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Mondiali

Un manipolo di mezze figure

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Buffon, Perin, Sirigu, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Darmian, De Sciglio, Paletta, Aquilani, Candreva, De Rossi, Marchisio, Thiago Motta, Parolo, Pirlo, Verratti, Balotelli, Cassano, Cerci, Immobile, Insigne.

Facciamo un gioco, vi va? Togliamo Pirlo e Buffon, che tra parentesi hanno 71 anni in due, eppoi vediamo cosa rimane.
Rimane, ed è un fatto, un gruppo di giocatori in pochi casi buoni (e nulla di più), perlopiù discreti, talora scarsi. Né, occorre dirlo, abbiamo lasciato a casa chissà quali fenomeni: voglio dire, potevamo portarci Maggio invece di Abate, Florenzi al posto di Parolo, Giuseppe Rossi invece di Balotelli, perfino Totti al posto di Cassano; ma via, sono proprio dettagli, mica roba che fa la differenza.
L’Uruguay, per dire, ha gente come Cavani, Suarez (che è un’iradiddio al di là dei morsi) e Godìn (che è un fabbricatore di gol decisivi anche se non tutti lo conoscono). E gli altri, qua e là, schierano gente come Neymar, Robben, Sneijder, Van Persie, Sanchez, Vidal, Pogba, Messi, Agüero, Di Maria, Higuaìn, Özil, Müller, Mertens, Modric, vengono eliminati con Iniesta, Xabi Alonso, Fàbregas e magari Cristiano Ronaldo, si permettono il lusso di lasciare a casa Tévez che dalle nostre parti sarebbe un titolare inamovibile.
Diciamocelo: davvero si poteva pensare di vincere il mondiale, o perlomeno di arrivare che so io in semifinale, messi com’eravamo messi? No, perché va bene che il pallone è rotondo, ma rotondo mica vuol dire che a un certo punto escono fuori Holly e Benji a risolvere le partite col tiro ricurvo e la palla che si deforma.
Né, abbiate pazienza, era ulteriormente sopportabile la retorica degli italiani che non sono fatti per perdere (sic), che tirano fuori gli attributi (sic, e due) nei momenti decisivi, che (sic al cubo) sono capaci di grandi imprese come nessun altro, roba che ci mancava solo la Costituzione più bella del mondo e poi le avevamo sentite tutte.
Il calcio, in linea di massima, è una questione pressoché scientifica, specie se si va al di là della partita secca: chi è forte generalmente vince, chi è fortino può vincere se gli dice bene o attraversa un momento di grazia, chi è mediocre se ne torna a casa, a meno che non adotti un gioco di squadra così rivoluzionario da diventare dirompente.
Noi, al di là delle chiacchiere, eravamo mediocri.
Quindi, al di là delle chiacchiere, siamo tornati a casa.
Dopodiché, se far dimettere il disgraziato che si è ritrovato a guidare ‘sto manipolo di mezze figure (e in certi casi di mezze pippe) ci fa sentire meglio, facciamolo pure dimettere: ma dubito fortemente che se al suo posto ci fosse stato un altro avremmo ottenuto chissà quali successi.
Anzi, a dire il vero sono abbastanza sicuro del contrario: come dovrebbe esserlo, secondo me, chiunque segua il calcio da un po’, e non abbia voglia di raccontarsi fregnacce tanto per raccontarsele.

I sudditi del tiki-taka

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Poi la Spagna leggendaria del tiki-taka, la stessa che per quattro anni non ha fatto letteralmente toccare palla a nessuno portandosi a casa due europei con un mondiale nel mezzo, viene presa a pallonate dal Cile e se ne esce dai mondiali con un turno di anticipo.
E allora il “popolo”, me compreso, esulta. Si bea. Va fuori di testa, proprio.
Credo ci sia qualcosa di atavico, nel godimento calcistico per la caduta degli squadroni: roba che alla stragrande maggioranza degli esseri umani è rimasta appiccicata addosso dopo millenni di sottomissione, e della quale qualche decina d’anni di benessere e (perfino) stato di diritto non hanno lavato via nemmeno il grosso della puzza.
Il popolo straccione e bovino che nei millenni, in ogni angolo del pianeta, ha idolatrato e temuto il despota di turno per poi voltargli le spalle al primo accenno di debolezza, sputargli addosso e subito dopo chinare la testa al cospetto di un despota nuovo. Il popolo volubile e stolido che ha gremito le piazze acclamando qualcuno e poi le ha invase coi forconi in mano chiedendone la testa. Il popolo misero, meschino e derelitto che non è mai stato niente, se non per contrasto rispetto ai pochissimi che erano qualcosa.
Credo che venga fuori più o meno questo, quando ci si sollazza guardando l’invincibile Spagna che viene asfaltata dai poveri cileni: la possibilità di ripercorrere, per un’ora e mezza, l’ancestrale ricordo della gioia breve, sguaiata ed effimera che segue alla disfatta dei potenti.
E sentire di nuovo in bocca il sapore di quel godimento, inutile e sfrenato, che per millenni è stato appannaggio esclusivo dei sudditi.

Inno all’Inno

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Da bambina avevo una musicassetta con un sacco di canzoni patriottiche. Era di mia mamma, maestra elementare a cui piaceva dare una colonna sonora alle sue lezioni di storia. Se non ricordo male, la playlist comprendeva degli evergreen come la Canzone del Piave, Bella Ciao, Va’ Pensiero, l’inno della Brigata Sassari e svariati canti degli alpini. Naturalmente c’era anche la versione completa del Canto degli Italiani, che poi sarebbe il nostro inno nazionale. Mia mamma ci teneva molto che tutti i suoi alunni leggessero e comprendessero tutto l’inno prima di spedirli alle medie. E se il trattamento toccava agli alunni della maestra, a maggior ragione toccava alla figlia della maestra (“mica si può girare il mondo senza conoscere tutto l’inno nazionale!”). Essendo appassionata di storia, tra me e le parole del Canto degli Italiani è stato un colpo di fulmine. Gli inni nazionali in genere hanno dei testi piuttosto anonimi, se li hanno, che fanno appello a generici buoni sentimenti. Del nostro inno invece mi affascinava il fatto che ripercorresse con una notevole nonchalance sette secoli di storia, diventando così per l’Italia come la scarpetta di cristallo per Cenerentola.

In occasione della Coppa del Mondo, durante la quale speriamo di sentire l’inno risuonare altre sei volte, ecco sette buon motivi per conoscere e amare il Canto degli Italiani (rimando all’ottima pagina del sito del Quirinale per il testo completo).  
 
1) Perché l’inno è stato composto nel 1847 dal ventenne patriota genovese Goffredo Mameli. Mameli, che era uno che non stava mai fermo, dopo aver combattuto contro gli Austriaci a Milano nel 1848 morirà appena un anno dopo al fianco di Garibaldi durante l’assedio di Roma che mise fine allla Repubblica Romana. Io a ventidue anni la cosa più eclatante che avevo fatto era scavalcare con gli amici la recinzione della spiaggia di Grado di notte per venir beccata dopo poco dalle guardie giurate e essere accompagnata all’uscita senza spargimento di sangue. Fate un po’ voi. 
 
2)  Perché l’intero inno è un continuo riferimento alla rivolta da parte degli italiani underdog contro l’oppressione straniera. E su du me gli underdog esercitano un fascino fortissimo. Non avendo mai capito in base a cosa Francesi, Spagnoli e Austriaci si sentissero autorizzati a venire a rompere le scatole in Italia, non posso che apprezzare i versi “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.” 
 
3) Perché Mameli dice “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano”, togliendo le zampe leghiste dalla vittoria della Lega Lombarda contro il Barbarossa. 
 
4) Perché conoscere il verso “i bimbi d’Italia si chiaman balilla” e sapere che cantarlo non costituisce apologia di Fascismo può evitare delle figuracce. Nella scuola di mia mamma alcune zelanti maestre si erano rifiutate di far leggere tutto l’inno ai loro alunni per via di quel verso. Poi mia mamma ha spiegato loro che il Balilla è il ragazzino che nel 1746 diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austriaci. Storia vera. 
 
5) Perché  “già l’aquila d’Austria le penne ha perdute” per una triestina con antenati decisamente irredentisti è meglio di qualsiasi sfottò calcistico. Con buona pace di quel simpaticone di Radetzky.
 
6) Perché il nostro inno cita la Polonia e l’inno polacco cita l’Italia. Ed è l’unico caso al mondo. Underdog al quadrato. Parlando dell’Austria, Mameli dice “il sangue d’Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò.” L’inno polacco più semplicemente invita a marciare sul suolo italiano come su quello polacco. 
 
7) Perché quando Mameli ha scritto “siam pronti alla morte” era sincero. Quasi quanto Rino Gattuso nel Mondiali 2006.
 
Infine una preghiera, anzi tre. Quando si canta l’inno ci si alza in piedi e si sta composti, tra la prima e la seconda strofa si tace (nessuno poporopopopopo’) e dopo “siamo pronti alla morte l’Italia chiamò” si urla “sì!” (anche se è una balla). 
P.S. FORZA AZZURRI!!!!
 
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