente accetterebbero di percepire un quinto o un senso del loro attuale stipendio per mettersi a fare politica; giustificando questo discutibile esito con l’affermazione a metà tra il religioso e il mistico secondo la quale la politica dovrebbe essere una specie di missione monastica del tutto indifferente alla retribuzione, roba che manco il sacerdozio, e con l’adagio pauperistico secondo il quale chi guadagna troppi soldi è necessariamente un birbaccione con cui è meglio non avere a che fare.
Insomma, a me l’idea di ridurre drasticamente lo stipendio dei parlamentari pare il rimedio perfetto per assicurarci definitivamente che alla Camera e al Senato approdi soltanto chi è fancazzista, chi è mediocre o chi è entrambe le cose insieme.
Io vorrei un parlamento di gente preparatissima, serissima e determinatissima, che si dedichi a quello e a nient’altro per tutti e cinque gli anni della legislatura.
Non mi vergogno a dirlo: per avere un parlamento così sarei disposto a raddoppiarli, gli stipendi di chi ne fa parte.
Altro che dimezzare.

Good Bye, Montesquieu!

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In questi giorni ho letto commenti piuttosto entusiastici sull’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato. E non ho detto una parola. Non l’ho fatto per non fare la parte del solito stronzo che si puntella sulla critica di ogni avvenimento politico degno di nota. Eppure, quel solito stronzo lo sono stato tacitamente, intimamente, provando un fastidioso senso di alienazione democratica. Sì, perché assistere al giubilo pressoché ecumenico per l’elezione di un ex procuratore nazionale antimafia alla presidenza del Senato (ovvero la seconda carica più importante della Repubblica Italiana) mi ha disturbato un poco. Quando poi ho rimesso insieme i tasselli della dinamica di opportunismo politico-elettorale che ci hanno condotto fin qui, sono stato invaso da nausea sartriana acuta e perdurante.

E’ successo che un magistrato della Procura di Palermo, invece di andare in Guatemala a combattere il crimine per conto dell’Onu, decide di fare la rivoluzione civile e si candida a premier, ponendosi a capo di una forza alternativa al PD, che doveva rappresentare una certa sinistra comunista e forcaiola. Allora, per non essere da meno e contrastare l’ipotetica emorragia di voti, i democratichini giocano la carta dell’identico, anzi dell’autentico, e candidano Pietro Grasso: una personalità diffusamente stimata, ma soprattutto sufficientemente invisa a quel PDL che si tenta di mandare all’inferno una volta per tutte. Insomma, è l’uomo perfetto.

Perfetto sia in termini elettorali  che di strategia parlamentare, Grasso è la carta simbolica (proprio etimologicamente, capace di tenere insieme una situazione che dire frammentata è utilizzare un eufemismo) da giocarsi al momento giusto, proprio quando tutto sembra bloccato, proprio quando la logica e il lessico politico sembrano domandare una “scelta civica”. Sì, la scelta civica arriva e pure il cortocircuito liberale.

Che non fossimo una liberaldemocrazia, l’avevamo capito da tempo. Che avvocati ed ex magistrati affollassero i banchi del Parlamento con dubbia coscienza democratica, pure. Ma che un ex procuratore antimafia andasse a ricoprire la seconda carica dello Stato con il progetto dichiarato di “rivoluzionare il sistema giudiziario”, be’, questo non era previsto. Voglio dire: non avevo preso in considerazione l’idea che uno che ha fatto quel mestiere per quarant’anni, che ha partecipato ed è impregnato di quel milieu professionale e culturale, si potesse ritrovare sullo scranno di Palazzo Madama. Ed ecco tutto il mio fastidio per l’inatteso inauspicato.

C’era un tizio francese che, ormai trecento anni fa, teorizzava uno Stato libero in cui la separazione tra i poteri doveva essere ben più che formale, ma addirittura morale nell’accezione liberale e non certamente dogmatica. Cioè: senza virtù non c’è alcuna possibilità di libertà e senza libertà non c’è alcuna possibilità che i cittadini siano tutti uguali di fronte alla legge. Voi direte: sì, ma formalmente nell’elezione di Grasso non c’è alcun contrasto, alcuna sovrapposizione, neanche l’ombra di qualche frattura democratica. Giusto, formalmente no. Ma, come ricordava il tizio francese, forse sarebbe il caso di guardarsi allo specchio e ripensare quanto e come possa essere virtuoso questo continuo mescolamento, questa prolungata e compiaciuta confusione a cui ci stanno sottoponendo e della quale gioite. Good Bye, Montesquieu!

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