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Milano

Nutrire il pianeta… di cazzate

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Lasciamo da parte per un momento le polemiche in merito ai tempi di costruzione dell’Expo, i suoi costi e un futuro incerto fatto di smantellamenti e/o riconversioni. Così come eviterei qualsiasi bilancio sul successo o meno di tale evento, dato che le porte non sono ancora state chiuse ed è un po’ presto per fare i conti.

D’altronde, in molti casi si tratta di una pura questione di gusti: Expo 2015 può piacere o meno, si passa dalle reazioni entusiastiche degli amanti dei parchi giochi alle lamentele di chi le file di sette ore proprio non le può proprio sopportare, figuriamoci poi per una baracconata del genere. Baracconata che però, ad essere sinceri, è parte integrante della natura delle esposizioni universali da sempre. Torre Eiffel, Atomium, Albero della vita: celodurismo e gusto per l’osceno fanno parte di questa grande competizione egotica internazionale sin dagli albori, e le regole del gioco sono ben chiare a tutti i partecipanti.

Il punto riguarda piuttosto il nome dato all’evento italiano, un titolo che, in considerazione delle dinamiche economiche dell’Expo, suona tanto di presa per il culo. Chiamare “Nutrire il pianeta” una struttura a cielo aperto dove il cibo più economico è rappresentato dalle patatine a 8 euro (fritte male) in vendita di fronte al padiglione Irlanda sembra…beh, ci siamo capiti.

Lo slogan di Milano, molto bello in verità, pare perdersi totalmente in un progetto che di fatto non permette al visitatore medio di interagire con l’oggetto stesso della manifestazione, ovvero il cibo. Non mi metterò ora ad elencare i costi di bar e ristoranti all’interno dei vari padiglioni, ormai celeberrimi. Se la qualità c’è, di certo non è a portata di tutti, e anche un normale approvvigionamento risulta impossibile a fronte della scarsa offerta – in termini di accessibilità monetaria – dei punti di ristoro minori. Tanto vale portarsi il panino da casa.

Attenzione, in discussione non vi è il principio (sacrosanto) per il quale a maggiore qualità deve necessariamente corrispondere un costo maggiore. Il cibo buono si paga caro, mi sembra ovvio, ma forse la vera sfida per Expo, al di là del numero di visitatori, poteva proprio consistere nel permettere l’accesso ad alimenti sani e nutrienti al maggior numero di persone possibili. Invece, ad eccezione del caso virtuoso del padiglione Svizzera, si è preferito puntare sulle strutture sbalorditive, le presentazioni virtuali e i grandi slogan.

Insomma, sentire il presidente Mattarella affermare che nutrire il pianeta rappresenta oggi “un ideale inseparabile dalla pace” sembra sottintendere che noi, in Italia, abbiamo preferito scendere in guerra. Una guerra dei bottoni direi, dove il ridicolo involontario si mischia alla consapevolezza, ancor più sconsolante, dei limiti di proposte sociali totalmente incoerenti con la realtà dei fatti.

Ancora una volta, abbiamo perso il treno per il futuro.

Una lettera di Gramellino su Milano ed Expo

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L’altro giorno mi trovavo a Milano. Non ci vado quasi mai a Milano, quando ormai fa troppo caldo per mangiare l’ossobuco però adesso hanno aperto l’Expo e allora ci vado sennò mi dicono che sono un bastian contrario e va bene essere anticonformista ma non esageriamo!
Ho visto tanti milanesi mettersi a riverniciare i muri devastati da quei delinquenti di black block e ho sentito tanta, tanta voglia di riscatto civile e partecipazione.
Certo, non potevo mettermi a pulire anche io perché devo mantenere il mio ruolo da intellettuale distaccato e poi diciamo che il lavoro manuale non mi si addice, del resto non per niente tengo l’unghia del mignolo lunga . Però non potevo rimanere indifferente di fronte a questa passione civile. Allora ho comprato Micromega e mi sono messo su una sedia e ho iniziato a leggere ad alta voce l’editoriale di Flores D’Arcais a beneficio dei concittadini che pulivano. È stato bellissimo per tanto tempo. Poi però mi hanno chiesto almeno un contributo alle spese della vernice e mi sono sconfortato. “Possibile – ho pensato – che le logiche di mercantilizzazione neoliberista siano arrivate al punto da chiedere soldi a un artista che legge per te”. È così, un po’ deluso, sono andato a bere una baladin da Eataly, per riconnettermi con quella italia contadina per cui i valori hanno ancora un senso.

Il far west delle proposte di pancia

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Dopo la strage di Milano, in cui hanno perso la vita tre persone (un giudice, un avvocato e il coimputato dell’assassino) si è alzata una levata di scudi contro la presunta facilità della concessione del porto d’armi. Giardiello era in legale possesso dell’arma con cui ha compiuto il massacro.

Come puntualmente accade dopo eventi di questo tipo, si tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Però, quella stalla, c’è modo e modo di chiuderla. Se il contadino erigesse un muro di cemento armato, magari con delle pratiche feritoie per le balestre, tutti gli darebbero dell’imbecille, e a buon ragione. Allo stesso modo, imbecilli sembrano le richieste, ora, di rivedere i processi di assegnazione delle licenze di porto d’armi.

Giardello, per ottenere la sua semiautomatica licenziata per il tiro al volo, ha percorso l’iter previsto: diverse visite mediche (di cui una con medico legale), certificati di pulizia della fedina penale, autorizzazione della questura. Non aveva la licenza per portarla con sé (solo per difesa personale, ventimila casi in tutta Italia), ma per usarla a fini sportivi. Avere avuto una legge più severa a riguardo avrebbe cambiato qualcosa? Decisamente no. E allora perché perdiamo tempo a parlarne sull’onda, pericolosissima, della carica emotiva post-strage? È come pensare che la scelta di avere, negli aerei, sempre due persone in cabina di pilotaggio possa mettere al riparo da eventi come quello del disastro Germanwings. Siete seri?

Che poi, è sempre il solito discorso: ricorrere alla forza di legge come riparo rispetto ad eventi imprevisti e imprevedibili. Introducendo quindi divieti, burocratizzazioni, complicazioni assortite che colpiscono tutti nel tentativo di prevenire ciò che prevedibile non è, cioè provando a intrappolare comportamenti individuali che –non avendo una sistematicità– non saranno influenzati da nessun regolamento. Se qualcuno decide di sparare, una mattina, spara.

La cretineria, e l’arroganza, è sempre quella di pensare che sia possibile ingabbiare azioni e inclinazioni (giuste o sbagliate che siano) con dei divieti. La domanda di droga, la domanda di armi, di prostituzione c’è, esiste, e con essa esisterà anche un’offerta. Resta da capire quale fetta di questa offerta sia da consegnare al mercato nero, investendo in forze ordine pubblico che cerchino di reprimerla; o quanta regolarizzare, mantenere sotto controllo, monitorare. Rafforzare il divieto rischia di far perdere solo monitoraggio e coscienza della situazione, senza avere alcun effettivo beneficio di disincentivo.

C’è chi parla di “far west italiano” (Repubblica, ça va sans dire), a fronte di un mercato delle armi italiane che praticamente esporta e basta. Non sono un fan del mercato delle armi all’americana, ma nemmeno delle proposte stupide. Oltre che fastidiose, rischiano di diventare un pericolo.

Alfano, per non smentirsi, comunque ha già aperto ad una possibile nuova legge.

Siamo suolo noi

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Secondo l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra), ogni cinque mesi nel nostro paese viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli. Mentre ogni anno il consumo di suolo a livello nazionale equivale all’estensione delle aree metropolitane di Firenze e Milano messe insieme. Robetta, insomma. Giusto qualche cifra: in Italia si consumano circa 8mq di suolo al secondo, ovvero 340mq all’anno per ogni abitante; per oltre cinquant’anni, il nostro paese è stato ben al di sopra della media europea (2,3%), tanto che, secondo le stime, nel 1956 si consumava già il 2,8% del territorio disponibile; la Lombardia detiene il triste primato regionale, con un consumo di suolo stimato tra il 9 e il 12% (2010).

Voi direte: e quindi? E quindi, siccome oggi è la Giornata mondiale dell’ambiente, mi pareva giusto ricordarlo. Come mi pare giusto riportare due storielle a mio parere emblematiche dei differenti approcci possibili alle questioni ambientali (e quindi all’utilizzo del territorio); approcci differenti che rivelano diversi dispiegamenti di “capitale sociale”  e di gestione della cosa pubblica. Lascio giudicare voi.

Milano, Italia.
Bosco di Gioia era un’area verde di 12.000 m², una piccola oasi di arbusti ed alberi nel cuore della Milano cementifera, che fino ai primi anni sessanta appartenne alla contessa Giuditta Sommaruga. Prima di morire, nel 1964, la contessa fece testamento e decise di lasciare il parco in eredità all’Ospedale Maggiore, chiedendo espressamente che fosse utilizzato per costruire nuovi reparti, al fine di “lenire le sofferenze dell’umanità”, e che questi reparti fossero intitolati alla memoria di sua madre Emilia Longone vedova Sommaruga.  Nel 1983, il Niguarda (l’Ospedale Maggiore si era nel frattempo diviso nei due enti Policlinico e Niguarda), che ne era divenuto proprietario, a dispetto delle volontà della nobildonna, decise di vendere l’appezzamento insieme ad altri terreni ed edifici di sua proprietà. Questa decisione fu incentivata dal fatto che l’area, che nel piano regolatore del 1980 era destinata a verde comunale, entrò a far parte della variante Z2 e divenne edificabile.  Tuttavia, siccome il bene era inalienabile, si dovette ricorrere ad un’autorizzazione della Regione, autorizzazione che fu concessa soltanto cinque anni più tardi, nel 1988. A quel punto si poté procedere con le operazioni di vendita e fu indetta un’asta. L’impresa Cogefar Torno – già proprietaria dell’area adiacente – se la aggiudicò per 11 miliardi di lire. Nel frattempo, il terreno continuava ad essere utilizzato in affitto dal vivaio Fumagalli, che vi introdusse più di 200 esemplari di piante. Il vivaio continuò a curare il Bosco Gioia fino al 2001, anno in cui fu costretto, in seguito allo sfratto, ad abbandonare alla natura selvaggia tutto il bosco con la sua preziosa varietà botanica. Tra un ricorso al Tar degli abitanti del quartiere e un sit-in di protesta si arriva al marzo 2005, quando un gruppo di cittadini costituisce il “Comitato Giardino in Gioia” e raccoglie più di 15.000 firme contro la distruzione degli alberi e la cementificazione della zona. Nel mese di aprile, Rocco Tanica, tastierista degli Elio e le Storie Tese (che poi dedicheranno alla vicenda la canzone “Parco Sempione”), entra in sciopero della fame e si stabilisce in un camper parcheggiato davanti al bosco, attirando per qualche tempo l’attenzione di stampa e telecamere.

Conclusione: tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio del 2006, mentre molti milanesi si trovavano fuori città per le vacanze, le ruspe radono al suolo l’intera area verde. Ora sull’ex Bosco di Gioia si erge il maestoso grattacielo di 161,3 metri che ospita l’attuale sede della Regione Lombardia. La realizzazione del progetto, voluto fortemente dalla giunta Formigoni, è costata 400 milioni di euro.

Berlino, Germania.
L’aeroporto di Tempelhof sorge nella parte sud del quartiere Tempelhof-Schöneberg. La struttura originaria, di dimensioni decisamente ridotte rispetto a quella che si può osservare oggi, fu costruita nel 1927 da un gruppo di imprenditori ebraici. Negli anni trenta, per dare corpo all’ambizioso progetto di Albert Speer per la Berlino nazista, l’intero complesso fu espropriato e ristrutturato e Tempelhof diventò un terminal all’avanguardia, unico in Europa: un vero e proprio fiore all’occhiello per l’architettura di Regime e la sua propaganda. Dopo la caduta del regime nazista, nell’immaginario dei tedeschi, quello continuò certamente ad essere l’aeroporto di Hitler, ma anche lo scalo dove, tra il giugno ’48 e il maggio ’49, atterrarono gli aerei anglo-americani, che consentirono alla città l’accesso a medicinali e viveri e quindi di resistere al blocco sovietico. Tuttavia, col passare degli anni, il terminal diventa sempre meno efficiente, anche perché già nel 1948 parte del traffico aereo viene convogliato sul più moderno aeroporto di Tegel, aperto al traffico civile nel 1960. Sebbene abbia continuato a funzionare anche dopo l’unificazione, nei primi anni duemila la struttura è ormai obsoleta e nel 2008 l’ultimo aereo tocca la pista berlinese. Quando si comincia a parlare di riqualificare l’area ormai in disuso, c’è chi parla di un immenso centro commerciale, chi propone un quartiere a luci rosse, chi addirittura, come l’architetto Jakob Tigges, docente del Politecnico di Berlino, immagina di costrurci una montagna di mille metri per far sciare i berlinesi. Tutte possibilità che non piacciono né agli abitanti della zona, che si costituiscono nel comitato “Tempelhof per tutti”, né ai Verdi tedeschi e al partito di sinistra Die Linke, che cominciano una serie di proteste piuttosto veementi. Nel 2008, dopo un lungo periodo di lotta talora anche violenta (non sono mancati gli scontri con la polizia), il Senato cittadino stabilisce che l’area dell’ex aeroporto debba essere riqualificata e diventare il parco più grande della città (300 ettari), superiore anche al celebre Tiergarten.

Conclusione: i berlinesi si ritrovano nel parco nelle belle domeniche di sole.

"Pulire Milano", diceva

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Non ci sarebbe moltissimo da dire, in teoria, sulla vicenda delle aggressioni notturne nel quartiere Niguarda a Milano. Una persona fortemente disagiata, probabilmente fuori di testa, ha avuto la terribile idea di menare colpi di piccone ai passanti, uccidendone uno e ferendone altri, ed è stato ovviamente incarcerato. Faccenda orribile, ma non così diversa da tante altre che quotidianamente passano nelle pagine di cronaca. Se una riflessione sociale doveva essere fatta, a partire da una storia così, poteva solo essere sulla condizione di origine di questa persona, di cui si sa pochissimo: dove e come viveva, di cosa; quante altre persone vivono così; perché il sistema Italia genera queste sacche di disagio sociale, come intervenire, e così via.

Banale? Può darsi. Ecco perché invece in Italia la discussione è di livello molto più alto: negri sì o negri no. I nostri intellettuali sono già tutti al lavoro, da una parte e dall”altra, per stabilire (seriamente) se:

  • avere un ministro nero sia un”istigazione a delinquere per tutti i neri;
  • passare a un meccanismo di cittadinanza iure soli sia un”istigazione a delinquere per tutti i non italiani;
  • Borghezio sia un”istigazione a delinquere per tutti.

Tutte questioni sulle quali in un paese normale non ci sarebbe nulla da discutere. In un dibattito del genere è degradante perfino prendere posizione. Per questo, spesso, quando arrivano quelli che urlano “negri no”, dall”altra parte c”è soprattutto imbarazzo.

Bene, lasciatemi parlare di un”eccezione. Abito in via Grivola da pochi mesi, e il quartiere lo conosco fino a un certo punto. Sabato mi ha chiamato la signora del secondo piano. Vive lì da quarant”anni, conosce tutti. Uno dei feriti abita nell”appartamento affianco al suo. Era sconvolta e confusa. Io, stupidamente, temevo che da un momento all”altro arrivasse il classico momento “questi immigrati”. Non c”è stato, non c”è stato niente del genere, quindi scusami, Rita, se ho pensato male.

Domenica mattina, invece, in piazza c”era lo stand della Lega. Borghezio, perfino. A gridare “negri no”.  Li vedevo al telegiornale. E pensavo, avete presente, alle cose che qualcuno avrebbe dovuto dirgli. Sciacalli, per esempio. Nessuno vi online casino ha mai visto qui, non ve n”è mai fregato nulla di Niguarda, per esempio, ma avete la faccia di culo di venire il giorno dopo una roba del genere, per esempio, a dare lezioni di convivenza a gente che è emigrata qui quando i vostri genitori credevano ancora di saper allevare figli intelligenti. Per esempio.

Intorno a loro, ovviamente, un po” di abitanti del quartiere, ancora sotto botta. Io, stupidamente, temevo che li avrebbero sostenuti. Persone sotto choc, persone di una certa età, in un quartiere di periferia: potrei elencare decine, centinaia di luoghi e quartieri diversi, compreso il mio paese d”origine, in cui sarebbe andata esattamente così. Invece ho sentito cose di questo tipo:

e anche altre cose, che non ci sono in questo video, tipo “approfittate delle disgrazie della gente”; e ho sentito tante persone parlare al bar, per strada, e sarò stato fortunato io, ma nessuno ha nemmeno pronunciato la parola “immigrato”. Ecco, scusate l”uso personale di uno spazio pubblico, ma io per la prima volta in dieci anni sono orgoglioso del mio quartiere, e volevo soltanto dire: scusami, Niguarda, se ho pensato male.

Jannacci – Milano

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A Milano, i terroni come me che ci campano da quando avevano iniziato l’università all’inizio si trovano male. La città non la capiscono, con  tutto quel cemento e  troppo poco verde; tutta quella gente estranea. Per un po’ di tempo di vive nello stereotipo della città del nord fredda e inospitale.

Dopo un po’, le cose cambiano. Non per  tutti: alcuni di noi terroni continuano ad odiare Milano, altri – come  me – se ne innamorano.

Bisogna viverci un po’ ed avere pazienza: imparare a considerare una bella giornata quella che nella tua città natale era una giornata “un po’ nuvolosa” (trad. “c’è mezza nuvola in cielo”). Soprattutto devi uscire dalla linea retta della Milano-di-Plastica: dal Castello, fino al Duomo e poi San Babila.

Esci da lì ed impari, ad esempio, che anche a Milano esistono ancora le osterie.

In dialetto milanese le osterie si chiamano “Trani“, perché il vino che ci si beveva tradizionalmente veniva dalla zona di Trani, in Puglia. Allora ti senti un po’ più a casa, anche se non sei pugliese. Impari che a Milano ci sono i cortili e le case di ringhiera. Impari che esistono ancora le latterie e impari cosa sono, visto che a casa tua non c’erano.

Alla fine, impari che – in fondo – puoi vivere una vita a misura d’uomo anche a Milano. E te ne innamori.

Ma non puoi davvero capire un posto se non conosci almeno un po’ la lingua locale. Parliamoci chiaro: i milanesi che io chiamo “autoctoni” – con entrambi i genitori milanesi – sono pochissimi: li conti sulla punta di una mano; quelli che ancora parlano bene il dialetto locale sono anche meno. Gli altri, quelli come noi, sanno dire  al massimo qualche parola. Alcune le si impara conversando, molte altre le si sente in giro e poco a poco acquistano significato.

Io, però, la maggior parte delle parole in dialetto milanese che conosco le ho imparate ascoltando le canzoni di Enzo Jannacci. Cercando di decifrare “El Portava I Scarp del Tennis” o  T’ho Compraa i Calzett de Seda, oppure cantando e ricantando “La Luna è una lampadina” (che ha la traduzione simultanea). Ma anche le canzoni interamente – o quasi – in italiano, come l’Armando, ti facevano conoscere la Milano-oltre-la-plastica, così quando ti capita di incontrarne pezzi per strada – tra un McDonald’s e una lavanderia a gettoni – li riconoscevi e sorridevi.

Canten tucc “lontan de Napoli se moeur” ma po’ i vegnen chi a Milan! TEEEERUUN!

Ciao, ciao Enzo! Santè

Pisapia ha ragione

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Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

Area C LIBERA!!!

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La sospensione di Area C in seguito ad una sentenza del Consiglio di Stato ha provocato fenomeni da valutare con attenzione. Quello che mi interessa non è tanto la sentenza, quanto le reazioni alla stessa.

Ad esempio da parte della Lega che ha ruttato la sua approvazione brindando alla chiusura di Area C, con tanto di magliette “Area C Libera” e “Pisapia non C tassi più”, esempio di genio italico-padano  applicato al fashion. Una delegazione di ex dissidenti sovietici ha partecipato alla cerimonia con le lacrime agli occhi: un anziano sospirava “Avessimo avuto il Consiglio di Stato ai tempi di Stalin…”

Lo zoo di centocinque, ricordando ai più vecchi i proclami radio del CLN, invitava al dileggio della tirannide: “Fotografatevi il culo di fronte alle telecamere spente di Area C”. Messaggi di solidarietà da Nelson Mandela e Vaclav Havel alla radio stessa: un redattore dello zoo ha ricordato in lacrime di quando fu arrestato dalla buoncostume polacca per contrabbando di calze di nylon oltrecortina…

E poi ovviamente la parte di milanesi che, sull’onda dell’emozione per la ritrovata libertà, hanno deciso di invadere festosamente la ex Area C, con caroselli d’auto, ebbri di quella felicità troppo a lungo sottratta dal cupo provvedimento repressivo.

“Erano mesi che non riuscivo a mangiare un cornetto da Cova in Montenapoleone seduto sulla mia funzionale Hammer”, dichiarava un automobilista, la faccia ancora segnata dalle privazioni degli ultimi mesi ma gli occhi limpidi, splendenti di quella gioia di vivere ritrovata.

Quello alla libera circolazione con le auto in centro città è un diritto inalienabile, inizialmente proclamato dai giusnaturalisti inglesi nel Seicento, verrà poi approfondito dai redattori dell’Enciclopedie, con una voce di Voltaire sull’argomento. Dello stesso Voltaire si ricorda spesso: “Non ho un’automobile come te ma darei la vita perché tu possa girare con la tua station wagon dentro il Castello Sforzesco”.

Nemmeno negli anni più bui del Socialismo Reale, il collettivismo era riuscito a imporre un blocco dell’auto  o una domenica a piedi: si pensi anzi alle parate militari sulla Piazza Rossa contro l’ambientalismo imperialista, tutti su mezzi a motore. Frequenti erano poi le visite di Breznev al mausoleo di Lenin a bordo della propria decappottabile.

Solo i generali birmani avevano osato avvicinarsi al livello di abominio imposto dalla giunta Pisapia sui milanesi, ganasciando le ruote della macchina di Aung San Suu Kyi: il provvedimento aveva fatto gridare allo scandalo ma i generali si erano difesi invocando come alibi proprio l’Area C milanese: “l’Occidente pensi prima alle proprie vergogne!” avevano dichiarato.

Ora finalmente il giogo dell’oppressione è stato spezzato. Finalmente potremo andare a testa alta in giro per il mondo, sulle nostre quattroruote: guardando negli occhi i nostri interlocutori stranieri potremo con ragione dire: Ich bin ein Kretiner! Santè.

Area Circo

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A Milano, come probabilmente in tutte le città d’Italia e in gran parte del mondo semicivilizzato, ci sono sempre due fazioni contrapposte, su qualunque questione: ciclisti contro automobilisti, meridionali contro ex-meridionali, fighetti contro gente normale, centri sociali contro fasci, residenti in Zona 1 contro le forze del bene. Su Area C, il confronto vede da un lato

  • gente che vuole entrare con la macchina in centro di giorno gratis;
  • gente che non sa come interagire con un tram;
  • gente il cui negozio in centro ha solo clienti che appartengono alle precedenti categorie;

contro

  • gente che usa i mezzi pubblici e ogni giorno trova una macchina parcheggiata sui binari;
  • gente che usa la bicicletta e attende con serenità il giorno in cui una portiera vagante lo manderà all’altro mondo;
  • gente che va a piedi e a cento metri dal sagrato del Duomo trova già le macchine parcheggiate sulle strisce.

Come forse già saprete, il ticket è stato sospeso per via di un ricorso, presentato dai gestori di un fondamentale parcheggio a quattrocento metri dal sagrato del Duomo. Stabilito che gli esercenti hanno tutto il diritto di tutelare i loro interessi economici e la redditività dell’accordo imprenditoriale di scambio finanziario-spirituale stretto con note entità soprannaturali in tempi non sospetti, così come gli automobilisti hanno tutto il diritto di seguire la Santa Messa dal sedile passeggero, è forse il caso di rivedere in poche righe i concetti alla base del provvedimento e la situazione dei trasporti milanesi, spesso definita disastrata dagli abitanti, goffa e confusa dai visitatori esterni, e “non capisco il problema” dai romani, a beneficio delle persone disagiate che utilizzano l’automobile come mezzo di trasporto cittadino.

  • A Milano ci sono i tram. I tram viaggiano sui binari.
  • A Milano ci sono i filobus. I filobus sono come gli autobus ma seguono i fili sospesi.
  • A Milano ci sono i marciapiedi. I marciapiedi sono dei piani rialzati rispetto alla carreggiata, costruiti per consentire la circolazione dei cosiddetti pedoni.
  • Se abiti a Rogoredo (fermata metro M3) e prendi la macchina per andare in Duomo (fermata metro M3), scegliendo di parcheggiarla in una struttura a pagamento in Largo Corsia dei Servi, hai bisogno di una badante.
  • I mezzi pubblici sono spesso lenti e inefficienti per via delle troppe biciclette che invadono le strade della cerchia dei Bastioni. Ho detto biciclette? Volevo dire persone come te.
  • “Prima bisogna potenziare i mezzi pubblici, poi le macchine diminuiranno” è come dire che prima puoi dare la tua autorevole opinione e poi capirai il concetto di causa-effetto.
  • “Il comune fa cassa a spese degli automobilisti”. Mica giusto. Abbiamo automobilisti, ciclisti, pedoni: facciamo che paga di più chi ha più soldi? No, comunismo. Facciamo che paga di più chi inquina di più? No, ambientalismo un po’ comunista. Facciamo che paga di più chi occupa più suolo pubblico? Chi fa più rumore? Chi provoca più incidenti? Chi arriva ultimo in Ticinese? Non lo so, dimmi tu.
  • I parcheggi per disabili dovrebbero essere riservati a disabili e futuri tali.
  • Hai un SUV? Di che ti lamenti? Per cinque euro ti fanno entrare ed è già tanto che non ti scortino direttamente nel più vicino reparto di Psichiatria.

L’inutile geografia della morale

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Una fregnaccia è una fregnaccia, sia che la urli sboccato dal palco di Pontida, sia che la scrivi avvolto in pashmine e lirismo sul tuo occhiello di Repubblica. La contrapposizione tra una Milano migliore e una Roma ladrona o peggiore è finzione neanche troppo letteraria, anzi letterariamente più che superata da quando Sciascia se ne uscì con la suggestiva metafora della linea della palma.

L’ascesa geografica delle mafie, certo, è una di quelle cose che i milanesi possono piangere incolpevoli, se ne sentissero il bisogno. Il clan tutt’altro che trasparente di Comunione e Liberazione, invece, è cosa tutta loro, che proprio nell’ambiente “protestante” e nella autoproclamata superiorità morale affonda salde radici, nulla avendo da invidiare al “curialismo” capitolino.

A pesare gli scandali, le malefatte, le rapine pubbliche e private si perde la testa e anche un po’ il tempo. A innalzare vessilli di una sedicente Italia migliore, spesso, ci si perde anche la faccia. Il fatto è che non esiste alcuna capitale morale, nè alcuna moralità acquisita per nascita, o genìa. Esistono solo gli individui, le loro azioni e la consapevolezza che ne hanno.

Poi, i neri hanno la musica nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei, Parigi è molto romantica ma i parigini sono stronzi. Ma questa è roba da barzellettieri, di cui Milano – peraltro – può vantare copiosissimo campionario.

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