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Michaela Biancofiore

Di cosa parliamo quando parliamo di puttane

in società by

Tanto per cambiare, nell’elevato (sic) dibattito tra la Biancofiore (“almeno per l’iniziazione, tutti gli uomini sono andati con le prostitute, è sempre stato così”) e i suoi indignati detrattori (“io a puttane? mai!”) manca un particolare, l’unico realmente importante quando si parla di prostituzione.
Chi sono, le puttane di cui ci stiamo occupando?
Perché secondo me senza rispondere a questa domanda non si può dire se sia davvero “squalificante”, per un maschio, pagare una donna in cambio di prestazioni sessuali.
Se le prostitute in questione sono delle schiave vittime di tratta, di quelle portate sul marciapiede a forza di botte e stupri e violenze, non riesco a non vedere i loro clienti come complici di un reato orribile: così come mi sembrano complici, tanto per fare un esempio, quelli che comprano i video pornografici coi bambini, poiché alimentano un mercato che sarebbe il caso di combattere.
Se le meretrici in oggetto, invece, esercitano la professione per libera scelta, non vedo dove sia il problema: e quando dico che non lo vedo intendo dire che ai miei occhi chi va con quelle donne è esattamente uguale a chiunque altro, rilevando la sua predilezione per il sesso a pagamento, perlomeno ai miei occhi, quanto la preferenza per il dentice piuttosto che per l’orata.
Allargando la riflessione, ecco che come al solito al dibattito sfugge questo: il fatto che quando si parla di prostituzione si usa una sola parola per designare due fenomeni completamente diversi; con la conseguenza che tutti i giudizi che ne derivano, non soltanto quello soggettivo relativo agli “utenti”, ma soprattutto quello che dovrebbe tradursi in attività legislativa e di governo, si confondono tra loro fino a non significare più niente.
Viene ignorata da entrambe le parti in causa, questa distinzione: da quelli per cui le “puttane” sono un’istituzione da inizio del secolo scorso (leggasi Biancofiore & Co.: suvvia, la parola “iniziazione” è roba da retrospettiva di Tinto Brass), e da quegli altri, i “moralizzatori”, secondo i quali non è possibile che una donna scelga liberamente di prostituirsi.
Viene ignorata ottusamente, ideologicamente, e questo è un bel guaio: perché per mettere le mani dentro la questione occorrerebbe distinguere ciò che attiene all’ordine pubblico e ciò che invece riguarda il giudizio morale, occupandosi del primo attraverso le forze dell’ordine e astenendosi, come si converrebbe in uno stato di diritto, dal secondo.
Invece no. Si va avanti a parlare di “puttane” così, senza discernimento.
E il risultato è l’unico possibile: le schiave restano per strada e continuano a essere picchiate e stuprate; le professioniste sono costrette all’illegalità; i maschi che vanno con le une o con le altre sono alternativamente dei mandrilli in cerca di iniziazione o dei maiali.
Si può fare un pochino meglio di così, sapete?

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