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Matteo Salvini

La vecchia Fiamma: storia della destra dall’MSI alla Meloni

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Dato che di recente è apparso un articolo sul PD di cui condivido il contenuto, in questo contributo cercherò di analizzare ciò che succede in un’altra area che “viene da lontano”: la destra post fascista.

Forse a chi legge non pare possibile ma lo scontro che si sta svolgendo in casa ex An è forse più duro di quello che si sta svolgendo nel PD. Se per gli ex comunisti, specialmente tra gli iscritti, la lotta nel partito viene percepita come una lotta generazionale, per i neri lo scontro è per lo più politico.

Tutte le parti in campo amano riscaldarsi al tepore della Fiamma, ognuna ritiene però di sapere interpretarne l’essenza. Prima però una brevissima cronistoria.

Nel 93 in pochi nell’ MSI non lessero il l’articolo di Storace sul Secolo d’Italia con grande entusiasmo. L’articolo dell’allora portavoce di Fini rilanciava l’ipotesi di una unione dei missini con altri soggetti politici conservatori e comunque di diversa provenienza politica, e poco dopo cominciarono ad arrivare i primi successi. Il 35,5% di Fini a Roma e il 31% della Mussolini a Napoli aprirono la strada all’abbraccio con Berlusconi e i moderati. Da quel momento in avanti una classe politica formata ai margini del potere entrò nel palazzo dalla porta principale e, sopratutto, ci entrò compatta.

I corridoi dei ministeri si dimostrarono però insidiosi e quel gruppo prima si logorò, poi si divise tra le braccia di Berlusconi. Il loro leader, Gianfranco Fini, pensando che il Cavaliere fosse prossimo a dipartita, iniziò un processo volto a rendere lui e i suoi fedelissimi presentabili internamente e internazionalmente. Operazione delicata che tra viaggi in Israele, denunce del fascismo e aperture alla borghesia liberale stava dando i suoi frutti. La formazione del partito il Popolo delle Libertà sembrava pertanto essere il compimento di un lavoro politico minuzioso durato quasi vent’anni. In molti rimasero delusi quando il Cavaliere decise di non lasciare. A quel punto ricordiamo lo strappo di Fini, l’autunno in cui sembrava che quel colpo potesse uccidere Berlusconi oltre che il tentativo di saldarsi a Monti. Dallo strappo con Silvio in avanti la figura di Fini ha però conosciuto un rapido declino culminato con l’esclusione dal parlamento alle politiche del 2013 (sedeva a Montecitorio dall’83).

A questo punto tre domande sorgono spontanee: Cos’è rimasto di quel gruppo dopo la morte politica del loro leader? Il processo politico cominciato da Fini può essere rilevato da qualcun altro? Esiste uno spazio politico per la Destra in Italia?

Alcuni seguirono Fini (Ronchi, Menia, Urso e Buonfiglio o come il fedelissimo Bocchino). Altri ne criticarono aspramente la scelta e si aggrapparono a Berlusconi (Gasparri, La Russa e la Meloni). Ci fu poi chi, come Gianni Alemanno, per la posizione che ricopriva, restò ambiguo. Altri ancora avevano già abbandonato Fini quando venne fondato il PDL (vedi Storace). Insomma, quel blocco granitico che aveva resistito alle molotov e alle chiavi inglesi non riuscì a resistere alle ambizioni dei suoi colonnelli.

Data la scarsa popolarità di Monti e del suo governo, oltre che dalla paura di un’epurazione preventiva dalle liste del PDL, una parte consistente degli ex AN fondarono Fratelli d’Italia e cominciarono ad opporsi al governo tecnico e alle sue politiche.

Ricapitolando: da un lato Fini, che aveva passato una vita a guardare al centro, dall’altro La Russa e Meloni che intravedevano nella crisi europea ed italiana la fine di una possibile saldatura tra la borghesia filoeuropeista e la destra popolare. Fini andò contro il muro, Fratelli d’Italia non sfondò ma prese l’egemonia di quel mondo pur senza potere accedere ai fondi della Fondazione AN. Alla fine del 2013 venne presentata da Meloni-La Russa-Alemanno la richiesta di concedere a Fratelli D’Italia il logo di Alleanza Nazionale per un anno e l’assemblea della Fondazione si espresse favorevolmente.

Nel 2014 la Meloni venne elette presidente del Partito e cominciò un’operazione di avvicinamento alla Lega di Salvini, condividendo con i lumbard molte battaglie all’opposizione dei governi Letta e Renzi oltre che contro le politiche europee.

Nel 2015 è andato in scena il penultimo atto della saga all’assemblea della Fondazione AN. Da un lato i “quarantenni” (Bonelli, Facci, Orsomarso, Santoro, Vignale e Urzì più Fini e Alemanno) che auspicavano la nascita di una associazione che racchiudesse tutte le anime della destra . E dall’altro gli esponenti di Forza Italia (Gasparri e Matteoli) e Fratelli-d’Italia-An (Meloni e La Russa) per i quali sia la destra che i moderati avevano già i loro partiti di riferimento in parlamento. I secondi l’hanno spuntata, per il momento però i 180 milioni di euro della Fondazione non si toccano.

Atto ultimo. Elezioni di Roma. Meloni rompe con Berlusconi. Rinforza l’asse con Salvini con il quale spera di costruire l’unico polo di opposizione a Renzi a destra. Cip e Ciop sono convinti che i becchini abbiano già l’indirizzo di Arcore. Fini , Alemanno e i quarantenni stanno con Storace( della serie a volte si ritorna amici). Certo è che tra flussi di migranti, la disoccupazione elevata e l’Europa in cortocircuito la fiamma potrebbe tornare ad ardere. In Francia la destra avanza, in Grecia e nella penisola iberica no. In Italia? Vedremo.

STACCE TU, ovvero “dei presepi che non c’entrano nulla”.

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Ora, rispunta la questione del presepe a scuola, a margine di un’iniziativa che in realtà nulla aveva a che fare con il presepe ma, si sa, né i leghisti né i loro difensori fighetti sono abituati al pensiero complesso.

Ora, a me i presepi da sempre piacciono molto ma non si capisce cosa c’entrino davvero con la scuola o, meglio, si capisce che non c’entrino nulla. Perché si debbano imporre dei simboli religiosi solo di alcuni in un luogo, per definizione, di tutti non è chiaro.

Nella visione di Mazzone il presepe serve a scassare il cazzo a chi non lo vuole, soprattutto ai laici: insomma il presepe come arma contundente contro l’asfissiante cappa del politicamente corretto. Basterebbe questo per far inorridire ogni vero religioso, prima ancora dei laici.

(A margine, siamo il paese dove un vicepresidente del Senato dava dell’orango a un ministro di colore e il segretario del suo partito, che ora va in giro a dispensare presepi a chi ne ha bisogno, cantava che i napoletani puzzano, mentre altri ci informano che le parlamentari di opposizione fanno i bocchini. Ma il politicamente corretto, signora mia, ci seppellirà tutti!)

Comunque, al di là del disprezzo che Salvini e, a ruota, Mazzone e gli altri suoi fan mostrano nei confronti del presepe stesso, il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti. Non cambia niente, a differenza di quanto sostenga Luca, a meno di sostenere che quelli del presepe rappresentino semplici pupazzetti di plastica tipo i Master o i soldatini, cosa che, nuovamente, se la racconti a un cattolico vero, quello si incazza e ha ragione.

Ora, non ci vuole la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (che pure già si è espressa in merito) per capire che questo impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili.

Il tutto mentre non mancano affatto, a chi vuole, i metodi per impartire la dottrina cristiana ai propri figli: basta mandarli al catechismo, in parrocchia o all’oratorio.

Ma questo tuttavia non passa per la mente dei Nostri: sono occupati a far sì che gli altri accettino i punti di vista altrui senza far tante storie. È il sale della convivenza sociale, ci dicono: “Non sei d’accordo? Beh: stacce!”.

E sin qui hanno ragione. Il piccolo problema è che non si chiedono mai quando è che ai cattolici si dica: “stacce!”. In Italia ci sono chiese e oratori praticamente a ogni isolato. La televisione, specie la TV pubblica, è strapiena oltre che di notizie sul Papa, di serie TV di soggetto cattolico, programmi religiosi e messe. Nessun governo della storia della repubblica è stato privo di ministri provenienti da partiti politici cattolici.

In questo contesto, avere uno spazio pubblico, la scuola, in cui questa presenza sia limitata – certo non eliminata, visto tra l’altro insegnamento opzionale della religione cattolica – non sarebbe un modo di annientare il diverso, sarebbe un modo di far capire ai cattolici che il loro credo non ha diritto di essere onnipresente: possono anche esserci spazi pubblici al di fuori della loro portata.

E, in effetti, il casino di quest’anno non è iniziato dal presepe ma da due mamme che volevano entrare nella scuola a insegnare anche canti religiosi ai bambini: avrebbero potuto imparare qualcosa dal rifiuto ma no, loro avevo il DIRITTO di difendere i canti natalizi a scuola!

 

Alle mamme in questione sentirsi dire un colossale “No, grazie. STACCE!” avrebbe fatto un gran bene. Come farebbe bene al Fronte Nazionale di Imposizione del Presepe sentirsi dire: “No grazie, magari fatelo a casa vostra o in parrocchia”.

Con buona pace del suddetto Fronte, il presepe nell’atrio non dà alcuna scelta: è un’imposizione. Ed è l’ennesima sanzione che non esiste posto pubblico in cui si possa stare al riparo non “dalle idee altrui” ma dall’imposizione di quella unica e sola idea altrui che in Italia viene riproposta dovunque. E se questa imposizione nemmeno proviene da un dirigente scolastico ma dal segretario di un partito politico, che decide di portare un presepe fino alla scuola di Rozzano, la cosa è molto più grave.

Ovviamente però è più urgente difendersi tutti dal politicamente corretto.

Santé

 

La mazzetta etica

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Salvini è tornato a parlare di servizio militare.
Lo aveva già fatto a luglio e a ottobre, proponendo di reintrodurre la leva obbligatoria. Ci è ricascato qualche giorno fa, vantandosi di averlo sperimentato lui stesso, il servizio militare, nel ‘95 e di sentirsi dunque pronto a partire in caso di guerra al Califfo (Tu vai avanti, io faccio una telefonata veloce e ti raggiungo).
Naturalmente, in tutti e tre i casi, Salvini ha detto una cazzata. E fin qui siamo nell’ambito della non-notizia, del più puro cane-morde-uomo.
Poi però ho pensato che non si sa mai e che, visto che la mamma dei cretini è proverbialmente sempre incinta (di elettori), forse non è del tutto peregrino cominciare a preoccuparsi concretamente dell’eventualità che una proposta del genere venga discussa, e magari approvata per davvero.

Che cosa farei, io, se ci fosse la leva militare obbligatoria in Italia?

Flashback. Durante le scuole elementari vivevo nel terrore di compiere diciotto anni per via della leva obbligatoria. Sarà che sono meridionale, e a noi terroni questa cosa della coscrizione obbligatoria – da Garibaldi in giù – ci è sempre andata di traverso. “Chi coltiverà la nostra terra quando i miei genitori saranno anziani e io dovrò partire soldato?” mi domandavo. E dire che la mia famiglia non aveva una terra da coltivare, tuttavia il mio immaginario di bambino era quello.
Sarà poi che già da piccolo soffrivo di vescica iperattiva e mi immaginavo davanti a un generale tipo Full Metal Jacket a chiedere ogni quaranta secondi “scusi, ho problemi urinari, posso andare in bagno”. Funzionava già a malapena con le maestre, sapevo che non avrebbe funzionato con lui.
Diciamo pure che pensavo (e penso) genuinamente che una cosa come il servizio militare mi avrebbe matematicamente condotto a morte certa, presumibilmente per esplosione della vescica, come il buon Tycho Brahe. E pensavo (e penso) che nessuno dovrebbe essere mai obbligato a fare, con il proprio corpo e il proprio tempo, cose che non vuole fare. In breve: sono convinto che qualunque forma di servizio obbligatorio che i cittadini devono allo stato rappresenti una pratica illiberale (dal punto di vista dello stato) e trovo immorale (dal punto di vista del cittadino) prendervi parte.
Queste decennali convinzioni ur(o)-filosofiche mi pongono tuttavia di fronte all’urgente problema del cosa farei, in concreto, se mi trovassi a vivere in un paese dove il servizio militare obbligatorio c’è (e badate che non bisogna andare troppo lontano per trovare un paese del genere, tipo Svizzera, Grecia, Cipro o SalvinItaly!). Fine del flashback.

Ecco cosa farei. Assumendo che in questo ipotetico paese la mia condizione economica fosse tutto sommato comparabile a quella attuale, credo che pagherei un ufficiale per farmi dichiarare inidoneo al servizio militare o comunque metterei in atto qualunque forma di corruzione che mi consenta di evitare di partire. Perché farei questo?

Vediamo quali potrebbero essere le alternative.

  1. Per cominciare, ho già detto che rispondere alla chiamata non sarebbe un’ipotesi praticabile dal momento che questa scelta confligge con le mie convinzioni morali profonde.
  2. Potrei optare per l’obiezione di coscienza e dirottarmi sul servizio civile, ma il mio problema morale riguarda solo parzialmente l’uso delle armi e della violenza (semmai si tratta di un disincentivo ulteriore), e più sostanzialmente l’idea che prestare un servizio non volontario è – in qualunque caso – una violazione dei diritti individuali.
  3. Potrei pensare di disertare e/o fuggire in un altro paese, ma verrei probabilmente arrestato, estradato o comunque sanzionato severamente, e presumibilmente limitato nella mia libertà di mettere piede, in futuro, sul suolo nazionale. Tutte cose che, a occhio, preferirei evitare se esistesse una soluzione che mi assicuri i medesimi vantaggi a fronte di un costo più contenuto.

C’è una ovvia obiezione, e cioè che anche la mia soluzione prevede un costo intrinseco piuttosto alto: “corromperai un ufficiale!” non fa esattamente parte del mio personale decalogo morale, né intendo sostenere che si tratti di un tipo di condotta che andrebbe tollerata in un sistema penale giusto.
E tuttavia, in un caso come quello della leva obbligatoria, quando la legge viola direttamente un bene più grande – i miei diritti individuali – è ragionevole pensare che violare la norma che mi impone di non corrompere ufficiali pubblici per ottenere utilità private (quando le alternative legali, tipo fare obiezione di coscienza o scappare, sono impraticabili per ragioni indipendenti) sarebbe da ritenere permissibile. O così mi piacerebbe argomentare.

PS. Oh, se poi Salvini non è d’accordo e vuole partire comunque per andare a combattere il Califfo, io sono pronto ad accompagnarlo fino alla scaletta dell’aereoplano, sventolando commosso il fazzoletto verde.

La fortuna di avere un Salvini, la iattura di non saperlo usare

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Immaginate di sostenere convintamente qualcosa. Qualsiasi cosa. Che ne so, la superiorità dell’acqua frizzante su quella liscia. Poi supponete, come del resto accade spesso, di avere un avversario che cerca di propagandare il punto di vista diametralmente opposto al vostro. Ipotizzate, infine, che il vostro avversario sia uno che ama spararle grosse: tanto grosse da diventare paradossale, grottesco, una specie di caricatura di se stesso. Che ne so, roba del tipo l’acqua frizzante provoca la crisi economica, mette in pericolo la convivenza civile, fa venire l’AIDS.
Ebbene, una situazione del genere dovrebbe senz’altro rallegrarvi: giacché l’enormità di quanto il vostro avversario va blaterando dovrebbe spingere naturalmente verso le vostre posizioni gente che magari, di suo, ci si avvicinerebbe molto meno volentieri: tipo, a me l’acqua frizzante fa cagare, però suvvia, dire che bevendola si perde a burraco mi pare un po’ troppo, a tutto c’è un limite.
Insomma, un avversario così sarebbe una vera e propria manna caduta dal cielo: e quindi, ne sono sicuro, qualunque individuo ragionevole lo coccolerebbe con grande cura per assicurarsi i suoi involontari servigi il più a lungo possibile.
Ecco, Matteo Salvini è un avversario di questo tipo: e il fatto che ci si indigni per lo spazio che gli viene dato sui media, invece di aprire una bottiglia di quelle buone ogni volta che la sua faccia appare in televisione, dice almeno due cose.
La prima, di carattere ormai pressoché storico, è l’endemica incapacità della cosiddetta “sinistra” italiana di affrontare i propri avversari, tantopiù quando si tratta di cabarettisti più che di esponenti politici, opponendo alle loro fregnacce la politica, anziché la semplice indignazione; perché l’indignazione è una cosa seria, da adoperare con parsimonia e soprattutto da spendere nei confronti di chi la merita, per evitare che diventi, paradossalmente, uno strumento di legittimazione; è successo per vent’anni con Berlusconi, sta accadendo di nuovo, pari pari, con Salvini.
La seconda, di ordine più strettamente politico, è che evidentemente la cosiddetta “sinistra” italiana non ce l’ha mica davvero, tutta ‘sta passione per l’ acqua frizzante; anzi, in molti casi la preferisce liscia pure lei, proprio come il suo avversario, dal quale si differenzia esclusivamente per i toni più lievi, soffusi, a volte perfino subliminali, ma non certo per la sostanza, che scava scava rimane, a spanne, la stessa.
Ecco il motivo per cui un personaggio come Salvini, che in linea astratta dovrebbe essere una benedizione, finisce per diventare una iattura: perché fin troppo spesso non rappresenta ciò che si combatte, ma è lo specchio riflesso di quanto non si è capaci di fare, non si è convinti di fare, non si vuole fare.
Vediamo di pensarci, la prossima volta che ci verrà il mal di pancia facendo un giretto sulla sua bacheca.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

Zingaro voglio vivere come te

in politica/società by

Da un po’ di tempo su questo blog il buon Alessandro Capriccioli si applica costantemente, direi con cadenza bisettimanale, a fustigare il popolino ignorante che malgiudica gli zingari, o per meglio dire i Rom, per mezzo di pregiudizi razzisti, affermazioni contradditorie e opinioni infondate. Nell’ultimo pezzo, addirittura, si evoca una sorta di stupidità inconscia e collettiva che emergerebbe in un buon numero di individui ogni qualvolta si tiri in ballo la questione della criminalità rom.

Quel che non capiamo, ci avverte Capriccioli, è una realtà invece molto semplice, davanti agli occhi di tutti – quasi banale. I Rom delinquono perché vivono segregati nei campi, in uno stato di “marginalità sociale”.

In tutta onestà, ho la forte impressione che la stupidaggine accusata da Capriccioli ricada ugualmente su coloro che considerano il problema dei Rom come una semplice questione di diritti, una negazione da parte delle autorità costituite – e, più in generale, dalla comunità non-rom – del riconoscimento di uno statuto paritario nei confronti di questo popolo. Insomma, affermare che i Rom commettono crimini perché poveri, marginalizzati e indifesi è altrettanto stupido, banale e pretenzioso quanto affermare che i Rom rubano per via di una qualche imprecisata tara razziale e/o culturale.

Ma di che Rom stiamo parlando? Dei Rom come grande categoria che comprende tutte le genti di lingua romaní? O dei Rom arrivati in Italia negli ultimi vent’anni a seguito della dissoluzione dell’URSS e delle guerra nei Balcani, escludendo così i Sinti, gli zingari stanziati in Italia sin dal XV secolo? Boh. Così come non si capisce bene quali sono i campi messi in discussione, quelli della tanto citata marginalità. Quelli di Roma? Di Bologna? Di Milano? Chissà.

A me sembra che parliamo di una miriade di realtà differenti, a fronte delle quali le diverse autorità locali e le diverse municipalità si rapportano in maniera differente. Il Rom-vittima come status assoluto e trasversale è una categoria assolutamente inesistente quanto i criminali-nati di lombrosiana memoria.

Questa retorica dell’omogeneità non fa altro che alimentare una confusione a beneficio di quelle forze politiche che nelle banalizzazioni ci sguazzano. Il qualunquismo terzomondista di Capriccioli è altrettanto dannoso quanto il razzismo di stampo nazi-fascista di Salvini. Come soluzione all’ignoranza, in maniera quasi omeopatica, si propone altra ignoranza – veleno per veleno.

D’altronde, potrei sbagliarmi. Forse la verità è a portata di mano, proprio davanti al nostro naso – e io sono troppo stupido per afferrarla.

 

Vale tutto

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Quand’ero un marmocchio, e si giocava a pallone sulla spiaggia per ore e ore, arrivava il momento in cui ci squagliavamo dal caldo, le ginocchia non reggevano più e non vedevamo l’ora di farla finita per tuffarci nell’acqua fresca e toglierci di dosso la sabbia, che nel frattempo ci si era infilata pure nelle orecchie.
A quel punto qualcuno, di solito un ragazzino biondo di cui mi ricordo soltanto che era parecchio intraprendente ancorché più piccolo degli altri, e che per questo era significativamente soprannominato “Bombardino”, prendeva il pallone in mano, si schiariva la voce e strillava forte “VALE TUTTO!”.
Da quel momento in poi, per una decina di minuti, si scatenava l’inferno: un’iradiddio di sgambetti, spinte, calci nel culo, pallonate in faccia e salti a gambe unite sulle schiene altrui; dopodiché, sfiniti e col fiatone, ci buttavamo a mare prendendo la rincorsa, dribblando e schizzando manipoli di bagnanti infastiditi e tuffandoci quando non riuscivamo più a correre perché l’acqua ci arrivava alla vita.
Ecco, mi viene in mente questo quando vedo il leader del partito secessionista più importante del paese, quello che Padania is not Italy e mettiamo un muro da Bologna in giù e mi dichiaro prigioniero politico di Roma ladrona e col tricolore mi ci pulisco il culo, che gira il paese in lungo e in largo allo slogan di “prima gli Italiani” facendo pappa e ciccia coi movimenti nazionalisti, quelli che la patria e Dio e l’unità nazionale e l’inno di Mameli.
Questo, mi viene in mente: Bombardino biondo e pieno di sabbia dappertutto, col pallone in mano, che strilla “VALE TUTTO”.
E il bello è che manco c’è un cazzo di bagnasciuga verso cui correre.

Illiberali per dna

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“Avere fede in sè è la priorità illimitata e indubitabile,
fede che non sa che cosa farsene della convalida della comunità”.

Il genio (l’importante di essere Oscar), M K

Salvini ha il diritto di fare una manifestazione con gli xenofobi, i razzisti e gli omofobi? Quelli che vogliono impedirglielo sono più razzisti di lui? E da qui la domanda/prigione: “chi è più illiberale e fascista di chi?” La risposta è molto semplice: questo accade perché siamo un paese dalle radici illiberali. Il motivo è ovvio: nella sua evoluzione storica il ‘destino’ ci ha consegnato una borghesia a maggioranza illiberale e reazionaria.

Considerando il liberalismo quell’insieme di dottrine filosofico/politiche che pongono precisi limiti al potere e all’intervento dello Stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e di promuovere l’autonomia creativa dell’individuo, storicamente esso nasce e si sviluppa come ideale che si affianca all’azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell’aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo.

Ciò significa che, dove si sia avverato, accennato, tentato, il contagio liberale di una determinata società avvenne attraverso l’azione di una borghesia liberale che si affermava, appunto, in quanto liberale.

Ecco, l’Italia non è un paese liberale perché una borghesia liberale non l’ha mai avuta. E naturalmente mai l’avrà perché il treno della storia è passato.

Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ha spiegato che la riforma protestante e la sua etica del lavoro hanno favorito una singolare tendenza al comportamento razionale per raggiungere il successo economico. Soprattutto la tradizione calvinista, percependo il lavoro e l’esercizio costante di una professione come una chiamata di Dio, ha portato con se un forte sentimento di responsabilità e devozione. Sentimento di responsabilità che è la base fondante di ogni forma di emancipazione, economica, culturale, personale etc. Tutto questo non si è sviluppato, o si è sviluppato male e schizoidamente, nei paesi cattolici, che per loro standard costitutivo contrappongono al senso di responsabilità individuale un’inflessibile concezione paternalistica, infondendo a tutti i livelli sentimenti di insufficienza personale e di assistenza coatta, funzionali appunto a dinamiche paternalistiche.

Non è un caso che, ad esempio, in Italia il Vaticano abbia svolto un ruolo decisivo per tamponare e disinnescare le spinte liberali che cercavano di emergere nella politica e nella società. La chiesa, dopo essersi giocata la carta del Non expedit (con cui la santa sede il 10 settembre 1874 espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato ), ha fatto scacco matto su quest’aria politica con il Patto Gentiloni prima, che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali (disinnescandone spinte e contagiandone azioni) in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa, e, successivamente, con il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra.

Dal 1882, cioè dal momento in cui la Destra storica cade sul pareggio di bilancio e Agostino Depretis dà vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo, assistiamo all’evolversi di un’anomalia secolare che fa della borghesia italiana un ceto fortemente illiberale nella sua composizione maggioritaria, e questo si manifesta esplicitamente nell’esperienza del ventennio fascista fino ad oggi.

Mussolini convinse gli industriali del Nord, gli agrari dell’Emilia Romagna ed il latifondismo meridionale, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia, che il suo movimento non era una rivoluzione ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia, reazionari nei loro nuclei psichici, vi si riconobbero. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado (Borghesia) si tirò indietro.

Concetti ed azioni, questi ultimi, del tutto estranei al liberalismo e ad una rivoluzione liberale che, al contrario, ha sempre concepito la società come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, tendente ad una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza, ma anche e soprattutto, sul rispetto delle minoranze.

Dall’Unità in poi la borghesia italiana ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente. In preda ad un’ossessione di rivendicazione bottegaia ha sempre puntato sulla trattativa con lo Stato per organizzare la difesa dei propri interessi, subordinando l’interesse generale agli accordi privati, particolari, in un regime d’ideologia concertativa permanente.

Questa debolezza strutturale, questa paura e questa assenza di emancipazione ha portato il blocco sociale imprenditoriale, quello delle professioni, delle élite dell’economia, della finanza, a farsi rappresentare per decenni da ‘prodotti’politici’, alternativamente di destra, centro, sinistra, espressione della monolitica egemonia del gesuitismo controriformistico e dell’arretratezza italiana.

Le lunghe disquisizioni sulla sensatezza dell’ideologia liberale di un ‘liberale’ italiano, in un batter d’occhio vengono cestinate nel dimenticatoio e sostituite da pratiche, scelte ed azioni appunto reazionarie ed illiberali, appena egli deve preservare e difendere il proprio orticello.

E’così che è andata. Sarebbe bene ricordarselo sempre.

Soundtrack1:’How we be’, Sinkane

Soundtrack2:’Head over heels’, Tears for Fears

Soundtrack3:’La lira di Narciso’, Marlene Kuntz

Soundtrack4:’Io se fossi Dio’, Giorgio Gaber

Soundtrack5:’A chi succhia’, Marlene Kuntz

Soundtrack6:’Mad world’, Tears for Fears

Soundtrack7:’There there’, Radiohead

Post scriptum:

Salvini e i democratici passivo-aggressivi

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Ieri Salvini è andato in piazza a Roma assieme a Fratelli d’Italia, cioè quel che rimane della molto poco onorevole storia della destra sociale italiana, e Casapound, cioè i fascisti. Con tanto di mix di bandiere leghiste, croci celtiche, tricolori sventolati a caso, foto di Mussolini, saluti romani e ovviamente il solito armamentario di cazzate retoriche razziste e violente.

In una piazza poco distante, è stata organizzata una contromanifestazione antirazzista, antifascista e antiomofoba che ha raccolto più persone di quelle portate in piazza da Salvini e dai suoi groupies fascisti.

Ovviamente, questo dovrebbe far piacere alle persone normali.

Invece no. Perché in Italia si sta diffondendo una sorta di patologia mentale passivo-aggressiva per la quale, se i fascisti vanno in piazza bisogna accettarlo passivamente, perché, perbacco, non si può violare la loro libertà di manifestare, non sarebbe democratico. Ovviamente, la stessa cosa non vale per quelli che organizzano e vanno alla contromanifestazione: per loro la libertà di manifestare non si applica, sia mai che venisse turbata la serenità mentale degli altri: e quindi giù insulti o prese per il culo non ai fascisti ma a chi manifesta contro di loro.

Anzi, se manifesti contro Salvini e i fascisti dai loro importanza e fai loro pubblicità.

Ma certo!

Ai geni della democrazia passivo-aggressiva sfugge che in altri posti dove pure i fascisti sono un problema marginale e non vanno in piazza con movimenti che possono raggiungere il 20% (venti per cento), tipo in Germania, OGNI manifestazione della NPD è accompagnata da contromanifestazioni molto più imponenti della prima. E che questo è uno dei motivi per cui la NPD non ha mai sfiorato il 2% (due per cento) alle elezioni federali.

E un’altra cosa che sembra sfuggire ai suddetti imbecilli è che – in un periodo di crisi, nel quale trovare capri espiatori attraverso l’armamentario razzista e nazionalista è facilissimo – una manifestazione antirazzista che raccolga più gente di una xenofoba è un’ottima notizia e bisogna fare in modo che questo succeda anche in futuro.

Invece no: meglio prendere per il culo chi manifesta contro Salvini e rallegrarsi “perché, con una destra e una sinistra così, il PD governerà per 20 anni” e via di compiaciute autopacche sulle spalle. Credo se lo dicessero tra loro anche i liberali imbecilli all’inizio degli anni Venti.

Santé

Diamo una mano a Matteo Salvini

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Gli occhiali, il motore a scoppio, la dialisi, i microprocessori, l’energia elettrica, la chemioterapia, l’aria condizionata, la messa in piega, la depilazione, le protesi dentarie, i trapianti di organi, la raffinazione dello zucchero, le padelle antiaderenti, i semafori, gli antibiotici, il nylon, gli impianti a gas, i telefoni, le metropolitane, le penne a sfera, gli antipiretici, gli scooter, tagliarsi le unghie, il bagnoschiuma, l’iPod, gli aeroplani, l’estrazione del salgemma, Twitter, la pentola a pressione, le leghe metalliche, i rasoi, la gastroscopia, la calcolatrice, i ponti, i deodoranti, le ferrovie, gli spazzolini da denti, il frigorifero.

Mi aspetto che nei prossimi giorni Matteo Salvini manifesti contro tutte le cose “contro la natura” che ci circondano, così come ha fatto ieri a proposito dei cosiddetti “genitori indistinti“.

Vogliamo aiutarlo? L’account Twitter di Salvini è @matteosalvinimi: forse ricordargli di quanta roba #contronatura si avvale tutti i giorni sarebbe un’opera meritoria.

Io gli ho appena twittato questo:

@matteosalvinimi , lo sai che la dialisi è #contronatura? Dai, fai una manifestazione per abolirla!

Cheffate, gli date una mano anche voi?

Teoricamente no

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Poi uno legge che Salvini dice che la norma “Salva-Lega” non c’è e che la Lega non ha bisogno dell’aiuto di nessuno, e allora quelli del PD gli rispondono che invece c’è e se non se la pianta di dire che non c’è prendono e gliela tolgono, e gli pare di risentire la lite di qualche giorno fa tra quelli che abitano al palazzo di fronte, con lei che diceva non mi dai mai una mano in casa e lui che rispondeva ah sì allora la prossima volta te li carichi tu i mobili di Ikea e lei che gli dava dello stronzo e lui che le dava della rompicoglioni e lei che intimava vattene e lui che rispondeva vattene te che questa è casa mia e lei che minacciava guarda che lo faccio e lui che gridava voglio proprio vedere se lo fai.
Solo che le liti tra quelli della casa fronte, a parte il volume delle voci, in fin dei conti sono cazzi loro.
La legge elettorale, teoricamente, no.

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