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All’ONU si vieta il Nazismo, l’UE si astiene e gli USA votano contro

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Boom! Beccatevi ‘sto titolo-denuncia!

No dai, ho soltanto sintetizzato all’estremo un fatto, e cioè che lo scorso giovedì 19 Novembre presso il Third Commettee delle Nazioni Unite è stata votata la proposta intitolata “Combattere la glorificazione del Nazismo, neo-Nazismo e altre ideologie che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzisimo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza”. La proposta è stata approvata con il voto favorevole di 126 Paesi su 183; si sono astenuti i paesi membri dell’Unione Europea, mentre hanno votato contro gli USA, il Canada, l’Ucraina e Palau.

Perché questi voti?

E’ difficile immaginare una proposta ONU ed in particolar modo quella del Third Committee, che si occupa di diritti umani, che non sia condivisibile nella sua essenza. Ed è così infatti anche per quella di giovedì, dove sostanzialmente si chiede a tutti gli Stati Membri di impedire il proliferare di organizzazioni neonaziste e neofasciste, promuovere elementi educativi e culturali volti al ricordo dell’Olocausto, condannare chi lo nega e tante altre belle cose che il buon senso ci fa accettare volentieri.
E allora perché mai l’Italia si è astenuta? Addirittura perché gli USA hanno votato contro? Forse i Paesi “atlantici” sono stati soggiogati dalle forze fasciste e non ce ne siamo accorti? Improbabile, per quanto qualcuno (vediamo poi chi) voglia convincerci che è proprio così che stanno le cose. Sicuramente avrete già adocchiato il primo indizio per tentare di arrivare ad una visione più completa, ovvero la presenza dell’Ucraina tra i voti contrari.

Facciamola molto semplice: in Ucraina c’è stata – anzi, è in corso – una guerra civile tra il governo centrale e i separatisti. Il primo è stato appoggiato dalle forze occidentali e – in maniera forte? minore? non importa ai fini del post – da gruppi neonazisti; i secondi dalla Russia, di fatto l’unica nazione ad avere una partecipazione diretta ed esplicita nel conflitto.

Torniamo alla proposta anti-nazista e guardiamo gli stati promotori. Innanzitutto, la Russia. Poi, una sfilza di Stati nella sua orbita (Kazakhstan, Turkmenistan…). Infine, Paesi dell’Africa Centrale (Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Rwanda…), del medio oriente (Pakistan, Siria), di quello estremo (Myanmar, Vietnam…) e del Sudamerica (Brasile, Cuba…). Guardiamola con occhio ottimista: è con grande piacere sapere che nel mondo ci siano tanti Paesi che, pur non avendo mai interagito con il Nazismo, sono molto preoccupati per un suo possibile ritorno. Infatti, tolta la Russia, praticamente nessuno degli altri firmatari si può dire storicamente coinvolto nella lotta al nazifascismo e alla shoah. Anzi, è con piacevole sopresa che osserviamo come Stati che con gli ebrei sono stati poco teneri (Siria e Pakistan) si prodighino nel “condannare senza riserve qualsiasi negazione dell’olocausto” (punto 10 della proposta). Pensate: perfino il Nord Corea, non proprio modello dei diritti umani, è firmatario di tale proposta!

Oppure la guardiamo con occhio disincantato e ci domandiamo: “Ma alla Nigeria e al Nord Corea veramente fotte qualcosa del nazifascismo e dell’olocausto degli ebrei?”. E poi, la questione è così pressante da essere stato necessario votare (e approvare) questa proposta a Novembre 2015, quando esattamente un anno fa è stata votata (e approvata) un’identica risoluzione proposta dagli stessi Paesi di cui sopra? Inoltre: ha senso che i Paesi proponenti chiedano “l’universale ratifica della Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale ” ed incoraggino i Paesi che non l’hanno ancora fatto ad approvarne l’articolo 14, nonostante molti dei firmatari siano gli stessi a non averlo fatto?

A mio parere: no.

Passiamo dal lato dei proponenti a quello degli astenuti o contrari. Perché l’Unione Europea si è astenuta? In una lettera pubblicata dai Ministeri degli Esteri europei (io l’ho trovata in quello croato  e lituano) si dice che gli astenuti sono ovviamente contrari al nazismo, avendolo chi più chi meno provato sulla propria pelle. Tuttavia, si dicono perplessi, su questioni prettamente giuridiche e/o “di competenza” che toccano il tema (il ruolo di un commissario specifico mondiale contro il nazismo), su questioni storiche (perché il nazismo sì e lo stalinismo no?) ma, soprattutto, si dicono perplessi dal contesto politico attuale: “Siamo fortemente preoccupati dai tentativi fatti dal principale proponente (la Russia, ndr) volti a distorcere l’importante obbiettivo di combattere il neonazismo nel contesto dell’attuale crisi in Ucraina [considerando che] nel 2014 tale proponente ha violato leggi internazionali e i principi fondamentali dell’ONU, circa l’annessione di parte di uno Stato sovrano proprio sotto il pretesto di combattere il neonazismo”. Detta con la sintesi delle parole del rappresentante italiano, a preoccuparci è la sincerità della proposta, ovvero che sia l’ennesimo tentativo russo di gettare ombre su americani e ucraini; i quali, infatti, hanno votato contro per la gioia della propaganda russa (e qui non linko i siti filogovernativi russi perché sì, mi stanno sulle palle).

Insomma, come si diceva, possiamo vederla in due modi. O usciamo in Piazza a festeggiare in lacrime il fatto che i Paesi del Medioriente si sono impegnati tutti contro la negazione dell’olocausto e che i partiti che oggi inneggiano a Putin (dalla Lega al Front National) rinunceranno finalmente alla loro componente diretta o indiretta nazifascista (Casa Pound); oppure alziamo un sopracciglio nella speranza che tali prese in giro prima o poi finiscano.

 

Pistole

in politica/società by

Chicago, 1961. Moses Herzog, come Dimitri Karamazov, convinto da una lettera della domestica che la sua ex moglie e il suo nuovo compagno maltrattino la figlia, recupera una pistola d’epoca dalla casa del padre e si dirige verso l’abitazione di lei. Dalla finestra, però, riesce a intravedere una normale scena domestica e, deluso, torna a casa. Il giorno dopo viene coinvolto in un incidente d’auto, la polizia ritrova la pistola (carica) sul cruscotto, ed Herzog è costretto ad un imbarazzante confronto con la ex moglie di fronte ad un poliziotto decisamente poco partecipe delle sue disgrazie. Alla fine, il fratello avvocato riuscirà a far cadere le accuse e a tirarlo fuori dai guai.

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Grande commozione per le parole del presidente Obama: parlare di stragi da arma da fuoco sta diventando routine. Si chiede di paragonare le vittime da arma da fuoco negli Stati Uniti alle vittime da terrorismo. Si chiedono misure straordinarie, l’introduzione di controlli all’acquisto e detenzione di armi, come negli altri paesi avanzati. In realtà gli Stati Uniti sono considerevolmente disomogenei in materia: dall’Alabama a Washington, D.C., le regole per acquistare e detenere armi possono passare da un contesto assolutamente deregolato a uno de facto paragonabile a uno stato europeo. Gli Stati piú permissivi, peró, non sembrano essere piú violenti…

guns

(indice sull’asse delle ordinate basato su questi dati)

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Nel 1992, l’inizio della Presidenza Clinton fu marcato da due grandi obiettivi: iniziare la riforma sanitaria e affrontare il problema della diffusione della diffusione di armi da fuoco. Gli sforzi per raggiungere il secondo obiettivo culminarono nel Federal Assault Weapons Ban, un limite alla produzione e al possesso di armi automatiche, semi-automatiche e in generale appartenenti alla categoria che negli Stati Uniti è chiamata “assault weapons”. Tale limite, però, essendo temporaneo, era sottoposto a rinnovo discrezionale. Sforzi bipartisan per rinnovarlo, nel 2003-2004, furono privi di esito. Secondo uno studio di tre ricercatori in università statunitensi, il mancato rinnovo della legge ha prodotto effetti fuori dagli Stati Uniti: gli stati messicani piú vicini al confine hanno visto aumentare in maniera drammatica la violenza da arma da fuoco nei mesi immediatamente successivi. Nel frattempo, secondo un altro studio, a cambiare è la cultura delle armi: negli ultimi decenni sono diminuite le armi da fuoco possedute dai cittadini americani, e di pari passo sono diminuiti i crimini connessi al loro possesso.

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La maggioranza degli assassini e delle vittime, nei conflitti da arma da fuoco, è afroamericana.

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Il posto fisso è sicuramente l’ossessione di molti. Lo era anche per il promettente studioso di origine bielorussa, Valery Fabrikant, il quale non avendo ottenuto l’ambita tenured position presso l’università canadese nella quale lavorava, ha pensato di vendicarsi compiendo una strage tra i suoi colleghi. Ciononostante, forse per mostrare ai sopravvissuti di esser degno della posizione che gli fu negata, Fabrikant continua a lavorare sulla sua ricerca…12077156_10153062661505588_1418738288_n

Il caos incontrollato part two (A fancy life)

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“L’inerzia (violenta) di Gùero testimonia la sua debolezza, non la sua forza, perché la verità è che è a corto di risorse. Terrà anche in pugno lo Stato di Sinaloa, ma la sua amata terra natia non ha sbocchi al mare. Non potendo usare la Plaza, Gùero deve pagare El Verde per far passare la sua droga dalla Plaza di Sonora, o pagare Abrego per farla passare dal Golfo, e potete scommettere che quei due avidi vecchi bastardi lo spremono a dovere per ogni oncia di prodotto che attraversa i loro territori. No, Gùero è quasi al capolinea: gli omicidi degli zii e dei cugini dei Barrera (nemici di Gùero) non sono che il canto del cigno.” (Il potere del cane, Don Winslow).

Nella puntata precedente abbiamo spiegato la forma tattica che gli Usa stanno attualmente utilizzando nella politica militare ed estera, quella del cd. caos controllato: si interviene e si destabilizza una determinata area per gettarla nella confusione più totale e nel disagio politico. Si crea un focolaio e si mettono in atto una serie di provocazioni per saggiare le posizioni avversarie e sottoporle a logoramento. Il caos produce indebolimento politico, funzionale quest’ultimo a rendere i “destabilizzati” totalmente succubi della potenza “muscolarmente” più forte.

Ma quando per avere controllo di una situazione ti giochi la carta del “seminare panico e creare instabilità”, lo fai perché non hai la forza per intervenire direttamente e mettere subito a posto la questione. Infatti è una forma che si addice ai contesti di guerriglia, dove vi è uno sproporzionato spiegamento di forze in campo ed i guerriglieri non potrebbero mai affrontare uno scontro sullo stesso piano delle forze dominanti. E quindi usano/applicano metodi non convenzionali ed asimmetrici. Un’ assai simile tattica venne ad es. utilizzata da Lawrence d’Arabia nel corso della “Guerra nel deserto” contro i turchi: “colpire con mille punture di insetto il rinoceronte turco, sino a farlo stramazzare al suolo”, per immobilizzare durante il primo conflitto mondiale l’esercito dell’Impero Ottomano schierato in Medio Oriente.

Se gli Usa permangono ancora da un lato il paese dominante nella scena internazionale, dall’altro la loro influenza non ha più effetti di controllo regolante. E parliamo naturalmente di “muscoli e forza”.

Incontro un mio amico esperto di strategia militare che sta per partire per una missione nelle galassie asiatiche: “ Gira questa pubblicazione dell’aviazione australiana, quindi un soggetto imparziale, relativa ad una loro simulazione computerizzata di una battaglia aerea su larga scala tra forze che impiegano armamento occidentale e forze che impiegano armamento russo. E’ venuto fuori che una qualsiasi nazione che ha la capacità di schierare sul campo almeno 400 aerei di tipo Sukhoi 27 o superiore, é in grado di annientare l’aviazione americana o US Air Force. Ora, contando solo Russia e Cina parliamo di almeno 1500 Sukhoi 27 e forse altri 700 800 mig 29. Questo significa che la NATO gliela può sucare. Se poi ci metti tutti i vantaggi logistici che ha la Russia, ovvero carburante illimitato, possibilità di nascondere fabbriche e depositi in Siberia quindi un posto inaccessibile senza essere distrutti, si capisce ancora di più che Europa e Usa possono solo bluffare su un’opzione militare.

Tra l’altro c’é una particolarità: nella simulazione si ipotizza che gli USA impieghino aerei di ultima generazione come f35 e f22, il che dimostra che sono aerei che costano tanto e non valgono un cazzo in una guerra convenzionale perché verrebbero superati a causa del loro basso carico bellico che possono trasportare.

Ti ripeto: stiamo parlando non di tenere testa o ridimensionarne l’efficacia. Stiamo parlando, con dati imparziali alla mano, della possibilità concreta che l’aviazione americana venga annientata (1,2).

A questo aggiungici quanto dichiarato recentemente dalla sottosegretaria statunitense per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Rose Gottemoeller, e cioè che la Russia ha più missili intercettori antibalistici degli Stati Uniti: sono 68 gli intercettori del sistema antimissile balistico di Mosca (24 in più dei 30 intercettori attualmente dispiegati dagli Stati Uniti in Alaska e dei 14 che prevede di schierare)”.

Gli Usa hanno davanti a loro altri tre forse quattro decenni di predominanza, ma è nei fatti che Russia e Cina si stanno ergendo tendenzialmente a suoi competitors presto quasi alla pari. Altri paesi si vanno rafforzando, ma non riusciranno ad oltrepassare il loro essere subpotenze regionali in quanto non incidenti/incisivi in più vaste aree mondiali.

Russia e Cina continuano a fare accordi per incrementare la loro forza comune giocando con gli Yankee su due sponde opposte. La Cina, sempre disponibile a mediazioni con gli americani anche perché ne è il primo detentore estero di debito pubblico, è forte economicamente ma meno sul piano militare. Discorso ben diverso invece per la Russia, che dal punto di vista militare ‘cammina sul ponte a testa alta e petto in fuori’.

Proprio per questo Putin si è beccato le sanzioni economiche dell’Ue via Usa e le scorrettezze personali e di violazione dell’etichetta diplomatica che gli sono stati riservati al vertice G20 australiano di Brisbane, conclusosi qualche settimana fa. I russi però non perdono lucidità e giocano  la loro partita.

1)A fine Ottobre hanno testato la fragilità della capacità di risposta dell’aviazione di alcuni paesi NATO nel Nord, nell’Ovest e nel Sud-est dell’Europa. La Nato vive ormai sul chi va là ed in allerta panica H24. 2)Prima di partire per l’Australia, Putin stesso ha allusivamente accennato alle rappresaglie economiche messe a punto dal Cremlino per punire Washington e Berlino. Rappresaglie che minacciano di moltiplicare il tasso di disoccupazione della Germania ed erodere, attraverso un sottile gioco di alleanze con Pechino, l’egemonia statunitense sul mercato del petrolio e dell’energia. «La nostra collaborazione con la Germania garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti rischiano di andare perduti. Certo possono essere trovati nuovi accordi, ma resta da vedere che tipo di accordi saranno. Non è così semplice». 3)Quasi come a voler già intravedere un inizio di allineamento degli schieramenti in uno scenario di conflitto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, lo scorso venerdì, una proposta della Russia riguardante la volontà di condannare i tentativi di glorificazione dell’ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra. Gli unici tre paesi a votare contro tale proposta sono stati gli Stati Uniti, l’Ucraina e il Canada, mentre le delegazioni degli Stati membri dell’UE si sono astenuti dal voto. 4) Le casse vuote del Front National hanno appena ricevuto una prima tranche di due milioni di euro sul totale dei nove ottenuti in prestito dalla First Czech Russian Bank, un piccolo istituto russo di proprietà di Roman Yakubovich Popov, uomo vicino al premier Medvedev e al presidente Putin.Una banca vicina al presidente russo che finanzia il prossimo presidente della Francia, Marine Le Pen che soppianterà quello ‘socialista’ che andava a prendere l’amante con lo scooter.

Putin sa che le provocazioni continueranno ed è ben consapevole che reazioni più dure sarebbero per lui sconvenienti in quanto provocherebbero un ancor maggiore allineamento atlantico dei paesi UE e renderebbero difficile l’eventuale rafforzarsi in essi di tendenze sovraniste che inizino a ridiscutere tale alleanza.

Nel continente chi è pro euro oramai puzza di pesce marcio e viene brutalmente considerato (percezione generalizzata egemonica) come un affamatore di vite e di patrimoni. Che credibilità possono oramai avere un Draghi o un Prodi o uno Juncker e simili? Si lamentano del fatto che la barca che loro guidano navighi male. Però non è che si fanno da parte, stanno sempre lì. Secondo il capo economista di Standard & Poor’s, Jean-Michel Six, “avvicinandoci al 2015, nell’Eurozona sono aumentati i rischi di una terza recessione dopo il 2009 e il 2011″. La Bce e le istituzioni italiane stanno spingendo per la creazione di una bad bank che, in vista di un eventuale collasso, si possa accollare i crediti spazzatura degli istituti per ripulire i bilanci e di fatto garantire la sopravvivenza del sistema.

L’Europa sta implodendo, ma mentre gli Usa premono sull’instabilità fine a se stessa per mantenere le redini del gioco, i russi fanno affidamento invece all’evolversi della fase ed in questo mostrano maggiore concretezza e visione strategica, monitorando gli sviluppi che entropicamente non potranno essere arginati da qualche intervista di Mario Draghi o qualche annuncio della Merkel.

Obama e i suoi strateghi hanno provato ad isolare il presidente russo cercando di far leva sulla paura del rimprovero, della punizione, della disapprovazione altrui per metterlo in riga ed influenzarne il modo di reagire. Ma tutto questo è stato fatto svincolandolo dall’effettivo processo storico che sta montando. E’ come se stessero affrontando la fase storica come una questione personale, disvelando paradossalmente che quella paura di isolamento appartiene a loro, come se fosse un senso di colpa recondito: la vergogna, la paura di perdere l’immagine ed il ruolo in cui ci si è identificati, di diventare permalosi e vulnerabili, dipendenti o isolati, alternando schizoidi complessi di inferiorità a feroci deliri di superbia. Sempre dopo lo spavento di perdere influenza e potere, ovviamente.

Putin, smascherando tale meccanismo paralizzante, si gioca la partita tenendo ben presente l’importanza strategica decisiva rivestita dal nostro continente di cui ormai nessuno è più consapevole. La supremazia o il declino statunitense si giocheranno non nel Pacifico come si cerca di sbandierare dozzinalmente, ma in Europa, che, anche se in pieno sfacelo politico e culturale, 1)rimane sempre rilevante economicamente, 2)si pone come “scudo” di fronte alla stessa Russia e 3) è importantissima per il controllo della zona mediorientale e africana.

La cruda verità è che gli Usa stanno pagando il loro scarso e mediocre approccio teorico nell’analisi dei processi che si sono messi in moto dopo la caduta del muro di Berlino. Avevano già impacchettato e piazzato sul mobiletto del soggiorno la loro ‘Fine della storia’ come uno di quei prodotti facilmente acquistabili a saldo al centro commerciale il sabato pomeriggio. “Tanto, quando avremo problemi risolviamo tutto mandando i nostri gorilla a menare le mani”, si ripetevano baldanzosi e gongolanti. La fine della storia l’avevano impacchettata con la globalizzazione che 1)avrebbe unificato popoli e territori, 2)con la supervisione di organismi di governance universale, 3)a partecipazione pluristatale, 4)interdipendenza e interrelazione, 5)per il benessere economico dell’umanità, 6)in un clima politico rasserenante, 7)il conflitto, questo residuo preistorico, sarebbe stato preventivamente represso per la sicurezza di ciascuno, 8)soprattutto quando emergeva in quelle periferie recalcitranti del globo che non riuscivano ad adattarsi alla subordinazione mercantile e bellica Occidentale. Sogni. Stronzate. A fancy life. Tutto blu e luccicante. Tutti annunci di facce di gomme sorridenti in televisione. Poi una mattina ti svegli e scopri che vecchie nazioni riemergono economicamente e militarmente e ti infrangono il sogno. E nella televisione non ci sta più la faccia di gomma sorridente, ma il crollo finanziario globale e la fine dell’influenza risolutoria politica-militare.

Cina e Russia si avvicinano. Gli Usa non rimangono a guardare. Le frizioni emergenti sul lato commerciale sono appena l’antipasto di quello che, nel medio-lungo periodo accadrà a livello di scontro politico ed anche di confronto militare. Tale contesto segnato dalla crisi dei rapporti di potere tradizionali, conferma che probabilmente nel prossimo futuro nessuna potenza sarà in grado da sola di imprimere un ordine complessivo al mondo. Sarà dunque responsabilità tanto degli stati emergenti quanto dei vecchi egemoni, assicurare che alla diffusione della potenza corrisponda non il semplice caos, ma un preciso ed innovativo assetto dei rapporti internazionali(3). Nel mentre si procederà verso un più acuto e stabile policentrismo, l’attrito tra i rapporti di forza farà entrare in crisi il sistema e lo sbocco naturale sarà un conflitto bellico. Alla fine del quale, raccolti corpi e feriti, si instaurerà un assetto si di governance globale, ma che poggerà su basi negoziali e non più sulla muscolarità unilaterale degli Yankee.

“Il nostro gioco preferito era Babà. Quando i nostri genitori non ci guardavano, nuotavamo fin dove ci reggeva il coraggio. Il primo che aveva paura e tornava indietro, perdeva.
Naturalmente perdevo sempre io.
Anton era di gran lunga il più forte e aveva tutti i numeri per vincere.
Fu l’ultima volta che nuotammo insieme lontano e in mare aperto sapendo come sempre che ogni bracciata verso l’orizzonte era una in più che dovevamo fare per tornare a riva.
Ma quel giorno successe qualcosa di diverso. Ogni volta che Anton cercava di distaccarmi mi trovava sempre vicino a se.
Poi finalmente accadde l’impossibile.
In quel momento della nostra vita si vide che mio fratello non era forte come credeva e io non così debole. E quel momento rese possibile tutto il resto.”


Soundtrack1:‘1000 Dreams’, Dead Meadow

Soundtrack2:‘Rains in the desert’ Dead Meadow

Soundtrack3:‘California’, Mina-Giannini

Soundtrack4:‘Na bella vita’, Almamegretta-Gragnaniello

Soundtrack5:‘Quarantined’, At the Drive in

Soundtrack6:‘Asteroid’, Kyuss

Soundtrack7:’Whitewater’, Kyuss

Soundtrack8:‘Requiem’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack9:‘String Quartet No.1’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack10:‘Ta ra ta ta (Fumo blu)’, Mina

Il caos ‘incontrollato’ di Obama

in mondo/società/storia by

La stella calante di Obama ha avuto un sigillo formale l’altra sera con le elezioni del midterm. Mi vengono in mente tutti quei sermoni avventati di giubilo ed entusiasmo quando venne eletto nel 2008: “E’ un grande”, “Cambierà la storia”, “Il mondo ha una speranza in più”, “Sicuro, lo ammazzeranno, lo ammazzeranno come Kennedy”. Un giorno in libreria mi ritrovai in mano il libro dei suoi discorsi. Stavo per prenderlo, ma quando notai la prefazione di Walter Veltroni lasciai perdere ed uscì immediatamente.

Con Obama venne portata avanti un’operazione politica di una parte dei democratici, intelligente e ben precisa: spingere al massimo al potere un politico afroamericano in una situazione di emergenza che rischiava di sfuggire di mano, con le banche che fallivano, poveri disgraziati incazzati e disperati a cui avevano fregato tutti i risparmi, licenziamenti di massa (come dimenticare le scene degli impiegati che uscivano dagli uffici con gli scatoloni), gente che dormiva nelle macchine, fabbriche chiuse, case abbandonate e svuotate di ogni bene e valore.

Insomma, gli Usa stavano nella merda. Un attimo ancora e la condizione standard di vita sarebbe stata l’estensione quotidiana della famosa “Notte del Diavolo” di O’Barriana memoria (dal film “Il Corvo”), dove bande di disperati, strafatti di cocaina e crack, alcolizzati, perdigiorno senza pietà, banditi, stupratori, senzatetto ed anarchici predatori violenti mettevano a ferro a fuoco quartieri ed intere cittadine senza scrupoli di sorta e senza che le forze dell’ordine potessero farci nulla. (Lo so, una vera figata).

Serviva un coupe de theatre per disinnescare questa tendenza potenziale, e lo spingere un afroamericano fino a candidarlo alla presidenza fu una mossa giusta. Tra l’altro, alle primarie, riuscì ad imporsi sulla Clinton, un osso veramente duro. Ed eccolo, Barack, l’innovatore della comunicazione politica, a sfidare l’ingiustizia, senza giacca con la camicia bianca e la cravatta, con i suoi magnetici discorsi contro l’avidità e la guerra, con la speranza ed i toni da “non lasceremo nessuno indietro nè mai solo”. Ora questa storia sta volgendo al termine. E non tutti vivranno felici e contenti.

Naturalmente il problema non è Obama. Come tutti gli imperi che la storia ha conosciuto, anche quello americano si avvia o si avvierà verso una lenta ed inesorabile fine. In questo arco temporale il destino ha voluto che ci fosse Barack. Non è stato affatto un presidente dalle riforme epocali o significative. Ma che poteva fare? La situazione era ed è quella che è. Qualcosa di buono è riuscito pure a portare a casa. Ci dispiace, ma è logico che a tutti quelli che nel 2008, con contentezza esagerata ti urlavano in faccia cose tipo “Combatterà contro i soprusi delle banche”, “Gli americani non faranno più guerre”, “E’ la nuova sinistra contro le diseguaglianze” etc etc, un doveroso “Ragazzi, datevi una calmata, Lexotan e passa tutto”, come lo dicemmo allora, lo confermiamo oggi.

Gli Usa stanno giocando una partita difficile. Non sono più la superpotenza di una volta in un contesto generale tra l’altro mutato e non più favorevole. Sono in difficoltà tattico/strategica in politica estera. Hanno sì ancora un primato tecnologico/militare che però, se non è ancora stato raggiunto e tamponabile, poco ci manca, e non è detto che basti. Hanno un problema che non riescono ad arginare che si chiama Cina, il cui Pil ha da poco superato il loro. Anche se pare evidente che il dragone rosso più che voler sostituire gli Usa nella catena capitalistica di comando , ne è entrato in simbiosi assorbendone il debito ed incamerandone il reddito da capitale fittizio.Ma resta pur sempre un problema.

Attualmente la tendenza geomilitare che gli States hanno adottato è quella di far casino. Tutti gli scenari di guerra più importanti, Siria, Ucraina, Iraq, Libia, sono stati innescati da loro, forzandoli fino ad un’apparente irragionevolezza. Tutte crisi volte non ad una stabilizzazione effettiva delle aree interessate. La strategia è seminare il panico ovunque e creare instabilità in nome di una sorta di caos controllato che rischia però di sfuggire di mano trascinando gli alleati in un pantano internazionale che può finire male. Perché anche se non sembra, questa roba può finire veramente male.

Emblematici sono i fatti sul filo del rasoio che hanno riguardato l’Ucraina. Ad esempio, è lo stesso John Biden, in un lungo discorso all’Università di Harvard,  ad aver serenamente ammesso che sia stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin e ad aver obbligato i Paesi europei ad adottare sanzioni contro la Russia, contro la loro volontà. “Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.(…) “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

E poi, sempre Biden, sul famigerato Is che quindi così famigerato non è: “Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

A conferma implicita che l’Isis altro non sia che un Frankenstein uscito dal laboratorio/controllo di alcune agenzie di intelligence occidentali e finanziato dai petroldollari delle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) alleate storiche degli Usa (e dei suoi centri finanziari) e da sempre fiancheggiatrici dei movimenti jihadisti in tutto il mondo, da utilizzare come strumento indiretto per creare caos ed instabilità nell’area, sempre in chiave antirussa.

Tutto in nome di quella strategia del caos controllato che spinge a scelte, alleanze e comportamenti schizofrenici ed anche a figuracce non di poco conto. La crisi siriana con conseguente retromarcia ne ha rappresentato l’esempio lampante. L’ operazione anti Assad terminò sostanzialmente non appena la flotta russa del Mar Nero si posizionò nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra. Poi continua indirettamente tramite l’Is, ma questa è un’altra storia spiegata qui.

Per non parlare dell’appoggio iniziale alle primavere arabe contro tutti i regimi laici del nord Africa (molti dei quali alleati) che rappresentavano comunque, nonostante la corruzione e l’autoritarismo, un argine al dilagare dell’estremismo islamico. Tunisia, Egitto, Libia, Sudan e la deriva irachena, la guerra civile in Siria, tutti atti  sobillanti una spregiudicata destabilizzazione dell’intera area per favorire l’insorgere dell’integralismo sunnita dal nord Africa al Medio Oriente, quella mezzaluna oggi attraversata dall’ondata islamista che ha raggiunto i confini della Turchia.(*)

In spicciola sostanza, per creare disordine e casino, autogenerando un nemico che impegnasse le democrazie in una guerra per la sopravvivenza dei propri valori laici e civili (ma quando mai), in funzione di un nuovo ordine globale che non si capisce cosa sia e dove voglia arrivare. Cose tra l’altro criticamente osservate negli stessi States da noti esponenti della destra libertaria americana come Ron Paul e filosofi come Tibor Machan, amputate tramite pretestuose accuse di complottismo .

Secondo l’accademico e consigliere presidenziale di Putin Sergey Glaziev, gli Stati Uniti “contano di superare la crisi e riavviare la crescita economica per mezzo di una guerra su vasta scala in Europa ed accendendo una serie di conflitti su tutto il pianeta . Essi preferiscono condurre le guerre non direttamente, bensì ricorrendo alla corruzione delle élite al potere, aizzando gli uni contro gli altri; le truppe Nato intervengono solo dopo che si è riusciti a indebolire a tal punto il nemico, che non è più in grado di opporre resistenza”.

Venuto meno il Patto di Varsavia, ossia l’esistenza di un nemico comune, il mondo è diventato qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto conosciuto tra il 1945 e il 1989, ed in questo nuovo scenario tutto torna in gioco. Le linee dell’amicizia e dell’inimicizia di ieri restano sì, ma appiccicate con la saliva. Tutto è un decifrare in divenire. Una condizione per molti versi simile a ciò che precedette il 1914, con gli Usa che, con tutte le dovute differenze del caso, si ritrovano in una posizione non diversa da quella della Gran Bretagna a ridosso della seconda guerra mondiale, ovvero la più potente forza politica militare presente a livello internazionale.

Obama e chi per lui, sono nella non facile posizione di dover compiere una serie di atti in una situazione di debolezza strutturale che limita gli States non poco. E’ come se, con la strategia del caos controllato, avessero deciso di adottare linee da guerra asimmetrica, che sono soliti utilizzare i gruppi guerriglieri contro gli stati coloniali ed oppressori.

L’insegnamento di Clausewitz sul rapporto tra politica e guerra secondo cui l’insieme dei fattori politici, economici, sociali e culturali che fanno da sfondo alla guerra devono essere costantemente tenuti a mente, diviene a questo punto assolutamente fondamentale e centrale per capire perché sia avvenuto questo capovolgimento di movimento e posizione.

Siamo davanti ad una frenata dell’economia globale contro la quale possiamo fare ben poco, anzi niente. L’unica cosa certa è che dopo sette anni di crisi ne abbiamo davanti altri quattro pericolosi. Nei Paesi europei il numero dei disoccupati è salito a oltre 26 milioni e non esiste un benché minimo segnale di controtendenza.. L’attuale situazione non risponde più ai criteri cui eravamo abituati dalla caduta del Muro di Berlino. Il concetto di “locomotiva economica”, ad esempio, non è più applicabile poiché oggi nessuna economia nazionale è in grado di trascinare le altre come ha fatto quella americana negli anni passati. La crisi fiscale ha depotenziato tutti gli organismi statuali. Le ondate migratorie non si arrestano e fanno aumentare le tensioni sociali tra i ceti medio bassi.

Tutto converge verso la necessità di una soluzione drastica, che dovrebbe voler dire guerra generalizzata come occasione di rigenerazione del ciclo economico, come è sempre accaduto escludendo questi ultimi 70 anni e passa ormai di tregua eccezionale.

Naturalmente a tutt’oggi uno scenario simile appare irrealizzabile e visionario. Prevalgono diffusi luoghi comuni del tipo “Eee seee, se scoppia la guerra possono usare la bomba atomica e quindi distruggono il mondo. Per questo non ci saranno più guerre”. Come se le operazioni militari riguardassero solo l’uso delle bombe atomiche. Quasi nessuna delle generazioni viventi ha avuto a che fare direttamente con esperienze di conflitti bellici. Le guerre alle quali abbiamo assistito in questi anni sono sempre state lontane, “immateriali”, distanti dalla vita reale e concreta delle popolazioni. Nessun “cittadino normale” ne era direttamente coinvolto. A combattere erano volontari, militari professionisti e specializzati in sperdute zone del mondo che non saremmo riusciti ad indicare nemmeno nella cartina geografica del Risiko. E si è sempre trattato di “operazioni umanitarie”, “operazioni di polizia”.

Lo strapotere tecnico/militare può non bastare se corroso da mille contraddizioni e problemi. Per questo motivo l’amministrazione Obama cerca di accedere ad un futuro prossimo procrastinando la sua leadership globale  tramite azzardi, spesso anche contradditori, e spregiudicate scommesse clandestine che innescano mutamenti rapidi e molto rischiosi su teatri mai realmente stabilizzati, come Medio-oriente e Africa. Per intervenire (vero problema) poi ad Est a frenare l’ascesa dei giganti asiatici che costituiscono una grave e diretta minaccia alla sua sicurezza.

E’ una questione di rimodulazione di rapporti di forza che tendono a mutare in conseguenza di trasformazioni diversificate, geografiche ed economiche in primis e delle resistenze che inevitabilmente si mettono in moto. ‘Il disordine internazionale di questi ultimi tempi è la conseguenza di queste scelte che sono pur sempre derivanti da trasformazioni storiche oggettive, attinenti alla riconfigurazione dei rapporti di forza tra potenze sulla scacchiera mondiale. I piani americani, per quanto generici e nebulosi, sono dettati dalla consapevolezza che i precedenti equilibri politici, sociali e, persino, culturali non servono più efficacemente la causa del loro imperio. In questo sforzo di chiarificazione del loro stesso destino  gli States saranno disposti a sacrificare partner e valori universali.’(1,2)

Tutto questo, legittimo e ‘naturale’, verrà fatto, è bene saperlo, a costo di forzature che portate fino alle estreme conseguenze potrebbero partorire scenari e processi aperti ad ogni tipo di evoluzione. Anche ad un vero e proprio conflitto mondiale.

Soundtrack1:’Nessuno fece nulla’, Csi

Soundtrack2:’Information of death’,Neon

Soundtrack3:’Un mondo nuovo’, Neffa

Soundtrack4:’Nightcall’,Kavinsky

Film1:’I figli degli uomini’ Alfonso Quaròn

Film2:’Ken Park’, Larry Clark e Edward Lachman

Russia vs Ucraina? Perde l’Europa

in mondo/politica by

Riporto le riflessioni (trovate qui) del prof Guido Carpi, insigne slavista dell’Università di Pisa, sulla questione Russia/Ucraina.

“ Date le dimensioni che sta assumendo la crisi ucraina, meno cazzate si dicono – meglio è. Cerco dunque di fare il punto per offrire qualche strumento di riflessione. Su tre piani: politico, geopolitico, economico.

Piano politico.
Il regime putiniano è nato alla fine degli anni 90, sull’onda di una drammatica crisi sociale (che durava dalla fine dell’Urss), del default che nel 97 ha impoverito quel po’ che restava della classe media, dello shock per la guerra cecena. È un regime che nella sostanza si configura come una corporazione di potentati economico-mafiosi-poliziesco-militari con estroflessioni politiche che danno un’apparenza di democrazia; tale regime sfoggia una retorica interclassista, tradizionalista (bigottismo religioso, conformismo, etc.) e trae la propria reale legittimazione dal senso di minaccia, di accerchiamento, di voglia di revanche (nonché dall’effettivo miglioramento delle condizioni economiche della maggioranza dei russi).

L’Ucraina non è messa meglio. Per due decenni, l’apparentemente vivace confronto politico era determinato dal fatto che i gruppi mafiosi di cui i partiti sono l’estroflessione non avevano formato una cupola, come in Russia, ma si combattevano fra loro, utilizzando a tal fine la retorica dei contrapposti nazionalismi. Attualmente, il governo è formato dai rappresentanti dei due segmenti di popolazione che hanno “fatto il Majdan”, ossia defenestrato il precedente governo con l’appoggio dell’intelligence occidentale (soprattutto tedesca e polacca): 1) da ricchi ultraliberisti filoatlantici, espressione del ceto medio giovane e globalizzato della metropoli e delle (poche) altre grandi città; 2) da nazisti militarizzati, espressione delle regioni occidentali. Si tratta di gruppi molto diversi: i giovani del ceto medio metropolitano sono frustrati da anni di crisi economica e sognano l’Occidente come panacea; i nazisti traducono l’arretratezza e il sottosviluppo agrario dell’Ucraina occidentale in un mito ideologico totalizzante. I primi sono antirussi in quanto FILO-occidentali; i secondi sono antirussi in quanto antirussi, ma sono anche ANTI-occidentali. A tenere insieme i due gruppi – divisi su tutto il resto – è SOLO la retorica antirussa: per stare insieme, devono avere un nemico esterno e interno – i russi.

In una frase: attualmente Mosca e Kiev traggono entrambe legittimazione dal conflitto. La Ue avrebbe dovuto contribuire a disinnescare la cosa, anziché schierarsi.

Punto geopolitico.
Russia e Ucraina (centro-orientale) hanno una storia condivisa per secoli, tradizioni e lingue affini e interconnesse. La Russia può accettare un Ucraina indipendente (negli attuali confini, del tutto arbitrari, decisi da Stalin nel 1945) solo in forma di semi-protettorato, o almeno di Stato neutrale. Il brusco scivolamento di Kiev su posizioni filooccidentali e filoatlantiche non poteva portare che al risultato odierno: le zone contese sono abitate in grande maggioranza da russi; senza la Crimea, Mosca perde di fatto l’accesso militare al Mar Nero e al Mediterraneo; le regioni dell’Est dette oggi “nuova Russia” sono il cuore industriale dell’Ucraina, ed esportano al 95% in Russia. Del resto dell’Ucraina (inclusa Kiev), Mosca non sa che farsene, almeno in termini geopolitici.

Da questo punto di vista, se Europa e Usa (invece di premere su una radicalizzazione dello scontro e criminalizzare Putin) avessero lavorato per arrivare a uno status neutrale e\o internazionalizzato delle aree ucraine sensibili per Mosca – in termini geopolitici il conflitto sarebbe stato disinnescato. Aggiungo anche che il problema NON è Putin: con l’aria che tira, chiunque venisse oggi eletto al suo posto tramite elezioni veramente libere – sarebbe certamente molto peggio di lui, probabilmente verrebbe eletto una specie di nazista.

Punto economico.
Qui si fa alla svelta. L’embargo alla Russia metterà in ginocchio le aziende italiane e ci costerà circa un miliardo all’anno (siamo il secondo esportatore in Russia dopo la Germania); dalla caduta in mani occidentali dell’infrastruttura gasifera ucraina (tubi di trasporto, si capisce: il gas è e resterà russo) ci guadagneranno solo le multinazionali: i russi, ovviamente, si rifaranno delle perdite facendo pagare più caro il gas ai consumatori occidentali; embargo e deprezzamento del rublo – a parte i disagi per la popolazione russa (che comunque indirizzerà il proprio malcontento contro l’Occidente, aumentando ancora il sostegno a Putin) – avranno un effetto corroborante per l’industria leggera russa, e spingeranno i russi a comprare in Cina ciò che noi non gli vendiamo (si stanno già attrezzando da anni).

Alla fine, a rimetterci saremo solo noi europei, che oltretutto dovremo anche accollarci il mantenimento di ciò che resterà dell’Ucraina, un paese in crisi economica spaventosa, con un pil inesistente e un tessuto sociale distrutto dall’emigrazione di massa.

Conclusione generale pratica: chi guida la politica estera della UE (non parlo della Mogherini, ovviamente) sta facendo di tutto per cacciare Russia, Ucraina e soprattutto Europa in un disastro senza scampo.

Conclusione generale lirica: Il risultato a lungo termine di tutto ciò è che due popoli da sempre fratelli, mescolati, meticciati e destinati a condividere areale politico, economico e culturale – stanno irreversibilmente imparando a considerarsi a vicenda come nemici. È una tragedia epocale, almeno per coloro ai quali di tutto ciò frega qualcosa.”

A chi vuoi che freghi qualcosa, in effetti. Esultavano per la Mogherini lady Pesc ignorando il tracollo diplomatico che ciò ha significato per l’italia. (Leggere qua per capire la portata di tale disastro). Esultavano per la cd. rivoluzione arancione senza capire che cazzo stesse veramente succedendo. Caspiterina, pure Depardieu ci arriva! Ma in effetti dove mai deve arrivare un paese che ha come leaders principali il bimbominkia cazzaro, il comico sbraitante e sirvietto che ormai quello che doveva fare l’ha fatto e cerca di stare lì ancora per proteggere i figli dalle ‘angherie’ di vecchi e nuovi ‘nemici’. Perché da soli non ce la fanno. E no. E’come se una nazione intera esultasse perché alla sezione ‘Prevenzione omicidi’ delle questure, fossero stati assegnati come responsabili tanti piccoli Jeffrey Lionel Dahmer, il serial killer statunitense noto come Il mostro di Milwaukee o, meglio ancora, Donato Bilancia.

Tutti a cantare “Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei.… Se io rivedendoti fossi certa che non soffri, ti rivedrei….. Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta, ti guarderei…..”, felici a quel karaoke estivo che dovrebbe riscattare, per un attimo, il proprio essere miserabili.

Sia chiaro, ‘dovrebbe’.

Soundtrack1:’Se telefonando’, Mina

Soundtrack2:’Dust’, Cypress Hill

Soundtrack3:’Quello che ci manca’, Maciunas

 

Obama, il Nobel e il pacifismo pret a porter

in mondo by

Insomma, succede che un dittatore, uno come ce ne sono tanti in giro, un giorno decide di reprimere le contestazioni con la forza, colpendo la popolazione civile, contestatori e non. Cominciano allora in Occidente le lacrime, le sbrodolate di appelli, le foto di bambini dilaniati, la conta delle migliaia di morti. Per l’amor del cielo, tra quei morti ci saranno anche inividui poco raccomandabili, gente pronta a rovesciare un regime per metterne su un altro ancora piu’ terribile (vedi la misera fina delle primavere arabe). Ma di sicuro il fatto che questi non siano la versione siriana del Mahatma Gandhi non giustifica che vengano trucidati. Allora il presidente della piu’ grande democrazia del mondo aspetta, sperando che sia possibile una mediazione senza un intervento militare. Le speranze muoiono ben presto. Il regime rifiuta la mediazione e comincia a usare armi chimiche sui ribelli. A qualcuno non e’ chiaro perche’ ammazzare con le armi chimiche sia peggio di ammazzare con le armi normali. Non sanno che l’utilizzo di armi chimiche mette il regime dalla parte del torto a prescindere, il che fa una bella differenza quando se ne discute all’ONU? In ogni caso, il presidente della piu’ grande democrazia in circolazione, quella per intenderci che ci salverebbe il culo in caso di necessita’, comincia a ventilare un intervento in Siria. Apriti cielo, i pacifisti pret a porter cominciano a strapparsi le vesti, accusando la solita America di voler conquistare il mondo. Notare che molti sono gli stessi che postavano foto di bambini dilaniati e contavano i morti.

Ma allora, cari amici che la-guerra-e’-brutta-sempre, mi spiegate che volete da Obama? Se non fa nulla, e’ uno stronzo perche’ non interviene in Siria (magari dicendo che non lo fa perche’ la Siria non ha petrolio). Se comincia a pensare di fare qualche cosa, e’ uno stronzo premio Nobel per la pace guarrafondaio (come se la pace si ottenesse sempre senza fare prima una guerra e il premio Nobel fosse un premio all’antimilitarismo). Cari amici pacifisti, se siete tanto bravi, convincete voi Assad a fare l’amore e non fare la guerra.

Io, non ho problemi ad ammeterlo, non lo so cosa bisognerebbe fare per la Siria. Non sono sicura che l’intervento sia la soluzione migliore, specialmente se gli Stati Uniti non sono disposti ad invadere ma solo a bombardare. Ma dei pacifisti pret a porter che criticano gli Stati Uniti a prescindere, sia che intervengano che non intervengano, ne farei volentieri a meno.

Non ti ho mai amato così tanto: la tormentata love story tra Obama e i progressisti europei.

in mondo by
“Four more years” – 2012.

Ricordi.

Il 4 Maggio 2009, qualche mese prima che Obama ricevesse il suo Nobel per la Pace, un bombardiere supersonico di tipo B-1 sganciò un missile sul piccolo villaggio contadino di Granai, nell’Afghanistan meridionale. Circa 140 persone, in maggioranza donne e bambini, furono ridotti in poltiglia e i loro brandelli sparsi in un raggio di centinaia di metri, insieme a ciò che rimaneva di un grande banchetto nuziale.

Il Pentagono, ovviamente, tentò di nascondere ciò che era appena avvenuto. Mentre l’intero paese asiatico era in fiamme per l’indignazione, i militari  accusarono i Talebani di aver ammazzato loro i civili e di aver imbottito con i cadaveri gli edifici che sarebbero stati colpiti. Dopo qualche giorno il Pentagono ammise qualche decina di morti “collaterali”. Infine, puntò all’oblio indotto dai mass media. Per qualche tempo tutto sembrò funzionare.

In Dicembre, quando Obama ritirò l’ambito premio, l’opinione pubblica mondiale reagì con incredulità e scetticismo. Ma non mancarono molti leader progressisti che considerarono “positivo” il riconoscimento: i social-democratici europei, l’economista Mohammed Yunus; Hamid Karzai, il 14esimo Dalai Lama e persino Fidel Castro. Il presidente del comitato per il Nobel tenne a specificare: “Non abbiamo assegnato questo premio per ciò che potrebbe accadere in futuro, ma per quello che Obama ha fatto nell’ultimo anno.”

Evidentemente quasi nessuno considerò il massacro di Granai responsabilità morale della leadership più militarizzata del pianeta.

Una delle poche voci critiche fu quella del Wall Street Journal:

“Quello che questo premio ci suggerisce… è la fine di ciò che fu chiamato l’Eccezionalismo Americano. La visione secondo cui i valori americani hanno applicazione universale e vanno promossi senza scusarsi, e difesi con la forza militare quando necessario. Inserito in questo contesto, ci chiediamo se la maggior parte degli Americani considererà questo premio alla Pace del Futuro come un complimento”

Il giorno della cerimonia, mostrando forse più franchezza di tanti altri, Obama disse: “Non ritengo questo premio un riconoscimento dei miei successi, quando una conferma della leadership americana.” Più risultava impopolare l’occupazione americana in Iraq e in Afghanistan, più sembrava crescere la popolarità di Obama tra i suoi alleati europei e tra i principali giornali progressisti.

Ma non tutto funzionò. Un video del bombardamento di Granai, ripreso proprio dalla telecamera del B-1 da cui era partito il missile, improvvisamente riemerse dall’oblio. Le immagini, che furono decriptate da Wikileaks nel 2010 e pronte per essere rese pubbliche, mostravano senza alcun dubbio un vero e proprio crimine di guerra. Ma a quel punto la propaganda non aveva altro linguaggio se non quello dei muscoli. Obama e la Clinton fecero di tutto per ostacolare la messa in onda del filmato, che fu trafugato e distrutto da un pentito dell’organizzazione di Julian Assange. La principale “talpa”  dell’intera vicenda, il soldato Chelsea Manning, fu rinchiusa in isolamento durissimo per oltre tre anni e infine condannata – proprio nei giorni in cui un altro scandalo di orwelliana memoria turbava la presidenza, il Data-gate –  a trentacinque anni di prigione.

Il background culturale del consenso.

Nel suo libro L’audacia della speranza, Barack Obama si descriveva come un test di Rorschach – il famoso esperimento psicologico dove alle persone viene mostrata una serie di macchie d’inchiostro, e chiesto di identificare ciò che in esse si vede. Non c’è una risposta giusta. Ma ogni risposta, a suo modo, dovrebbe rivelare le ossessioni e le ansietà del paziente.

Uno degli aspetti più interessanti della storia d’amore tra Obama e la sinistra europea non sono le delusioni – che non potevano non arrivare, viste le premesse – quanto la perdurante devozione, culturale e comunicativa, per questa storia d’amore, nonostante le delusioni.

Secondo un sondaggio commissionato nel 2011, in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna oltre il 70% degli intervistati dichiarava di aver fiducia che Obama avrebbe “fatto la cosa giusta in politica estera”, a confronto del 19% riportato nel 2008 riguardo le politiche di Bush.

Nell’Obamafilia degli europei – come l’ha definita lo scrittore Gary Younge -, specialmente degli europei di centro-sinistra, c’è qualcosa di più profondo e se vogliamo più inquietante della semplice fiducia simbolica nel primo Presidente Africano-Americano, proveniente da una minoranza storicamente oppressa, che ha sostituito il più mostruoso fenomeno da baraccone mai generato dal Texas. Qualcosa che  sembra mostrarci più le debolezze della cultura politica continentale che i meriti di Obama stesso. Sembra che prevalga la voglia di fantasticare su di un leader carismatico, infinitamente più affascinante, abile nell’oratoria, e persuasivo di qualunque altro politico europeo, a dispetto della reale sostanza della sua politica – interna come internazionale. Non c’entra qui il discorso dell’alternativa – dall’altra parte ci sono gli orridi Repubblicani – quanto quello della suggestione culturale, e del mutamento antropologico avvenuto in questi ultimi venti e trent’anni nella medio borghesia di sinistra.

Obama conquista le prime pagine di tutti i giornali quando parla di controllo delle armi e di innalzamento del salario minimo da $7,25 a $9, e l’europeo applaude, senza sapere o voler capire che anche $9 dollari sarebbero una miseria, per gli standard americani, se non fosse che la maggior parte dei salariati più poveri non sanno nemmeno cosa voglia dire “salario minimo”, in un sistema che si basa interamente sulla barbarie delle mance e sull’economia in nero, e con un esercito di clandestini senza documenti ricattati da uno sfruttamento infame, con la minaccia della deportazione in qualunque momento, per una politica migratoria che in cinque anni Obama non è riuscito o non ha avuto interesse a modificare.

Durante la presidenza Obama i sindacati hanno toccato il loro minimo storico: appena l’11% di rappresentanza nelle imprese private; la spesa per i servizi segreti ha raggiunto l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari e per giustificare gli attacchi illegali con i droni in Africa  il Dipartimento di Stato è arrivato a citare nientemeno che una dichiarazione del 1970 usata per giustificare il bombardamento segreto della Cambogia – eppure niente riesce a scalfire il boato di entusiasmo alla notizia che, durante la presidenza Obama, la Corte Suprema ha sanzionato la definitiva legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ogni foto partorita dalla pagina Facebook della Casa Bianca – dopo un’accuratissimo lavoro di selezione, controllo, confezionamento – diventa immediatamente virale, come se non fosse un frutto dell’Establishment che decide il destino dei due milioni di immigrati espulsi ogni anno o degli incarcerati a Guantanamo, ma un segno di spontaneità. E’ cosi’ che il Soft Power si è reso più digeribile alla classe media: non ha bisogno di slogan per l’obbedienza: basta che appaia più familiare alla nostra quotidianità.

Nel Novembre 2012, all’indomani della rielezione di Obama, una foto raffigurante il Presidente americano nell’atto di abbracciare la moglie Michelle, con una didascalia molto semplice: “Four More Years”, demolì qualunque record di diffusione nei social media. Venne ri-postata due milioni di volte su Facebook, oltre un milione su Twitter. Qualche ora prima, al momento di annunciare la sua vittoria, Obama aveva detto, rivolto a Michelle: “Non ti ho mai amato così tanto”.

Il successo mediatico di Obama non si spiega soltanto con un’opposizione impresentabile e un passato recente terribile, ma è il frutto di anni in cui molte aree di conflitto sono state prosciugate da un benessere diffuso in modo iniquo; anni di smarrimento ideologico per i partiti di sinistra incapaci di trovare una piattaforma comune con i movimenti di protesta; anni in cui il radicalismo universitario è stato ridotto al silenzio dalla crisi che costringe tanti a lavori umilianti e deprimenti, mentre città come New York e Los Angeles venivano trasformate in costosissime vetrine militarizzate per il piacere di investitori e turisti – la polizia ha addirittura un ufficio alla New York University, a prevenire eventuali disturbi alla circolazione sulla Quinta Avenue.

E soprattutto, anni in cui la working class, seppur maggioritaria nei numeri, si è trasformata in spettro a livello politico e culturale e mediatico. Ha trionfato al suo posto l’ironia postmoderna, il sarcasmo hipster, il vacuo consumismo narcisista à la Sex & The City imitato da moltissime freelancer europee senza nemmeno la bozza di un contratto, mentre gli scioperi e la classe operaia venivano percepiti quasi come una presenza aliena, un disturbo estetico, un Altro da respingere con fastidio e quasi ribrezzo.

Mentre l’Europa in stallo economico si provincializza -e americanizza- sempre di più, sognando oratori plastificati, metropoli iper-controllate (vedi il percorso di Londra, Barcellona, Berlino, Milano…)  e ignorando ciò che avviene al di fuori dalla sua fortezza, l’America si europeizza sempre di più nella progressiva accettazione della propria decadenza: non più New York (o Roma) ma Costantinopoli: uno spettro dell’Impero che fu, ancora ansimante e con un forte potere decisionale, e che tuttavia continua a irrorare il suo fascino nei bifolchi che lo frequentano – quasi sempre per i motivi più sbagliati.

Le due sponde.

Secondo Zucconi e la maggior parte dei corrispondenti italiani de’ sinistra a New York, il mio è una tipo di anti-americanismo viscerale e cieco. Me ne farò una ragione: vivo a lavoro qui da due anni e non ho sentito un solo americano dirmi che ero troppi “anti”.

Ma perché devo considerare buono e giusto, tanto per dirne una, che la Clinton – icona femminista del XXI secolo – baci e abbracci un criminale di guerra come Kissinger – uno che pianificò scientificamente il golpe in Cile, appoggiò apertamente il regime di Videla in Argentina, mentì al pubblico sull’uso di armi chimiche in Vietnam e sul bombardamento segreto della Cambogia – senza che nessuno dei sopracitati fans obamiani protesti, o faccia una riflessione sui nostri tempi?

E perché quando Murdoch e Bloomberg fanno comparsa in un ristorante da tre stelle Michelen c’è la fila di ragazze che vogliono farsi una foto con loro, mentre quando Berlusconi strinse la mano a Gheddafi  – rifiuto ogni tipo di autoritarismo, ma come ignorare il passato coloniale e monarchico che ha preceduto il dittatore libico? – mi sono dovuto sorbire l’editoriale sarcastico dei Serra, dei Sofri, dei Merlo?

Non ci appartengono, nemmeno per sogno, i deliri dei nostalgici che si sono precipitati da Assad in segno di solidarietà contro l’Impero. Ma perché devo farmi fare la lezioncina sul “nazismo” di Putin – che tra i tanti orrori almeno ha contribuito a dimezzare il numero di poveri in Russia – dai cantori del “guerriero riluttante” Obama, mentre questo paese è alleato con vere e propri lager a cielo aperto come l’Arabia Saudita e il Qatar, dove uno dei giochi preferiti dei ricchi è scannare gli immigrati come polli?

La verità è che il moralismo di questi liberal si attiva solo quando glielo impone l’agenda dei loro padroni (invisibili, come tutti i veri padroni), e chi non ha una voce altrettanto forte non deve sentirsi intimorito né impaurito dall’essere ricacciato in un angolo.

Io non mi sento solo. Con me, anche solo virtualmente, ci sono tanti altri ragazzi, giovani e meno giovani, che protestando e lavorando in spazi minoritari non si sentono affatto turbati dall’accusa di essere troppo “anti” qualcosa. Meno che mai del loro paese: sono americani, lavorano in America e qui hanno vissuto quasi tutta la loro vita. Anche questa è l’America di Obama. Il dibattito mainstream, qui come in Italia, è totalmente tossico, ed è in mano a chi porta Saviano e Yoani Sanchez a tenere lezioni di felicità e giustizia negli atenei. La mediocrità impera tanto tra i benpensanti americani come tra quelli europei. Non illudiamoci di trovare a New York grandi dibattiti sull’Italia che prescindano dal parlare di burrata e mozzarella; proprio come in Italia raramente troveremo in tv qualcosa di meglio di un’analisi del taglio di capelli di Michelle.

La differenza, fondamentale, dolorosa, è che qui gli spazi minoritari possono sopravvivere con più aria, più fondi , più strumenti per agire e farsi sentire, senza elemosinare uno stage o una colonna gratuita in qualche blog da due soldi. Alla libreria Bluestockings di Brooklyn incontri sull’Autonomia degli anni Settanta sono frequenti e fanno il pieno anche in una uggiosa serata invernale. Professori universitari che non temono di parlare di “lotta di classe”, aggiornandola ai nostri tempi, come Joshua B. Freeman, sono letti e ascoltati senza subire minacce. I libri di storia di Howard Zinn sono ancora diffusissimi. Molte organizzazioni volontaristiche cristiane sono attive nelle metropoli e riescono a tenere lezioni sugli effetti dell’Agente Orange in Vietnam e il silenzio di Carter in piccoli centri culturali del Bronx, senza che (quasi) nessuno ne parli.

A questo punto mi piacerebbe concludere non con un’affermazione ma con delle domande: Come allearsi? Come trovare giustizia insieme, unendo i persuasi e i non-alienati tra le due sponde?  Per una nuova, più sana e feconda storia d’amore.

 

Estremamente semplice! (reading list per confonderci le idee sulla Siria)

in società by

Uno passa giorni a tentare di raccapezzarsi sulla situazione siriana, a comprendere le parti in gioco, a riannodare i fili, a capire come la cosiddetta primavera araba sia diventata – in Siria – guerra civile prima, massacro di civili poi, minaccia di guerra totale oggi.

Poi vai sul blog di Beppe Grillo, averci pensato prima!, e scopri che “la situazione invece è estremamente semplice“.

Apposto, okay: sono il solito imbecille.

Dice “è la televisione che ci confonde le idee” quando sarebbe tutto chiarissimo: io in TV guardo solo Gambero Rosso Channel, per il resto mi informo sul web ma ho le idee confuse lo stesso, deve essere per via delle ricette di Giorgione che d”estate in effetti buttano pesante.

Insomma sto Mario Albanesi che firma il post te la dice dritta, senza indugiare in fatti storici e fonti bibliografiche:

Quale interesse avrebbe avuto il governo siriano ad ammazzare civili, se non guadagnarsi impopolarità? Quindi sono stati gli Stati Uniti a fornire ai tagliagole questo gas letale.

Elementare, Watson.

Che poi quando quelli (gli ammerigani) dicono “abbiamo le prove” in effetti non è che proprio uno dovrebbe fidarsi, visto che di tutti i colori pur di andare a piantare una bella guerra in Iraq.

La prima a saperlo è proprio il ministro della Difesa Emma Bonino, alla quale è stata somministrata alla nausea la fondamentale inchiesta di Marco Pannella su quella che ormai è indubbiamente la menzogna del decennio.

E” anche per questo che possiamo contare sul fatto che i piedi della Farnesina sono piombati, come emerge dalle dichiarazioni del ministro che spiazzano il fronte pacifista sempre pronto a rinfacciarle il sostegno all”intervento in Kosovo. Stavolta non ci muoveremo senza l”ONU, assicura la Bonino.

Però laggiù in Siria la situazione è bruttina da mo”, a parte il gas nervino dello scorso weekend, al punto che qualche commentatore azzarda la domanda “perchè solo adesso” quando a giugno si contavano già 100.000 morti nel conflitto civile.

Quindi quale interesse potrebbe avere il governo siriano ( Hezbollah, ricordiamo) ad ammazzare un po” in giro non è così oscuro, che poi magari se non fosse stato il governo ma si trattasse di paglia sul fuoco buttata dagli stessi ribelli, il fuoco resta, è lì, e semmai è troppo che facciamo finta che non ci sia.

Il punto è capire se e come intervenire, e toglierci il dubbio che qualsiasi soluzione sia sbagliata, se ci riusciamo (anche quella di restare a guardare come abbiamo fatto finora, la Storia ci perdoni).

Certo è tutto più facile, col passpartout del complottismo alla Grillo, anche diventare in pochi minuti – da fini giuristi che eravamo – esperti di geopolitica, ma c”è l”altra cosa a cui servono i blog oltre a dare ricette per una conversazione da bar di sicuro successo, ed è condurci da una domanda a un”altra.

Tanto per cominciare, ecco un paio di cose che potremmo leggere prima di convincerci che le cose siano estremamente semplici.

Poi magari vi convincete lo stesso, in ogni caso ci vediamo al bar:

1. L”america indispensabile (Lucio Caracciolo su Limes)

2. Russia contro America, peggio di prima (AA. VV. su Limes)

3. Syria rebels get libyan weapons (NY Times)

4. Syrian Free Press

5. Who has interest in using chemical weapons in Syria? (People Daily ndr: il giornale di Stato cinese)

6. The dilemma of humanitarian intervention (Council on foreign nations)

7. Le ragioni di Putin (Bernard Guetta su Internazionale)

8. Il live blog di Internazionale

9. Dottor Bashar, Mister Assad (Anna Momigliano su Panorama)

10. La devastazione di Aleppo (Amnesty International)

MORE

11. Middle East”s enemies and allies, visualized in one chart (Chris Kirk su Slate)

12. A Very Busy Man Behind the Syrian Civil War’s Casualty Count (NY Times)

13. Appello della Premio Nobel Mairead Maguire all’Italia: “Non boicottate la pace”

Caro Obama ti scrivo

in mondo by
Caro Barack,

spero non ti dispiaccia se ti do del tu, ma conoscendoti non ti dispiacerà . Del resto sono decisamente il tipo di persona con cui andresti a fare il brunch al sabato downtown, o a teatro, o a vedere una mostra di arte contemporanea. Come Michelle, anche io sono appassionata di farmers’ market, di cucina sana e faccio tanto sport. Come lei, quando vedo qualcuno mordere un hamburger di McDonald’s avrei l’istinto di strapparglielo dai denti e infilargli al suo posto un broccolo bollito. E come voi due, anche io ho studiato in univerista’ rinomate, dove non si trova un becero creazionista a pagarlo oro. Sono pure stata in vacanza a Cape Cod una volta: rimpiangevo l’Adriatico, ma sai, li’ era tutto molto chic. In comune abbiamo anche il fatto di aver fatto un bel po’ di anni di attivismo politico per strada, quello da buoni, non certo quello di certi cowboy cattivi che avete voi negli Stati Uniti. Certo, tu vinci a mani basse, avendo usato la tua laurea in legge a Harvard per difendere le associazioni per i diritti umani e avendo pure fatto porta a porta a South Side Chicago per convincere la gente a registrarsi per votare.
Tutto questo lungo preambolo per dirti che ti ho visto in questi giorni in tv e ho qualche appunto da farti. Sei stato da Oprah, da David Letterman e pure da Barbara Walters a The View (sai io sono un’intellettuale liberal e queste cose le seguo assieme al Saturday Night Live, al Daily Show, ai Simpson e all’assidua lettura di Onion). Guardando te e Michelle, in ognuna di queste trasmissioni, ho sentito un vago senso di disagio. Barack, tu sei troppo figo e si vede che lo sai. La stessa cosa vale per Michelle, pure lei e’ troppo figa. Il modo in cui parlate della vita alla Casa Bianca e’ di una naturalezza irritante. Avete sempre la battuta pronta stile Woody Allen (del resto siete pappa e ciccia con gli ebrei liberal americani, cosa che giova sempre al senso dell’umorismo). Si vede che siete innamorati, vi tenete la mano e avete due figlie splendide che vanno bene a scuola e pure il vostro cane e’ decisamente piu’ intelligente della media. Liquidate certe fandonie dei Repubblicani con un irresistibile sorriso ironico (hai presente quando dicevano che tu non eri nato negli Stati Uniti? Ora sul tuo sito si possono comprare le tazze con il tuo certificato di nascita stampato sopra: impagabile). Ecco, Barack, io volevo solo dirti di andarci piano. Non tutti hanno studiato a Harvard o alla Columbia, hanno vinto il premio Nobel per la pace sulla fiducia e hanno il vostro senso dell’umorismo. So che e’ difficile non essere compiaciuti di se stessi quando si e’ voi (io mi gonfierei come un tacchino scampato al giorno del Ringraziamento se avessi un CV come il tuo, davvero), ma ti prego, tu e Michelle cercate di non far irritare troppo i vari Joe Six Pack che ti hanno votato 4 anni fa. Se da qui a novembre faceste lo sforzo di parlare meno del vostro orto bio, delle partitelle a basket che fai con i tuoi collaboratori tra una riunione e l’altra sul retro della Casa Bianca o di come sia divertente viaggiare sull’Air Force One, forse ridurremmo il rischio di beccarci l’allegra coppia Romney-Ryan al comando. Anche perche’, non e’ che di roba piu’ seria di cui discutere non ce ne sia. Quando hai tempo (spero tra 4 anni) se vuoi andiamo a berci una birra (con ostriche).

All the best,

Anna

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