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La lista dei razzisti: una barbarie

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Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

Piccoli omofobi crescono

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Non so se l’episodio riportato nelle ultime ore dai giornali, in merito alla presunta discriminazione di un ragazzo omosessuale all’interno di un istituto cattolico di Monza, risponda o meno a verità. Saranno le autorità competenti (immagino che in questo caso si tratti del rettorato, perlomeno sul piano “disciplinare”) ad accertare la verità dei fatti, in un evento che rischia di essere un scusa come un’altra per fare un po’ di casino e giocare agli indignati.

Ma chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo, dall’elementari in su, sa perfettamente che la vita di bambini e adolescenti timidi, effemminati, o persino omosessuali in nuce è caratterizzata da una discriminazione costante  – non saprei come chiamarla altrimenti – da parte dei compagni di classe, sempre pronti a deridere il “diverso” di turno per il solo fatto di essere, appunto, diverso – un discorso che vale anche per le ragazzine “maschiaccio”, quelle che non vogliono vestirsi da fatina e preferiscono giocare a calcetto. L’odio dei bambini è purissimo proprio perché fondato su un’ignoranza assoluta, incontaminata: “frocio”, “finocchio”, “culattone” e varianti varie sono appellativi costanti in quella jungla istituzionalizzata chiamata ricreazione.

Senza voler scadere negli estremi (a volte pretestuosi) dell’ideologia gender, rimane comunque lecito domandarsi da dove provenga tale atteggiamento discriminatorio. Affermare che questo sia insito nel bambino è abbastanza assurdo, così come sarebbe insensato riportare tutto a un semplice discorso di propensione: i bambini sono malvagi, lo sappiamo, ma perché la loro cattiveria si indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra? Supporre che vi sia qualcos’altro dietro, che alla base vi sia un discorso più grande che coinvolge, guarda un po’, gli adulti, è tanto scontato quanto inevitabile. Il che ci dovrebbe spingere a considerare il presunto episodio del ragazzo di Monza come la manifestazione caciarona e un po’ grottesca di una situazione generalizzata che, purtroppo, non riguarda solamente le solite teste di cazzo cattoliche. L’ignoranza incontaminata di cui  sopra forse tanto incontaminata non è, soprattutto più in considerazione del fatto che bambini e ragazzi sono sottoposti a un processo di socializzazione costante che continua fino alla fine dell’adolescenza, al termine delle scuole superiori.

Bisognerebbe dunque rivedere il problema dell’omofobia come un discorso più ampio, una questione che coinvolge una fetta della popolazione di portata decisamente maggiore rispetto alla tanto criticata minoranza bigotta – le sentinelle in piedi o i pretucoli infervorati di campagna. Considerazioni che si dovrebbero fare a scanso di qualsiasi umanesimo di facciata: non si tratta di insegnare ai nostri figli ad amare i gay (come non dovremmo insegnare loro a piangere per i negretti che muoiono di fame, gli handicappati dal visino triste o la mamma di Bambi; queste puttanate dell’amore universale lasciamole a Gesù),  quando di educare alla rispetto della diversità, nell’ottica di un rispetto più generale nei confronti delle scelte altrui. Piccolo mio, se al tuo compagno di classe piace giocare alle Barbie e un giorno gli piacerà pure prenderlo in culo, lascialo fare che tanto a te non cambia nulla. E vedi di non scassargli la minchia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio, diceva il poeta. E dietro ogni piccolo omofobo c’è una comunità.

Generatore automatico di perifrasi per le unioni civili

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove perifrasi per le unioni civili

Agglomerazioni particolari etiliche.

Scalfarotto, che digiuna contro se stesso

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Adesso arriva lo sciopero della fame, motivato dall’esigenza di sottrarre le unioni civili “all’idea che si tratti della battaglia di una minoranza“.
Peccato che chi oggi digiuna per tale nobile scopo appena qualche mese fa sosteneva, con altrettanta convinzione, che “il motivo per cui è necessario che le unioni civili siano riservate solo alle coppie omosessuali è che non si deve fare confusione tra le esigenze di una coppia etero non sposata e quelle di una coppia gay o lesbica”: con ciò, evidentemente, sottolineando una divergenza di esigenze, e quindi, di fatto, relegando per primo le unioni civili nello steccato delle battaglie di minoranza, lo stesso da cui adesso vorrebbe liberarle.
Bisogna stare attenti, quando si maneggiano questi concetti con troppa disinvoltura: quando si scende sul terreno del giudizio nei confronti degli altri (gli etero hanno già il matrimonio, che se ne fanno delle unioni civili? vogliono forse avere meno responsabilità?), e lo si fa per ragioni “di categoria”, cioè “di minoranza”: ma a quel punto come ci si può lamentare del fatto che quelle istanze, da cui si è provveduto minuziosamente a tagliare fuori tutti gli altri, non investano “il modo di essere e la natura stessa della nostra democrazia”?
Insomma, la sensazione è che Scalfarotto stia digiunando contro se stesso: o, per dirla meglio, contro una marginalizzazione cui egli stesso ha contribuito, rifiutandosi di aprire lo strumento delle unioni civili a tutti e in tal modo trasformandole (davvero) in una rivendicazione settaria, come purtroppo accade fin troppo spesso.
Forse sarebbe il caso che ci riflettesse, tra un cappuccino e l’altro.

SESSISMO ALLO CHAMPAGNE

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Mi ha molto appassionato la polemica su Hamilton che spruzza di sciampagna una valletta ed è conseguentemente accusato di sessismo, anche se io avrei preferito che venisse usata la parola “strupro”, così, per levarsi il pensiero.
Devo purtroppo rilevare, come ogni appassionato di gare automobilistiche e motociclistiche vi confermerà, che il problema non è nuovo e, au contraire, si ripete da anni col medesimo rituale barbaro, vile e ignorante.

È bene precisare che i primi a subirne le drammatiche conseguenze sono gli altri piloti di sesso maschile ma anche in questo caso – visto che non possiamo in alcun modo certificare che abbiano richiesto un tale trattamento – si può parlare di barbarie, di sevizie e ovviamente di stupro oltre che di classismo, sessismo, bullismo, priapismo, prepotentismo, soggiogantismo, sottosoprismo, colonscopismo e infine addirittura proprio lui, il prismo.

prismOecco un grazioso prismO

È un tristo fatto che i piloti, per salvaguardare un vetusto concetto di virilità, in tali frangenti fingano di divertirsi.
L’osservatore non superficiale però, fissando quelle smorfie e i ghigni, noterà che nascondono una sofferenza tale che nessuna doccia bollente sarà mai capace di mondare.

Vi lascio con alcune testimonianze poco adatte ai deboli di cuore.

Lewis Hamilton on AlonsoIl brutto vizio di Hamilton (che ricordiamolo È PURE NEGRO) questa volta su un rassegnato e mesto Alonso.

Lewis Hamilton Jason Button on Sebastian VettelLewis Hamilton (ALLORA BASTARDO INSISTI) e Jenson Button sull’orripilato e sorpreso Sebastian Vettel

Nico Rosberg e Romain Grosjean on Sebastian VettelSebastian Vettel di nuovo umiliato, questa volta da Nico Rosberg e Romain Grosjean.

Jorge Lorenzo e Valentino Rossi on Marc MarquezJorge Lorenzo e quell’infame di Valentino Rossi (non dimentichiamo la storiaccia dell’evasione fiscale) su uno spaventato e tremante Marc Marquez.

Jorge Lorenzo on Casey StonerAncora Jorge Lorenzo su un allibito Casey Stoner (che infatti ha somatizzato e perso le tre gare successive, bravo Lorenzo clap clap clap).

Valentino Rossi on EVERYBODY

Un noto evasore fiscale (che poi si è accordato con l’AdE ehehehehehehehehe) arriva a spruzzare il mesto pubblico che tanto è schiacciato lì sotto e non può far altro che subire l’incivile trattamento, così, alla traditora.

I gay “malati” e i rantoli della famiglia tradizionale

in società by

Qua, perdonatemi, non è il caso di scagliarsi contro, ma di capire.
E cercando di capire, con la dovuta pazienza, uno si chiede: è davvero importante stabilire se l’omosessualità sia una condizione geneticamente determinata, una scelta, una devianza o una malattia?
Naturalmente no. Neppure per quelli dell’Associazione Chaire, che tante polemiche stanno suscitando in questi giorni col loro famigerato convegno.
La questione, tuttavia, diventa rilevante nel momento in cui l’omosessualità viene posta alla base di alcune “rivendicazioni”, in ragione del fatto che secondo i nostri amici tali rivendicazioni (e qua casca l’asino) condurrebbero (testualmente) “alla disgregazione sociale attraverso la ridefinizione del concetto di famiglia e la negazione del valore della differenza sessuale“.
Il ragionamento, dunque, è più o meno questo: a me degli omosessuali in sé e per sé non importerebbe niente, ma poiché a forza di chiedere il matrimonio e l’adozione questi rischiano di spappolarmi la società, mi tocca segnalare che la loro condizione non è “normale”, e dunque a quelle “pericolose” richieste occorre rispondere di no.
Come vedete, il punto si è spostato sensibilmente da quello iniziale, di tal che la vera domanda da porsi non è “i gay sono malati?”, ma piuttosto: “le rivendicazioni dei gay sono tali da disgregare la società?”; nel senso che se fossero “innocue”, cosa che i nostri amici negano a spada tratta, della causa della loro “condizione” potremmo beatamente fregarcene.
Ebbene, riflettete un secondo e chiedetevi: in cosa consisterebbe, secondo i nostri amici che strepitano, il rischio “disgregativo”? Evidentemente nell’eventualità che al modello di famiglia “tradizionale” ne venga affiancato un altro, a loro dire “alternativo”: e quindi, sostanzialmente, nella possibilità che venga a cadere un “monopolio”.
Ora, abbiate pazienza: chi è, in qualsiasi ramo dello scibile umano, che intravede un pericolo quando oltre al proprio modello di riferimento ne viene introdotto un altro, del tutto facoltativo e per giunta indirizzato a un “target” completamente diverso? La risposta è semplice: chi non crede nel proprio modello. O ci crede poco. O perlomeno intuisce le enormi crepe che lo attraversano, e perciò decide di difenderlo con l’arma tipicamente utilizzata dai deboli: il protezionismo.
Ne consegue che vicende come questa, al di là della comprensibile indignazione che suscitano nella cosiddetta “comunità omosessuale”, non hanno niente a che vedere con i gay in sé e per sé: sono semplicemente gli (o alcuni degli) spasimi della “famiglia tradizionale” che sta chiaramente (e rumorosamente) tirando le cuoia; cosa del resto ampiamente comprovata dal calo dei matrimoni e dall’aumento vertiginoso dei divorzi da un lato e delle convivenze dall’altro.
Questo, sta succedendo: la famiglia muore, e i suoi sostenitori più accaniti si disperano. Chiamando in causa, come spesso avviene nella disperazione, qualsiasi cazzata capiti loro a tiro per negarne l’amaro destino. Anche se, come nel caso di specie, c’entra poco e niente. E’ colpa dei marziani. Dei rettiliani. Dei cinesi. Dei gay. Dell’arbitro. Scusi, maestra, ho cancellato piano piano ma ho fatto lo stesso un buchino sul foglio.
Insomma, amici omosessuali ed eterosessuali “progressisti”: date retta, non vi indignate.
Anzi, se vi riesce sforzatevi di avere un minimo di compassione. Di empatia. Di pietà.
Sono pur sempre rantoli.

I gay, prima malati e adesso trendy

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Al di là dei casi puntuali come questo, sui quali credo che ormai valga la pena di soffermarsi soltanto a livello aneddotico, un fatto mi pare chiaro: quelli di Santa Romana Chiesa devono aver capito che la storiella secondo la quale i gay sarebbero una massa di pervertiti e di malati da curare e da recuperare non regge più nemmeno con l’Attack; ragion per cui, a quanto pare, hanno deciso di cambiare completamente strategia.
Ci avrete fatto caso anche voi: ultimamente i nostri amici fondamentalisti parlano sempre più spesso, e con aria sempre più preoccupata, di “cultura gay”, “ideologia del gender”, “indottrinamento”, come se l’omosessualità fosse riconducibile più che altro a una scelta delle persone, o a una sorta di condizionamento “culturale” che esse subiscono, magari a partire dalla scuola.
La cosa singolare è che questa impostazione, evidentemente dettata dalla necessità di trovare un minimo appiglio cui continuare ad aggrapparsi dopo la caduta in disgrazia delle vecchie cantilene, è per molti versi esattamente opposta alla precedente: laddove si parlava di patologia, e quindi di un’obiettiva condizione -ancorché “disfunzionale”- degli individui, oggi si denuncia la “delegittimazione della differenza sessuale”, additando un fenomeno prettamente intellettuale, appartenente alla sfera dell’opinione e dei convincimenti personali più che a quella della fisiologia o della psiche.
Le persone diventerebbero gay, insomma, per una scelta di tipo culturale, per moda o perché qualcuno le convince a farlo: come se le proprie preferenze sessuali (perché di sesso, ancorché in senso lato, stiamo parlando) potessero dipendere da elementi del genere.
Badate, anche su questo bisogna essere “laici”, e non negare ideologicamente che certe situazioni possano effettivamente essere riscontrate. Voglio dire: a me per primo, occasionalmente, è capitato di avere notizia diretta o indiretta di qualche caso di “omosessualità di tendenza”, specie in età adolescenziale e in ambienti particolarmente “progressisti”; ma obiettivamente si tratta di casi così marginali, sporadici e limitati nel tempo da rappresentare un campione letteralmente insignificante ai fini di un ragionamento complessivo.
Insomma, se la vecchia strategia era priva di una gamba, quella del riscontro scientifico, mi pare che a quella nuova manchi anche l’altra, cioè la verifica empirica che tutti compiamo ogni giorno attraverso l’esperienza personale.
Chissà, magari i nostri amici credono che per avvicinarsi al cielo sia utile formulare teorie campate per aria.

Non si permetta, Cardinale

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Tra le (tante) cose che mi danno fastidio nel comportamento prossimo, l’unica che mi fa davvero imbestialire è senz’altro il tentativo di darmi a bere dei ragionamenti che non hanno né capo né coda sul piano logico.
Voglio dire: se provano a derubarmi in modo “tradizionale” (ad esempio fregandomi la bicicletta legata fuori dal portone, magari mentre dormo) ci posso anche passare sopra; ma se qualcuno tenta di portarmela via convincendomi che in realtà dargliela mi conviene, che senza bicicletta vivrò molto meglio e che in definitiva prendendosela mi sta facendo un piacere, allora mi incazzo.
E sapete perché? Perché quel tizio, evidentemente, mi ritiene così ottuso da potermi somministrare senza colpo ferire un ragionamento tanto insensato: e quindi, in ultima analisi, perché mi sta dando dello scemo.
Ebbene, quando quelli come Bagnasco dichiarano urbi et orbi che i matrimoni gay indebolirebbero la famiglia mi ritrovo a provare la stessa, fastidiosissima sensazione: perché è di tutta evidenza che se la famiglia “continua ad essere il presidio del nostro Paese, la rete benefica, morale e materiale, che permette alla gente di non sentirsi abbandonata e sola davanti alle tribolazioni e alle ansie del presente e del futuro“, è altrettanto ovvio che la nascita di nuove famiglie in aggiunta a quelle già esistenti sarebbe un fatto da salutare con gioia, non certo una iattura.
Invece no: i matrimoni gay rappresentano il “cavallo di Troia” che finirà per distruggere l’istituzione familiare; affermazione palesemente infondata, priva di qualsiasi nesso logico, assurda, alla quale tuttavia secondo Bagnasco dovremmo credere, evidentemente perché secondo lui siamo una massa di coglioni che si bevono qualsiasi idiozia senza battere ciglio.
Volete la prova di quanto dico? Ebbene, la prova è proprio là, nella parole con cui l’ineffabile cardinale giustifica la sua sagace teoria: i matrimoni gay “hanno l’unico scopo di confondere la gente”.
Confondere, capite?
Perché “la gente”, a quanto pare, è una massa informe di beoti che su questioni del genere si “confonde”: Marta, amore, volevo tanto portarti all’altare; ma sai com’è, ho sentito che adesso ci si può sposare anche tra maschi, non so, forse a questo punto lo chiedo a Pietro, sono un po’ confuso.
Ergo, secondo Bagnasco e i suoi amichetti noi, cioè “la gente”, non siamo altro che degli scemi: e il bello è che non si limitano a pensarlo, ma ce lo dicono apertamente, senza farsi il minimo scrupolo, come se non fossimo neppure in grado di accorgerci che ce lo stanno dicendo.
Ecco, eminenza, con grande serenità: il fatto che a volte tolleriamo le vostre fregnacce sull’immoralità degli omosessuali come si fa coi capricci dei bambini piccoli, anche perché obiettivamente ci scoccia star lì a ripetere le stesse cose tutti i giorni, non significa che ci si possa dare impunemente degli imbecilli.
Veda di non allargarsi, insomma.
Non si permetta, proprio.

Il popolo del web, maieuta delle fregnacce

in giornalismo/internet/società by

Vediamo se ho capito: quest’oggi il popolo del web è “in rivolta” (l’avrò letto sei o sette volte in cinque minuti, nei posti più disparati) a causa di un “articolo choc” nel quale si sostiene che l’ONU vuole introdurre la pedofilia e l’omosessualità come metodi pedagogici per i bambini, che l’OMS intende promuovere la masturbazione nella scuola materna l’omosessualità nei più piccini, e che l’approvazione del DDL Scalfarotto condurrà alla rieducazione in campi LGBT.
Clamoroso, nevvero? Voglio dire, e lo dico senza alcuna ironia: in sé e per sé è roba a dir poco allarmante.
Senonché, viene fuori che il corsivo in questione, firmato nientepopodimeno che da Cristina Zaccanti, insegnante del liceo classico Carlo Botta di Ivrea, è apparso ri-nientepopodimeno che sul bollettino parrocchiale di Rivarolo, ridente cittadina il cui parroco, all’uopo intervistato, ha immediatamente dichiarato che le opinioni dell’autrice sono state espresse a titolo personale e non rispecchiano l’opinione di tutta la comunità dei credenti rivarolesi.
Ora, io mi domando e dico: voi vi rendete conto, sì? Stiamo parlando del bollettino parrocchiale di un posto che conta poco più di dodicimila anime. Voglio dire: se riuscissimo a procurarceli tutti, i bollettini parrocchiali del paese, e li spulciassimo ad uno ad uno con un minimo di attenzione, avete una vaga idea di quante fregnacce ci troveremmo dentro? Siamo in grado, dico io, di parametrare non solo la portata della nostra “indignazione”, ma ancora prima la nostra attenzione, all’effettiva importanza di ciò che ne forma oggetto?
Oppure, come mi pare accade sempre più spesso, saliviamo pavlovianamente appena leggiamo le parole “choc”, “clamoroso”, “inaudito”, senza neppure domandarci se quello di cui parliamo è dotato dei requisiti minimali per sancire non dico la sua rilevanza, ma addirittura la sua sostanziale esistenza?
Purtroppo, mi pare che sia proprio così. Saliviamo, e saliviamo di brutto.
La realtà, quella vera, è che l’articolo (sic) della signora Zaccanti di fatto non esisteva, prima che il web decidesse di entrare nel mood “rivolta”, e che sia stata proprio la “rivolta”, per così dire, a darlo effettivamente dato alla luce, ché altrimenti l’avrebbero letto in tre, sul cesso, distratti dal pensiero della cena, della tinta venuta male e della frizione della macchina da rifare; mentre oggi, grazie all’ondata di “indignazione” del “popolo del web”, di quell’articolo abbiamo avuto notizia in molti. Meglio, in troppi.
Suvvia, ragazzi, facciamo un favore a noi stessi: vediamo, ove possibile, di occuparci di cose serie.
E piantiamola, di fare i maieuti con i deliri del primo che passa.

Quegli sventurati con l’orologio guasto

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Ce ne sono tanti, sapete?
Apparentemente sono identici a noi, in tutto e per tutto. Voglio dire: lavorano, mangiano, guidano l’automobile, vanno al cinema e si vestono più o meno come gli altri.
Solo che a un certo punto, per una causa che la scienza non ha ancora accertato (forse un virus, forse un difetto genetico), gli si è guastata la parte dell’orologio biologico che misura gli anni: perciò credono di vivere nel 1956, e quindi si comportano di conseguenza, collezionando una serie di mortificazioni che manco ve le immaginate.
Si spaventano molto, ad esempio, quando accendono la televisione, perché ogni volta se l’aspettano in bianco e nero e l’esplosione di colori che gli si para davanti agli occhi li sconvolge; per non parlare della delusione cocente quando si accorgono che neanche quella sera andrà in onda “Primo applauso”, quel bel varietà condotto da Silvio Noto, ma trasmissioni indecifrabili col titolo in inglese (“sai chi parlava l’inglese, caro? Quel tuo cugino coi capelli rossi, che bravo che era!”) o programmi confusionari presentati da un certo Carlo Conti.
Il dramma è agghiacciante, e va in scena praticamente dappertutto: impiegano ore a trovare la macchina perché credono di avere Prinz, chiedono informazioni ai passanti per trovare negozi che non esistono più da anni, si congratulano col collega di lavoro perché prenderà l’aereo (“lei ha un bel coraggio: io la capisco, sa, avevo un cognato aviatore”), si incazzano quando sentono il vicino che telefona perché sono convinti di avere ancora il duplex, usano parole e sigle desuete (“amore, dobbiamo scrivere alla SIP, queste bollette sono sempre più alte”), si confondono nei supermercati perché non trovano l’Idrolitina, chiedono scusa quando pronunciano parole come “sciocco”, se la prendono molto a cuore per concetti come la verginità, la convivenza more uxorio e le gonne troppo corte, utilizzano locuzioni desuete come “fare all’amore”, si meravigliano quando vedono un “calcolatore” (“scusi, non vedo le schede perforate, dove le tenete?”), chiamano “capelloni” i cantanti rock e vanno a protestare alla scuola dei figli perché l’insegnante è gay.
Ce ne sono tanti. Più di quanti immaginiate.
A me fanno una tenerezza infinita, perché, povere stelle, dev’essere durissimo essere costretti a campare in un’epoca che non si capisce per niente.
Fatemi un favore: se ne incontrate uno non lo prendete in giro. Non lo discriminate. Siate delicati e accoglienti.
E proprio se vi viene da scompisciarvi, fatelo solo se siete sicuri che non vi veda.

La sconfitta di Francesco sui gay

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In questi giorni, sui giornali, si parla della relazione finale del Sinodo definendola un “compromesso” tra le intenzioni riformatrici di Francesco e l’ala reazionaria della Chiesa di cui è a capo.
Sarà.
Pero, personalmente, sul tema delle unioni omosessuali questo compromesso non riesco proprio a vederlo.

Prendete il testo della “Relatio post disceptationem“, il documento che riassumeva la prima settimana di lavori del Sinodo, letta dal Relatore Generale, il Cardinale Péter Erdo, ma in realtà scritta dal Segretario Speciale, Monsignor Bruno Forte; un testo “provvisorio“, come precisava la Sala Stampa della Santa Sede, che dedicava alla questione degli omosessuali ben tre paragrafi:

  1. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?
  2. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.
  3. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli.

Leggete, rileggete, valutate; e poi prendete il testo definitivo della “Relatio Synodi“, nella quale i paragrafi sono diventati due:

  1. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).
  2. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.

Ora vediamo di capire una cosa: che differenze ci sono tra le due versioni?

Le parti rimaste sono quelle in cui si ribadisce:

  1. che “le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna“, tra l’altro molto inasprita nella versione finale, che recita (in modo assai più deciso): “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia“;
  2. che “non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender“, anche in questo caso con delle significative accentuazioni e precisazioni nel documento conclusivo: è del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio fra persone dello stesso sesso“.

Sono completamente scomparse, invece, le parti in cui si affermava:

  1. che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana;
  2. che la Chiesa dovrebbe accoglierle e accettarle;
  3. che la questione omosessuale dovrebbe suscitare una seria riflessione su come elaborare cammini di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale;
  4. che il mutuo sostegno tra i membri delle coppie omosessuali costituisce un “appoggio prezioso” per la loro vita;
  5. che occorre prendere atto dell’esistenza di bambini che vivono con coppie dello stesso sesso.

Ebbene, a me pare piuttosto evidente il fatto che nella relazione finale manchi del tutto la carica “eversiva” e “rivoluzionaria” che caratterizzava il primo documento, quello di cui tanto si è parlato, e con grande enfasi, qualche giorno fa: del resto il “rispetto” e la “delicatezza” con cui occorrerebbe trattare i gay e l’esigenza di evitare ogni “ingiusta discriminazione” nei loro confronti (che ammette in modo implicito la concepibilità di discriminazioni “giuste”) non sono certo delle novità, trattandosi di prescrizioni già contenute da tempo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (numero 2358) ed accostate peraltro, negli articoli precedenti, a concetti assai meno tolleranti quali “genesi psichica inspiegabile”, “atti intrinsecamente disordinati” e “contrari alla legge naturale”; come se non bastasse, il paragrafo è stato approvato dal Sinodo con una maggioranza risicata, inferiore ai due terzi (118 voti favorevoli contro 62 contrari), il che lascerebbe presumere che per una bella fetta di Santa Romana Chiesa perfino queste quattro parole in croce sono discutibili ed eccessive.
Secondo me, quindi, sulla questione degli omosessuali il “compromesso” di cui si parla in queste ore non esiste: semplicemente, la “controffensiva degli ortodossi” ha stravinto su tutta la linea, depurando minuziosamente i risultati del Sinodo da tutte le parti definite “scandalose” o addirittura “indegne”, ripetendo per l’ennesima volta le formule trite e ambigue che già conoscevamo sin troppo bene e riuscendo perfino nell’impresa di approvarle a fatica.
Insomma, io ho la sensazione che sulle aperture ai gay, alla fine della fiera, Francesco abbia perso di brutto; e che la paventata “rivoluzione” nella Chiesa, che tutti abbiamo salutato con soddisfazione qualche giorno fa, sia ancora tutta, come si dice, nella mente di Dio.
Ammesso (e niente affatto concesso) concesso che ci sia.

Scalfarotto, il reazionario

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Sapete qual è, la cosa curiosa?
E’ che a volte gli stessi -ma proprio gli stessi- che si lamentano quando c’è chi pretende di giudicarli, interpretando le loro istanze e traendo conclusioni basate sui propri convincimenti personali, tendono a comportarsi esattamente alla stessa maniera appena ti distrai un secondo.
Prendete Ivan Scalfarotto, ad esempio: che a occhio e croce di chi si mette arbitrariamente nei panni degli altri dovrebbe averne fin sopra i capelli.
Ebbene, quest’oggi Scalfarotto ci spiega quali sono le motivazioni delle coppie gay e quali quelle delle coppie etero:

Non si deve fare confusione tra le esigenze di una coppia etero non sposata e quelle di una coppia gay o lesbica. La prima vuole vedersi riconoscere la propria relazione (per esempio, poter ottenere notizie dai medici in caso di malattia del partner) ma non vuole probabilmente altri diritti (e doveri) reciproci, altrimenti si sposerebbe

Ce lo spiega lui, capito? Mica loro. Le coppie etero che non si sposano non vogliono altri diritti e doveri. Amen.
Non è minimamente sfiorato, Scalfarotto, dal dubbio che se un uomo e una donna non si sposano, e tuttavia chiedono di poter accedere alle unioni civili, un motivo dovrà pur esserci: che per “concedere” a quell’uomo e a quella donna la possibilità di fare ciò che chiedono dovrebbe essere sufficiente il semplice fatto che lo stiano chiedendo, e che quel motivo lo conoscano loro due; non essendo affatto necessario che esso sia condiviso dagli altri, Scalfarotto compreso.
Invece no.
Esattamente come quelli che giudicano indebitamente le motivazioni degli omosessuali che vogliono sposarsi, delle donne che abortiscono, dei malati che chiedono l’eutanasia e via discorrendo, Scalfarotto interpreta secondo i propri principi le istanze di una certa categoria di persone (gli eterosessuali non sposati), poi ne trae le proprie conclusioni personali e infine fa discendere da quelle conclusioni delle notevoli conseguenze legislative valide per tutti: le unioni civili si debbono fare solo per gli omosessuali, perché per gli altri non servono.
Così, mentre si dichiara di voler combattere una discriminazione, si adotta come se niente fosse lo stesso comportamento di chi discrimina: quel giudizio “esterno” di cui ci lamentiamo tanto quando proviene dalla Chiesa o dalla cosiddetta “destra”.
Ebbene, a me pare che ci sia un solo aggettivo per definire la chiusura di Scalfarotto sulle unioni civili per le coppie etero: reazionaria. Nel metodo, ancora prima che nel merito.
Sarebbe bene dismetterlo per primi, se ci si vuole lagnare quando lo adottano gli altri.

Caro

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Io non lo so, se quando un cantautore diventa importante continua a scrivere le sue canzoni ispirandosi alle vicende della propria vita, come quando si dilettava con la chitarra in mano e sognava di diventare famoso: ma a occhio e croce credo proprio di sì.
Non so neppure, e siamo a due, se “leggere” la musica e i testi attraverso gli occhi di chi le ha scritti, tenendo fede a una sorta di “interpretazione autentica”, sia un’operazione sensata: oppure se le creazioni artistiche, specie quelle di carattere popolare come le canzoni, una volta diffuse abbiano significato soltanto in relazione a chi ne fruisce, iniziando come si dice a “vivere di vita propria”, in modo diverso per ciascuno di quelli che le ascoltano.
Tuttavia, comincia a farmi un certo effetto riflettere sulla circostanza che molte delle canzoni che ci accompagnano da anni, e che in qualche modo abbiamo “immaginato” visivamente dando un volto ai loro protagonisti e una forma al loro contesto, probabilmente siano state scritte pensando a volti e contesti diversi.
Prendete “Cara” di Lucio Dalla, per esempio, una delle più struggenti canzoni d’amore del dopoguerra.
Ebbene, quasi sicuramente non si tratta di una canzone scritta per una donna, come perfino il titolo suggerirebbe, ma per un uomo. Sono quelli di un uomo, i capelli che non si riescono a contare, è un uomo la farfalla che si alza per volare ed è la mano di un uomo quella che Dalla vorrebbe prendere per poi cascare nel suo letto.
Sono quasi certamente uomini quello che scrive lettere a Charles Trenet, l’amore della vita di Freddie Mercury, la persona a cui Elton John regala una canzone perché non ha altro da dargli, quello che Ron promette di sollevare ogni volta che cadrà, il tizio a cui Tiziano Ferro scatta foto su foto, quello che ovunque andrà si ritroverà accanto Umberto Bindi, la persona di cui George Michael vuole il sesso; potrebbero essere uomini il più bello dei REM e quello con cui Morrissey vorrebbe schiantarsi in macchina.
Potrei continuare all’infinito, citando tonnellate di pezzi più o meno noti, ma credo che il principio sia chiaro.
Ecco, io sono convinto che quasi nessuno di noi, ascoltando queste ed altre canzoni, le abbia mai “visualizzate” nel contesto in cui sono state concepite: complice una censura spesso “implicita”, che ha imposto a chi le scriveva di declinarle sistematicamente (nei titoli, nei nomi, perfino nei pronomi) in una dimensione “etero”, ma trovando terreno fertile nella nostra mente, che non si è mai sognata di concepire un cambiamento di prospettiva neppure dopo aver avuto notizia dell’omosessualità dei loro autori.
Io negli ultimi tempi sto cercando di farla, questa “conversione”: mi capita sempre più spesso di ascoltare pezzi che avevo letteralmente consumato e di “visualizzarli” daccapo alla luce di quello che so, cercando di cancellare le vecchie immagini e sostituirle con immagini nuove.
Non tanto, badate, per scoprire “differenze”: ché anzi l’emozione, l’amore, il dolore, la nostalgia sono esattamente le stesse, e questo è un fatto che dalla “rilettura”, se fosse necessario, emerge con chiarezza cristallina; quanto per restituire un minimo di verità a qualcosa di autentico, che negli anni è stato sepolto dalla finzione, dall’ipocrisia, dalla censura.
Facendone rivivere la libertà originaria, per quel poco che conta e ammesso che abbia senso, almeno nella mia testa.

Adinolfi, tutti i giorni

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Un paio d’anni fa, durante una trasmissione radiofonica, mi ritrovai -mio malgrado- a discutere con Mario Adinolfi sui cosiddetti “temi etici”: dovendo riscontrare, non senza provare una punta di compassionevole divertimento, che il suo metodo dialettico consisteva nella declinazione sistematica di tautologie a ripetizione, e dunque non lasciava spazio ad alcun esito possibile tranne smettere di parlare e occuparsi di altro.
Quel giorno, tanto per fare un esempio, mi azzardai a sostenere che secondo me un “Partito Democratico”, sulla scorta dei valori di progressismo e inclusione che teoricamente dovrebbero essere nel suo DNA, avrebbe dovuto intrinsecamente adottare un atteggiamento di apertura nei confronti del matrimonio gay, del testamento biologico, della fecondazione assistita e via discorrendo; sentendomi rispondere una cosa sconcertante tipo “Capriccioli sostiene che il PD deve essere favorevole al matrimonio gay perché lo dice lui”.
Evvabbè. Lui è uno che fa così, discuterci non serve a niente. Come dire, pazienza, basta saperlo.
Dopodiché, debbo ammettere che di Adinolfi ho sempre guardato con sconfinata ammirazione la parabola politica, sempre sagacemente e pervicacemente tesa a cercare spazio laddove ce ne fosse un morso (warning: il primo che si azzarda a fare una battuta sullo “spazio” e sulla mole di Adinolfi lo banno, e non sto scherzando).
Voi ve le ricordate, per dire, le primarie del PD nelle quali il nostro amico si candidò come esponente dei “giovani” e della “rete”? Allora le parole d’ordine erano “meno di 40 anni”, “genocidio generazionale” e “nuovo”.
Ebbene, in quelle elezioni Adinolfi ottenne 5.906 voti. Su 3.554.169. Una cosa, insomma, vicina all’uno per mille. Eppure grazie a quel formidabile risultato entrò di diritto nell’assemblea costituente del partito. Con una metafora pokeristica, si trattò della magistrale capitalizzazione di una coppia di sette. A voler esagerare.
Poi, nel 2009, la candidatura alla Segreteria Nazionale del PD: ancora qualche scampolo di giovanilismo (del resto Adinolfi rientrava ancora, sia pure di poco, negli under 40), ma soprattutto democrazia diretta e retorica anti-casta, anti-mafia, anti-banche. Temi certamente di attualità. Per non dire, a quei tempi, in gran voga.
Alla fine la candidatura fu ritirata, e Mario confluì a sostegno di Franceschini. Cosa che successe anche nel 2012, allorché Adinolfi prima si candidò in proprio, e successivamente decise di appoggiare Gentiloni. Nel frattempo, il subentro in Parlamento come primo dei non eletti dopo le dimissioni del neo-sindaco di Civitavecchia.
Poi, inesorabile, il tempo passa. Oggi siamo nel 2014, e per uno del 1971 la stagione degli “under 40” è finita da un po’. Lo spazio, come dire, va cercato altrove: e non a casa propria a giocare a poker online, come si converrebbe a chi appena otto anni fa sbraitava che gli ultraquarantenni dovevano levarsi di mezzo.
Macché, manco per niente. Oggi lo spazio da cercare è sintetizzato in un suggestivo collage di istanze anti-gay, anti-fecondazione assistita, anti-eutanasia, insomma “anti-temi etici”, condite da una cospicua quantità di parole quali “natura”, “Dio”, “cristianesimo”, con la ciliegina sulla torta di un pungente anti-savianesimo, tanto per avere dei punti di riferimento ben visibili. E deve trattarsi di uno spazio invitante assai, al punto da indurre Adinolfi a annunciare la fondazione di un quotidiano (avete capito bene, un quotidiano) dal moderato nome “La Croce” che si occuperà esclusivamente di questi temi.
Voi ve lo immaginate? Tutti i giorni. Tutti i giorni sentirsi raccontare che il matrimonio gay non va fatto perché “solo dall’unione di un uomo e di una donna nascono figli”, che “ogni persona ha dentro la dignità di Dio” e che siamo afflitti da “meccanismi che negano diritti ai bambini che vanno dalla fecondazione eterologa all’oscenità dell’utero in affitto”.
Tutti i giorni tenendosi sul gozzo la voglia di rispondere, e tutti i giorni reprimendola, perché rispondere a uno così sarebbe del tutto inutile.
Tutti i giorni.
Almeno finché lo spazio, magicamente, non si materializzerà altrove.
Speriamo presto.

La serietà del pisello e della patata

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Facciamo una cosa, vi va? Lasciamo da parte per un attimo la questione del plagio a Toscani (che pure non è roba da poco), mettiamoci un attimo nell’ottica dei nostri amici Fratelli d’Italia, immaginando che la supposta esigenza di indagare sull’eventualità che un bambino sia un “capriccio” abbia qualche fondatezza, e vediamo un po’ che succede.

Domanda: cos’è che qualifica il desiderio di un figlio come “capriccio” o come aspirazione “seria”? Io direi, a occhio e croce, l’intenzione e la motivazione con le quali quel figlio viene concepito (naturalmente o mediante fecondazione assistita) ovvero adottato.
Voglio dire: se due omosessuali si trovassero a prendere un aperitivo, uno dicesse all’altro “ehi, ciccio, che facciamo ci compriamo la tv a 80 pollici o ci prendiamo un marmocchio?” e quell’altro rispondesse “guarda cippalippa, se me lo avessi chiesto ieri avrei optato per la tv, ma siccome oggi mi gira strano dai, che ce frega, andiamo a adottare un bambino, poi al limite lo diamo indietro”, allora in effetti sì, una scelta simile potrebbe essere definita ragionevolmente come “capriccio”.
D’altro canto, anche se due eterosessuali fertili fossero sdraiati sul lettino al mare, lui dicesse a lei “aho, te va un mojito?”, lei rispondesse “nun lo so amo’, er mojito m’ha rotto, cheddici se annamo a casa e me vieni dentro?” e lui chiudesse la conversazione con un bel “massì, checcefrega, almeno famo ‘na cosa diversa, poi al limite er regazzino lo damo a tu’ madre”, ci troveremmo di fronte a un “capriccio” del tutto analogo al precedente.

L’esempio, me ne rendo conto, è didascalico (del resto che volete, con gente in grado di concepire simili manifesti l’atteggiamento didascalico è indispensabile se si vuole nutrire la pur flebile speranza di cavare un ragno dal buco), ma aiuta a chiarire in modo puntuale la nostra premessa: è l’intenzione con cui si concepisce o si adotta un figlio a configurare o a non configurare l’eventuale “capriccio”, mica il sesso di chi lo fa.

Invece mi pare che i nostri amici Fratelli d’Italia la pensino diversamente.

Secondo loro, a giudicare dalle campagne che promuovono, il “capriccio” c’è solo quando ci sono di mezzo due gay: e non negli altri casi, si deve presumere, giacché altrimenti, ansiosi come sono di affermare la propria esistenza sputando sentenze a destra e a manca, si sarebbero premurati di preparare delle belle affissioni pure per stigmatizzare quelli.

Se ne deduce, dunque, che a parere della Meloni & Co. per qualificare le intenzioni degli aspiranti genitori come “serie” e non come “capricci” siano necessari e sufficienti i seguenti requisiti:

1. il pisello;
2. la patata;
3. l’atto materiale di infilare il primo nella seconda;
4. qualche vigoroso movimento ondulatorio-sussultorio avanti e indietro;
5. l’accortezza di non adoperare il preservativo, né la pillola, né la spirale, né il diaframma, né il coito interrotto.

Quelli che fanno così, a quanto pare, sono automaticamente “seri”. Cioè per loro i figli non sono “capricci”, ma scelte consapevoli: e a garantire quella consapevolezza non è mica il loro atteggiamento verso la paternità e la maternità, né la cura e l’attenzione con cui intendono interpretare il ruolo genitoriale, ma il mero possesso di un ammennicolo di carne che diventa duro quando lo si agita e di un anfratto, altresì carnoso, che al momento opportuno si lubrifica un po’.

E così siamo a posto, no?

Vaccinazioni rettiliane

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Vediamo se ho capito: quando si parla di omosessuali che vorrebbero adottare ci si stracciano le vesti con anatemi, encicliche papali e oceaniche manifestazioni di piazza per proteggere ad ogni costo i malcapitati infanti potenzialmente a rischio di essere deviati, deformati, plagiati, pervertiti; quando invece si tratta di gente che ha letto chissà dove (magari negli stessi siti che illustrano doviziosamente le teorie sulle scie chimiche, il complotto rettiliano ai danni degli umani e magari pure la morte di Paul McCartney nel 1966 e la sua sostituzione con un sosia) che le vaccinazioni provocano l’autismo, e tanto gli è bastato per decidere di non proteggere i loro figli da una cospicua serie di malattie, si avverte appena qualche bofonchio leggero leggero.
Lasciatevelo dire: avete uno modo decisamente strano di proteggere i bambini, eh.

La Costituzione che non esiste

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Saranno dettagli, eh. Però leggevo sull’Huffington Post la dichiarazione con cui (anche) Angelino Alfano prima ha “aperto” alle unioni gay, e poi si è subito affrettato a non esagerare con l’apertura:

Rispettiamo l’affettività di tutti. Se c’è da garantire maggior tutela ai problemi delle tante persone che convivono noi siamo pronti. La nostra, però, è un’apertura con un avvertimento: non si tocchi la famiglia naturale, composta da uomo e donna, come recita l’articolo 31 della Costituzione

Allora, siccome quando mi ci metto sono un tipetto pignolo, e visto che non ricordavo a memoria l’articolo 31 della Costituzione, sono andato a rileggermelo:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo

Ora, come dicevo: saranno dettagli. Però, anche dopo averlo letto due o tre volte, non mi pare che l’articolo citato da Alfano specifichi espressamente che il matrimonio debba avvenire per forza tra “un uomo e una donna“; né tale previsione è esplicitamente contenuta nei precedenti articoli 29 e 30. Intendiamoci, non dubito affatto che il concetto possa essere considerato sottinteso: giacché nel 1947 l’idea di una famiglia composta da due persone dello stesso sesso non era ipotizzabile neppure per scherzo; tuttavia, ne converrete, citare una circostanza implicita a suffragio delle proprie posizioni non è esattamente il massimo, specie se si decide di utilizzare (a sproposito) il verbo “recitare“.

Così come non è il massimo, per dirne un’altra, il riferimento alla cosiddetta “famiglia naturale“: locuzione anch’essa del tutto assente nell’articolo 31, com’è agevole rilevare, nonostante quello che Alfano vorrebbe farci credere.
Ora qualcuno dirà: vabbe’, stai spaccando il capello in quattro. La nozione di “famiglia naturale” è contenuta nell’articolo 29, mica vorrai mettere in croce il buon Angelino per aver sbagliato articolo? Via, dove siamo, a Rischiatutto?
Ennò, amici miei. No. Perché l’articolo 29, a leggerlo perbene, dice una cosa un tantino diversa:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio

Capirai, direte voi. Non c’è scritto “famiglia naturale”, c’è scritto “società naturale“, che differenza vuoi che faccia?
E invece la fa. Fa una differenza abissale. Perché dire che il matrimonio è riservato alla “famiglia naturale” (cosa che la Costituzione non fa) significa (anche qua ci sarebbe da discutere, ma lasciamo correre) che esso debba essere riservato agli eterosessuali; mentre dire che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale” (cosa che la Costituzione fa) è tutto un altro paio di maniche, che c’entra col sesso quanto io c’entro coi concorsi di bellezza.
Riconoscere la famiglia come “società naturale” significa affermare che la sua legittimazione è precedente, anteriore alla Costituzione, e che la Repubblica non può che riconoscerne le leggi e i diritti come essi esistevano già ben prima di lei, senza pretendere di intervenire a modificarli o a limitarli in alcun modo: ad esempio riconoscendo come famiglie soltanto quelle in cui l’educazione sia ispirata ad alcuni principi piuttosto che ad altri.
Capito? Quella locuzione, “società naturale”, risponde allo spirito sostanzialmente antifascista della nostra Costituzione: e non c’entra niente, ma proprio niente, con il sesso degli sposi, al di là dell’aggettivo che è lo stesso ma è usato per finalità completamente diverse.
Anzi, a volerla leggere in modo (neppure esageratamente) estensivo, quella formulazione potrebbe addirittura condurre a considerare i matrimoni tra omosessuali meritevoli di tutela in quanto tali, se solo si dimostrasse (come pure sarebbe possibile) che essi hanno un profilo “storico” preesistente alla nascita della Repubblica; e che lo Stato, lungi dall’esprimere un giudizio sulla loro ammissibilità, dovrebbe limitarsi a riconoscerli e basta.

Forse, lo ripeto, sono dettagli.
Ma anche i dettagli sono importanti, quando hanno lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica da una parte o dall’altra facendo leva su inesattezze, approssimazioni e forzature che sembrano impercettibili, ma che alla fine della fiera possono diventare decisive.
Voglio dire: chi avesse preso per buone le parole di Alfano senza prendersi la briga di controllare potrebbe credere, di qui all’eternità, che nella nostra Costituzione sia stata scritta davvero la locuzione “famiglia naturale”. Che la nostra Costituzione parli davvero di “un uomo e una donna”.
Cose non vere, come abbiamo visto, ma che nell’immaginario collettivo finiscono per diventarlo a prescindere dalla realtà, perché uno come Alfano (o chi per lui, giacché si tratta di un’abitudine ormai largamente consolidata da una parte e dall’altra) ha avuto l’alzata d’ingegno di venirci a raccontare che è così.

Ecco, io credo che ci vorrebbe un minimo di attenzione, quando ci si avventura in simili esternazioni.
E magari, perché no, anche un pizzico di responsabilità.
Perché siamo buoni tutti, a blaterare che la nostra è “la Costituzione più bella del mondo”, quando le facciamo dire quello che ci pare e piace.

Storture da sistemare

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Vediamo di capirci, Matteo: io sono felice, davvero, per la stepchild adoption. Cioè, bisogna ammettere che è non è poco, e che fino ad oggi nessuno si sarebbe mai sognato di introdurla nel nostro ordinamento. Quindi, lo premetto, bravo, e grazie.
Però, per come la vedo io, sullo sfondo c’è una questione che rimane come non risolta, non discussa, sottaciuta. Facciamo che cerco di spiegartela, ok?
Partiamo da qua: per te cosa rappresentano, esattamente, questi figli biologici di uno dei due componenti delle coppie omosessuali che già ci sono? Delle “anomalie” da regolarizzare in un modo o nell’altro, come le case abusive in cui la gente vive da trent’anni e allora si fa prima a legalizzarle che a buttarle giù, pur dovendo restare chiaro il fatto che sono una cosa brutta? Cioè, ci stai dicendo che secondo te quei ragazzi cresceranno deviati, deformati, storti, però siccome ormai non ci si può più far niente tanto vale dar loro uno straccio di status? Cos’è, una politica di riduzione del danno?
Mi piacerebbe davvero, poterti farti questa domanda. E scommetto, ci scommetto, che risponderesti di no. Deviati? Figurarsi, manco per sogno.
Bene: e allora, perdonami, perché non permettere che le coppie omosessuali possano adottare?
Voglio dire, se i ragazzi che attualmente, di fatto, si trovano a crescere con due genitori dello stesso sesso non fossero una stortura cui riparare meglio che si può, che senso avrebbe impedire alle coppie gay di adottarne degli altri?
Nessuno, apparentemente. Non avrebbe senso, credo che tu debba convenirne.
E tu, Matteo, non mi sembri il tipo che fa le cose così, senza uno straccio di senso.
Mi spiace dovertelo comunicare, Matteo, ma in fondo è proprio questo che ci stai dicendo: quei ragazzi non se la passano per niente bene; cioè sono in una condizione di difficoltà, di disagio, o comunque in una situazione non ottimale. Tant’è vero che con una mano li regolarizzi, mentre con l’altra cerchi di impedire che ce ne siano di nuovi.
Sai cosa? Al posto dei genitori di quei bambini, al posto di quelle coppie, non saprei davvero che pensare: se essere felice per la possibilità che gli stai per dare, o furibondo per il fatto che implicitamente, ma non per questo in modo meno chiaro, consideri le loro famiglie delle mezze schifezze.

Una presa per i fondelli

in politica by

Egregio Presidente Napolitano,
oggi, come Ella certamente saprà, nel nostro paese gli omosessuali non possono sposarsi, né stipulare perlomeno dei contratti di “unione civile”, con tutto ciò che ne consegue il relazione al diritto ereditario, alla possibilità di accedere ad una serie infinita di agevolazioni, incentivi (anche economici) ed opportunità, agli innumerevoli disagi (talora assai gravi) riconducibili alla mancanza di tale status (leggasi visite in ospedale, in carcere e via discorrendo), alla possibilità di adottare o concepire in vitro dei figli, nonché, circostanza tutt’altro che secondaria, alla deprivazione di dignità pubblica (e quindi di pubblico rispetto) che viene riservata, e quindi implicitamente affermata e ribadita tutti i giorni al cospetto della popolazione tutta, alle coppie regolarmente coniugate.
Stante tale situazione, ne converrà, dichiarare che occorre promuovere a tutti i livelli la “cultura dell’inclusione e del rispetto di ogni differenza con iniziative adeguate ed idonee nella famiglia, nella scuola, nelle varie realtà sociali ed in ogni forma di comunicazione” suona un po’ come una presa per i fondelli: giacché non mi pare serio chiedere ai cittadini di porre in essere dei comportamenti che lo Stato è il primo a disattendere in modo tanto sistematico quanto ostinato.
Ecco, Presidente Napolitano, io prima di preoccuparmi di ciò che si pensa e si dice nelle famiglie, nelle scuole, nelle non meglio precisate varie realtà sociali e nelle altrettanto imprecisate forme di comunicazione, mi preoccuperei di quello che lo Stato di cui Ella è a capo potrebbe porre in essere per far cessare le discriminazioni che denuncia, e che invece si guarda bene dal fare.
L’occasione mi è gradita per PorgerLe i miei più vivi ossequi.

Difendersi avanzando

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Sarà, ma se all’indomani di una sentenza che ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa il papa risponde ribadendo “il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma”, la sensazione è quella di un ripiegamento: come se Bergoglio, piuttosto che attaccare l’inseminazione artificiale in quanto tale, abbia ritenuto più “prudente” concentrarsi su una soltanto delle sue possibili declinazioni, vale a dire l’eventualità che ad accedervi siano i single o le coppie omosessuali.
E’ solo una sensazione, ripeto: ma mi sembrano parole piuttosto distanti non soltanto dagli attacchi furibondi ai quali ci eravamo abituati durante la campagna referendaria del 2005, ma anche alle dichiarazioni che altri rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche, Ruini in testa, hanno rilasciato in queste ore.
Non vorrei illudermi, insomma, ma c’è il caso che dopo l’ultima pronuncia della Consulta la linea dello scontro, anziché muoversi all’indietro com’è avvenuto negli ultimi anni, si sia spostata leggermente in avanti, e che per una volta a dover rinculare su posizioni di retroguardia sia il fronte cattolico: il che, credo, dovrebbe incoraggiare le cosiddette “forze laiche” a occupare subito lo spazio lasciato vuoto e a difenderlo avanzando, anziché cercando semplicemente di tenere la posizione.
Forse da domani sarebbe il caso di tornare a parlare di adozioni e fecondazione assistita per i gay e per i single: senza specchiarsi sul successo ottenuto e senza perdere tempo, se possibile.
Ché a rimangiarsi i centimetri guadagnati, si sa, ci vuole davvero poco.

Le conseguenze dell’amore

in società by

Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria.

Ora qualcuno dirà: la risposta di Francesco I a De Bortoli, in un modo o nell’altro, è un’apertura. E vediamo di capirci: fosse così, sarei il primo a rallegrarmene.
Credo, tuttavia, che l’asino caschi proprio qua: nel tentativo di ridurre la faccenda all’esigenza di “giustificare” l’esistente e di “regolare” gli aspetti economici relativi a “diverse situazioni di convivenza”, come se si trattasse di un problema meramente catastale, fiscale o tuttalpiù amministrativo.
Mentre il cuore della questione, evidentemente, sta nel fatto che i rapporti economici sono soltanto le conseguenze di una causa che rimane tuttora scandalosa: l’amore.
E’ proprio su questo, a ben guardare, che ci dividiamo: sul contemplare o non contemplare la possibilità che tra due uomini o tra due donne possa sussistere un autentico rapporto d’amore, prima ancora degli effetti burocratici che esso produce.
Il resto, come al solito, viene da sé: il concetto di “matrimonio”, inteso nel senso di “famiglia”, considerato esclusivo appannaggio delle coppie etero in nome dell’assioma secondo il quale soltanto un uomo e una donna possono amarsi davvero; e poi, a cascata, la possibilità di procreare o di adottare, negata in ragione del fatto che ai figli occorre assicurare un ambiente “amorevole”, cosa che per due persone dello stesso sesso è considerata impossibile.
Oggi mi pare questa, la linea che divide i due fronti: o forse, in realtà, lo è sempre stata, e la progressiva convergenza sull’opportunità di dare una disciplina giuridica alle unioni civili l’ha semplicemente svelata.
Al di là di tutto, perfino delle eventuali “aperture” di Bergoglio, mi pare ancora una distanza siderale.

Diamo una mano a Matteo Salvini

in politica by

Gli occhiali, il motore a scoppio, la dialisi, i microprocessori, l’energia elettrica, la chemioterapia, l’aria condizionata, la messa in piega, la depilazione, le protesi dentarie, i trapianti di organi, la raffinazione dello zucchero, le padelle antiaderenti, i semafori, gli antibiotici, il nylon, gli impianti a gas, i telefoni, le metropolitane, le penne a sfera, gli antipiretici, gli scooter, tagliarsi le unghie, il bagnoschiuma, l’iPod, gli aeroplani, l’estrazione del salgemma, Twitter, la pentola a pressione, le leghe metalliche, i rasoi, la gastroscopia, la calcolatrice, i ponti, i deodoranti, le ferrovie, gli spazzolini da denti, il frigorifero.

Mi aspetto che nei prossimi giorni Matteo Salvini manifesti contro tutte le cose “contro la natura” che ci circondano, così come ha fatto ieri a proposito dei cosiddetti “genitori indistinti“.

Vogliamo aiutarlo? L’account Twitter di Salvini è @matteosalvinimi: forse ricordargli di quanta roba #contronatura si avvale tutti i giorni sarebbe un’opera meritoria.

Io gli ho appena twittato questo:

@matteosalvinimi , lo sai che la dialisi è #contronatura? Dai, fai una manifestazione per abolirla!

Cheffate, gli date una mano anche voi?

Andate e Sochi, e restateci

in politica by

Fammi capire, Letta: qua sono vent’anni che gli omosessuali chiedono di potersi sposare, di poter adottare dei figli, di essere delle famiglie, o perlomeno di poter firmare uno straccio di unione civile e non solo nessuno li caga, il che sarebbe già abbastanza, ma il più delle volte, da destra e da sinistra, arrivano schifezze variamente assortite che per decenza non mi va di ripetere: e adesso voi dite che volete andare a Sochi per difendere i loro diritti?
No, dico, è uno scherzo? Vi è venuta voglia di farvi quattro risate?
Facciamo una cosa: voi andate pure a Sochi, e raccontate in giro che lo fate per l’insopprimibile esigenze di difendere i gay.
Poi, già che siete là, restateci.
Hai visto mai che dalle nostre parti si libera un po’ di spazio per qualcuno che vuole occuparsene sul serio?

Il matrimonio degli altri

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Diciamocelo: per amor di pace si è accettato di discutere del matrimonio tra omosessuali con tutti, come se fosse una questione d’interesse collettivo; assecondando in tal modo chi blatera che una riforma del genere impatterebbe sulla cosiddetta “sensibilità” di chissà chi.
Credo, a posteriori, che si sia trattato di un grosso errore.
Sulla scorta del quale, adesso, succedono cose come questa: un grottesco referendum per stabilire se i matrimoni gay sono ok oppure no.
Rendiamoci conto: al cittadino Tizio viene chiesto se Caio e Sempronio possono sposarsi tra loro. Come se la cosa lo riguardasse. Come se il suo parere avesse qualche rilevanza in proposito. Come se la sua benevolenza o la sua insofferenza verso le scelte di individui che non hanno niente a che vedere con lui assumessero improvvisamente, non si capisce per quale motivo, la dignità necessaria per essere erette al rango di legge.
Ecco, a forza di dar retta ai tiramenti capricciosi di chi ritiene l’omosessualità contronatura, a forza di gratificare con un’indebita attenzione le istanze di chi “si infastidisce” perché due uomini o due donne si baciano in mezzo alla strada, a forza di praticare un “dialogo” che non ha alcuna ragione di esistere se non sul piano strettamente privato, siamo andati a finire così: che viene indetto un referendum in cui i votanti, in buona sostanza, decidono con chi possono o non possono sposarsi gli altri.
Dico, scherziamo?
Il 65% dei croati che sono contrari al matrimonio gay dispongono già di un formidabile strumento per declinare la loro (legittima) avversione: non sposarsi con una persona del loro sesso.
Il resto è ridicolmente troppo.

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