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Fauna del mezzo pubblico 6

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Esatto, è di nuovo lunedì.

Qui la rubrica completa.

16. Filippine

Le filippine invadono gli autobus diretti ai parioli, poiché le persone che vi abitano sanno che solo la filippina sarà in grado di fargli le faccende a casa.

Le filippine sono tantissime: tutte simili, con nelle borse il vestito a fiori per fare le pulizie, e si guardano storte l’un l’altra (per paura che si possa verificare un furto d’identità).

Le filippine parlano ai cellulari col figlio gridando fortissimo. Fra di loro non parlano mai. Mai.

A volte puliscono i finestrini dell’autobus. Scendono tutte insieme, temendo che una voglia fare le scarpe all’altra, e spariscono a viale parioli.

 

17. Persone che sembrano controllori quando non hai il biglietto

E’ un fatto: non so se siete di quelle persone iper corrette, o se è solo ansia da carcere a vita, ma solitamente tutti, almeno una volta, abbiamo fatto un viaggio in autobus senza biglietto.

I controllori, se ci pensate, sono abbastanza inconfondibili: hanno i cappellini, le macchinette, la scritta ATAC visibilissima sulla giacca e dicono “biglietti, prego” quando salgono a bordo dell’autobus.

Eppure in voi, quella mattina in cui non avete fatto il biglietto, o avete la tessera scaduta, sale un’ansia incontrollabile quando vedete salire quel signore distinto in completo blu, con i suoi occhialetti a mezzaluna. Lo guardate. Lui vi guarda. Sudate. Il signore torna a guardare fuori dal finestrino (che nel frattempo viene pulito da una filippina). Lo guardate. Il signore continua a non interessarsi a voi. Siete arrivati, finalmente, a una fermata. Scendete terrorizzati, anche se questo significa farsi un paio di chilometri a piedi.

Quando non si è in regola con il titolo, TUTTI sembrano controllori, ma soprattutto i distinti signori in giacca e cravatta, i quali almeno una volta si sono sentiti gridare in faccia “NO, NON CE L’HO IL BIGLIETTO, D’ACCORDO??? MI ARRESTI!!”

 

18. Quelli col cane

Il cane sull’autobus è tipico di tre persone in particolare:

1) Il barbone pazzo;

2) Il punkabbestia (con ragazza, anch’essa spesso al guinzaglio);

3) La signora anziana (il cane in questo caso è di piccola taglia).

Nel primo caso anche il cane probabilmente è pazzo, e sicuramente sprovvisto di regolare museruola. Tenetevi lontano, e lasciate che se la prenda con i presunti controllori.

Per quanto riguarda il punto n° 2, i punkabbestia non portano un solo cane sull’autobus, ma spesso coppie o addirittura trii di cani enormi, che emanano comunque un odore migliore dei padroni. Non odiate i cani, ma su un autobus già pieno è difficile rapportarsi con degli esseri viventi che sbavano e puzzano. E poi ci sono i cani.

Il punkabbestia, com’è tipico del suo carattere noncurante, non si preoccupa del fastidio, e fa accomodare i suoi cani sullo scout più debole, della quale mancanza gli altri non si accorgeranno se non all’alzabandiera della mattina successiva.

Il terzo caso è quello della signora anziana. La signora anziana sale sul mezzo con nella borsa uno di quei cani con i ciuffetti, che abbaiano a qualsiasi cosa (chiaro grido disperato d’aiuto). La signora anziana sa benissimo che tutti saranno infastiditi dal suo cane, e sale già pronta al contrasto, già in attesa della litigata.

Naturalmente, alla vista di un posto a sedere, il cane viene prontamente abbandonato per correre verso la sedia vuota, e lasciato in balìa dei cani dei punkabbestia (grossi e poco disposti al dialogo).

 

 

JJ

15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno, Parte 2

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E’ quasi la fine dell’autunno.

Per celebrarlo, e in attesa della lista invernale, ecco la seconda parte delle 15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno.

Prima parte qui.

 

ATTENZIONE!

Come di consueto, per affrontare la lettura è prevista della musica di accompagnamento. Questa volta, invece della solita playlist, vi consiglio questo pezzo. Buona lettura, vi odio tutti.

 

I maglioni

Ovviamente non potevano mancare -presenti anche in inverno, ma iniziano a spopolare sulle bacheche appena la temperatura scende a 19°- i maglioni: collo alto, collo largo, scollati, i maglioni sono presentissimi tramite foto con didascalia “Freddo”; meglio se dai colori sgargianti, i maglioni sono un veicolo tristissimo per far vedere quanto le ragazze siano spiritose e simpatiche se indossano il maglione con la renna, “PROPRIO COME BRIDGET JONES!” mavaffanculo.

Postano foto di maglioni: Bridget Jones, ragazze che si sentono simili a Bridget Jones, ma che se avessero veramente capito il senso del film, col cazzo che starebbero a casa a cantare “all by myself” col gelato.

 

Il tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro

La foto del tè caldo con accanto un BUON libro è un must have per chiunque non abbia niente da dire: Conrad con l’earl grey, Pirandello con la tisana hippy, il Mein Kampf con il karkadè. La didascalia è una citazione del libro oppure una roba tipo “[nome del tè strano] e [autore qualsiasi]:  il mio pomeriggio contro la pioggia”.

N.B.: se non piove, non vale postare foto del genere.

Postano la foto del tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro: maniaci del controllo, ragazze single, persone che vogliono farti sapere che stanno affrontando la lettura di un mattone abbandonato a pag. 10.

"Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!"
“Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!”

 

Le passeggiate nei boschi

Classico intramontabile autunnale sono i lunghi post in cui l’utente medio del social network ci tiene a farvi sapere che lui non si guarda tutto il giorno Real Time, ma in autunno va a godersi i colori, il rumore della pioggia, la bronchite.

Boh, io a casa mia di colori ne ho tantissimi, mica c’ho bisogno di andare nei boschi.

Postano status di passeggiate nei boschi: persone che non scopano, boscaioli, gli abitanti di Twin Peaks.

"Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori"
“Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori”

 

November Rain a novembre, e quelli che si lamentano di November  Rain

I circoli viziosi la fanno da padrone. A novembre c’è sempre quello che tac!  posta “November Rain” sulla bacheca di facebook, con i puntini sospensivi o con una frase a effetto; il suo arcinemico è quello che invece pensa di essere acuto & geniale a scrivere la sua invettiva contro quelli che postano la canzone, “io sono originale, voi no”; o -peggio- la posta lui stesso IRONICAMENTE.

Postano November Rain a novembre: ormai solo i coraggiosi e Axl Rose.

Si lamentano di November Rain: tutti.

 

Caldarroste

Certo, sono molto buone e le amiamo tutti, ma non c’è bisogno di sfrangere i coglioni con ottantacinque foto col filtro vintage del vecchietto che a via del corso cuoce le castagne sul fuoco, o della pentola bucherellata che fa tanto casanellaprateria.

Le caldarroste sono anche spesso posate in punti strategici della casa, in una foto sistemata ad hoc per far vedere la polaroid d’epoca o il libro antico.

Postano foto di caldarroste: agenti immobiliari, studenti, madri di famiglia, le caldarroste quando si fanno i selfie.

 

La foto della pozzanghera con il riflesso del palazzo

Altro tentativo di autodefinirsi fotografi, coloro che stanno messi così appena arriva l’autunno gioiscono: cieli grigi e piogge frequenti fanno sì che si possa andare in giro felici a fotografare i palazzi riflessi nelle pozzanghere. Ancora meglio i monumenti o gli anziani.

Persone che fotografano pozzanghere con il riflesso del palazzo: serial killer, bambini ai quali i genitori danno in mano per la prima volta una macchina fotografica, quelli che dicono “il fotografo” quando gli chiedi cosa fanno nella vita.

 

“Non può piovere per sempre”

Una delle frasi più gettonate del secolo, ve la ritroverete sempre in ogni dove al primo accenno di cielo non completamente azzurro.

Che poi penso che possa benissimo piovere per sempre. Cioè, non sono un meteorologo,  ma non ci stanno tipo quei posti dove piove per sei mesi di seguito?

Postano “Non può piovere per sempre”: tutti quelli che si accorgono che piove per più di due ore consecutive.

 

JJ

Contratto? Ma che sei matta?

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L’altro giorno ho capito che siamo arrivati veramente a un punto di non ritorno.

Premessa: attualmente  io sto lavorando; vengo pagata molto poco, ma chi mi ha assunta me lo aveva specificato sin da subito, è stato molto onesto e questo l’ho apprezzato molto.

Per non dover più cambiare argomento o gridare “ATTENTO ALLE SPALLE!”  e poi fuggire alla domanda “Cosa fai nella vita?” (sono arrivata a un’età in cui non ti chiedono più “Cosa studi?”, nonostante qualche settimana fa una ragazza mi abbia detto “Pensavo che avessi 18 anni e che fossi tipo una specie di genio.”; poi ha scoperto che ero una 29enne normalissima), sto cercando anche una prospettiva lavorativa che mi dia di che vivere.

Ma la cosa allucinante di tutto questo, amici, non è che io non trovi occupazione:  questo non è il solito lamento del giovane disoccupato che tenta in tutti i modi di trovare lavoro; la cosa allucinante è quello che sento dire quando la gente il lavoro me lo vuole dare, perché interessata alle mie capacità.

Il problema è il seguente: siamo arrivati a un punto in cui lavorare ma essere sottopagati è una cosa meravigliosa.

Perché? Perché essere PAGATI è già un miracolo. E ok. Ma la cosa che mi sconvolge, ancora una volta, non è questa.

A un colloquio di lavoro, o presunto tale, se non hanno la minima intenzione di pagarti, e tu fai (timidamente) accenno, che so io, a un CONTRATTO (senza nemmeno arrivare al vil danaro), la gente ti guarda come se gli avessi detto “Ho saputo che tua madre fa i pompini. Ma è brava, almeno?”

Il problema non è essere pagati poco.

Il problema non è non essere pagati affatto, o non lavorare sotto contratto.

Il problema non è che la gente si sconvolge quando gli parli degli sporchi e indecenti soldi, ma come, io ti sto offrendo un lavoro e tu mi parli dei GUADAGNI??? MA CHE PERSONA SEI???

Il problema è che, ormai, ci sentiamo in difetto, e ci vergogniamo di chiedere di essere pagati, che è la cosa più normale del mondo, in teoria: sfrutto ciò che so fare per guadagnare, poter sopravvivere, e di conseguenza poter continuare a fare ciò che so fare.

No. Se chiedi dei soldi sei un reietto. E non ti devi permettere.

E questo ve lo dico per esperienza: mi è capitato diverse volte, ma l’altro giorno c’è stata la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Dopo avermi fatto un’offerta di lavoro, io, vedendo che non se ne faceva accenno minimamente, mi sono azzardata a chiedere “Ma come siamo messi a…?” (senza pronunciare la parola “compenso”, perché, lo ammetto, mi vergognavo a chiederlo. E se ci penso mi prenderei a pugni.)

“Noooo, non siamo messi.”

“Ah, non siamo messi.”

“No” (secchissimo, e anche piuttosto scocciato, come a dire “Ma chi cazzo ti credi di essere, tu, che vieni a chiedere soldi a noi?”)

“Capisco. Ma noi lavoriamo sotto contratto o …”

“Contratto?!? Ma assolutamente no, no…”

“…”

“…”

“Certo, capisco.”

Io, quell’ “assolutamente”, lo considero un insulto alla mia intelligenza. E dovreste farlo tutti. Non so voi, ma io non accetto di venir guardata come una persona che ha delle pretese assurde, quando faccio riferimento a un compenso, una cosa NORMALE.

E’ questo che vorrei fosse chiaro: c’è la crisi, d’accordo, stiamo tutti con le pezze al culo. Non mi vuoi pagare? Ok. Ma non è accettabile essere trattata come una pazza pronta al massacro se faccio una domanda che ho tutto il diritto di fare.

Io vi IMPLORO di non piegarvi a questo ricatto. Fate le vostre figure di merda, chiedete soldi senza ritegno.

Forse bisogna imparare a dire di no. Anche se dubito che ci riuscirei con garbo e senza sbattere la porta sperando che la vibrazione faccia cadere tutta la cristalleria e i vasi dinastici che, sono sicura, sono nascosti in qualche angolo remoto del vostro ufficio pacchiano.

 

 

JJ

Fauna del mezzo pubblico 5

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Lunedì demmerda.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

 

13.Quelli che ascoltano la musica ad alto volume

L’Università di Boston sta ancora studiando il cervello delle persone che, in luoghi affollati, in situazioni dalle quali non si può fuggire nell’immediato, scelgono di far sapere a tutti quale tipo di musica si stanno ascoltando.

In sostanza, ti restituiscono l’esperienza di stare in discoteca: un luogo chiuso, dove non c’è spazio per muoversi, con luci lampeggianti, temperatura altissima e il bisogno di dover alzare la voce per parlare con il tuo vicino.

Di solito coloro che ascoltano la musica ad alto volume si piazzano subdolamente negli ultimi posti del bus, così che ci si metta un po’ a capire che si tratta di un cafone, e non dell’improvvisa voglia dell’ATAC di spendere soldi per mettere musica in filodiffusione su tutte le vetture.

Normalmente i gusti di queste persone sono pessimi. Non capita mai che a fare una cosa del genere sia uno che, per esempio, si ascolta i Beatles, i Genesis, o anche gli Arctic Monkeys, qualsiasi cosa ma non la musica tecno, santoddio. Ci sono, comunque, quattro tipi di persone, generalmente, che si comportano così:

a)il misantropo, che viaggia da solo col cappuccio alzato e si sente il rap della peggior specie;

b)quello che sta con gli amici e fa “uagliù, siend’ccà che bomba ‘shto pezzo!” e parte Gigi d’Alessio;

c)quello con i piercing ovunque, che sente la tecno, e abbozza pure un mezzo balletto (mortacci tua ma non vedi quanto cazzo stamo stretti?);

d)turchi che mettono la musica da kebbabbaro (facendovi pure venire voglia di kebab).

 

14. Gruppi di bori

I maschi di solito parlano di femmine in termini volgari e bestemmiano se c’è una suora; le femmine parlano di maschi in termini ancora più volgari e bestemmiano se c’è una suora. I gruppi misti invece parlano dei voti, della professoressa e bestemmiano se c’è una suora.

È un rito di iniziazione, se non bestemmi davanti a una suora in autobus il giorno dopo ti tocca andare volontario a latino.

Sono vestiti malissimo, ma non come quando io indossavo maglioni a righe color senape e rosa, molto peggio: colori catarifrangenti, cappotti dorati, scarpe fosforescenti; portano occhiali da sole all’interno della vettura, si chiamano “amo’” “a patata” “frate’” fra di loro e indossano le zeppe se femmine, sempre (a volte anche gli uomini, ma è più raro).

Se lasciati da soli dal branco (c’è sempre quello che abita più lontano), si chiudono in se stessi, probabilmente mentre cercano di ricordarsi quando gioca ‘a lazzio (se maschi) o quale selfie postare su facebook (se femmine).

Tipico capo d’abbigliamento: piumino nero lucido (anche d’estate) e zainetto che non verrà mai tolto bensì usato come ariete contro la folla di gente che si accalca in uno specifico punto.

I gruppi di bori hanno una sola qualità: uniscono i pendolari nell’odio che immediatamente tutti vengono a provare verso i giovinastri (compresi i coetanei non-bori).

 

15. Quello che puzza alle otto del mattino

Spiegazione: non si lava. Mai. E naturalmente è inspiegabilmente attratto dal posto accanto al vostro.

Quello che puzza alle otto del mattino non è necessariamente un barbone, anzi: può essere la signora ingioiellata alla quale avete cavallerescamente ceduto il posto (ammorbati dall’odore spiacevole), o il businessman in giacca e cravatta, o magari quella ragazza tanto carina, ma santo cielo zia, lavati i denti, almeno.

 

 

JJ

Fauna del Mezzo Pubblico 4

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Odio tutti, specialmente di lunedì.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

 

10. Quello che litiga con l’autista

I mezzi pubblici, si sa, sono i luoghi dove si impara lo stile di un popolo.

Nella capitale sono un mezzo di trasporto piuttosto utilizzato, non solo dai turisti, ma anche dagli autoctoni. L’Atac, nota azienda resa famosa in tutto il mondo dalla canzone dei Pizza e Fichi (side project di Ceppaflex) “Atac di merda”, spopola a Roma, e funziona NO. Di sicuro rispetto a quando ero al liceo e il tempo di attesa dell’autobus che mi portava a casa era direttamente proporzionale al numero del suddetto (95), abbiamo fatto progressi. Però i tempi di attesa ci stanno ancora, e a volte sono molto, molto dilatati.

Cosa succede in quel caso? Che quando l’autobus alla fine arriva c’è sempre qualcuno che se la prende con l’autista. Sempre.

Si può in realtà litigare con l’autista per motivi molto diversi (aria condizionata troppo alta-troppo bassa-inesistente, fermata mancata, odore spiacevole degli altri passeggeri, porte non aperte, porte aperte, uso del cellulare, uso vernacolare della lingua e via dicendo), ma il primo fra tutti è il ritardo del mezzo pubblico (non nel senso medico).

Prenderemo dunque in esame il caso più comune, ovvero la vecchia che aspetta e aspetta e aspetta e alla fine lo sguardo di vittoria con il quale scorge il suo autobus all’orizzonte non è dato dalla felicità di riuscire ad arrivare in tempo al supermercato, ma dal fatto che potrà litigare, finalmente, con l’autista. La vecchia sale, dalle porte davanti, e si ferma davanti alla cabinetta del conducente, lì dove c’è scritto “Non sostare” (e dove da anni io sogno di scrivere “più senza te”, ma mi manca il coraggio), bloccando la salita di tutti gli altri passeggeri, e inizia a berciare contro l’omino alla guida cose tipo “SCIOPERATE, SCIOPERATE, INTANTO QUA HO ASPETTATO L’AUTO 50 MINUTI!!” (L’auto, m. sing.; plur. gli auti: l’autobus, n. d. A.). L’autista di solito non risponde, e ha la mia stima, poiché guidare con una suocera mancata che ti manda affanculo nemmeno troppo fra le righe è veramente difficile.

Il problema è che se risponde, il viaggio sarà infarcito di “A SIGNO’, CHE JE DEVO DI’, ER COLLEGA MIO NON E’ PARTITO PECCHE’ [motivazione], IO C’HO L’ORARI CHE M’HA DATO L’AZIENDA!” (non esistono autisti degli autobus che non abbiano la cadenza romanesca. Anche fuori da Roma parlano tutti così). La vecchia allora inizierà a dare le sue soluzioni al problema, assumere più gente, rispettare gli orari, lasciare fuori la propria vita personale dal lavoro…

Quando la situazione si scalda, si sa, la gente si sente in dovere di intervenire, e quindi sarà dato il via a un dibattito senza fine che, inevitabilmente, finirà con “è colpa del sindaco”.

Ma voi sarete già scesi tante fermate prima, perché odiate la gente.
Oppure il giorno dopo su youtube comparirà un video che si chiama “Vecchia litiga con autista, troppo forte LOLOLOL”.

 

11. I liceali

I liceali sono dannosissimi.

Si spostano sempre in gruppi di 5 o 6 persone, e si distinguono dalle persone normali perché sono rumorosissimi e maleducatissimi, e ridono di tutto. Ridono del tuo cappotto rosso, della vecchia che litiga con l’autista, del manifesto elettorale, della pubblicità del dentifricio con Barbara D’Urso, del punk col cane (di quest’ultimo solo se da solo e con un cane di stazza non troppo massiccia). Sono come i turisti giapponesi, ma di questi ultimi (solitamente) capite la lingua.

Perché spesso i liceali sono bori (categoria a parte che vedremo più avanti), a meno che non incontriate quelli che escono dagli istituti privati, le scuole francesi o chi per loro (ma di solito quelli tornano a casa con il taxi, la mercedes o hanno addirittura l’autista). Parlano dei voti, delle interrogazioni, dell’assemblea della settimana prossima, di cosa gli cucina la madre a pranzo, tutte cose delle quali non vi può fregare di meno, ma loro ci tengono a informarne tutto l’autobus, quindi niente, vi tocca conoscere le loro inutili vite per tutto il tragitto del bus.

Al liceo io odiavo gli altri liceali perché abitavo dove non abitava nessuno dei miei amici e quindi il viaggio in autobus me lo facevo da sola, e venivo schernita per diversi motivi, credo riconducibili tutti al fatto che indossassi maglioni a righe color senape o pantaloni di velluto rosa. Come dargli torto.

 

12. Il tuo amico che però non è tanto amico e quindi non sai che dirgli però lo conosci abbastanza da doverlo salutare sennò pare brutto e ti devi togliere le cuffie e magari volevi solo ascoltare la musica in pace ma non puoi perché sennò sei cafone, quindi poi ti incastra in un dialogo inutile che dura tantissimo e questo non scende mai, che cazzo, magari piglia pure la metro con te mapporcatroia domani all’università ci vado in taxi

Soluzione: viaggiare con lo sguardo basso, non incrociando mai quello di nessuno, in nessun caso.

Controindicazioni: finire al capolinea, tornare a casa ore dopo.

 

JJ

Fauna Del Mezzo Pubblico 3

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Torna la rubrica del lunedì, quella sulla gente che popola gli autobus: le persone che detestiamo.

Tutti odiamo il lunedì. E lui, di rimando, ricambia il nostro odio popolando gli autobus di gente che ci fa venire voglia di uscire con il lanciafiamme.

Parte 1 qui

Parte 2 qui

 

7. Coppie che si scambiano effusioni

Tutti le odiano, anche le altre coppie, che possono addirittura entrare in competizione per vedere chi si ama di più.

Ce ne sono di diversi tipi, a seconda dei gusti o perversioni sessuali che dir si voglia. Generalmente sono composte da due esseri umani (ma esistono noti casi di zoofilia, tipo i drogati di San Lorenzo che salgono con i loro 5 cani e si fanno sbavare addosso con gusto), che si danno il bacetto, si tengono per mano, uno si siede sulle ginocchia dell’altro, “Amo’, ma stasera c’avemo la discoteca?”, ecc. ecc. è imbarazzante, è disgustoso, è avvilente. Tutti hanno il diritto di amarsi, anche in pubblico, ma se questo accade su un mezzo pubblico, automaticamente sarà come vedere un maiale che divora la carcassa di un coniglietto. Distogliete lo sguardo, ma il rumore umido della saliva ancora vi martella i timpani.

Volete morire. State pensando di scendere otto fermate prima, quando interviene una vecchia nostalgica, che “ai miei tempi non lo potevamo fare, bla bla bla il rispetto”, e a quel punto abbassate la musica e vi godete la scena.

 

8. Il maniaco sessuale

Il maniaco sessuale, anche lui presenza costante sull’autobus, è contraddistinto dal continuo ansimare. Se sentite una persona che ansima dietro di voi, giratevi e lanciate un manrovescio a caso. Se era un bambino con l’asma, avrete mancato il colpo senza dubbio (siete più alti, a meno che non siate dei nani: ma è raro); se era un vecchio con l’asma, probabilmente non gli rimaneva molto da vivere.

Il maniaco sessuale gira da solo; nell’immaginario comune indossa un impermeabile e nient’altro, aprendolo per mostrare le sue vergogne agli ignari pendolari. In realtà oggi i maniaci sessuali sono più infidi: sono diventati astuti e mettono delle cose sotto l’impermeabile (cinture, calzini). Si avvicinano lentamente ma inesorabilmente a voi, qualsiasi cosa voi siate (dipende dalla sua perversione) e ansimano. Voi vi spostate, e loro dietro. E ansimano. Gli fate notare che non è il caso, e loro ansimano. Il vecchio accanto a voi, quello che ha la dentiera dislocata a causa del manrovescio di prima, ride vendicativo. Lo guardate con odio e non vi accorgete che il maniaco sessuale ha spostato verso un’altra vittima le sue attenzioni. Vi sentite offesi: domani indosserete una minigonna.

 

9. Quello che attacca bottone

Oh, mio dio. Eccolo. Viene verso di me. Vuole parlare.

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Gli autobus sono notoriamente situazioni in cui il disagio umano si scatena come un infante con un cucchiaio di legno e davanti a sé un piatto di pastina in brodo. Sospetto che esista una categoria di persone che prende i mezzi pubblici unicamente per chiacchierare con gli astanti, che magari invece vogliono ripassare per un esame, si stanno sentendo la musica, stanno pensando a come far sparire un cadavere senza ricorrere all’acido (difficile da procurarsi senza destare sospetti), ecc.

Una persona che attacca bottone (o si accolla, per i nostri amici romani) può essere spinta da tante motivazioni, prima fra tutte quella più semplice: ha bisogno di appoggio morale. Quindi, in mezzo a una diatriba/discussione di qualsiasi tipo, occhio a non intervenire e/o intraprendere contatti visivi con le persone coinvolte.

Esempio comune: una vecchia si lamenta del ritardo dell’autobus e se la prende con l’autista.

“Questo sindaco dovrebbe da licenziavve tutti!” voi incontrate il suo sguardo. “E’ vero signori’?” silenzio. La guardate con occhi sgranati. Iniziate a sudare. Che diamine, dite qualcosa. “Sì.. sì, signora, ha ragione.” Sorridete. Pensate che sia finita. E invece ecco arrivare il fiume in piena.

C’è anche chi, però, si arroga il diritto di parlare con voi, noti misantropi, senza alcun motivo apparente, cogliendo la minima occasione, come una curva allegra presa dall’autista (ovviamente ubriaco) o un mendicante senza gambe. Non se ne esce, a meno che non impariate il linguaggio dei sordomuti risolvendo così il problema (ma sono quasi sicura che esistano anche dei sordomuti che si accollano, solo che non li sente mai nessuno… eh eh eh. Speriamo che nessun sordomuto legga questo blog).

 

 

JJ

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook d’estate, parte 2

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La scorsa settimana siamo stati perfidi e infami. Gioire insieme nel denigrare chi posta determinate cose sulla home page di Facebook. Che schifo di persone che siamo.
Non ricordate/non l’avete fatto/siete brave persone? Rimediate qui.
Comunque già che ci sono, io finisco la lista.

Vi ricordo che questo è un post interattivo, dunque anche questa settimana usufruiamo della bella musica che il Dio Youtube ci fornisce attraverso l’internet: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAzE-ozE8PDI5U3O8bLtZ1aH

 

9. La disperata richiesta del ritorno di Giochi Senza Frontiere

Quando io ero bambina, mi sciroppavo qualsiasi cosa alla televisione.
E quando dico qualsiasi cosa intendo QUALSIASI COSA. Dall’Ape Maia a Ken il Guerriero, dalle televendite delle padelle alle repliche di McGuyver alle sette del mattino.
Non poteva mancare, nelle sere d’estate, Giochi Senza Frontiere. I più lo ricorderanno senz’altro, per gli altri vi basti sapere che era una sorta di arena della morte dentro la quale alcune squadre composte da persone di varie nazionalità (c’era il Portogallo, la Bulgaria, la Francia, Muro Lucano di sotto… come ai mondiali) si affrontavano nelle prove più disparate. No, non si trattava di tornei di scacchi o gare di sputi, ma robe sadiche al 100%, come attraversare un ponte sospeso vestiti da lottatori di sumo, superare simpatici percorsi ad ostacoli e altro ancora. Un po’ come nel terzo Indiana Jones, insomma.

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“Solo un uomo penitente potrà passare…”

Allora.
Sono almeno vent’anni che non fanno più Giochi Senza Frontiere.
Lo so, lo rivoglio anch’io, era divertente. La sigla era fichissima (Interrompete un attimo la vostra playlist e ascoltatevela).
TUTTAVIA, AVETE ROTTO IL CAZZO. GIOCHI SENZA FRONTIERE NON TORNERA’ MAI.* BASTA.

Ab aeternam, Denis.
Ab aeternam, Denis.

10. La campagna contro l’abbandono dei cani/gatti

Si dice che il mondo sia diviso in due tipi di persone: quelle che amano i cani e quelle che amano i gatti.
Ma secondo me c’è un’ulteriore divisione: quelle che si accollano coi cani e quelle che si accollano coi gatti.
Sui cani&gatti c’è una sensibilità tale, che non si può esprimere una qualsiasi opinione che non sia “GLI ANIMALI SN MEGLIO DLL XSONE!!!1” se non si vuole essere accomunati a un Hitler T-Rex.

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Ah, internet. Non deludi mai.

So già che siete in agguato sulla tastiera per scrivermi che sono un mostro, ma non sto per dire che gli animali vanno abbandonati.
Tuttavia. Gli animali non devono essere il vostro veicolo di accollo.
Tutti i giorni mi vedo in bacheca CATERVE di foto di cani mozzati, criceti scuoiati, gatti-bonsai imbottigliati. Nel 90% dei casi, oltretutto, sono cose inventate di sana pianta, che la gente si limita a condividere indignata senza verificarne la provenienza, e poi magari esce di casa e butta la gomma da masticare per terra (che Zeus vi fulmini). E io sono una che quando vede il video del gattino che gioca col gomitolo dice “aaaawwww!!” e lo rivede dalle 10 alle 20 volte.
E d’estate ancora peggio: quindicimila foto del cane con gli occhioni e le diciture “io non ti abbandono mai…perché tu sì?”; talmente tante che mi porta a chiedere questi animali, alla fine, chi li abbandona? Apparentemente, su Facebook, nessuno.
Quindi, perché ammorbarci con le foto dei cuccioli spiattellati sull’asfalto? Che è anche di cattivo gusto, via.
Le persone che pubblicano questi annunci:
Hanno abbandonato almeno un animale in vita loro e stanno cercando di rimediare;
Sono gattari/gattare;
Gestiscono il racket delle pensioni per animali.
Sconsigliatissimo, come dicevo, commentare con astio interventi del genere, tipo “avete scassato il cazzo con le foto dei cani spappolati sull’autostrada” verranno comunque letti come un’esternazione di odio verso gli innocenti cuccioli e un incitamento a crudeltà/abbanono. I cani e i gatti, in Italia, sono sacri come le mucche in India.

Prossimamente: i gatti-tacos
Prossimamente: i gatti-tacos

11. Il video dell’estate

Il video dell’estate è accompagnato, normalmente, dalla canzone dell’estate. È in genere una canzone dance, ricordiamo grandi pezzi che fecero storia come “The Rythm of the Night” di Corona (non Fabrizio, la cantante), “Blue” degli Eiffel 65 (non lo so se è uscita in estate, ma si sentiva in estate, me lo ricordo, avevo 13 anni ed ero grassa e brutta), “Che fico!” di Pippo Franco.
Il video dell’estate viene postato dalle 5 alle 30 volte al giorno da tutti quelli che poi commentano con un “FOMENTOOOOO!” oppure pezzi della canzone seguiti da puntini sospensivi.
Il video dell’estate vuole trasmettere freschezza, libertà, amicizia, ma invece rompe i coglioni. Smettetela di postare ottocento cose uguali rendendomi difficile stalkerare gli ex compagni delle medie sperando che non abbiano avuto successo nella vita.

Il video dell’estate spesso l’hai postato anche te, e se non l’hai postato significa che sei uno degli Eiffel 65.

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12. Le foto in macchina verso il mare

Altro grande evergreen dell’estate facebookiana (non è una parola, me ne rendo conto) sono le foto che si fa chiunque stia andando al mare.
Vanno dalla foto fatta nello specchietto retrovisore all’autoscatto con telefono/reflex/quellocheè appoggiate sul cruscotto, spesso costringendo l’autista a guardare in macchina, e non dalla macchina, come vorrebbe il corretto uso dell’automobile, compiacendosi (e dopodiché, tutti all’ospedale locale).
La foto in macchina ha un senso ben preciso: voglio far vivere ai miei amici l’ebbrezza del mio viaggio verso l’ignoto (Sabaudia).
Le variazioni sul tema di questo tipo di foto sono:
La foto dalla nave: “Road to Sardinia…”;
La foto dal treno, molto amata dai vostri amici hipster;
La foto dalla bicicletta (più complicata, in quanto se si lascia il manubrio 9 su 10 si incontra il brecciolino);
La foto del finestrino dell’aereo, con conseguente lavata di capo dalla hostess grassa e antipatica della Ryanair.
Per rendere più interessanti queste foto, ovviamente, l’autore le compierà con angolazioni strane, non facendo capire un cazzo a chi la guarda, che rimarrà con solo un senso di spaesamento, pensando che il suo amico sia riuscito a caricare il suo ultimo sprazzo di vita dall’orribile incidente automobilistico che ha appena fatto. Oh, ‘sta macchina io la vedo sottosopra.

"Quanto cazzo sono riflessivo e profondo."
“Quanto cazzo sono riflessivo e profondo.”

13. Le foto in piscina

Le foto in piscina, come le foto al mare, sono fatte perché si vuole testimoniare l’arrivo nel luogo tanto agognato dove passare la giornata di sole. Ma la gran differenza è che la piscina, da sempre, è simbolo di potere e ricchezza.
La foto in piscina dimostra infatti che ne avete abbastanza del mare (troppa gente, troppa sabbia, troppi cani) e che avete abbastanza soldi da potervi permettere una giornata alternativa, in un posto dove comunque troverete milioni di bambini urlanti e vi scotterete tantissimo.
La foto in piscina spesso è in combo con la foto del cocktail, cosa che genera il massimo dell’autocompiacimento da social network: la foto dell’aperitivo in piscina.
Simbolo del potere supremo, mostro finale delle immagini su facebook, la foto dell’aperitivo in piscina permette un botto di popolarità pari a quello che fecero i calendari di Max nelle officine dei meccanici.
L’esecutore è molto, molto più rispettato di chi l’aperitivo lo fa in spiaggia, perché sì, la spiaggia sarà più bella, ci sarà il tramonto, le tracine e tutto quanto, ma la piscina evoca sempre una scena tipo il video degli Zebrahead, Playmate of the year.
E dunque vince a man bassa.
Ovviamente l’unica reazione possibile, è l’invidia. Si è così invidiosi di questo tipo di foto, che spesso se scorrendo la bacheca se ne vede una, si inveisce in modo tale che si perde la capacità di giudiz-guarda questo stronzo dove cazzo sta, lui e il suo spritz di merda, c’ha pure 50 like, ma porca puttana; no, un momento, questa foto l’ho messa io ieri.

"LA SCALA!!! LA SCALA, NON FARMI LA FOTO!!"
“LA SCALETTA, DANNAZIONE!!! AGGIUNGI LA SCALETTA, NON FARMI LA FOTO!!”

14. Le foto della frittura di pesce col bicchiere di vino bianco

Lo so che siete esasperati dalle foto, ma andatelo a dire a quelli che vogliono comporre la foto artistica del calice di tavernello con i calamari fritti, che mortacci vostra fanno cinquanta gradi all’ombra e avete il coraggio di andare a pranzo a mangiare la frittura di pesce?
Sì. Perché la frittura di pesce me la mangerei pure nel deserto de Sahara mentre il bue e l’asinello mi fanno aria col phon.
Ciò -attenzione- non significa che io ami trovarmi foto di moscardini dorati ad ogni angolo. Perché? Perché, miseria ladra, sono cose che non si fanno. Non si mettono le foto della roba da mangiare dove può vederle la gente che magari, che so io, è tipo a dieta, o è in ufficio e non può che accontentarsi dello squallido tramezzino della macchinetta automatica, o magari non ha le papille gustative, oppure è allergico al fritto (credo che ne esistano pochi, i più scelgono di porre fine alla propria vita).
Le foto della frittura di pesce col vino vengono scattate, dicevamo, cercando sempre di comporre una sorta di natura morta profumatissima: il bicchiere leggermente di lato, l’inquadratura obliqua come se il fotografo stesse avendo un attacco, la frittura vista attraverso il bicchiere (i più scaltri sanno che si può realizzare anche senza immergere il telefono nel vino, ma ho visto di tutto), il bianco e nero, il filtro vintage, e altre amenità inutili che ti fanno perdere tempo e alla fine ti mangi una frittura che ha raggiunto la consistenza delle patatine fritte di McDonald: è tutto moscio, freddo e deprimente.
Attenzione: se siete fotografi di frittura, assicuratevi sempre, prima di scattare la foto, che la frittura sia solo vostra e che non la dobbiate dividere con altri commensali, perché penso che se io mi trovassi davanti al piatto, e a uno che mi dice “aspetta, oh, devo fare la foto, prima!” gli staccherei le mani a roncolate.

Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso
Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso

15. “Estate” di Lil’ Angel$

Ultima, popolarissima cosa che troverete sulla vostra bacheca, sempre, anche nell’anno in cui in un futuro distopico saremo comandati dalle formiche zombi, è questo video.
Lil’ Angel$, è, con tutte le probabilità, il rapper peggiore del mondo. Nel senso che se io mi metto a campionare i versi dei bradipi allo zoo e ci metto una base sotto probabilmente viene fuori una cosa più ascoltabile.
“Estate” è una canzone brutta. Bruttissima. Ascoltarla è un’esperienza allucinante. La voce. Le parole. La metrica. Il video. È un “voglio morire” continuo.
Ma si chiama Estate, e racconta dell’estate, in un certo senso (se riuscite a capire cosa dice), dunque, dall’inizio di luglio in poi, la troverete ovunque, sulle vostre bacheche, se avete degli amici simpatichelli che vogliono fare la gag sul fatto che è una canzone di merda (presentata con la tipica didascalia: “Eeeh, se lo dice lui, che è estate…” oppure con “La canzone dell’estate”, con ironico riferimento al fatto che fa schifo. Io lo so, io la postavo con questa dicitura.)
Provate. Andate a vedere. Scommetto che qualcuno che l’ha pubblicata c’è. Io aspetto.

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C’era, visto?
Scusate, ora devo andare a postarla anch’io.

lil

 

JJ

 

* Per quanto, la richiesta ossessiva del ritorno del Winner Taco alla fine ha funzionato alla grande, quindi se mai dovesse tornare pure JSF, chapeau.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook in estate, Parte 1

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AVVERTENZA: questo è un post interattivo. Dunque, per calarvi meglio nell’atmosfera estiva dello stesso, consiglio una playlist idealmente ideale che potrete mettere in sottofondo mentre vi dedicate alla lettura.

La trovate qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAyJX5WtKZ59DMWVFLdcJeMJ

È luglio, evviva evviva!
Arrivano le vacanze, arriva il sole, i servizi di Studio Aperto con il medico che consiglia di stare in casa nelle ore più calde e bere tanta acqua, le file sulla Cristoforo Colombo, Ostia, Fregene, Fiumicino, Macarena.
Ma arrivano anche i disperanti post dei vostri amici (o nemici,  in questo supermercato virtuale c’è di tutto) sui social network.
Noi, che siamo degli antipaticoni asociali invidiosi e passeremo l’estate a maledire chi ha una vita ricca di eventi e piena di posti bellissimi, li detestiamo tutti.
Analizziamo insieme i più comuni.

1. Le foto dei cocktail

Le foto dei cocktail in realtà vanno tutto l’anno, ma vuoi mettere fotografare il tuo spritz d’estate, mostrando dove sei, cosa fai, con chi sei, quanto sei fortunato, quanto alcool bevi, la vida loca, il cielo azzurro in sottofondo, la frase della canzone estiva come descrizione, la tua immensa felicità nell’ubriacarti alle quattro del pomeriggio.
Le foto dei cocktail generano tre reazioni:
Gli amici che commentano dicendo “Ma dove stai?? Che fico!” per nascondere l’invidia;
Gli amici simpaticoni che commentano dicendo “Mortacci tua, io sto in ufficio e te al mare a bere!” per nascondere la VERA invidia;
I silenti osservatori che gli augurano la morte.
Le foto dei cocktail, spesso, sono accompagnate da hashtag che richiamano la situazione favorevole nella quale queste bevande saranno consumate: #spiaggia #spritz #sunset #sperlonga #barberinodelmugello e via discorrendo.
L’utente che posta questo tipo di foto, in realtà, non vuole scatenarsi addosso così tanto odio. La posta perché che cazzo, lui sta al mare, con i suoi amici, stanno prendendo un mojito e sono felici. E lo vuole far sapere a tutti. Ma il popolo dell’internet, si sa, non la pensa allo stesso modo.
Soprattutto gli amici che non ha invitato.

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#spritz #sardegna #sole #mortaccitua

2. Le foto delle figliuole in costume

Tutti noi, tutti, nessuno escluso, ha fra i contatti da una a dieci ragazze molto molto MOLTO carine (inserire termine dialettale adatto). Che siano ex compagne di classe, cugine lontane o fidanzate degli amici, queste donnine amano fracassarci i maroni postando 80-90 foto di loro medesime in costume. Perché? Perché loro lo possono fare. Sono molto molto MOLTO carine.
Ma questo non è importante. Anzi, è fastidioso. Le odiamo. Le odiano le donne, perché loro non sono pronte per la prova costume. Le odiano gli uomini, perché “dai, non posso farmi una pippa sulla ragazza di Simone!”
Loro, imperterrite, continuano a postare foto ai limiti del pornografico. Poi si chiedono “Oh, ma perché mi hanno aggiunto 15 tizi che non conosco, questa settimana?”
A zi’, perché sono foto pubbliche.
Le figliuole che pubblicano queste foto, sotto sotto, sanno benissimo che nei meandri del social network c’è almeno un loro amico che salva con nome, salva con nome, salva con nome.
Ma se interpellate a riguardo si limitano a un “Ma scusa, perché mi devo fare problemi?! Poi i maschi sono tutti uguali, ecco.”
A zi’, no. È che hai le tette enormi e il costume sta soffrendo, lo posso sentire.

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Ecco una rara foto di me in costume da bagno di qualche estate fa. Ora sono un po’ ingrassata.

3. Gli stati MAREEEEEE ^_^

Al pari di chi ci tiene a farvi sapere che sta bevendo lo spritz in compagnia degli amici di una vita sulla magnifica spiaggia di Cesenatico, ci sono anche quelli che ci tengono a farvi sapere che stanno andando al mare (per poi bere lo spritz con gli amici di una vita).
Come ve lo fanno sapere? Con lo stato su facebook. Mandare un sms a tutti sarebbe complicato.
Si va dal più semplice “Mareeeeeee!!!” con tante vocali e punti esclamativi (l’immagine evocata vorrebbe essere una ragazza sporta dal finestrino della macchina mentre nello stereo impazza la sigla di The O.C.) a quelli più complessi ed elaborati, utilizzati dai professionisti di facebook, che si taggano al chilometro tot della Pontina scrivendo cose tipo “Road to Sabaudia…” e l’emoticon del sole.
Di solito questo tipo di post, meno popolari in quanto le informazioni non contengono supporti visivi, hanno un numero di apprezzamenti direttamente proporzionale alle persone che sono in viaggio con loro, (cioè sulla Road to Sabaudia), entrate su facebook per postare a sua volta uno stato del genere e aspettare il like dell’altro. È tutto un gioco di do ut des.
Attenzione: il like a questo post è ASSOLUTAMENTE da evitare, a meno che non siate coinvolti nella gitarella, poiché implica un “Non me l’avete detto. Pezzi di fango. Spero che la vostra auto venga tamponata da un tir nel momento più caldo della giornata.”

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“Ahi ahi ahi signorina… vedo che ha pubblicato uno stato sul mare senza mettere il regolare numero di vocali. Mi segua in centrale, prego.”

4. L’annoso caso del tag nel determinato luogo

è il 15 luglio, un martedì, voi dovreste teoricamente essere a lavorare, ma i vostri amici decidono di andare al mare.
Vi date malati, “tanto non lo saprà nessuno, chi vuoi che lo venga a sapere.”
Nel bel mezzo delle foto ai cocktail, vi arriva una telefonata dall’ufficio: perché siete al Circeo invece di essere a lavorare?
“Come diavolo avranno fatto a saperlo?” vi chiedete, sudando e cercando il modo di negare nel modo più credibile che conoscete.
Ma la verità è che non potete negarlo, perché quella cretina della ragazza del vostro amico ha pubblicato su Facebook il seguente stato: Circeo 2014! Spritz, risate e granchiiiii hahahahahah – Con Elisabetta Benedetti e altre 15 persone.
E fra quelle 15 persone, ahimé, ci siete anche voi.
La cosa peggiore che qualcuno possa fare tramite Facebook, infatti, è coinvolgervi nei loro sporchi traffici. Tu senti il bisogno di far sapere a tutti che sei al mare con 20 persone. Anche Elisabetta Benedetti lo ha sentito.
Ma io no.
Io non dico a mia madre se sono a pranzo a casa, figuriamoci far sapere all’intera fauna di internet che sono al mare, con te, come se fossi un tuo amico.
Io ti odio. Tu e le tue vocali reiterate.

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At the beach. – With Kitty, Missy, and 14 other cats

5. Le foto del tramonto

Le foto del tramonto sono presenti sulla home page di Facebook in estate come i grizzly durante la risalita dei salmoni. Tramonti romantici, tramonti malinconici, tramonti che in realtà sono albe ma vabbè, dai, è uguale, c’è sempre una bella luce.
La foto del tramonto ha più o meno la stessa collocazione/caratteristica della foto del cocktail, ma con una fondamentale differenza: chi la posta si sente al sicuro dall’essere considerato una persona semplice che fotografa lo spritz (banaaaaale!) e vuole essere considerato profondo e riflessivo.
In realtà traspare una sola motivazione: quella foto è lì perché l’esecutore vuole farvi sapere che lui ha talmente tanto tempo libero da poter rimanere in spiaggia fino alle nove di sera.
La foto del tramonto viene accompagnata, nel 99% dei casi, dalla dicitura “sunset”, perché “tramonto a Ostia” è molto più provinciale.
Corrisponde, nella vita di tutti i giorni, a chi pubblica l’album delle foto di Londra e lo chiama “London Calling…” con i puntini sospensivi per creare suspense.
La foto del tramonto genera in chi la vede talmente tanto odio, che spesso rimane priva dei commenti tipo di cui sopra.

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“Ma l’hai presa da internet?” “Te pare, zi’?”

6. Quelli che si lamentano del caldo

D’estate, per un fenomeno atmosferico che non vi illustrerò poiché ho condotto altri studi, in Italia fa caldo. Fa anche caldissimo, ci sono delle giornate umide, altre secche, altre da deserto dell’Arizona, altre un po’ meno mortali.
Come faccio ad esserne così sicura? Sulla mia home page di Facebook c’è sempre qualcuno che lo scrive.
Sempre.
Che sia ironico, che sia serio, che sia stato minacciato con una pistola alla testa da Mark Zuckerberg, quando arriva l’estate, come un avvoltoio svizzero il metereologo della situazione ti informa sulla situazione dei gradi che ci stanno fuori, spesso aiutandosi con supporto visivo (la foto dei gradi indicati sul display del cruscotto della sua auto).
In realtà queste persone vengono fraintese. Come coloro che in inverno ci ricordano che “oh, fra un po’ bussano i pinguini, eh!” o che con la pioggia azzardano un originale paragone con l’Arca di Noè (quella con Russel Crowe grasso), essi forniscono un servizio. Non fanno niente di male, ci avvisano soltanto, con premura, che fa caldo.
Grazie, ragazzi.

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Non c’è di che.

7. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

Come Batman ha il suo Joker, Superman il suo Lex Luthor, la polvere ostinata il suo Swiffer, i metereologi di Facebook hanno quelli che li prendono in giro per il loro servizio.
Spesso si tratta di stati acidi, rivolti a tutti e a nessuno, una cosa tipo “Non m’ero accorto che oggi faceva caldo, poi l’avete scritto in trecento, oh.”
Cercando di sollevare consensi, però, queste persone si attirano un odio ancora più profondo. E generano altri mostri.

8. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

E così via.

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Seconda parte qui.

 

 

JJ

Dispensa per il Disagio Sociale, Capitolo 2

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Da leggere in coppia con l’ottima lista del collega Canimorti, pubblicata un paio  di giorni fa  (http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-1/), ritorniamo sull’audace e mai fuori moda argomento dell’ansia sociale.
Sin da piccola sono sempre stata una persona particolare.
“Signora Alpi, è una bambina!” mi annunciò l’ostetrico. Un inizio piuttosto banale. Se non fosse che mia madre, guardatami, pensò ad alta voce “Sembra Edward G. Robinson.”

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Posso confermare, in questa foto in cui avevo vent’anni gli somiglio molto.

Sviluppai, già da subito, quel disagio sociale che ti porta a usare un calzino fingendo che sia un cellulare per non parlare con i vicini mentre entri in casa trasportando biancheria pulita. Per amore di interpretazione, comunque, va detto che ho continuato a fingere di parlare tramite un calzino fino a quando non sono entrata a casa, essendomi talmente immedesimata nella situazione da salutare il mio interlocutore di cotone dicendo “Ok, ci sentiamo dopo, ciao ciao!”
Il calzino, comunque, non mi ha mai richiamata.

L’ansia sociale è un problema, per noi affetti da. Ci chiamano sociopatici. Strisciare dietro al divano per non salutare i parenti è difficile se il tuo divano è attaccato al muro, ad esempio.

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“Allora, non hai ancora trovato una ragazza?” “Nonno, per favore…”

E quell’orribile sensazione del telefono che squilla, e tu riconosci il numero, ed è un call center, e tu sei combattuto fra il senso di praticità del dire “no, non mi interessa” (cosa che dovrebbe fermarli almeno per qualche giorno) e l’angoscia del dover interagire con un altro essere umano?
Le prenotazioni telefoniche, per esempio, sono le nostre nemiche più antiche. Il discorso, solitamente, viene preparato con un’attenzione che non si riserva nemmeno alla preparazione dell’esposizione della tesi, e dimenticato immediatamente, perché all’altro capo c’è una persona viva.

“Buonasera, Ristorante Necci.”
“Buongiorno… cioè, scusi, buonasera. Volevo prenotare per sei… no scusi, scusi, per sette, per stasera alle otto.”
“Stasera alle otto.”
“No, mi scusi, volevo dire domani.”
“Non si preoccupi. Per sette?”
“Sì. Cioè, dovremmo essere sette, poi se qualcuno non viene non so…”
“Non c’è problema. Il nome?”
“Giulia.”
“Come ha detto?”
-Oddio, gli ho detto il nome. Adesso penserà che sono stupida. Meglio fare finta di niente.
“Sì, Giulia è il cognome.”
“…capisco. A domani, buonasera.”
“Ciao!”

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“Porca puttana, ho salutato con ‘ciao’..!”

Una volta, pur di non prendere l’ascensore con altre persone, sono riuscita a dire “Grazie, aspetto il prossimo.” Il prossimo. Come i taxi.
Il taxi l’ho sempre odiato, peraltro. Soprattutto quando ci sono quei tassisti che vogliono per forza fare conversazione, e tu vorresti essere morto, piuttosto. Sempre con quelle domande, tipo “Dove andiamo?” Più di una volta ho pensato di far finta di essere muta, o straniera, e di entrarci con in mano un foglietto con su scritta la destinazione. E una volta, poi, mi capitò di salire sul taxi del padre di un’amica, che doveva accompagnarci non ricordo dove. Saltai su dicendo “SEGUA QUELL’AUTO!!” ma nessuno colse il topos cinematografico. Poi dice che uno odia gli altri.

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O i parrucchieri. Ora ricordo perché ho smesso di andarci: mi veniva l’ansia perché non sapevo cosa avrei potuto dire per non sembrare ritardata, o maleducata. Meglio le doppie punte. Sono arrivata a portarmi da studiare dall’estetista, una volta, pur di non doverci parlare.

I negozi, poi, sono anche peggio. Il commesso che viene a chiederci “Serve aiuto?” è sufficiente a farci abbandonare il posto, naturalmente non prima di aver finto di ricevere un’immaginaria telefonata e dover quindi uscire fuori velocemente senza dover dire “grazie-arrivederci”.

Gli amici l’ansia sociale la capiscono. Capiscono benissimo che il tuo “Sono stanca” significa “Voglio giocare a Zelda sul divano”. Capiscono benissimo che non li odi, se non ti va di andare al cinema di sabato sera. O di andare al pub di sabato sera. O di fare qualsiasi cosa il sabato sera che non sia stare chiuso dentro casa.

 

A te piacciono le mezze misure: il ristorante con troppa gente è fastidioso, c’è l’umanità, e l’umanità noi la si evita. Ma il ristorante vuoto è forse anche peggio: i camerieri possono interagire solo con te. I camerieri portano l’ordine sbagliato e tu non hai il coraggio di dirglielo, perché sarebbe troppo disturbo. Gli dici “Grazie” con lo sguardo basso, e il tuo fidanzato ti fa “Ma non avevi chiesto la pasta senza prezzem…” “ZITTO, PER CARITA’!!!”, gli dici tu fra i denti, terrorizzata dal fatto che il cameriere possa aver sentito.

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Tutto ciò che comporta una stanza con più di quattro persone è un problema, e alle feste con tanta gente, di tanto in tanto, voi vi isolate facendo la figura della persona profonda e riflessiva, mentre invece state cercando una scusa plausibile per andarvene via. Ho affrontato l’Ostiense alle 4 del mattino a piedi, pur di non rimanere in una discoteca insieme a persone che non sopportavo e che tentavano di coinvolgermi a fare cose.

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“Sei la persona più socievole e al contempo più sociopatica che io abbia mai conosciuto”, mi ha detto la mia migliore amica.

Vero. Non tutti i sociopatici sono asociali. Siamo solo dei simpatici antipaticoni.

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Poi vai a capire perché in questa foto c’è un’immagine di Milano in una giornata di sole.

Alle elementari ero solita disegnare sul banco inventandomi storie nella testa. “Signora” diceva la maestra, “sua figlia vive in un mondo tutto suo.”
Questa evasione dalla realtà cominciò a diventare spaventosa quando si protrasse all’università, ma lì poi incontrai una persona che faceva la stessa cosa, e alla domanda dei più “Scusa, ma tu a casa tua disegni sul tavolo?” rispondeva “In realtà sì.” Lo faceva davvero. Quella persona divenne il mio migliore amico anche per questo motivo.

Gli sconosciuti sono il male. Noi sociopatici li evitiamo trovando qualsiasi scusa. In discoteca fingevo di essere gay per non venire rimorchiata e non dover parlare con sconosciuti. Dopo un po’ smisi di andarci. Dopo un po’ iniziai a sperare che esplodessero tutte. Lontano da me, in modo che non dovessi andare a testimoniare dai carabinieri e avere in ogni caso interazioni umane.

I miei peluches erano i miei migliori amici, da bambina: non interagivano mai, non ti invitavano alle feste e non insistevano per uscire il sabato. Sognavo segretamente, però, delle avventure. Ma delle avventure mini, in cui non si era in più di cinque persone, fidate e non stressanti (non c’erano quindi camerieri, commessi o tassisti), e comunque i ninja cattivi da combattere erano robot, e non esseri umani, in modo da non doverci parlare, ma solo gettarli nella lava rovente.

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Poi è uscito “Toy Story”, e ho vissuto nel terrore che i miei giocattoli potessero coalizzarsi la notte per strozzarmi perché in realtà non mi sopportavano.

I miei eroi erano tutti solitari, d’altra parte: Indiana Jones non era sposato e cambiava fidanzata in continuazione, Bruce Willis era sempre divorziato e in pensione, il professor Alan Grant non voleva figli.

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Noi siamo quelli che se in autobus vediamo qualcuno che conosciamo poco, ma abbastanza da dover salutare, siamo capaci di diventare intangibili. E di alzare la musica del lettore mp3, sperando che serva a renderci meno individuabili.

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Alle poste io cerco sempre di mettermi in fila dall’impiegato che odia il suo lavoro: niente chiacchiere, solo timbri. Invece capito sempre da quell’altro, che fa le battute sul cognome. Al supermercato uguale. “Abbiamo fame, eeeeeehhhh?????????” quando ti presenti alla cassa con tre pacchi di biscotti.

No. Non li mangerò tutti. SONO SOLO FINITI I BISCOTTI.

Ma noi siamo sociopatici. Quindi sorridiamo dicendo “Eh eh, sì.”

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Siamo persone speciali, noi sociopatici. Non odiamo il prossimo, è solo che non sappiamo che dirgli. Non è che non sia interessante, però ecco, non ci va di parlare di niente. Non vogliamo spiegarvi cosa facciamo nella vita, né che musica ci piace ascoltare.
Ma a voialtri noi serviamo. Vi piace darci degli asociali. Vi piace un sacco. E un po’ piace anche a noi, perché così siamo legittimati da cafoni maleducati. “Tanto sono asociale.” E il cameriere vi sputa nel piatto.

Siamo così incapaci di dimostrare alla commessa che, fuori dal negozio, ci osserva distratta mentre fuma una sigaretta, che abbiamo sbagliato direzione, da fingere di ricevere la solita telefonata che stavolta, per qualche motivo, ci spinge a tornare sui nostri passi.
Meglio aiutare il tutto da un’affermazione semigridata tipo “Ma sei già lì?! Allora arrivo!”

Non si può non provare affetto per una persona capace di tirare fuori un’interpretazione così disperata.
Specialmente se, mentre fate la vostra sceneggiata, il cellulare vi squilla sul serio.

 

 

JJ

Dispensa per il disagio sociale, capitolo 1

in humor by

L’imbarazzo sociale è un tema caro a molti.
Per venire incontro a questi disagiati io e la collega JJ Spalletti abbiamo deciso di mettere a disposizione, in forma del tutto gratuita, un piccolo compendio sulla difficoltà di stare al mondo quando al mondo ci sono anche altri esseri umani.
L’arte di non salutare le persone per strada, o in qualsiasi altro posto,  dovrebbe essere padroneggiata da qualsiasi sociopatico che si rispetti, ecco di seguito alcune tra le mie mosse preferite in ordine di difficoltà.

la Lancia di Longino®
La Lancia di Longino possiede numerose varianti ma prende il nome da quella più semplice ed efficace.
È la semplicissima simulazione di un’ inaspettata e dolorosissima fitta sotto il costato in zona fegato. È permesso barcollare, appoggiarsi al muro, ansimare con contegno e, per gli esperti, sudare copiosamente dalla fronte, il tutto fissando il cielo ad enfatizzare una presunta punizione divina.

il Colpo di Reni®
Anche questa di facile realizzazione è però consigliata agli sportivi e a chi può avvalersi di articolazioni elastiche, vietato a chi soffre di calcificazioni e osteoporosi.
Appena notato il nemico, che in realtà non è affatto un nemico ma, al contrario, è probabilmente un vostro caro amico o un gentilissimo conoscente ma non dimentichiamo la vostra miserevole condizione di eremiti stronzi e maleducati, dicevo, appena scorto il nemico la parte superiore del tronco svirgola fulminea a destra (o a sinistra a seconda dell’opportunità) e prende a dirigersi verso il nuovo punto cardinale seguita pochi istanti dopo anche dalle gambe.
Se intendete utilizzare questa tecnica è imperativo praticare una sessione di pilates prima di ogni sortita.

la Vetrina Molto Interessante®
La Vetrina Molto Interessante consiste, come la precedente ma con meno brutalità, in un rapido cambio di direzione verso la vetrina del negozio a noi più vicino.
Non importa che negozio sia, di parrucche, abbigliamento per signore anziane o cani di porcellana, avete il diritto di interessarvi a qualsiasi cosa e nessuno deve permettersi di giudicare i vostri gusti.
Pur se con maggiore impegno la tecnica può essere eseguita in ambienti anche non urbani come spiagge o foreste, l’importante è dirigere l’attenzione su un oggetto apparentemente interessante come il ceppo di un albero, un castello di sabbia o un grosso escremento.
Perfezionamento: estrarre dalla tasca un bloc-notes e scarabocchiare un appunto annuendo pensierosi. In anni di lavoro ho imparato addirittura a cancellare quello che avevo scritto (dicendo proprio “no, no“) e a correggerlo. Di solito si tratta di piccoli peni che fiottano sperma sostituiti da altri piccoli peni che fiottano sperma.

la Sfinge Che Guarda®
La Sfinge Che Guarda è l’unica tecnica che anziché spostare l’attenzione dal soggetto che non volete salutare accentra su di esso tutta la propria enfasi.
Inizia con uno sguardo fisso negli occhi dell’individuo, la fronte si corruga e le sopracciglia convergono e si abbassano, gli occhi si fanno due fessure, poi il capo si muove di scatto verso un punto in alto a destra a simulare una ricerca in archivio e segue subitanea l’espressione di “ah, ho capito!“, si mette di nuovo il soggetto a fuoco e si accenna con la mano un principio di saluto, salvo abbassarla immediatamente e ripetere tutto da capo anche per due o tre volte di seguito lasciando il poveretto in uno stato di paura e imbarazzo.

il Conoscente all’Orizzonte®
Una delle mie preferite.
Immediatamente dopo aver individuato la persona che non volete salutare si sposta lo sguardo su un punto molto lontano alle sue spalle e si comincia a sorridere festosi.
Aprite la bocca e illuminate gli occhi, inspirate forte per riprodurre sorpresa e commozione.
Affrettaee il passo nella direzione del conoscente immaginario tenendo gli occhi ben fissi sull’obbiettivo, in questo caso aiuta molto individuare un passante effettivamente esistente e raggiungerlo per poi dileguarsi all’ultimo secondo.
Per ragioni di coerenza sarebbe bene portare l’interpretazione fino alla fine, un istante prima di aver raggiunto il passante che interpreta a sua insaputa il conoscente immaginario si dovrebbe sussultare per aver erroneamente confuso il medesimo, portare una mano alla bocca e ridacchiare nervosi.
Non importa se chi volevamo ingannare è ormai molto distante e non può apprezzare la nostra performance: le cose si fanno bene o non si fanno affatto.

la Telefonata Drammatica®
Anche in questo caso innate doti attoriali sono d’aiuto ma un esercizio serio e costante è capace di regalare grandi soddisfazioni.
La Telefonata Drammatica è un ottimo, ottimo, espediente capace di stravolgere le sorti di qualsiasi situazione, anche la più drammatica. Io, ad esempio, la uso ogni volta che entro in un negozio per errore, cosa che capita molto più spesso di quanto mi piacerebbe.
Ci sono due tipi di Telefonata Drammatica: quella giubilante e quella iraconda.
La telefonata giubilante è un’inaspettata chiamata da parte di un caro amico che non sentivate da tantissimo tempo e si apre con “Uèèèèèè mittico, ma non ci posso creeedereeee, ma sei un grandissimo, ma cazzo che bello sentirti” e prosegue con finti tormentoni inventati sul momento e riferimenti a terzi esistenti o non.
La chiamata iraconda è invece la simulazione di una telefonata dall’ufficio per questioni irrisolte che necessitano della vostra immediata attenzione e si apre con “No dai, no, no, avevo detto che mi serviva mezza giornata, la posso avere MEZZA GIORNATA? LA POSSO AVERE MEZZA GIORNATA? MEZZA GIORNATA CAZZO! E dai, via, santo cielo, dai! Dai! Ma ti pare?
Il vero sociopatico non pone fine alla telefonata appena il pericolo è scampato ma la porta a termine con la massima serietà.
Laddove necessario può durare anche diversi minuti a seconda del problema immaginario da risolvere o del legame di amicizia con la persona immaginaria che ci sta chiamando.
Una volta ho fatto una terribile Telefonata Drammatica con l’ufficio per un problema che non riuscivano a risolvere (si erano bloccate le e-mail e io non ne ero in alcun modo responsabile, per dire l’imbecillità della gente) e alla fine quando sono effettivamente arrivato in ufficio ero arrabbiatissimo con tutti finché mi sono ricordato che in realtà non era successo nulla.
Con queste cose lasciarsi prendere la mano è un attimo.

Direi che ora siete al riparo per un bel po’, uscite pure di casa senza temere il prossimo.
Vi rimando al capitolo due a cura dell’espertissima JJ Spalletti: http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-2/
Perdonatemi ma preferisco non salutarvi.

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