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Perché la performance di Milo Moirè non aiuta le donne

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Quello che è successo a Colonia nella notte di capodanno è un evento che mette insieme diverse tematiche contemporaneamente: il razzismo, l’emigrazione, il femminismo e la violenza.

E mentre si cercano i colpevoli diretti ed indiretti, e si lanciano colpe e accuse, c’è chi ha pensato bene di salire sull’onda del rumore per scivolare veloce sulla spuma della attenzione mediatica: l’“artista” Milo Moirè.

Dato che fino a poco tempo fa non la conosceva quasi nessuno, faccio un breve riassunto della signorina in questione: svizzera, 32enne, desiderava diventare pittrice ma poi ha studiato psicologia all’Università di Berna. Vedendo i suoi disegni si capisce anche il perchè. Non che non sappia tenere in mano una matita, ma sicuramente non la si puo definire propriamente un talento. Oggi vive a Düsseldorf con il compagno fotografo ed si è tramutata, guarda caso, in artista concettuale e performer. La sua fonte di ispirazione è, indovinate chi? Si proprio lei, l’onnipresente Marina Abramovic.

Segni particolari visibili: bellissima, e con le tette rifattissime (neanche troppo bene). Questo si vede, perchè è sempre, ma proprio sempre, nuda. Segni particolari meno visibili: quando apre bocca, l’effetto musa algida si spacca come una cristalleria sotto il peso di un elefante. Non so se dipende dal suo accento svizzero, dalla sua vocina da ragazzina innocente e un po’ scema, o dal fatto che non riesce a mettere in piedi una spiegazione intelligente o per lo meno lineare, della sua “opera”.

Ieri la nostra gnocca, alla luce degli eventi di Colonia, ha pensato di esibirsi in una performance a favore delle donne. E cosi, vestita solo di snickers rosa (in quanto a eleganza ha adottato gli altissimi standard tedeschi), ha sfidato i 4 gradi della città e si è piazzata davanti al duomo con un cartello che recita: “Rispettateci! Non siamo selvaggina anche se siamo nude”.

Cosi facendo la Moirè ha dichiarato di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto della donna e sulla sua libertà e autodeterminazione. E il messaggio, in sè, non fa una piega. Quello che la piega la fa, è il contesto. E come contesto intendo l’artista stessa. Non il suo corpo nudo, ma il suo modus operandi.

Infatti, se sulla sua pagina Facebook è difficile capire se si tratta di un’artista o dell’ennesima ragazza che si fa i selfie con la duck face, visitare il suo sito internet è invece un’esperianza memorabile. Al di là dello statement piuttosto banale sull’uso del corpo, è un po’ come stare su Tube8 ma in versione patinata. E anche poco economica. Si, perchè per scaricare i video delle sue performance senza i bollini della censura sulle parti intime, dovete pagare.

E quando pagate, quello che vedete è la Moirè infilarsi delle uova riempite di colore nella vagina e poi spararle su una tela che verrà poi piegata in due per spargere il colore in maniera simmetrica. In pratica un qualsiasi ping pong show a Pattaya.

Non che un’artista debba per forza essere brutta come la Abramovic perchè la sua nudità venga presa sul serio, mentre se è gnocca non vale. Ma dal momento che le performance di questa artista non hanno un sostegno concettuale profondo, o anche solo un concetto articolato, si traducono, di fatto, in un tentativo di farsi spazio nel mercato dell’arte secondo la vecchia formula del Sex sales. Sono tempi duri per gli artisti, si sa. Bisogna saper attirare l’attenzione.

Di fatto, non c’è nulla di provocatorio o di rivoluzionario nelle performance di Milo Moirè. E, al di la del femminismo, il suo mettere letteralmente in vendita le sue parti intime entra in contraddizione tanto con l’idea di rispetto per la donna, quanto con il concetto stesso di creatività.

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