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Parigi

Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

in mondo/politica by

Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

in società by

Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

La violenza-farsa dei vendicatori della domenica

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In un vecchio post scritto in concomitanza con l’uscita al cinema di Django Unchained, Anna Missiaia evocava il valore catartico della violenza tarantiniana: secondo l’autrice del pezzo, l’elemento splatter della totalità dei film di Tarantino non costituirebbe un invito alla violenza, bensì un ottimo mezzo a disposizione dello spettatore per sentirsi in un qualche modo appagato (o meglio, prosciugato) di tutto quel carico di istinti negativi che, nella nostra esistenza quotidiana, accumuliamo incessantemente.

Aggiungerei all’analisi di Anna (semplice nel suo psicologismo ma assolutamente corretta) che la violenza di Tarantino è, paradossalmente, pedagogica: il sangue a fontanelle, le decapitazioni improbabili, le torture grottesche sono un modo per ricordare costantemente allo spettatore che quello che sta guardando non è reale. Difficile impressionarsi per scene dove, piuttosto, la risata viene quasi spontanea. Una reazione la nostra che non ci rende mostri, ma che, al contrario, dimostra come il messaggio sia stato perfettamente recepito: questa è fiction, e nient’altro.

Tuttavia, da buon pedagogo (o, più semplicemente, da artista) Tarantino non manca di sottolineare che, al di là dell’intrattenimento cinematografico, esiste una violenza reale, storica: un aspetto è particolarmente chiaro in Django, dove alle solite scene di follia granguignolesca con sanguinamenti irreali e donne che volano via sbalzate da proiettili di colt si alternano momenti di una tragicità irriducibile, ovvero la ricostruzione delle varie umiliazioni, privazioni e torture inflitte agli schiavi afroamericani. Nei passaggi dove il cinema fa posto alla storia, la telecamera non si sofferma morbosamente sui dettagli, ma lascia spazio a campi lunghi in cui il sangue, quello “vero”, è solo intuito. Un po’ come succedeva nel teatro della Grecia antica, dove le situazioni di pura brutalità erano del tutto bandite dal palcoscenico – si evocava, ma non si rappresentava. Vi è, in Tarantino, una consapevolezza profonda della differenza tra realtà e finzione.

Tutto ciò mi è venuto in mente di leggendo e ascoltando le dichiarazioni deliranti (istituzionali e popolari) che hanno fatto seguito alla strage di Parigi: da guerre-lampo redentrici a rese dei conti a mani nude, sembra che un’assoluta incoscienza della dimensione reale della violenza stia pervadendo l’opinione pubblica. Un esempio fra tanti, le scritte ultras apparse sui muri di Roma che invitano l’ISIS a un confronto “alla pari”, spranghe alla mano, con tanto di avallo del blogger survivalista di turno. Complici sicuramente i media (ma questa, ahimè, non è una novità), abbiamo trasformato un’esperienza umana terribile nella solita farsa da bar. E l’unica risposta che siamo in grado di dare di fronte al dramma della realtà è quella di una violenza tanto immediata quanto virtuale, in un lampo di finta empatia che si esaurisce nel tempo di cambiare canale, di passare al prossimo spettacolo.

Insomma, da Quentin Tarantino non abbiamo imparato proprio un cazzo.

Il giorno dopo: status di Facebook rapidi per commentare la tragedia

in internet/società by

Quello senza parole
“Non ho parole: solo sgomento, sconcerto e disperazione per quanto è successo.”

L’esagerato
“La mia vita non sarà mai più come prima. Questa tragedia ci tocca tutti e non potremo più vivere niente come facevamo fino a ieri. Siamo sconvolti. Niente sarà mai più come prima”

Il fanatico ateista
“Ecco. Questo è il risultato del credere alle religioni, agli oroscopi e all’omeopatia. #BertonePagaTu #MenoPretiPiùPrati”

Il pragmatico nazionalista
“Si parte coi kebab e si finisce così, a farsi saltare per aria”

Il “restiamo umani”
“Restiamo umani. #stayhuman”

Il terzomondista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, dobbiamo cercare di capire la disperazione di questi terroristi, che vivono in una situazione di grande povertà”

Il premessista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, (Si scorda cosa voleva scrivere, ndr)

Il sociopatico
“In questi casi sarebbe bene stare in silenzio. Non scriverò e non vi leggerò (Però lo scrive, ndr)

Il benaltrista
“È morta molta più gente nel terzo mondo nella giornata di oggi che in questo attacco. Di quelli non parliamo?”

Il benaltrista 2
“Però su Beirut tutti zitti, eh?”

Lo iettatore
“EH MA VEDRETE ORA AL GIUBILEO”

Il riduzionista ad Salvinim
“Salvini alimenta il clima di odio e di tensione, facendo solo il gioco dei terroristi, col suo populismo becero e schifoso. Marino dimetti!”

L’antioccidentale
“Tutta colpa dell’Occidente, che ha esportato la democrazia fino a l’altro giorno. Ecco i risultati”

Quello pigro
“Una tragedia immane.”

Quello pigro famoso
Schermata 2015-11-14 alle 21.10.50

Quello della foto
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Quello della foto, ma confuso
Schermata 2015-11-14 alle 21.01.59

Il discorso mai pronunciato di François Hollande

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Cittadine e cittadini di Parigi, popolo di Francia e tutti voi, esseri umani del mondo intero.

Mi rivolgo a voi nel momento più buio della mia presidenza, e uno dei più bui nella storia di questo Paese e dell’Europa. Ciò che è successo stanotte mi riempie il cuore di sgomento e tutti i miei pensieri vanno agli amici e ai parenti delle vittime. Voglio esprimere la mia, seppur insufficiente, riconoscenza per tutto il personale medico, per le forze dell’ordine e per ogni cittadino che ha offerto un aiuto e ringraziare tutti coloro che ci hanno espresso vicinanza e solidarietà.

Ma più di ogni altra cosa voglio rivolgermi a voi, responsabili di questo orrore, a voi che vi siete macchiati di quest’atrocità, a voi che sperate che io parli di “giustizia” e di “guerra”, io vi dico che non ci sarà vendetta, che dimostreremo che la nostra società è più forte dell’odio, che di fronte al vostro desiderio di oppressione noi risponderemo con ancor più libertà, che quando vi troveremo vi sarà garantito ogni diritto, sarete giudicati in un processo equo e, se condannati, sconterete la vostra pena e vi riaccoglieremo nella società, che non piegheremo le nostre leggi ed i nostri diritti in nome di un fantomatico desiderio di sicurezza perché la nostra sicurezza deriverà dal non cedere al ricatto dell’odio.

Faremo tutto questo perché siamo convinti che credere nel nostro modello di società, basata sul diritto e la libertà, sia migliore del vostro basato sulla violenza e l’oppressione; e lo faremo perché se persone che vivono tra noi arrivano ad odiarci al punto da commettere queste atrocità, anche noi siamo colpevoli: siamo colpevoli del fatto che loro non si sentissero parte di noi, che non siamo stati capaci di integrarle ed accettarle, che le abbiamo spinte ad ascoltare chi parla di guerra e violenza.

Questa tragedia ci mette di fronte al nostro fallimento ma non permetteremo che i nostri sforzi siano resi vani. Prendendo in prestito le parole che il mio collega Jens Stoltenberg si trovò a pronunciare a seguito di una simile sciagura, vi dico che a questo orrore noi risponderemo “non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza”.

Grazie a tutti voi.

Francoise Hollande (discorso mai pronunciato Venerdì 13 Novembre 2015)

Parole in libertà

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Grande bulimia di cordoglio e rabbia sui Social dopo l’ennesimo attentato terroristico che ha sconvolto la Francia e Parigi in particolare. Gente che non sa neanche cosa significhi “Stato Islamico” esprime livore contro i musulmani, altri si risvegliano da una granitica superficialità per elargire pietà per le vittime e le vite spezzate, preoccupazione per l’attacco contro i valori e la cultura occidentale.

Libero esce con il titolo Bastardi Islamici, gli altri giornali sottolineano le nazionalità siriane ed egiziane dei passaporti trovati accanto ai corpi degli attentatori. Il messaggio che passa per la maggiore è questo: i musulmani ci invadono, ci fanno gli attentati, ci uccidono, vogliono distruggere il nostro sistema culturale libero, democratico e pacifico, per instaurare il loro, medievale e sottosviluppato, con il sangue e gli attacchi kamikaze.

Pur ammettendo che possa essere così, detto ciò, ad oggi, chi sta veramente fronteggiando l’Isis? Con i fatti dico, sul campo, non con qualche raid aereo dimostrativo ed innocuo per beoti che guardano talk show impacchettati, non con le chiacchiere di qualche pupazzo leccaculo mediatico o con i dati statistici preparati da qualche agenzia pagata per far uscire appunto statistiche favorevoli a chi le ha commissionate. Lo aggredisce Obama? La Nato? Non mi pare proprio.

Lo Stato Islamico al momento lo combattono sul campo, seriamente, faccia a faccia,  oltre ai Curdi, l’esercito siriano di Assad (nostro nemico), Hezbollah (nostro nemico), forze di terra dell’Iran (nostro nemico), ciò che rimane del Free Syrian Army e l’esercito Iraqeno. Insomma, musulmani.

Quindi: i curdi combattono contro l’Isis, la Turchia (alleata Nato) combatte contro i curdi. Questi ultimi combattono anche contro Assad che combatte contro l’Isis e contro i ribelli siriani supportati dagli Usa, che a loro volta combattono contro Assad nemico dell’Isis. Poi contro l’Isis interviene Putin in difesa di Assad, bombardando anche i villaggi dei ribelli pro Usa e Nato. Alleati con il mondo occidentale minacciato dallo Stato Islamico, troviamo anche i Sauditi (nostri amici) e il Qatar (nostri amici), che supportano e finanziano, più o meno apertamente, il Califfato.

Detto ciò, al momento, quindi, la stragrande maggioranza degli assassinati e sgozzati dall’Isis sono musulmani, in Siria, in Iraq e Libia.

Solo due giorni fa, due esplosioni rivendicate dai fondamentalisti dello Stato Islamico, causate da quattro attentatori suicidi e  avvenute nella periferia sud di Beirut,  roccaforte del movimento sciita Hezbollah, hanno provocato più di 40 morti e circa 200 feriti. Ovviamente per queste morti nessun cordoglio di rilievo sui social o sui media nazionali ed europei.

Senza entrare, in questa occasione, nel merito geopolitico di una situazione molto complessa e confusa e riguardo al ruolo che lo Stato Islamico sta giocando in tutta questa faccenda che potrebbe tramutarsi in una Danzica al rallentatore, vorrei sottolineare e ricordare agli affranti e tristi indignados dei Social, che l’Isis ammazza soprattutto musulmani.

Sono quasi 50 anni che coabitiamo con atti di terrorismo fondamentalista. Basti ricordare solo gli ultimi sanguinosi attentati in Spagna (un treno fatto saltare con più di duecento morti), in Inghilterra (un assalto alla stazione Victoria e ad un bus), a Parigi  (assalto ad una stazione della metropolitana e strage di Charlie Hebdo). Atti di terrorismo che vengono dimenticati in fretta. Due settimane di facile e sterile indignazione per poi tornarsene avvolti nella routine dell’ovvio ed illusi dal torpore dell’anima e dell’intelligenza, per poi risvegliarsi di soprassalto al rumore di detonazioni sempre più vicine alle proprie case.

Ma questo è quello che accade.

Ed accadrà sempre in quanto abituati a pensare al proprio ombelico per poi gridare impauriti quando lo sentiamo in pericolo.

Soundtrack1:’Mistreated’, Rainbow

Soundtrack2:”I Saw You Shine’, Flipper

Soundtrack3:’Demoni e dei’, Contropotere

Empatia a comando

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Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Oh là là, la pollution

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Parigi, marzo 2015.

Succede questo: io e il mio fidanzato arriviamo in città e compriamo un carnet di una decina biglietti per girare indisturbati in metropolitana.

Di questi biglietti, però, sei ne rimarranno inutilizzati.

Perché? Perché nei tre giorni successivi, a causa dell’alto tasso di inquinamento, vengono introdotte le targhe alterne in città.

E come si ovvia al problema dei trasporti? Per quei tre giorni il servizio metro, bus, tram e RER è completamente gratuito in tutte le zone interessate.

La nostra prima reazione è stata quella di rimanere di sasso: non era nemmeno lontanamente possibile, per noi, una cosa del genere. Eppure anche i matti della metropolitana facevano “sì” con la testa dopo avere tentato di assalirci cantando la marsigliese.

Successivamente c’è stata la frase “che paese civile”, cosa che ci ha fatto passare, nella scala dell’anzianità, direttamente al livello 8 dell’osservazione lavori in corso, rendendoci anche molto abili nel gioco delle bocce.

Dopodiché, però, abbiamo riflettuto meglio. Non è una questione di civiltà: questa dovrebbe essere la normalità. Dovrebbe essere normale che il sindaco, a seguito di una decisione (evidentemente necessaria) che provocherà incredibile caos, proponga una sorta di soluzione al problema.

Il guaio è che noi siamo abituati al disagio più totale: al punto che una soluzione molto semplice, quasi ovvia ci sconvolge, facendoci pensare di provenire dal terzo mondo. E io mi chiedo: è giusto sentirsi così?

I nostri cugini avranno senza dubbio altri problemi, compresi quelli relativi alla conservazione delle baguette, ma che stile, oh.

Inciso: c’è da dire che da noi per un sacco di gente i mezzi pubblici sono gratis tutto l’anno, mentre lì per scavalcare i tornelli devi essere almeno a capo di una falange spartana.

"Questa sera ceneremo a Charles de Gaulle/Etoile"
“Questa sera ceneremo a Charles de Gaulle/Etoile”

 

JJ

Albert Camus

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“Dare un nome sbagliato alle cose – scriveva Albert  Camus ne La peste  – contribuisce all’infelicità del mondo”. I nomi, quindi le parole, se non utilizzati col criterio della fedeltà alla vita, producono malinteso, rappresentano l’ingiustizia dello snaturamento, impediscono ogni forma di conoscenza genuina. Ma è poi davvero possibile praticare questo tipo di fedeltà attraverso le parole? Bisogna forse essere pronti a riconoscere il proprio luogo dell’ingiustizia, quello dove si genera il cortocircuito; bisogna forse essere pronti a riconoscere che il vero problema, il nodo da sciogliere, sono le idee, non le parole. Pensare secondo le idee significa coltivare il terreno del malinteso, accantonare ogni possibilità di coincidenza tra detto e vissuto.

Albert Camus è stato definito un filosofo per via della sua vocazione per la filosofia. È stato definito un esistenzialista per via del suo impegno a scavare nell’esistenza. Definizioni, l’una e l’altra, impregnate di idee e perciò irriverenti nei riguardi della vita vissuta, della complessità biografica. “Perché sono un artista e non un filosofo? Il fatto è che io penso secondo le parole e non secondo le idee” scriveva nei suoi Carnets, sconfessando una volta per tutte ogni altra impropria definizione. “No, non sono esistenzialista. Sartre ed io ci meravigliamo sempre di vedere i nostri nomi associati  […] Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato, Le Mythe de Sisyphe, era diretto proprio contro le filosofie dette esistenzialiste” spiegava in un’intervista rilasciata nel 1945 al Magazine Littéraire. Ma le autodefinizioni evidentemente non sono sufficienti a fugare dubbi – o maliziose certezze – di critici affermati e di semplici lettori: per molti Camus è stato e resta un filosofo esistenzialista. E poco importa se in verità è stato forse colui che, in tutta la sua opera, ha portato all’esistenzialismo l”attacco più sincero.

L’incapacità di raccontare – e quindi di capire – Camus senza far ricorso alla storia, alle posizioni politiche e alle categorie di pensiero proprie dell”esistenzialismo sartriano ha prodotto lungamente malintesi. E lo ha fatto in primo luogo nel corso della vita dello scrittore franco-algerino. Del resto, quando nel pensiero altrui si è legati a una particolare realtà sociale, politica o filosofica, ogni allontanamento è tradimento dei principi di quella realtà, è desiderio di distruggerla; ed ogni spiegazione, più che onesto tentativo di chiarire le proprie posizioni, diventa maldestra manovra per smacchiarsi, per disinfettarsi dalla teoria e dalla pratica abiurate. L’oscillazione, la zigzagante ricerca di un posto nel mondo, di una giustificazione alla propria presenza, sono tradimento perché contraddicono il dogma laico di parte e di partito.

Nel 1935, Camus aderisce al Partito Comunista Algerino. L’impegno a favore degli oppressi, di quelli che lui definisce les muets (i muti), il rifiuto di ogni atteggiamento accomodante rispetto al destino, le umili origini familiari lo avvicinano in modo del tutto naturale al partito. Ma la sua militanza prende sin da subito una piega più culturale che politica in senso stretto. Al giovane studente di filosofia allievo di Jean Grenier poco interessa speculare sulle grandi teorie economiche marxiste, poco importa del successo industriale dell’Unione Sovietica stalinista; Albert si dedica al teatro, fonda una compagnia e rappresenta Le Temps du mépris di Malraux. E chissà se per l”inaspettato successo teatrale o per le posizioni filo-arabe (che in verità andavano, come poi chiarirà negli anni della guerra d’indipendenza, decisamente al di là del filo-arabismo) o per la propensione al corteggiamento (“Quale tipo di donna mi piace? La più bella” rivelò una volta a un amico), fu precocemente espulso dal partito e accusato di aver abbracciato i principi borghesi, di essere diventato cioè uno “sporco fascista”. Falsità. Quel che mal si digeriva del giovane Camus era la predisposizione alla libertà di pensiero, alla libera analisi degli eventi, all’indisponibilità di piegare la morale alla strategia politica: vere minacce queste per la coscienza collettiva auspicata dalla rivoluzione comunista.

La sua biografia è piena di accuse di tradimento, spesso inasprite dalla complessità della sua riflessione sugli eventi storici più importanti. Nel 1953 prende posizione a favore della rivolta degli studenti e degli operai anticomunisti di Berlino, rivolta repressa nel sangue dai carri armati sovietici. Un altro argomento per coloro che lo vollero sempre traditore. E poco importa se i moti scoppiarono per protestare contro un taglio dello stipendio (atto che normalmente faceva gridare alla vergogna capitalistica): il progetto di comunistizzazione del mondo prevedeva la possibilità di schierare i cannoni dei carri armati anche contro i propri fratelli. Nel 1956 sostiene invece le ragioni dell’insurrezione di Budapest, definendo il governo filo-sovietico  “un regime di terrore che ha il diritto di chiamarsi socialista come il boia dell’Inquisizione aveva il diritto di chiamarsi cristiano”. Ma sono le sue posizioni rispetto alla questione algerina che gli costeranno più di tutte. Se Sartre e compagni si schierano decisamente a favore dell’indipendenza araba e giustificano ogni mezzo per ottenerla, Camus, che è cresciuto a Belcourt, uno dei quartieri più poveri di Algeri, sostiene le ragioni della convivenza tra coloni francesi e popolazione araba, rigettando con forza ogni forma di cieca violenza. Secondo Camus, coloro che sono nati negli stessi luoghi, che hanno patito la stessa fame e sofferto le stesse fatiche hanno diritto di calpestare quel suolo e di dichiararsi algerini. Ciononostante le sue ragioni rifiutano ancora una volta di piegare la morale alla strategia, di ridurre la vita a un concerto di ideologie da applicare fideisticamente: “Ho sempre condannato il terrore. Devo condannare anche un terrorismo che si esercita ciecamente nelle strade di Algeri, e che può un giorno colpire mia madre o la mia famiglia. Io credo nella giustizia ma difenderò mia madre ancor prima della giustizia”.

I violenti attacchi ricevuti  lo conducono progressivamente al silenzio sulla questione algerina. La paura di essere frainteso, di apparire un nemico degli arabi, difensore di un colonialismo bieco e antiumanitario prevarrà sul desiderio di spendersi per quella che forse è la causa più importante della sua vita. L’Algeria è in tutta la sua opera e gli eventi bellici gli provocano una ferita che non riuscirà mai a spiegare e che non si rimarginerà. “Sono cresciuto nel mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi allora mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da quel momento, attendo. Attendo le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido” scriveva malinconicamente nel 1953 ne La mer au plus près. Non si rassegnerà mai alla perdita dei luoghi della sua infanzia, della intensa luce algerina, della fraterna inimicizia degli arabi. “Pazientavo sempre nell”inverno perché sapevo che una notte, una sola notte fredda e pura di febbraio, i mandorli della valle dei Consoli si sarebbero coperti di fiori bianchi” rivelava nel 1940 ne Les Amandiers. Nessuna pazienza è dunque possibile né necessaria senza l’Algeria.

Perciò raccontare Camus senza parlare dell’Algeria, senza tener conto del fatto che un’esistenza – e quindi un pensiero – sia sottoposta al cambiamento, è possibile soltanto per coloro che fingono di voler fare ordine, ma che in verità desiderano nascondere un certo naturale e inevitabile disordine di cose e pensieri. Certo, ci sono molti modi per ricordare un intellettuale nel giorno del centenario della sua nascita. E uno di questi è interpretare il suo pensiero, riportarlo più o meno fedelmente, renderlo affascinante e coerente. Così potrei accennare alla teoria dell’assurdo (non sono assurdi né il mondo né l’uomo: assurdo è l’incontro tra l’uomo e il mondo), potrei presentare il Meursault de L’Étranger, per cui tutto è talmente indifferente che non ricorda il giorno in cui è morta sua madre, che non versa una lacrima al suo interramento e anzi fa un bagno e va al cinema invece di rintanarsi nel lutto. Il Meursault che spara a un arabo perché abbagliato dalla luce del sole e per cui ogni difesa dalle accuse di omicidio non ha alcun senso. Oppure potrei dirvi di Jean-Baptiste Clamence, l’avvocato parigino che si rifugia ad Amsterdam ed esercita la non ben definita professione di giudice-penitente; il Jean-Baptiste Clamence che intrattiene con la verità un rapporto ambiguo (“Che importa, dopo tutto, se le mie storie sono vere o false, se esse sono significative di ciò che io sono e sono stato?”). E ancora: la valenza metaforica e politica de La peste; la concezione della felicità del Mersault, quello senza una u, de La mort heureuse (la felicità come lunga pazienza, come costruzione e volontà).

Forse avrei potuto parlare di tutto questo per raccontare Albert Camus, per rendergli un giusto omaggio. Ma ha forse senso, se non si abbandonano le idee a favore delle parole? Ha senso se non si è pronti a chiamare le cose col loro nome? Probabilmente no. Se si fa appello alle idee, cos’è l’assurdo se non un concetto filosofico? Cos’è Meursault, se non un assassino? E cos’è Jean-Baptiste Clamence, se non un bugiardo?

Oggi, a cento anni esatti  dalla sua nascita, Albert Camus è osannato a destra per il suo anticomunismo, a sinistra per il suo impegno a favore degli oppressi. La grandezza della sua letteratura ha finito con l’appianare ogni divergenza di matrice politica. Si alza un coro unanime di apprezzamenti: qualcuno non può fare a meno di accostarlo a Sartre, qualcun altro lo mette nel pantheon della destra libertaria, altri ancora, credendo forse di essere ancora alla fine degli anni sessanta, lo ricordano opportunisticamente per quel “Je me révolte, donc nous sommes” (“Io mi rivolto, dunque noi siamo”) che accese tanti cuori irrequieti nell’epoca delle rivolte studentesche. Ma la grandezza della sua letteratura purtroppo non ha soltanto smussato le asperità della discussione politica, ha finito anche col mettere in ombra la grandezza del pensiero che ne sta a fondamento. Tanto che la sua lezione più grande, quella che invita a pensare secondo le parole e non secondo le idee, sembra che nessuno l”abbia ancora davvero capita.

Fori imperiali, dentro provinciali

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Le cosiddette smart cities, le città intelligenti, sono il prodotto dell’interazione di due forme di intelligenza: quella amministrativa e quella individuale. Nel tornante storico che i nostri centri urbani stanno affrontando, il tornante della sostenibilità (o meglio: dell’insostenibilità), le nuove visioni, le nuove concezioni della città – ma soprattutto le capacità individuali di accogliere queste visioni e concezioni e di praticarle – sono il futuro del nostro spazio di vita.

In questo senso, gran parte della partita urbana si gioca sul fronte della mobilità. Infatti, la città, che è, almeno nella sua definizione dinamica, un insieme di flussi umani e veicolari, non è immaginabile in una dimensione sostenibile senza un traffico regolare, ovvero che segua delle regole ragionevoli sia dal punto di vista funzionale (che mantenga quindi un legame con le funzioni dello spazio urbano) sia dal punto di vista interattivo (che produca un incontro tra individui e ambiente rispettoso della logica della preservazione).

In alcune delle maggiori città europee, già da qualche decennio, la pratica amministrativa e quella individuale si sono incontrate nella comprensione della necessità di un cambiamento rapido e radicale, ovvero nella formazione di una “cultura urbana” lungimirante, dunque precauzionale, rispetto alle potenzialità e ai rischi di un vivere insieme denso e perciò intenso. Al centro di questo incontro c’è senza dubbio la mobilità.

Prendiamo ad esempio Parigi, una delle metropoli più popolose ed importanti a livello politico del continente. Per chi la conosca, Parigi non è mai stata una città facile per pedoni e ciclisti: il traffico è infatti energico e nemmeno troppo gentile (al volante, parigini e romani si somigliano parecchio). Per far fronte alle oggettive difficoltà di circolazione e ai rischi per i ciclisti, da diversi anni il sindaco Bertrand Delanoë sta portando avanti un progetto di progressiva e ragionata pedonalizzazione e ciclabilizzazione di molte aree del centro. Il servizio Vélib’, un vasto programma di bike sharing lanciato nel 2007, fa parte dell’intervento amministrativo a favore di una città più intelligente e sembra aver rivoluzionato non soltanto la vita dei ciclisti parigini ma anche, in prospettiva, l’intera mobilità urbana della capitale. Anche a seguito del grande successo di Vélib‘, che è stato accolto con entusiasmo dalla cittadinanza ed è diventato un mezzo di trasporto importante, a partire dal prossimo settembre è infatti previsto un nuovo sostanzioso incremento delle zone a velocità limitata; il 37% delle strade del centro saranno cioè percorribili a non più di 20 o 30km/h da qualsiasi veicolo. Si parla di 560 km di percorso urbano. Inoltre, a questo provvedimento si accompagna la conversione di molte aree (principalmente zone di interesse artistico-culturale),  che diventeranno interamente pedonali.

Certamente, in termini di piste ciclabili c’è ancora molto da fare: i circa 500 km parigini sono ancora decisamente lontani dai più di 1000 di Berlino. Ma le dimensioni del territorio urbano (105kmq per Parigi, circa 900 per Berlino) e la conformazione urbanistica indicano che, almeno in termini proporzionali, nella città francese si sta facendo un grande lavoro; lavoro che trova le sue linee progettuali in un piano quadriennale (Vélo 2010-2014), che prevede il raggiungimento di 700 km di piste entro il 2014. Insomma, a Parigi si hanno delle idee sulle opportunità, sul futuro della mobilità urbana e si tenta di metterle in pratica.

Ora, dal breve accenno alla realtà parigina arriviamo dritti alla vicenda romana della pedonalizzazione dei Fori Imperiali. La chiusura del tratto stradale è stato salutato da taluni come una conquista di civiltà, mentre altri (soprattutto gli abitanti della zona) stanno criticando aspramente la scelta del sindaco Ignazio Marino, scelta che a loro avviso bloccherà il centro e sfavorirà le attività commerciali del quartiere.

Dunque: conquista di civiltà o scelta sconsiderata? Dal punto di vista ideale, cioè dei principi, Marino non fa altro che seguire la scia dei sindaci delle maggiori città europee, tra cui, come abbiamo visto, Delanoë: invita a ripensare lo spazio urbano in un’ottica sostenibile e quindi a riconsiderare l’utilizzo di una porzione di città carica di significati simbolici. In questa prospettiva, difficile non condividere un sentimento, che è poi una necessità pratica, di rinnovamento radicale dell’ambiente (e del paesaggio!) urbano. L’impianto ideale deve però essere applicato. E applicato ragionevolmente, altrimenti l’intelligenza che si vorrebbe esprimere, diffondere e praticare diventa inefficienza ammantata di ambientalismo.

Mi spiego: se si libera dal traffico automobilistico la zona adiacente ad uno dei monumenti più conosciuti al mondo (per la gioia dei turisti, dei ciclisti e dei passeggiatori) ma poi si ingolfa il centro storico dello stesso numero di automobili, vaganti alla ricerca di un parcheggio che non c’è perché la nuova viabilità ha eliminato una quantità considerevole di posti auto, il beneficio ottenuto non sembra valere i costi. Ad ogni modo, questo lo lascio dire agli esperti di viabilità urbana, alcuni dei quali si sono tuttavia già espressi in termini negativi.

Quel che però è difficilmente contestabile sono i dati. Roma è la capitale europea col più alto tasso di motorizzazione: ogni 1000 abitanti ci sono 699,2 automobili (a Berlino ce ne sono circa 300 ogni 1000 abitanti), mentre sul territorio comunale circolano più di 3 milioni di veicoli. Ciò significa che i romani sono fortemente legati all’utilizzo dell’auto per spostarsi in città e forse anche – ma non solo – per la scarsa copertura del territorio urbano da parte dei mezzi pubblici (a Roma ci sono 3,7 fermate di metropolitana ogni 100 kmq, contro, ad esempio, le 41,2 di Milano o le 16,2 di Napoli; ed evito di segnalare i dati delle città europee). Oltre alla copertura, il sistema metropolitano presenta evidenti problemi anche in termini di accessibilità: nel 2011 si rilevava infatti una contrazione dei posti/kmq addirittura del 9,4%. Siamo quindi evidentemente (e non serviva questo post per constatarlo) ben lontani dagli standard europei.

Inutile andare avanti, i dati sono eloquenti ed innumerevoli. Queste sono le pressanti questioni da risolvere e i casi di Parigi, Berlino ed altre importanti città europee lo testimoniano. A Roma occorre un piano ed occorre la disponibilità dei cittadini ad accettare i cambiamenti, che però non devono essere soltanto idealmente affascinanti ma devono avere dei requisiti tecnici capaci di venire incontro alle esigenze della città.

In attesa che Marino decida di seguire pienamente le orme dei colleghi europei e presenti un serio piano di incontro tra le intelligenze, ci ritroviamo a sperimentare una viabilità discutibile, che, probabilmente, quando verrà settembre e la città riprenderà a lavorare a pieno regime, ne farà vedere delle belle. In attesa che Marino decida di far seguire la progettualità agli slogan e ai provvedimenti ad effetto, vediamo i nostri ambientalisti  esultare per la pedonalizzazione di qualche chilometro, senza neanche un grammo di emissioni in meno.

Va bene, nel frattempo, godiamoci la passeggiata. Ma ricordiamoci che senza un progetto e senza la disponibilità ad accoglierlo non andremo da nessuna parte. Insomma, continueremo ad essere Fori imperiali, ma dentro provinciali.

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