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Matteo Renzi - page 2

Altro che perdere voti

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Ora, noi stiamo qua a ripetere ridicolo, grottesco, patetico, poveri volontari del Movimento 5 Stelle, che pena, che tristezza, stavolta ha cagato fuori dal vaso, questa non è politica e via discorrendo.
Dopodiché, mi pare chiaro che lo show di Grillo con Renzi non sia il risultato di uno sclero estemporaneo, ma il frutto di una strategia accuratamente studiata per ottenere dei risultati: tant’è che basta andarsi a fare un giro sul suo blog per trovare decine e decine di commenti che definire entusiastici sarebbe un eufemismo.
Il metodo, quindi, funziona: perlomeno coi sostenitori più accesi, vale a dire quelle trenta o quarantamila persone che seguono Grillo sul web e scrivono su Facebook, che grosso modo sono le stesse che commentano sul blog e partecipano alle cosiddette “votazioni online”.
E gli altri? Voglio dire, i quasi nove milioni di italiani che hanno dato il voto al Movimento 5 Stelle alle politiche?
A quelli, temo, l’eco di ciò che è successo oggi arriverà in modo molto ovattato. Anzi, presumo che alla maggior parte di loro, che se va bene guardano il telegiornale mentre cenano aspettando Sanremo e non seguono le trasmissioni di approfondimento politico, non arriverà quasi per niente.
In qualche modo, di striscio, verranno a sapere che Grillo ha mandato a cagare Renzi durante una cosa non meglio identificata che si chiama “consultazioni”, rubricheranno la vicenda alla voce “nuova politica che rifiuta l’inciucio con quella vecchia” e concluderanno che tutto sommato, in un paese allo sbando che ha bisogno del “cambiamento”, va bene così.
Insomma, io non sono quello che si definisce un analista, però mi pare di poter supporre che la strategia sia questa: continuare a incendiare i (pochi) fedelissimi, fidelizzare i qualunquisti che abbondano in qualunque agglomerato umano e blandire i (moltissimi) tiepidi che fanno una gran fatica a campare e a malapena sanno cosa sia il governo. E mi pare che tutto sommato sia una strategia che potrebbe funzionare.
Alla facciaccia di quelli come noi, che ci ostiniamo a misurare il paese sui quattro gatti dei social network.

La rottamazione a derivata negativa

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Questo è un coccodrillo al lemma della rottamazione. Si può dare per attuale o preventivo, ognuno scelga per sé, ma qui si dà per attuale se non addirittura in ritardo.
La rottamazione è arrivata d’improvviso nei titoli dei giornali: parola di lunghezza rognosetta, che gira male e indispone il deskista, e che nel caso renziano non ha maturato sinonimi accettati. Ma come d’improvviso è arrivata, così s’è presto svuotata. Persiste ancora perché il deskista medio è pigro, ma in realtà è morta e sepolta. Si può dire che per Renzi è trapassata la sera della sconfitta alle primarie del 2012, quelle che il sindaco di Firenze ha perso contro Bersani. Da allora il giovanotto, che per tutti è rimasto “il rottamatore”, l’ha pronunciata pochissime volte e sempre più di rado. Fino a bandirla di netto dal repertorio delle arringhe. Crozza, avrete notato, quella parola non la pronuncia mai quando imita quello che oggi è il premier incaricato: semplicemente perché quando ha studiato il personaggio per riprodurlo in scena non gliel’ha mai sentita dire.
La rottamazione dunque è valsa come straordinario artificio retorico, ed è stata usata finché ha saputo produrre consenso e altri frutti: la rassegna stampa fondata sulle reazioni di chi ci cascava, innanzitutto. Ma dalla sconfitta delle primarie del 2012 a Renzi non è servita più “la bomba fine di mondo” per farsi conoscere. Anzi, ha dovuto far dimenticare che tutto è nato con una rivendicazione giovanilistica posta in termini a tratti anche un po’ infantili.
Così la rottamazione, fatte le debite eccezioni di chi si attarda nella esegesi delle cronache, ogni tanto riaffiora, quasi come un delicato orpello vintage.
Se nelle parole è passata, nei fatti è addirittura è trapassata. Si guardi ad esempio alla collezione dei retroscena in cui si indicano i potenziali ministri del Governo Renzi: in questi affiorano nomi incompatibili con qualsiasi declinazione possibile della rottamazione. Ho letto quello di Arturo Parisi, di Tabacci e addirittura quello di Romano Prodi. Lasciamo stare quanto è vero che Renzi abbia avuto (o abbia ancora) intenzione di coinvolgerli nella compagine di Governo, e lasciamo andare anche quanto questi ci possano risultare graditi o meno. Basta il fatto che a un nutrito numero di addetti ai lavori questi ipotetici ministri siano risultati verosimili. Basta questo a chiedersi che fine abbia fatto la pressa del rottamatore.
Per non dire dei nomi che circolano fin da ora per il successore di Napolitano, atteso secondo le varie fonti abbastanza presto: Giuliano Amato, Romano Prodi e qualcuno ha addirittura scritto quello di Pierluigi Bersani. Tutti nomi sui quali si deve aver dato per scontato – a patto di non essere dei dissociati – il potenziale appoggio del più potente dei grandi elettori, ovvero proprio Renzi. Ebbene, che la rottamazione – ormai suppostamente compiuta e quindi esaurita in sé – possa reggere le ipotesi di ministri come Tabacci, Prodi o Parisi e che la corsa al Quirinale possa vedere protagonisti gli stessi candidati che erano in lizza prima che il rottamatore prendesse il potere è a dir poco strano. Così strano che sembra tanto un nuovo, e ancora più immaginario, miracolo italiano.

Generatore automatico di mezzi di trasporto di Renzi

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Visto che pare non si parli d’altro, fare refresh per ottenere una nuova foto di Renzi su uno dei suoi innumerevoli mezzi di trasporto

Le parole erano importanti

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Golpe, colpo di Stato, democrazia violata. Termini ed espressioni che in questi giorni si sentono più spesso del solito. Ora sono in spolvero, ma fanno normalmente parte dell’arredo retorico al punto che vi si ricorre con straordinaria superficialità e altrettanta approssimazione. Fatto sta che da quando si è aperta la crisi di Governo è tutto un fiorire di imprecisioni sparate ad altezza d’uomo, senza alcuna remora o pudore. La banale, forse anche stanca e logora, ma comunque inevitabile applicazione della Costituzione, non si sa come, spinge moltissimi a gridare allo scandalo e alla democrazia interrotta. Non che tutte queste persone abbiano torto nel sentirsi incazzati e nel volerlo manifestare, ma perché ricorrere a termini così platealmente inappropriati, al punto di apparire sprovvisti dei principali rudimenti di educazione civica? Certo, d’accordo, si tratta di esagerazioni determinate da un sentimento diffuso e popolare, come quello cui si rivolge quel tizio che solo poche ora fa scriveva tronfio su Facebook: “Sono stato l’ultimo presidente del Consiglio eletto dagli italiani”. Ma ciò non toglie che si tratti di negare il senso delle parole.
Si dirà che mettersi a spigolare non ha gran senso, e che la forma è la sostanza dei fessi. Eppure, quando le parole erano importanti, la differenza tra “scelto”, “nominato” o “eletto” c’era ed era inconfutabile, e non si capisce bene per quali bizzarre dinamiche oggi non sia più così. Questo velo di marchiana approssimazione è frutto di un annidato ciclo di equivoci che fa vittime ovunque. Capisco che tutto sparisca di fronte alla verità secondo cui, comunque la si chiami, una fregatura è pur sempre una fregatura. Ma è proprio in quell’attimo, prima che tutto sparisca, che uno dovrebbe incazzarsi. Non dopo.

Mettendo insieme i pezzi

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Facciamo una cosa: io provo a mettere in fila il nugolo di pensieri disordinati che mi girano in testa e vediamo se ne viene fuori qualcosa.

  1. Che cosa mi aspettavo da Renzi? Niente di entusiasmante: soltanto che, dato il contesto,  potesse riuscire a fare quattro o cinque cose utili per il paese, pur nella consapevolezza che il suo mondo ideale e politico è sensibilmente lontano dal mio per un milione di ragioni che in questa sede sarebbe inutile elencare.
  2. In ragione di quanto sopra, giacché non ho mai pensato che Renzi incarnasse chissà quale epocale cambio di prospettiva nel panorama politico del paese, quello che mi aspettavo da lui non può cambiare dopo gli avvenimenti di ieri: insomma, non posso dirmi deluso semplicemente perché non mi ero mai illuso.
  3. Ci andrei piano, pertanto, a qualificare l’ascesa al governo di Renzi come una “porcata”. Non mi pare quello il problema, sia perché –com’è stato efficacemente scritto– dalle nostre parti non c’è il presidenzialismo, e finché non c’è le cose funzionano così, sia -soprattutto- perché se accettiamo di ragionare in questi termini il governo Letta era una “porcata” niente affatto diversa: e siccome, ripeto, per me Renzi non ha mai rappresentato in alcun modo il “nuovo”, non vedo perché dovrei restare deluso nel verificare che il suo operato risponde a logiche “vecchie”.
  4. Sta di fatto, tuttavia, che la possibilità che Renzi facesse quelle quattro o cinque cose la intravedevo: e di conseguenza ritenevo potenzialmente utile la circostanza che avesse la materiale possibilità di provare a realizzarle.
  5. Date le premesse, l’unico giudizio che mi sento di esprimere sulla vicenda è di ordine laicamente strategico: Renzi ha fatto bene a correre questo rischio? Gli consentirà, questa decisione, di incidere in modo significativo sulle sorti del paese? Oppure non farà altro che risolversi in un suicidio?
  6. Ieri, istintivamente, ho scritto su Facebook: “In estrema sintesi: quello che sta accadendo oggi è una delle più grosse cazzate a cui abbia assistito nella mia vita“. Poi, spostandomi su un piano diverso, ho aggiunto: “A questo punto, quasi quasi mi scuso con D’Alema per tutto quello che ho scritto su di lui negli ultimi 10 anni“. Lasciando da parte  il secondo status (via, me la darete la soddisfazione di sottolineare che ‘sto “rottamatore” è tale solo nei proclami, e poi mi taccio?), continuo a ritenere che il punto sia nel primo: la scelta di Renzi è una “cazzata”? Qua si entra in un ambito delicato, perché è vero che la valutazione del rischio di un’operazione del genere è del tutto arbitraria e soggettiva, ed è vero pure che Renzi disporrà senz’altro di elementi infinitamente più accurati dei miei per misurare la possibilità di successo di quello che fa. Ragion per cui, la mia opinione sull’argomento dovrebbe essere assai meno fondata rispetto alla sua.
  7. Senonché, spesso e volentieri le cose non funzionano così: è successo più di una volta (lascio a voi, se volete, il piacere di stilare la casistica) che gli “osservatori esterni” azzeccassero le valutazioni sull’operato di qualcuno meglio di quel qualcuno;  un po’ come capita nel calcio, quando sei in tribuna e vedi meglio quello che succede rispetto ai calciatori in campo.
  8. Orbene, dopo averci pensato qualche ora, dopo aver letto quello che sono riuscito a leggere e soprattutto dopo aver discusso serratamente con persone che stimo molto più capaci di analisi di me, continuo ad avere la sensazione che la scelta  di Renzi sia un’azzardo a dir poco eccessivo: una “cazzata”, per dirla come la dicevo ieri. Un po’ perché il parlamento è quello che è, vale a dire lo stesso che aveva di fronte Letta, e non vedo in che modo, con questo parlamento, si possano compiere riforme significative; un po’ perché le ricadute in termini di immagine su Renzi, almeno per il momento, mi paiono disastrose; un po’ perché la faccenda verrà prontamente (ancorché, ripeto, in modo assolutamente ingiustificato rispetto al nostro assetto costituzionale) sfruttata da quelli che il popolo e la casta e il palazzo e vi fate i vostri giochi, i quali mi sembrano destinati inevitabilmente (e malauguratamente, per come la vedo io) ad ingrossare le proprie fila; un po’ perché la situazione attuale mette Renzi “sotto scopa” di Berlusconi, il che non è mai una bella premessa.
  9. Nell’eventualità che Renzi abbia sbagliato, infine, non mi pare significativo stare là a discettare sui motivi dell’errore, specie se finiscono per riguardare una sfera psicologista nella quale ritengo poco utile addentrarsi: si può sbagliare per foga, per avventatezza, per vanità, per megalomania, ma si tratta, in ultima analisi, di problemi di quello che sbaglia.

Staremo a vedere, naturalmente. Non smetto di augurarmi, sia pure senza illudermi, che Renzi riesca a “navigare e non galleggiare”. Da oggi, tuttavia, ci credo un po’ (molto) meno. Disponibile come sempre a essere smentito dai fatti.

Generatore automatico di totoministri

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Vista l’aria che tira, fare refresh per ottenere un nuovo, fiammante Totoministri

I Fine Young Cannibals agli Esteri, Paolo Brosio agli Interni, i Radiohead alle Riforme Costituzionali.

Un piano perfetto

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Grillo e Casaleggio possono ritenersi profondamente soddisfatti di tutto ciò che è accaduto nell’ultima settimana. In poche mosse hanno 1) monopolizzato l’attenzione dei media scansando Renzi, 2) lanciato, senza spaccature o malpancismi interni, un proprio candidato premier che tiene mediaticamente il passo, e, soprattutto, 3) polarizzato millimetricamente lo scontro. Infatti, hanno sfruttato la questione Bankitalia, l’impeachment, il parto dell’Italicum e a breve l’imminente ‘svuota carceri’, per mandare un messaggio preciso ai loro elettori ed a tutti i delusi ed incazzati sia di destra che di sinistra: da un lato ci sono Napolitano, Letta, Monti, Renzi, Casini, la Boldrini, Vendola, Berlusconi, Alfano e Schifani, Fabio Fazio, il Corriere della sera, Repubblica e le banche, quelli che vi governano e vi affamano, che sono tutti d’accordo tra di loro ed al servizio dei loro stessi interessi di partito, che vi riempiono di tasse e che fanno finta di litigare. Dall’altro ci siamo noi, il M5s, unica opposizione, bistrattata, che cerca in tutti i modi possibili di evitare che vengano approvati provvedimenti negativi per le famiglie, le imprese, lavoratori e disoccupati.

L’essere attaccati da tutte le parti li unisce e li salda ancora di più al proprio interno, e finisce per unire in negativo anche tutti gli altri che li attaccano, i quali, avendo lo stesso nemico, nella percezione generale più immediata e prepolitica, perdono ogni differenzazione e particolarità. E l’essere l’unica opposizione aggressiva, dura ed intransigente, esclusa e bistrattata dai ceti dirigenti, finisce per attirare a sè tutta quella indistinta massa frustrata e senza rappresentanza, proveniente dalla dissoluzione del ceto medio e dall’impoverimento della piccola borghesia, sempre più arrabbiata ed incline all’antisistema.

Chi al momento rischia di pagare il conto più salato, è Renzi. La legge elettorale concordata con Silvio, nella sua attuale conformazione, sembra essere stata fatta apposta per far vincere Berlusca. Gli alleati del pd hanno una consistenza elettorale quasi insignificante (i socialisti non raggiungono nemmeno l’1% e Sel, tra scandalo Vendola/Ilva e operato Boldrini, è in caduta libera). Mentre la coalizione che ha in mente il cavaliere, con Fratelli d’Italia, Nuovocentrodestra, Lega, Casini e alla fine anche buona parte di scelta civica, rischia di raggiungere soglia 37% già al primo turno. In più per Renzi ci sta il macigno del governo letta, governo del Pd rinfacciabile di essere emanazione programmatica della dirigenza democratica. Continuando su questa scia, attirerà impopolarità su impopolarità, che finirà per contagiare anche il sindaco di Firenze. Più resta a galla Letta, più l’effetto Renzi si spegne. Alfano, in più, mandato da Silvio, gli chiederà un rimpasto per farlo sporcare ulteriormente, impossibilitandolo a smarcarsi. E ancora, un esito estremamente negativo delle elezioni europee per il pd potrebbe rappresentare l’ingresso in un vicolo cieco dove tutto può succedere.

A questo mirano Grillo e Casaleggio, perché sanno che l’elettorato più instabile e confuso sta proprio a sinistra. E’qua che potrebbero pescare di più, perché il blocco sociale berlusconiano, con silvio in campo, regge. La connessione sentimentale del biscione con il proprio popolo non si è ancora esaurita.

Un piano fino ad ora perfetto, quello di Grillo e Casaleggio. Ottima tempistica, studiato freddamente ed a tavolino. Naturalmente possibile grazie alla malafede ed alla mediocrità politica e strategica di gran parte delle dirigenze dei partiti di ‘sinistra’presenti in Parlamento.

Soundtrack1:’Pilot’, The Notwist

 

Preferentemente

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Allora, buon pomeriggio. Io sono circa otto anni che sento parlare di preferenze alle elezioni politiche. Preferenze si’, perche’ vogliamo sceglierci i nostri rappresentanti o preferenze no, perche’ poi viene fuori un Parlamento che sembra la Sacra Corona Unita. Per una sostenitrice del maggioritario come me, che in fin dei conti vorrebbe liste bloccate di una persona (prendere o lasciare), la scelta e’ particolarmente deprimente. Ma forse la questione preferenze forse andrebbe affrontata con un po’ di pragmatismo. Perche’ volere le preferenze? Con una legge elettorale che rende impossibile conoscere tutti i candidati, uno vuole la preferenza per spedire in Parlamento qualcuno che ritiene per lo meno decente. Questo e’ il caso del Porcellum che ha liste e circoscrizioni sterminate.
Non sono sicura che le preferenze siano altrettanto fondamentali in un sistema con collegi piccoli e una lista di 4/5 candidati in cui e’ molto piu’ realistico riuscire a valutare tutti i candidati singolarmente. Al limite si puo’ vedere il voto alla lista come un voto a una squadra di cui pero’ si conoscono tutti i componenti. Poi chiaramente, noi che siamo per il maggioritario vorremmo una lista bloccata di una sola persona in un collegio grande quanto un cortile. Ma qui si sta cercando un compromesso, il che vuol dire liste piu’ corte possibile e collegi piu’ piccoli possibile.
Ah, poi magari viene fuori che i piu’ critici sull’accordo sono gli stessi che un anno fa sostenevano Bersani, e dunque i maggiori responsabili del fatto che oggi la legge elettorale la dobbiamo fare con Berlusconi.  
P.S. Ma qualche elettore di FI ha chiesto conto del veto sulle preferenze? O siamo passati alla fase trascendente in cui quelli di FI non fanno nemmeno piu’ supercazzole per giustificare il Boss?

Sticazzi al cubo!

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Signori, il momento è solenne: con la promessa irregolarità torna “Sticazzi al cubo” rubrica di news, commenti, opinioni di cui non me ne frega un beneamato cazzo.

Di recente non me ne frega un cazzo di:

1) Andrea Scanzi che scrive a Renzi

2) Beppe Grillo che scrive a Renzi e lo chiama “Renzie”; Beppe qualcuno te lo deve dire: una volta passate le scuole medie utilizzare a oltranza un nomignolo non fa più ridere . E’ triste lo so, ma è la dura realtà. “Renzie” faceva ridere la prima, la seconda, la terza volta: alla centesima fa cascare le palle.

3) Renzi che arriva senza cravatta ma poi si mette la cravatta.

4)  Bastianich di Masterchef che ci spiega se la Parmigana è campana o siciliana.

5) Chi userà il simbolo di Alleanza Nazionale

6) Jovanotti che va in anno sabbatico (Lorenzo, fai con comodo: prenditi anche un decennio, eh?)

7) La ricerca inglese che ci spiega che James Bond non può fare la spia perché è un alcolizzato

8) la simbologia politica attorno al cane Dudù

il vincitore assoluto di questa puntata è: “Daniela Santanchè e Alessandro Sallusti in centro a Milano si fermano ad acquistare delle caldarroste, molto apprezzate anche dalla cagnolina Mia”. Chapeau al Corriere della Sera!

 

Le precedenti classifiche di notizie di cui non me ne fregava un cazzo.

Classifica 3

1) La palla di grasso sotto Londra

2) L”uomo che ha scelto di vivere come un tritone perché ama le sirenette

3) L”avvocato che fa causa all”Italia per l”omicidio di Gesù

4) La villa a forma di Titanic affittata dagli One Direction

5) Riesumati i resti del figlio della Gioconda

6) La centomilionesima sparata di Bossi sui fucili leghisti

7) Gli interventi dei leader politici al meeting di Comunione e Liberazione

8) Il meeting di Comunione e Liberazione

9) Comunione e Liberazione

10) Le interviste de il Foglio e del Corriere a l”Apparato

Il vincitore assoluto di questa puntata è: papa Francesco visita la falegnameria vaticana e stringe la mano agli operai: il primo che fa una battuta sul papa che raccomanda ai falegnami di non farsi le seghe è un ciellino.

Complimenti ai vincitori! Santè

 

Classifica 2

1) Eugenio Scalfari che scrive a Papa Francis

2) Quello che pensa Ferrara di Berlusconi e di Marina Berlusconi

3) Ferrara

4) Berlusconi

5)  Marina Berlusconi

6) La polemica tra Brunetta e Benigni

7) Magnini riconquista Pellegrini con 125 fiorellini

8) Pellegrini, pur rinconquistata da Magnini, va alle gare di nuoto di un altro tizio

9) Gli spot della FIAT con i cliché italiani per il mercato USA

Il vincitore assoluto di questa puntata è:

il ministro Mauro che viene calato dall’elicottero: sarà difficile sfiorare questa soglia di irrilevanza di una notiza in futuro.

 

 Classifica 1 

1) Rajoy che fa il copia/incolla della mail del terremoto cinese.

2) Assange che si butta in politica in Australia.

3) Kobe Bryant che visita il museo di Leonardo a Vinci.

4) Italo Treno che chiude in perdita.

5) il papa che prende il caffè nella favela.

6) il  papa in Brasile.

7) il papa.

8) Il fratello di Cassano che terrorizza i bagnanti col motoscafo.

9) Dolce e Gabbana citati in giudizio da Peter Fonda.

ma il vincitore assoluto di questa prima puntata è:

La  George di Windsor: scelta austera per il Royal Baby (sono tutti austeri con le coperte degli altri, quando George potrà parlare se ne ricorderà e saranno cazzi vostri)!

 

La legalizziamo, Matteo?

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Lasciamo un attimo da parte le cosiddette “droghe pesanti”, su cui potremmo scannarci per giorni interi, e concentriamoci sulla cannabis.
Ora, qualcuno è ancora convinto che la marijuana sia una piaga sociale? O meglio, qualcuno ritiene davvero che fumare una canna sia più pericoloso che bere due o tre di bicchieri di vino o un paio di amari?
Io penso di no, al di là della personale simpatia o antipatia che ciascuno è libero di nutrire nei confronti della cosiddetta “cultura dello sballo”.
Ebbene, attualmente la marijuana è una merce con cui si arricchiscono i narcotrafficanti, mentre potrebbe costituire una fonte di guadagno per i privati, o se si preferisce per lo Stato: a tutto vantaggio della lotta alla criminalità organizzata, del gettito fiscale e della qualità del prodotto.
Tra l’altro la legalizzazione della cannabis risparmierebbe a milioni di persone, perlopiù giovani e giovanissimi, il contatto quotidiano coi pusher, che in una tasca tengono la marijuana e nell’altra l’eroina, sottraendoli alla possibilità che un giorno o l’altro venga offerto loro qualcosa di più pesante al posto del solito spinello.
Insomma, a me sembra che dalla legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere” si otterrebbero soltanto benefici e pressoché nessuna controindicazione: e quindi mi pare ancora più stupefacente -mi si perdoni il gioco di parole- il fatto che l’argomento sia tuttora ignorato dalla -quasi- totalità della politica italiana.
Mujica ha ragione: in Uruguay è in atto un “esperimento al di fuori del proibizionismo, che è fallito” per tentare di “strappare un mercato importante ai trafficanti di droga”.
C’è qualcuno, tra quelli che si candidano a governare il nostro paese, che sarebbe disposto a raccogliere questa sfida? Magari, che ne so, uno di quelli giovani e moderni come Renzi, che si proclama -e, chissà, magari lo è davvero- capace di ragionare sulle cose con un’ottica nuova.
Che ne dici, Matteo, non sarebbe il caso di ragionarci seriamente, e senza riserve mentali?
Oppure vale la pena di rottamare tutto, tranne i tabù?

Forconi o resilienza?

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L’Italia è un paese strano. Lo sappiamo tutti, è vero. Ma alla stranezza nostrana non c’è mai fine. Abbiamo il leader della rete, della democrazia diretta e partecipata, che ci spiega che quei 3 milioni di militanti che sono andati alle primarie sono stati degli idioti che per farsi prendere per il culo hanno pure pagato 2 euro a testa. Lui che ha organizzato le parlamentarie a cui hanno partecipato non più di 25mila persone. Abbiamo i leaders del partito conservatore e moderato che gridano al golpe di fronte ad una sentenza della magistratura e che chiedono l’impeachment del capo dello stato per alto tradimento alla repubblica per la formazione di un governo che loro stessi hanno votato. Con i loro militanti che su vari social network inneggiano ai forconi che lanciano molotov contro sedi istituzionali ed ai poliziotti che si schierano con i manifestanti come nella rivoluzione bolscevica del ’19.

Abbiamo il ‘giovane’ che ha fatto l’università privata che abita in una grande città’ poco economica, in un appartamento comprato dai genitori, che si lamenta del fatto che gli spacciatori ‘negrebini’, a cui dà 200 euro a settimana tra fumo e cocaina, hanno le Timberland ed i giubbotti cahrartt, mentre lui non trova un lavoro ed ora è disperato perché la sinistra è morta. L’ha uccisa Renzi che è di destra, è un democristiano, è un liberista sfrenato contro i sindacati, un moderato centrista democristiano della margherita, il nuovo Craxi. Che bisogna superare le politiche liberiste che hanno fallito negli ultimi 20 anni.

Ci si dimentica sempre però che dal 1994 ad oggi la ‘sinistra’ ha governato il paese con Dini dal 1995 al 1996, con Prodi-D’Alema-Amato dal 1996 al 2001, con Prodi dal 2008 al 2009, con Monti dal 2011 al 2013, ed attualmente con il nipote del braccio destro del capo del partito avversario. Ha governato cioè il paese per 11 anni su 19. Quindi, come la mettiamo? Dov’è l’impronta liberista in un paese con il 50% e passa di PIL pubblico e carico fiscale su impresa e lavoro tra i più alti del mondo? E questo, aldilà di essere o meno liberisti, bisogna pur dirlo, caspiterina. Come bisogna pur dire dove cacchio sono le politiche di welfare avanzato con centri per l’impiego funzionanti, con adeguate garanzie e tutele per le nuove forme contrattuali presenti nell’attuale mercato del lavoro, tipiche di ogni socialdemocrazia civile del mondo sviluppato?

Quindi oggi il problema, l’ossessione, è Renzi.

Già, Matteo Renzi è il nuovo leader del Pd. ‘Sticazzi’ o ‘Evviva Matteo Renzi’, poco importa. Poco importa se sia una nuova versione dell’apparato o di potentati editoriali e dell’alta finanza. Importa come lui si sia presentato. Rottamatore di chi è stato in politica per troppi anni. Di chi non e’stato capace di fare scelte che hanno migliorato la vita delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie italiane. Si è presentato con degli obbiettivi chiari: fine del bicameralismo perfetto con il senato che diventa una camera delle autonomie, il miliardo di tagli al costo della politica e l’eliminazione delle provincie, il sistema elettorale maggioritario, il ricalcolo delle pensioni alte col contributivo, la rinegoziazione in europa del vincolo del 3% di deficit. Se non ce la farà o se non riuscirà a superare le resistenze per fare ciò che vuole, cosi’come ha mandato a casa quelli che lui ha rottamato per incapacità ed inefficacia realizzativa, anche lui sarà rottamato. Anzi, si autorottamerà per statuto personale, per autoimpostazione progettuale. L’ha detto lui stesso. Non ci sono più alibi. O fai e sei capace di farlo, o vai a casa. Semplice. E’ il capo di un partito che sta al governo ed il capo di un partito che sta al governo fa fare al governo quello che dice lui. Se è bloccato per la maggioranza disomogenea, farà legge elettorale e poi voto. E se lui vincerà sarà un bene, altrimenti anche lui andrà a casa come a casa ha mandato quelli che le elezioni prima di lui le hanno perse. E così sarà. Quindi Renzi non può che essere un bene per tutti noi. E’ semplice. E’ pratico. E se non lo sarà, farà una fine miserevole insieme a tutti quelli che hanno creduto in lui ed alle sue idee. Persone brave e coraggiose, ma a quel punto da ricoverare per ipersuggestionabilita’ da imbambolamento patologico.

La sfida più difficile per il capo Pd sarà tenere insieme e soddisfare le aspettative (inconciliabili?) delle due opzioni che sono confluite verso la sua candidatura: dare un’unica risposta sia a quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa dei segmenti di lavoro subordinato garantito, che sta sopravvivendo alla crisi, sia a quelli che ne stanno morendo, i non garantiti. A quel punto i proclami, anche se magistralmente efficaci, non potranno bastare.

I ‘forconi’mercoledì assedieranno Roma per una catena umana contro il governo. Ultras, tassisti, contadini, agricoltori, artigiani, piccoli commercianti, daranno corpo al coagulo di rabbia di pezzi di piccola borghesia impoverita dalla crisi, che insopportabilmente si ritrova ad essere proletaria senza volerlo essere. Il potere d’acquisto delle famiglie è crollato del 9,4% tra il 2008 e il 2012. I 6 milioni di disoccupati, ovvero il 25% della popolazione in grado di produrre, hanno aggravato il deficit dell’Inps, per la diminuzione del numero di lavoratori che versano contributi. Ad esso vanno aggiunti anche gli oneri di assistenza verso le casse di diversi enti, tra cui quello degli agricoltori e dei piccoli commercianti.

Il Pil dal 2007 è caduto del 9% (11% pro capite), peggior dato da quando l’Italia esiste (precedente peggior dato:1929 al 1934, caduto del 5%). Esclusa una ripresa prima del 2015, se ciò accadesse e se il Pil crescesse al livello degli anni ’90, nel 2021 recupereremmo appena il livello del 2007. Ma la situazione critica è anche dovuta al debito collocato a basso prezzo per sostenere la spesa improduttiva, perciò ci vorrà più tempo di quello preventivato per recuperare il rendimento del sistema. Prima dell’euro si poteva ricorrere a svalutazioni competitive, adesso si svaluta semplicemente il salario e si licenzia per recuperare competitività. Gli stanziamenti delle ultime manovre governative, poche centinaia di milioni di euro, sono insufficienti e stando così le cose, gli investitori esteri scappano o comprano le aziende portando via i profitti. L’aumento della tassazione progressiva non dà più gettito perché sono troppi i poveri e troppo pochi i ricchi. Infine dall’Europa non arrivano politiche di sviluppo, ma solo diktat sui “sacrifici”.

Questo è il quadro d’insieme. Basteranno efficaci proclami galvanizzanti di marketing sportivo/elettorali? Ci salveranno i forconi o la resilienza?

Soundtrack1:’Eptadone’, Skiantos

L’uovo ke avanza

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Se non si torna indietro all’impazzimento ideologico conseguente al compromesso storico e all’eurocomunismo del Pci di Enrico Berlinguer, non si potrà mai capire come sia stato possibile che un  mariadefilippizzato Humpty Dumpty qualsiasi della politica italiana, l’amico uovo del Gatto con gli stivali, sia diventato tutto d’un colpo il capo indiscusso della sinistra, legittimato domani sera dal ‘voto’ di militanti e simpatizzanti.

Esauritasi la fase togliattiana della creazione di un partito ideologico fortemente identitario, attraverso quella che venne definita la ‘via italiana al socialismo’ prima ed ‘eurocomunismo’dopo, il Pci si pose l’obbiettivo di essere lo strumento rappresentativo del graduale processo di integrazione sociale della classe operaia di recente emigrazione, ed il mezzo di modernizzazione e liberalizzazione del costume delle classi popolari e della piccola borghesia. Quest’operazione gli permise di crescere elettoralmente in modo costante dal 1948 al 1979.

Su questa linea si arrivò alla ricerca di un’alleanza di governo con la sinistra della Democrazia Cristiana, teoricamente basata su una critica non tanto al capitalismo quanto alla società dei consumi di massa e dell’ occidentalizzazione culturale. Alleanza preferita a quella con i socialisti della segreteria craxiana, che si proponevano al contrario come rappresentanti di quell’americanizzazione della società che sarebbe poi diventata egemonica tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80.

Falliti gli esperimenti del compromesso storico e dell’eurocomunismo, il più grande partito d’opposizione cade vittima di un’assenza di strategia, bloccato da contraddizioni varie che ne sentenziano l’arresto della crescita del consenso elettorale: il voler prendere in mano il governo del Paese con la Dc e non con il partito socialista; il prendere le distanze dall’Urss ma ritenere allo stesso tempo inconciliabile l’adesione alle socialdemocrazie europee; essere il primo gendarme inflessibile contro ciò che accadeva nelle fabbriche e nelle piazze, cercando poi in ritardo di cavalcarne il movimentismo già però esauritosi; il sostituire il leninismo con la battaglia contro la degenerazione del sistema politico del quale però il medesimo partito, con le corporazioni sindacali ad esso connesso, rappresentava uno dei perni nevralgici a livello locale e nell’articolazione burocratica/impiegatizia; il consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale che cozzava con i finanziamenti ricevuti negli anni dall’Urss, dalla quale prendeva le distanze in occasione dell’ invasione dell’Afghanistan. Salvo poi, col passare degli anni, vedere gli eredi di Enrico Berlinguer votare ed essere a favore della stessa occupazione, ma stavolta ad opera degli Stati Uniti. Mai nemesi storica fu cotanto efficace e beffarda.

Gia’, gli eredi berlingueriani. Il Pci degli anni Ottanta è un partito senza teoria, senza strategia e senza tattica. Non esiste più analisi strutturale delle classi e dei rapporti sociali, ma solo lo sbandieramento dell’onestà e della moralità. Categorie, quest’ultime, che anche i bambini di 2 anni sanno essere estranei alla lotta politica e ad ogni forma di pensiero strategico.

Fai una carrellata e capisci che non poteva finire altrimenti. E capisci anche che alla base del fallimento del comunismo c’è stata la prevalenza di un modello gregario dell’ obbedienza identitaria aprioristica a qualunque svolta tattica e strategica del capo, sul precedente ed originario modello critico ed autonomo di interpretazione delle lotte sociali e delle trasformazioni storiche.

Achille Occhetto, il bambino buono coi baffi, quello che sostituisce tutto d’un fiato la fine delle ideologie con il giustizialismo della magistratura, che pensa che gli italiani ad un certo punto l’avrebbero votato in massa perché lui era ‘pulito ed onesto’. Il Gorbaciov italiano, immemore che Gorbaciov finirà a fare la pubblicità televisiva per la Pizza Hut. Massimo D’Alema, l’incarnazione del detto’la furbizia te se magna’, il leader che morì di tattica. Walter Veltroni, il nulla tattico e strategico per eccellenza, lo scrittore di libri dell’apoteosi del buonismo imbecille televisivo, l’inconsistenza politica allo stato puro, ritratto da Guzzanti in un’imitazione, mai tanto azzeccata, come l’allenatore della squadra di calcio ‘centrosinistra’ che, quando l’arbitro fischia un rigore per il ‘centrodestra’, sostituisce il proprio portiere con una vecchia signora di 90 anni che stenta a muoversi. Piero Fassino, una corda di chitarra ipertesa ed anemica che mentre cercavi di seguirlo mentre lui ti parlava, finivi sempre per andare sovrapensiero e col chiederti:’ma io posso stare a sentire uno così che sembra che stia per morire e dissolversi nell’aria???’. Bersanetor, il buontempone di paese, politicamente parlando, quello che sbaglia il rigore a porta vuota,  l’impeccabile amministratore emiliano onesto e buon padre di famiglia che non si sa perché ma ha tutti collaboratori grassottelli, quello che per sei mesi ‘mai mai mai con Berlusconi’e poi ‘Berlusconi ok, facciamo il governo insieme e come nostro uomo ti mandiamo il nipote del tuo braccio destro’.

Un movimento politico che doveva rovesciare ed invertire i rapporti di forza dentro la società italiana, si è invece ritrovato con dei leader che hanno scelto di integrarsi allo status quo per miopia teorica e politica o per carrierismo ed aspirazione personale, finendo con l’essere sgretolati loro stessi e risucchiati nel sistema. L’antiberlusconismo sbandierato, così come l’anticraxismo dei decenni passati, il vuoto e parolaio riformismo di cui ci si riempie tanto la bocca, il moralismo giustizialista, altro non sono che il gemito del morente, l’alibi giustificazionista che in realtà è la coperta di un fallimento strategico e politico di un ceto politico professionale autoreferenziale, di una classe dirigente impreparata, superficiale, che ha fatto strada non per meriti dialettici e di preparazione sostanziale, ma perché stava nella cricca giusta.

Hanno fatto la fine del gatto con gli stivali, quando scopre la crudele verità e cioè che i suoi compari HumptyDumpty  e Kitty erano sempre stati in combutta fin dall’inizio con Jack e Jill e gli abitanti di San Ricardo, e che avevano ordito l’astuto piano di condurlo lì e farlo arrestare, vendicandosi del passato che fu.

Soundtrack1:’Adius’, Piero Ciampi

Primarie PD: perché non voto.

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Dopo averci pensato e ripensato tanto, dopo aver provato a farmi convincere e autoconvincermi senza successo, ho deciso che NON voterò alle primarie del PD.

Non vedo ragioni per farlo.

Il risultato è già deciso e non mi piace. È un risultato deciso molto prima che iniziasse la battaglia congressuale.

Lo ha deciso Repubblica, il Gruppo Espresso e i loro satelliti che hanno deciso di puntare su Renzi in maniera imbarazzante, arrivando a cancellare i nomi degli altri candidati dai titoli sostituendoli con “lo sfidante”, “il secondo”, “gli altri candidati”; roba che nemmeno ai tempi delle purghe staliniane.

Per i “loro satelliti” basta pensare a “Che tempo che fa” che è diventata una specie di dépendance del Gruppo Espresso in Rai e che non ha invitato a parlare Civati che – dal punto di vista televisivo – è il candidato più interessante, tanto è vero che ha vinto il confronto in TV in maniera schiacciante.

Lo ha deciso anche l‘Apparato, o – se preferite – le segrete stanze del Partito; solo chi non ha idea di come funzioni il Partito può pensare che davvero questi puntino su Cuperlo. Le liste di Renzi sono stracolme di soliti ignoti al grande pubblico ma che chiunque sia mai entrato in una sezione, circolo o federazione del PD  conosce benissimo: ci sono finiti decine di dirigenti e dipendenti che da un paio di decenni dirigono bene o male (male, direi, visti i risultati) i vari partiti da cui discende il PD.

Del resto, nessuno può credere che Gianni Cuperlo sia stato candidato sul serio per vincere: è messo lì a fare lo sfidante perfetto del predestinato vincitore.

Altra bufala assurda è che l’Apparato sostenga Cuperlo visto che la CGIL (o meglio parti di questa) abbia dichiarato il suo supporto per lui. Chiunque sappia come funzioni il PD – e prima di questo il PCI, il PDS e i DS ma anche la DC (solo che cambiava il sindacato ed era la CISL) – sa benissimo che quello che nelle stanze del “Partito” viene chiamato “il sindacato” rappresenta un soggetto portatore di interessi e istanze che spesso cozzano con quelli del Partito molto più di quanto non si creda.

“Quello viene dal Sindacato”; “quei posti sono del Sindacato”; “non si può votare lui perché è del Sindacato” sono frasi che nelle segreterie, sezioni e circoli del Partito sono frequentissime: il Sindacato porta soldi e voti, per questo viene sì accarezzato e preso in considerazione ma non gli viene mai data l’ultima parola e i dirigenti non vengono scelti dalle fila del Sindacato se non quando succede un cataclisma che impone una soluzione di transizione (avete presente Epifani? Ecco!).

L’endorsement dello SPI CGIL a Cuperlo è solo un bacio della morte: i pensionati della CGIL sono il perfetto spauracchio da sventolare di fronte ai fan di Renzi, che infatti ci sono cascati tutti.

Non voterò alle primarie perché non voterò per il PD (non credo voterò neanche per Sel; non credo voterò e basta).

Non voterò perché mi fa schifo il governo Letta, mi ha fatto schifo come siamo stati presi per il culo per poi finire col Governo Letta, mi ha fatto schifo come il PD – incluso Civati – si è comportato in occasione di scandali pazzeschi (Alfano e il Kazakistan, la Bonino e la Siria e da ultimo la Cancellieri). Tutte schifezze ingoiate in nome di una presunta stabilità e responsabilità che sono solo un altro modo di dire: preserviamo lo status quo, non cambiano nulla, ci aggiustiamo sempre.

Bene, questa volta non vi aggiustate con me, quantomeno.

Ho deciso di non votare per il segretario e poi di non votare alle politiche per il centrosinistra perché ho deciso di dimostrarvi che il mio voto non vi è garantito solo perché sono di sinistra. Che non si può andare avanti, come da 30 anni si fa, dicendomi “questo è il meno peggio” e “ricordati che dall’altra parte c’è la DC, poi Berlusconi o Grillo o Lord Voldemort”. Francamente, mi convincevate poco e, dopo aver brigato ed essere andati al governo con Berlusconi, siete davvero poco credibili; non siete il “meno peggio” siete il “tanto peggio, tanto meglio”.

Ho deciso che non voterò perché non mi rassegno a Renzi. Non mi rassegno a dover votare per lui e per i suoi amici: se per vincere dobbiamo votare un uomo di destra – perché Renzi questo è, in qualunque Paese europeo Renzi starebbe a destra – con un programma fatto di nulla, beh scelgo di votare coerentemente a destra (nel mio caso scelgo di non votare). Non per Renzi candidato a sinistra.

E non mi venite a parlare di Tony Blair. Prima di tutto Blair è stato eletto in un’epoca del tutto diversa, tra l’altro in un periodo di crescita e non di crisi economica, dove si poteva giocare a crescere di più per redistribuire, e non in un periodo in cui siamo costretti a togliere e tagliare e infatti Renzi è il candidato che ci assicura che il centrosinistra continuerà a bastonare sempre gli stessi, tagliando le tasse (con quali soldi?) e la spesa pubblica (leggi “servizi sociali, sanità e pensioni”, se pensate che si taglieranno consulenze e commesse inutili siete molto ottimisti: io non ho ragione di esserlo).

In secondo luogo Blair, cari tutti, dopo 15 anni di governo nel Regno Unito lo stimano in pochissimi (e non nel centrosinistra, tanto è vero che scrive sul Times). E non solo per la vergognosa campagna irachena che nessuno gli perdona, ma anche per una serie di scandali e storie di malaffare che neanche la DC napoletana si sognava (i rapporti con Murdoch, la vendita dei seggi della House of Lords).

Ma queste per me sono quasi inezie. Volete sapere perché io non voterei Blair e non voterò nessuno che ci si ispiri? Perché Blair ha lasciato un Paese dove la mobilità sociale è la più bassa dei paesi comparabili – si, persino più bassa dell’Italia – e non lo dico io, lo dice l’OCSE. Questo dopo aver governato indisturbato e “stabile”, come piace a tanti, per 15 anni.

Mi sembra che un governo di centrosinistra non potrebbe avere risultati più fallimentari di quelli di Blair.

A questo si aggiunga, sul fronte dell’ordine pubblico, l’adozione di politiche securitarie e repressive.

Blair e il blairismo non sono stati liberali e tanto meno di sinistra. Il che  mi basta per non votare chiunque ci si ispiri. E del resto Renzi mi sembra molto poco liberale, per le sue posizioni su legge elettorale e unioni omosessuali, oltre che per nulla di sinistra.

Per questo non andrò a votare: per non legittimare col mio voto una azione di governo che trovo scandalosa e per dimostrare che il mio voto e il mio sostegno non possono essere dati per scontati.

Questo è il retropensiero di chi crede che l’elettore di sinistra voterà comunque per un candidato di centro e che porti i voti moderati, quantomeno per cercare di scongiurare una vittoria della destra.

È una teoria politica che non funziona affatto, quanto meno per me: votando il centrosinistra l’ultima volta ho portato a governo il centrodestra e i cosiddetti moderati. E non mi sono piaciuti affatto.

Questa volta no. Non vi voto e spero che in molti non lo facciamo. Così magari la prossima volta si cambia davvero o, quantomeno, non sarà stata colpa mia. Santé

13 fatti poco noti su Matteo Renzi

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  1. Cresce a Rignano sull’Arno, amena enclave del Brunei nota per le ferramenta che vendono esclusivamente gancetti adesivi.
  2. Ha lavorato sei mesi nel circo Gianni Orfei come incantatore di serpenti, veniva costantemente morso dai rettili e irriso dalla folla.
  3. Gira in bicicletta ma appena nessuno lo vede manda la lavastoviglie col ciclo a 70° anche mezza vuota.
  4. Ha dato un nome ad ogni neo facciale, in altro a sinistra c’è Shaneese, poco sotto il grazioso Goscinny, a lato della bocca Lady Oscar e sotto il labbro, spesso nascosto dalle espressioni buffe, Aldo Moro.
  5. Ha un ego molto sviluppato.
  6. È a favore delle unioni civili alla tedesca, dei baci con la lingua alla francese, del pompino con l’ingoio alla moldava e del fisting con lo schiaffo alla portoghese.
  7. Odia intensamente Civati. Ha confezionato una bambola woodoo con le sembianze di Pippo e la fissa intensamente quando caga.
  8. Durante la vista ad una onlus che si occupa di disabili gli è parso che un ragazzo down lo stesse guardando in malo modo, allora si è scusato, lo ha preso da parte con una scusa e gli ha tirato un pugno fortissimo alla bocca dello stomaco.
  9. Dovesse fallire la scalata al PD ha in progetto due nuovi parcheggi vicino alla Fortezza da Basso e la costruzione della Morte Nera.
  10. Dietro il piano di rottamazione del sindaco si cela in realtà un bieco progetto ordito da una loggia massonica deviata in accordo coi Rosa Croce in accordo coi temibili thug indiani in accordo con alcuni adoratori di una pianta di ficus benjamina senziente vecchia di secoli dietro la quale si cela una parete in cartongesso dietro la quale si cela una stanza e in fondo alla stanza c’è una porta e dietro la porta c’è un poveraccio che entra in un bar, ordina un succo di pera, e la barista gli spara nel petto con un fucile a canne mozze. BASTARDO!!!
  11. Da bambino è spesso vittima di scherzi crudeli. In seconda elementare gli legano allo zaino un topo morto. Quando il piccolo Matteo se ne accorge inizia a correre come un forsennato, si fermerà tre settimane più tardi al confine col Belgio.
  12. Dovesse fallire la scalata al PD ha in progetto di ampliare la pedonalizzazione del centro storico fiorentino, a ovest fino a Prato, a est fino a Calcutta.
  13. Abile bestemmiatore, nel 2002 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi della Bestemmia di Pontassieve riuscendo ad includere nello stesso improperio la Madonna, otto incursori anali, Jacopone da Todi, tre bambini vestiti alla tirolese, un panda orbo che indossa un loden e Ornella Vanoni sui trampoli. Chapeau!

PERCHÉ ANCORA RENZI

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Un anno fa dichiaravo urbi et orbi la mia intenzione, da radicale, di votare Matteo Renzi alle primarie della coalizione di centrosinistra. É passato un anno ma sembra un secolo. Dalle elezioni, drammaticamente perse dal buon padre di famiglia Bersani, abbiamo visto l’invasione dei grillini, lo psicodramma della (non) elezione del nuovo Presidente della Repubblica e la decadenza di Berlusconi con annessa scissione e lancio di stracci da una parte all’altra del centrodestra. Un anno dopo, io mi ritrovo qui, sempre da radicale, a sostenere ancora una candidatura di Matteo Renzi. Questa volta lo sostengo per segretario del PD e a differenza dello scorso anno, il PD è diventato il mio partito*.

In molti hanno passato queste settimane prima delle Primarie a fare il tiro al piccione contro Renzi. Dicono che lo spirito non e’ piu quello dello scorso anno, come se lo scorso anno quelli che lo criticano oggi lo avessero votato. Dicono che Renzi ha dovuto imbarcarsi pezzi di Apparato per vincere o alternativamente che anche se vincesse non riuscirebbe a controllare il PD perche’ non e’ sufficientemente vicino all’Apparato. Oppure dicono che Renzi ha idee meno rivoluzionarie dello scorso anno perche’ ha paura dell’Apparato o alternativamente che ha idee troppo rivoluzionarie per poterle portare a compimento. Insomma, qualsiasi cosa faccia o dica, per i suoi detrattori Matteo Renzi sbaglia sempre. Si sbaglia sempre quando si prova a fare qualche cosa davanti al naso di chi prima di noi ha fallito.

In quest’anno molte cose sono cambiate, ma non il mio sostegno al progetto di Matteo Renzi, che e’ un sostegno non tanto al personaggio (che non mi provoca ne’ particolare istinto di adorazione ne’ allergia come a molti altri) ma alle sue idee. Certo, stare con chi parte da perdente, come Renzi lo scorso anno e Civati quest’anno, e’ una cosa molto piu’ romantica. Ma Civati** non ha le idee di Renzi, e oltre alle barba incolta e le battute pronte io vedo tante proposte economiche vecchie o irrealizzabili e un accordo elettorale con SEL che farebbe scappare a gambe levate moltissimi elettori.

Dunque mi rivolgo a voi, amici che lo scorso anno non siete andati a votare alle primarie e poi dopo le elezioni mi avete detto “se fossi andato a votare Renzi sarebbe stato meglio”. Ecco, venite a votare quest’anno perche’ se non venite questa volta magari non ce ne sara’ una prossima. 

 

* La mia scelta di fare la tessera del PD e stata una scelta difficile, dettata dalla fine della poltica radicale a livello nazionale. É una scelta difficile perché non entro nel PD assieme ai miei compagni di una vita, di cui penso il PD avrebbe un gran bisogno, ma ci entro da sola. Anche se difficile, la scelta e’ pero’ molto convinta.

**La candidatura di Cuperlo viene egregiamente analizzata qui.

Renzi, ma che cacchio dici? (Il “sistema elettorale”)

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Uno dei pallini di Renzi, quando è interpellato sul sistema elettorale è rispondere “Introduciamo il “sindaco d’Italia” trasponendo il sistema che regola i Comuni al Governo dello Stato.

Ieri, al confronto tra candidati segretari, ad una domanda sulla legge elettorale Cuperlo ha risposto proponendo il doppio turno uninominale (un sistema simile al Francese, credo ma non ha dato molte spiegazioni).

Renzi ha risposto che gli va bene il doppio turno ma che le sue idee, che proporrà se eletto, sono tre (i) un Mattarellum del tutto uninominale con un premio di maggioranza del 25%; (ii) il sistema dei comuni sotto i 15.000 abitanti; (iii)il sistema dei comuni sopra i 15,000 abitanti.

Ci concentriamo su questi due che rispondono all’idea del “Sindaco d’Italia”. Sono mesi e mesi che Renzi lo va ripetendo ed è totalmente pazzesco che nessuno gli abbia mai risposto: “ma che cacchio dici?“.

Un bel “ma che cacchio dici?”, invece, ci starebbe proprio, per diversi motivi.

1) Caro Renzi, il sistema che tu proponi impone di cambiare non solo la legge elettorale ma l’intera Forma di Governo. Nel sistema comunale si applica il principio aut simul stabunt aut simul cadent  e cioè: il voto di sfiducia del consiglio comunale verso il sindaco ha l’effetto di far cadere sia questo che il consiglio comunale  (“sfiducia distruttiva”); le dimissioni del sindaco comportano lo scioglimento del consiglio.

Per farlo bisognerebbe innanzitutto cambiare la Costituzione, non solo la legge elettorale. Non avete la maggioranza per cambiare la legge elettorale, figuriamoci la Costituzione. Inoltre, spero che tu ti renda conto che vuoi introdurre un sistema pazzesco, che non è affatto Presidenzialista in senso classico ma molto più autoritario; negli Stati Uniti, il Presidente ed il Congresso non possono provocare lo scioglimento o le dimissioni dell’altro organo, tanto per dire.

2) Caro Renzi, il sistema che tu proponi provocherebbe maggioranze bulgare alla Camera, non supportate dal voto popolare. Nei Comuni fino a 15.000 abitanti è eletto sindaco chi ottiene il maggior numero di voti;  si torna a votare al ballottaggio solo se due o più candidati avranno ottenuto esattamente lo stesso numero di voti. Per la composizione del Consiglio, la lista collegata al sindaco ottiene i due terzi dei seggi disponibili. Nei Comuni maggiori, è eletto  sindaco il candidato che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validi (50%+1);  Se nessun candidato ha superato questa soglia al primo turno, si va al ballottaggio. Alla lista o alla coalizione collegata al sindaco vanno  il 60% dei seggi (a parte rare eccezioni).

I sistemi che Renzi propone imporrebbero un premio di maggioranza del 60% o del 66% (quest’ultimo basterebbe a cambiare da soli la Costituzione nel sistema attuale, senza necessità di referendum).

Si tratta di maggioranze pazzesche che, sommate al sistema simul stabunt, simul cadent che si vorrebbe introdurre tra Governo e Consiglio rafforzerebbero l’esecutivo in maniera inedita in qualunque Paese democratico. Sempre tornando agli USA, elezione del Presidente e del Congresso non sono collegate: vuol dire che l’organo legislativo può rappresentare una maggioranza diversa da quella del Presidente e contrastare la sua azione di governo (Obama ne sa qualcosa..): questo è il sistema di check and balances che rende la Costituzione americana bilanciata e impedisce svolte autoritarie.

Il sistema del sindaco d’Italia sarebbe un sistema in cui la forza dell’esecutivo sarebbe praticamente incontrastata: non avrebbe praticamente eguali nel mondo civile.

Si dirà: se va bene per il sindaco va bene per il Governo. Assolutamente no. Il comune non controlla la Polizia di Stato, l’Esercito, il sistema giudiziario, le comunicazioni e tante altre cose che forse non sono altrettanto importanti nella vita di tutti i giorni – come le competenze comunali – ma il cui controllo è fondamentale per mantenere un regime democratico.

Qualcuno potrebbe spiegarlo a Renzi? Santé

 

PD: arrivano i marziani!

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Per una volta, sul caso Cancellieri, tutti i candidati a segretario del PD avevano assunto una posizione che sarebbe stata scontata in qualunque partito progressista (e molti non progressisti) di qualunque Paese civile: la richiesta di dimissioni.

Una posizione evidentemente nata dal dialogo dei candidati con la base congressuale: tutti gli aspiranti segretari hanno ripetuto che nei loro incontri con gli iscritti il caso Cancellieri veniva sempre fuori, inequivocabile,  la pressione per  far dimettere il ministro.

Naturalmente, invece, dopo che ieri Enrico Letta ha invitato al senso di responsabilità, tutti hanno fatto marcia indietro. Il senso di responsabilità, ovviamente, mica riguarda il ministro – che non si capisce con che faccia stia ancora lì – ma il PD: non votate la sfiducia o ne risente il mio Governo.

Sicché, adesso, alla base congressuale e agli elettori andrà spiegato che – nelle parole di Letta – la mozione di sfiducia individuale del M5S contro il ministro “è un un attacco politico al governo. E la risposta deve essere un atto politico: un rifiuto“.

Letta praticamente utilizza concetti e schemi di pensiero che uno pensava sepolti nei libri di storia politica: la mozione è un attacco politico e si risponde con un atto politico.

Sembra di sentirlo Letta mentre calca la voce su “politico” come avrebbe potuto fare un Forlani o un De Mita ma fino a 30 anni fa. Quel “politico”, oggi, non vuol dire un emerito cazzo: soprattutto per i non appassionati di storia politica, cioè praticamente tutti gli elettori. Per loro quel “politico” è una formula vuota, neutra.

Letta avrebbe potuto dire che la mozione è un attacco “psichedelico” o “macrobiotico” e che la risposta doveva essere un atto “psichedelico” o “macrobiotico” e non credo sarebbe cambiato il senso di sconcerto del comune ascoltatore.

Invece di far notare a Letta che forse era ora di svegliarsi e fare i conti col fatto che siamo nel 2013 e non al congresso DC del 1973, i candidati segretari hanno fatto retromarcia. Ma non perché disarmati dall’assurdità delle parole di Letta: sembrano dargli davvero un senso.

Gianni Cuperlo abbocca subito: “La mia opinione è che il ministro dovrebbe dimettersi prima del voto, se però Letta ci chiede si essere responsabili dobbiamo esserlo“.

Il simpatico Cuperlo vorrebbe che la Cancellieri si dimettesse prima del voto di sfiducia, come accade in altre democrazie: peccato che nelle altre democrazie il signore che deve dimettersi sa che se non vuole affrontare l’onta di un voto contrario si dimette prima. Qui il messaggio di Cuperlo al ministro è: “Se non ti dimetti, noi comunque non ti votiamo contro”: me la vedo proprio, la Cancellieri, dare le dimissioni tremebonda di fronte a questo temibile messaggio di Cuperlo

Aggiunge Cuperlo, rivolto a Civati: “Responsabili dobbiamo esserlo tutti. E non ad intermittenza. Non è accettabile che si annunci una mozione di sfiducia a mezzo stampa contro un ministro del nostro governo“.

“Responsabili” è una bella parola che nel linguaggio della cronaca politica rimanda a un protagonista indiscusso: Scilipoti. L’ottimo Mimmo Scilipoti avrebbe detto esattamente la stessa frase.

Cuperlo avrebbe tranquillamente potuto dire: “Scilipoti dobbiamo esserlo tutti. E  non a intermittenza” perché il suo è un ragionamento intimamente scilipotiano: “sosteniamo il Governo, qualunque Governo ed il ministro, qualunque ministro, senza se e senza ma”.

Renzi, invece, per bocca di Gentiloni (ognuno si sceglie la bocca che più gli piace), un po’ si rammarica che non ci sia stata discussione, lui aveva pure scritto un ordine del giorno ma nessuno glielo fa leggere né presentare, sia mai! Lui ci rimane un po’ male, spera in momenti migliori e poi si allinea e dichiara, serio: “Non si può non prendere atto di quello che ci ha detto Enrico. A un attacco politico si risponde in termini politici“.

Si veda sopra, sostituite “politico” con l’aggettivo che più vi piace – ad esempio “organico” – ed il senso della frase rimane lo stesso: nessuno.

Poi continua: “Rimane secondo me l’obiettivo politico di ottenere, dopo avere respinto l’attacco politico, un gesto di responsabilità del ministro“.

Ancora, vedi sopra: non si trascurino i forti legami semantici tra la parola “responsabilità” e la parola “Scilipoti”. Gentiloni vuole dal ministro un bell’atto di scilipotismo: non c’è dubbio che il ministro lo accontenterà, rimanendo attaccata al ministero come una tellina.

Infine arriva Civati, e anche lui, immagino sforzandosi di non ridere ma magari lui ci crede davvero, dichiara innanzitutto: “Non sono d’accordo su come è stata posta la discussione“.

Civati non è mai d’accordo su come è stata posta qualunque discussione. Anche se lo inviti a prendere una pizza, probabilmente, lui ti risponde: “la questione è posta molto male”. Poi, siccome. è un compagnone, viene comunque a prendersi la pizza

Sicuramente  – ci spiega – non si può votare la mozione M5S, ma si poteva discutere che fare, anche una sfiducia individuale. Se comunque l’opinione della maggioranza è questa, mi attengo. Obbedirò alla responsabilità che ci viene chiesta perché mi sento parte di un gruppo“.

Ma è bellissimo! Mica ci spiega perché non si poteva votare la mozione del M5S, che richiede una cosa sacrosanta, ma si poteva discutere di fare una “sfiducia individuale” che è la stessa che hanno proposto i 5 Stelle.

Lui però ha dato retta a Letta che lo ha supercazzolato con quella storia del “politico”, “macrobiotico”, “omeopatico”. Quindi si confonde ma subito dopo dichiara: “Obbedisco!”

Il novello Garibaldi aggiunge “perché mi sento parte di un gruppo”. Che è stupendo: tipo gli adolescenti che fumano anche se gli fa schifo per non sentirsi fuori dal gruppo.

Geniale, il nostro Pippo-teenager riesce nell’obiettivo più ambito e difficile: dire la cosa più surreale di un dibattito così assurdo che nemmeno Salvador Dalí strafatto di LSD avrebbe potuto lontanamente immaginare.

La base del PD e gli elettori, immagino, guardano alla scena tra il perplesso e l’incredulo come se stessero assistendo a un congresso di marziani. Sperando solo che alla fine si rendano conto che i marziani saranno anche divertenti ma non si possono votare, perché non esistono nella realtà. Santé.

PD: restiamo al Governo?

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Caro Pd, vorrei capire il tuo piano, adesso.

Adesso che Berlusconi si è sfilato dal governo ma rimane lo stesso al governo, tramite la sua appendice alfaniana.

Entrambe le parti della finta scissione del Pdl ci hanno fatto già sapere che alle elezioni si presenteranno insieme.

Solo che a quel punto Berlusconi potrà fare campagna elettorale dall’opposizione, con le mani libere, controllando allo stesso tempo l'”azione” di governo.

In questo modo il governo continuerà a non poter fare alcunché mentre la situazione generale fa schifo: rimanere al governo è semplicemente il modo di giocare al tiro al bersaglio. Facendo però il bersaglio.

Esistono dei motivi seri per non fare cadere il governo? No.

Non veniteci a raccontare dei mercati o della UE spaventati perché quella è gente che – a differenza dei vostri elettori – non si fa prendere per il culo: lo capiscono che questo governo è destinato all’immobilismo assoluto anche – forse soprattutto – dopo che Berlusconi se ne è chiamato fuori, rientrando comunque dalla finestra.

Io , francamente, fossi in loro e fossi in voi avrei invece il terrore dello scenario che si sta profilando e cioè: il PD rimane al governo per un anno e più  assieme ad Alfano, Formigoni e Giovanardi (Giovanardi!), addossandosene tutte le colpe, ricevendo di tanto in tanto il plauso di Corriere, Repubblica e istituzioni europee (praticamente baci della morte a gogo) e catalizzando tutta la frustrazione e l’incazzatura del Paese.

Poi si vota e indovinate quale sarà il responso delle urne? Un PD catalettico, un Berlusconi ringalluzzito ed un Grillo ancora oltre il 25% per cento.

Vi sembra uno scenario migliore di aprire una crisi adesso, andando alle urne mentre gli altri ancora si leccano le ferite e non sono in grado di organizzarsi al meglio? Davvero credete che “i mercati e l’Europa” preferiscano lo scenario opposto? O siete davvero convinti che il governo “stia facendo bene”? No, nemmeno voi potete essere tanto rincoglioniti.

Mi chiedo cosa pensi Renzi di tutto questo.: perché sta zitto mentre lo stanno lentamente logorando con la prospettiva di candidarlo nel 2015 quando le elezioni non potrà vincerle. Non col PD.

Una volta tanto allora, caro PD, fatti un esame di coscienza, pensa davvero al Paese e poni fine a questa farsa; la prossima volta potrebbe essere davvero tragedia. Santé.

La gioia e il potere del culo

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Sul culo c’è una letteratura meravigliosa e sconfinata. Quel vecchio sporcaccione di Charles Bukowski lo riteneva “la faccia dell’anima del sesso”; l’aforismario ambulante Oscar Wilde vedeva in un fondoschiena ben fatto “l’unico legame tra l’Arte e la Natura”; il cultore Tinto Brass ne sostiene il  potere ipnotico, la vocazione laica e la natura onesta;  Gaber si chiedeva esistenzialisticamente “cos’è poi un culo, se non si conosce profondamente il proprietario?”.

Il culo è un oggetto del desiderio celebrato con toni e sfumature variegate, e perciò strumento di potere: checché se ne pensi e dica, il culo è eminentemente politico, perché incarna (mai termine fu più appropriato) il sussulto dell’individuo e le sue ragioni dello stare al mondo, ovvero il piacere. E’ l’etica e l’estetica che si ritrovano sorelle: con un bel culo, diventando il tuo culo, puoi fare strada e affermarti come soggetto non soltanto sculettante ma anche e soprattutto pensante. Del resto, le chiappe sollecitano il pensiero altrui attraverso il pensiero di sé: senza consapevolezza del mezzo, si va a sbattere.

Eppure, nonostante la base di pensiero autoaffermatorio, qualcuno dice che no, un cul very cul è sinistramente degradante, che è affare non di sinistra e perciò biecamente antifemminile. E allora mutandoni della nonna firmati mancinamente contro sottilissimi perizomi scuri per riaffermare uno spirito rosso, grosso e grasso di dignità. Le donne meritano rispetto. E il rispetto cultuale dei cultori del culo è culturalmente nefasto.

C’è bisogno di pudore bersaniano, altro che sensuale ispirazione renziana, dice Marina Terragni. Del resto, lui l’aveva detto che per vincere ci vuole un PD più cool, e quelle bellezze in costume da bagno l’hanno preso alla lettera. Anzi, hanno preso le lettere del suo nome e se le sono fatte stampare per lavoro sul cool. Col bikini, beninteso, ma sul cool. Ed ecco allora che Terragni e compagne senonoraquandiste gridano allo scandalo berlusconianamente ispirato. Che poi a loro Renzi è sempre stato sul culo, ma non in quel senso. Ed ecco che Terragni e compagne si ribellano a questo uso avvilente, repellente, martellante dell’immagine femminile: per salvare le donne, per proteggerle dal vortice machista. Perché, secondo loro, donna e culo non sono la stessa cosa e bisogna impedire che si perpetui la faccenda mercantilistica del posteriore. Come se cervello e culo fossero indipendenti, come se fossero elementi conflittuali: l’uno bene inestimabile e liberatorio, l’altro iattura carnale e squalificante.

La gioia e il potere, sembra dire Terragni, non si meritano: o l’una o l’altro. E guai se qualcuno decide di tatuarsi la propria anima sul culo, guai se qualcuno decide di essere razionalmente e felicemente solo culo e di scriverci sopra il proprio presente. Terragni non approva. “Siate libere, purché senza culo”, sembra suggerire con un pizzico di acrimonia.

Perciò, il politico fiorentino dovrebbe ringraziare (“ma neanche troppo”) e dissociarsi politicamente. Forse anche prendere la gomma per cancellare e far sparire quelle bianche lettere su fondo(schiena) rosso. Di certo non smutandare per fare in fretta, ché quella è indecente roba di destra. Ché poi va a finire che le donne continuano ad usare il culo col cervello. Ed è un disastro per quelle che, ammirando il proprio cervello, si sono dimenticate di avercelo, un culo.

Jovanotti, il guru di cui non c’era bisogno…

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L’intervista che Jovanotti ha dato a Gramellini per “la Stampa”, sabato scorso, è già scomparsa dai radar, del resto meritatamente.

Il problema però, è che non è scomparsa per motivi “naturali”, e cioè “chissenefrega di quello che pensa Jovanotti”. Sabato scorso era stata accolta con entusiasmo da tutto un sacco di gente che si apprestava – nei giorni a seguire – a menarcela violentemente sui contenuti dell’intervista, che se guardiamo le prime reazioni, avrebbero dovuto non si sa come ispirare i contenuti della politica della sinistra nei prossimi anni, se non secoli.

Già in molti si preparavano a spiegarci come la sinistra debba scrollarsi di dosso la puzza sotto al naso e comprendere come il pensiero di Jovanotti è un pensiero vincente ma anche un pensiero a contatto con “LllaGggenteComune”, prova ne sia il fatto che il pubblico va pazzo di lui! Tutti lo adorano! È un vero fenomeno popolare.

L’intervista, infatti, è uscita un paio di giorni prima della trasmissione di pezzi della tournée dei concerti estivi di Jovanotti. Alla luce del preventivato, incontenibile successo di share della trasmissione, pertanto, i nostri si preparavano ad assillarci, rimproverando alla sinistra tutta il suo inevitabile distacco dal popolo e di ignorare un tale Maestro del rapporto col popolo stesso, cioè Jovanotti.

L’intervista è scomparsa dai radar e nessuno ne parla più per il semplice motivo che la trasmissione ha fatto un flop formato gigante: il 13% di share contro un preventivato 26%. Per intenderci: strabattuta dalla fiction della Ferilli su Canale 5, non dalla finale dei mondiali.

Non per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro raffinato lavoro di esegesi dell’intervista del nostro Lorenzone nazionale, che ora trovate qui sotto. È stato eseguito a due mani dall’autore abituale di questo blog e da una sua cara amica nonché musa ispiratrice della cattiveria artistica, che chiameremo la Piccola Vendetta Lombarda.

Ci siamo divisi i pezzi di intervista e ne è venuto fuori un commento abbastanza lungo perché la carne al fuoco – nonostante l’inconsistenza dell’intervista – era tanta: crediamo però che nonostante la lunghezza sia del tutto digeribile.

Partiamo da una considerazione: l’attuale problema della sinistra, e della destra, e di chi legge il giornale in genere, è scambiare un cantastorie per un maître à penser. Jovanotti è solo un “Mast e’ Fest”, espressione che i campani capiscono appieno, ma gli altri forse no. Espressione il cui significato però, come spesso l’intraducibile lessico partenopeo, si lascia intuire.

Non è nemmeno un Mast’ e’ fest dei migliori, ma si, sa fare festa, sa far ballare, sa far divertire. In piccole cose, abbastanza insignificanti se la prospettiva è l’evoluzione della vita sulla terra, è molto bravo. In piccole cose che a volte hanno molto senso, anche, come i viaggi in macchina in cui si canta e si balla sulle tracce di un suo cd. Ma basta.

Come analista politico, si può affermare abbastanza nettamente che è del tutto improbabile. Ma siamo ingenerosi, lui non è un analista politico, anche se si corre il rischio che ci si senta, se si continua a trattarlo come tale.

Il problema della sinistra, che ha bisogno di guru, invece che di leader, di superficialità invece che di autorevolezza, di plastica invece che di vita vera, che parte dagli scritti corsari di Pasolini per arrivare all’ombelico del mondo di Jovanotti, resta sempre lo stesso: ha dimenticato la sua vocazione popolare, ma vuole essere pop.

Chi è il tuo pubblico, Lorenzo? 

«Ho iniziato venticinque anni fa con i bambini. Uscivano da Cristina D’Avena e incontravano me. Ma alla fine il tuo pubblico sei sempre tu».

Eccole già bell’e pronte, le tracce dell’intera intervista: lo spettro dell’infantilismo, che non lo ha mai veramente abbandonato, dopo essere stato una specie di sequel di BimBumBamper quelli della nostra età, e quello, sanguinario, dell’autoreferenzialità.

Che però, vivaddio, vedremo colorarsi di vivaci toni mitomani.

E tu che pubblico sei?  

«Un pazzo. A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi».  

Iniziamo proprio da questa perla di cerchiobottismo, cui ne seguiranno molte altre. “A me piacciono sia Moretti che Sordi” è quasi da antologia. È una citazione dotta da Veltroni-Crozza che diceva: “Siamo per la cultura, ma anche per l’ignoranza, crassa, perché va rispettato anche Bombolo”.

Perché oggi come oggi, non si può dire che Sordi non ti piace, specie se per contratto sei obbligato a dire che ti piace Moretti, altrimenti – apriti cielo! – sei un radical-chic! Anche se campi con contratti precari, eh? Anche se guadagni 600 euro al mese, se non ti piacciono Sordi, i Vanzina, Moccia, sei un radical-chic. E noi dobbiamo vendere dischi, mica possiamo passare per radical-chic!

Ti piace proprio tutto.  

«Tutto quello che luccica, che ha una vibrazione. Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi. Ecco, se guardo queste facce, il mio pubblico è un po’ così». 

E andiamo col cerchiobottismo! Nella testa del Jovanotti-bambino, moto dei comunisti e scarpe dei fasci pari sono. Poi però il Nostro è cresciuto e forse un po’ di distinzioni tra gli uni e gli altri avrebbe senso farle. Ne avrebbe certo l’occasione ma se ne guarda bene: il suo pubblico, si sa, è un po’ cosi…

I cinici dicono che la tua è una donna angelicata.

 

«La canzone realistica mi mette in imbarazzo. La tua donna avrà anche dei difetti, ma se le scrivi una canzone, non glieli metti. È la lezione del Dolce Stil Novo».

Tu hai mai detto a tua moglie quelle frasi meravigliose? 

«Certe cose alla tua donna non le dici. Gliele canti. Era già così nel Cantico dei Cantici».

Il Dolce Stil Novo, si, mi pareva in effetti! E il Cantico dei Cantici, naturalmente. Perché è questo il bello, il suo vero istinto da Elemento Superiore, stipare nella stessa intervista tutta la cultura occidentale, insieme a qualche morso di quella orientale, e antartica, e meridiana, e anche iperuranica: dal Deuteronomio al Darwinismo, dai mistici Cristiani a Gurdjieff, scarpe e motocicletta, ma senza la grazia dello Zen!

Il Papa, Renzi, Berlusconi, le piante parassite, il big bang. Nella sublime denigrazione del personaggio, strenuamente perseguita da malvestite.net, la sua Poetica (a livello di Cavalcanti, per dire) è definita “da Lista Della Spesa”, giustapposizione bislacca di oggetti, cose, sensazioni, la cui unica relazione reciproca è non avere uno straccio di relazione reciproca. Per esempio: bella come una mattina, la foto sul passaporto di un bambino, un tondo, il mondo, l’acqua cristallina, le tasche piene di sassi, altro che Lady Gaga, altro che oceani.

Non è superfluo ricordare che, alla fine,  per Jovanotti, la più alta proiezione politica di tanta ideologia è l’idea di “un Baricco” ministro della cultura.

Ma secondo me nelle canzoni funziona, è un po’ furbetta come tecnica per essere scambiata per Creazione Artistica, ma funziona, è evocativa. Le persone hanno bisogno di liste della spesa, anche nel supermercato dell’emotività, facilitano le cose, non ti fanno dimenticare quello che ti serve, ti guidano nelle corsie dallo scaffale delle dolcezze, ai rigori del banco frigo.

Vendersi come guru della modernità però,  con un bagaglio culturale fatto solo di liste della spesa, la trovo un po’ audace come cosa. E in ogni caso allora conosco dei pensionati in atrofia corticale che le compongono meglio, quelle liste.

 Come inizia un concerto?  

«Sono in piedi nel retropalco, dietro un velo nero. In cuffia contano da 1 a 4. Al 2 mi muovo in avanti, al 4 sono sul palco e non ho tempo di emozionarmi: ho delle cose da fare, come un pilota d’aereo. Altrimenti la sensazione di quella folla è talmente bella che andrei fuori controllo: mi spoglierei nudo, tirerei dei petardi. Poi osservo il panorama. Cerco di guardare le facce. E quando saluto l’ultima fila, guardo veramente l’ultima fila». 

Si prosegue con questa immagine di misericordia: l’infinita pietas di Lorenzo si spinge addirittura a fargli guardare gli sfigati in ultima fila! Insomma, il Mahatma Gandhi je fa ‘na pippa!

 

Ce la possiamo davvero fare?  

 

«Sise diventiamo meno conservatori, se evidenziamo le cose belle che ci succedono, se ci reinventiamo. Il mio spettacolo racconta la storia di un ragazzo che nasce nell’Italia semplice delle famiglie di sei persone con un solo stipendio. Uno che ha un desiderio forte, che cade e si rialza  che è la sua storia, una storia vera. Per farcela non devi per forza diventare un cantante famoso. Ma devi crederci, senza farti condizionare.

 

Ora, si, siamo tutti ammericani, siamo tutti Veltroni, yes we can. E’ un bel tema questo. Esiste il sogno americano? Davvero “basta crederci” nella vita? Ha senso trasportarlo in questa provincia decaduta?

 

Come sempre il punto oscuro è l’integralismo del Jovanotto. Perchè è innegabile che il fatalismo sia tossico, il pessimismo la costellazione di cieli neri senza uscita, che le storie individuali sono cronache di cadute e ferite e anche sorrisi di passi buoni, in cicli imprevedibili in cui a volte c’è il lieto fine ma a volte anche no. Che “la vita è fight”, come ripete caparbia mia zia, emigrata a New York sessanta anni fa, senza soldi, senza una buona istruzione, senza abbastanza pezzi di biancheria intima.

 

Lorenzo però ne fa una questione personale, individuale, come nella storiella liberale del sogno americano (criticando ovviamente l’individualismo, perché è bello tutto, ma a patto che ci sia anche il contrario di tutto). L’antagonismo politico, quello sociale, quello economico, organizzato o spontaneo, ma consapevole e collettivo e generale e solidale, non c’è. Non c’è la prospettiva, non c’è la comprensione. Non c’è il “radicalismo”, che dovrebbe essere corredo genetico della Sinistra, almeno nel senso di “raggiungere la radice delle cose, e così, la loro comprensione”, radicalismo come esatto contrario dell’estremismo, e suo superamento. Capire, l’unico vero faticoso imperativo. Capire perché, nella vita non sempre basta crederci. Perché certi cadono di più, e per certi rialzarsi è meno facile, o perché certi non vogliono nemmeno.  Come per esempio sarebbe meglio cercare di “capire” la complessità dell’Africa postcoloniale e insanguinata invece di leggere le raffinate banalità di Veltroni sull’Africa.

Il più grande spettacolo dopo il big bang è sempre Renzi?  

«Porco cane, se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario. Il nodo della storia italiana recente sono state le Primarie del Pd. Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci».  

“Se avessimo avuto la forza di mettere Renzi”: ma l’occasione c’è stata, alle Primarie, e Renzi ha perso. Gli elettori avranno forse difeso un investimento emotivo ma lui non li ha convinti. E non è che non godesse di buona stampa. Un minimo di riflessione sul perché Renzi abbia pesantemente perso le primarie è proprio fuori discussione? No, perché dare per scontato che candidando Renzi il PD sia destinato a raddoppiare i propri voti, attirando i voti della destra e trattenendo quelli del suo bacino storico potrebbe rivelarsi un azzardo, per quanto il Corriere e il Foglio – che ci azzeccano sempre con le analisi politiche, eh?, basti pensare all’endorsement di Mieli a Prodi o alla lista “No aborto” di Ferrara – diano per scontato il contrario.

Renzi è andato ad «Amici».  

«E ha fatto bene. Però ha fatto un discorso debole. Doveva trasmettere ai ragazzi una visione di cambiamento. Lui ce l’ha». 

Gli elettori del Pd l’hanno bocciata.  

«Ne hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai».  

Un militante ti potrebbe dire: perché devo mettermi in casa un fan di «Amici»?  (Commento alla domanda: anche un non militante, eh?)

«Perché lui cambierà un po’ te, ma tu cambierai un po’ lui».  

Questa è la summa del pensiero politico Jovanottian-veltronian-renziano: se vai ad Amici col giubbotto di pelle sei simpatico e la gente poi ti vota. Inutile mettersi a disprezzare gente che porta scarpe diverse dalle tue o ascolta musica diversa. Inoltre, pensate, se ci mettiamo in casa un fan di Amici potremo cambiarlo.

Ora, ci pare di ricordare che – seguendo questa aurea scuola di pensiero – nel 1999 D’Alema sia andato a fare il risotto da Vespa e, sempre da Vespa, Bersani nel 2013 sia andato a commuoversi vedendo i propri genitori: i risultati sono stati quelli che sappiamo. È possibile fare anche un solo esempio di leader progressista europeo che vada a fare queste minchiate in TV? Non sarebbe il caso di rifletterci un attimo?

Quanto al resto, visto che il Nostro banalizza, banalizziamo anche noi: è mai venuto in mente a qualcuno che potrebbero essere gli altri a disprezzare le nostre scarpe e la nostra musica? Ad esempio, da piccolo a casa mia non avevamo tanti soldi. A me è capitato spesso di ricevere sguardi di sussiego perché le mie scarpe non erano firmate, i miei vestiti poco costosi. E a farlo, guarda caso, non era gente che passava i pomeriggi a guardare Truffaut ma spettatori affezionati di Non è la raiBevery Hills e amenità similari (ex spettatori di BimBumBam per intenderci, e – probabilmente – attuali fan del nostro Lorenzone).

Forse, una volta tanto, potremmo provare a pensare che spesso con gli elettori di centrodestra è difficile parlare perché se non reazionari o del tutto fascisti, si tratta di persone classiste che disprezzano tutto quello che la sinistra rappresenta? O dobbiamo farci imprigionare per il resto dei secoli nelle beate convinzioni –  da film di Virzì (altro grande fan del Jova) – che la sinistra odia il popolo mentre la destra lo capisce e lo ama?

Eppure, chi è il leader politico che critica la sinistra perché storicamente vuole usare la tassazione per ridistribuire il reddito?

Ciò che propongono (i signori della sinistra) è di rendereuguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” . A chi pensiamo che si rivolga, Berlusconi, quando si scandalizza perché la sinistra vuole dare eguali opportunità a figli di operai e di professionisti? Ai radical-chic o al suo elettore medio che di vera eguaglianza di opportunità non vuole nemmeno sentire parlare?

Ora, questo è il punto: è possibile cambiare questa mentalità mettendosi un giubbino di pelle? O non è il caso di ammettere che dialogare con l’elettorato berlusconiano è solo la scusa per capitolare alla funzione essenziale della sinistra che è quella di promuovere l’eguaglianza? Non riusciamo più a fare quello per cui siamo nati, allora abbiamo pronta la scusa per il nostro fallimento: dobbiamo dialogare con quelli a cui l’eguaglianza di opportunità fa schifo.

Un po’ la sinistra è cambiata: un tempo ti detestava, adesso ti considera il suo guru. (Commento alla domanda: parla per te, amico!)

«Ricordi “Le cose per cui vale la pena vivere”?».

L’amore, il sesso, gli amici… Era la rubrica del settimanale satirico «Cuore». 

«Nella Top 10 c’era anche: “Impiccare Jovanotti per le palle”».

Ahhh ecco cosa. È un po’ lo sfogo del ragazzino emarginato alle medie che diventa strafigo a livello dell’uomo che non deve chiedere mai. Nel frattempo pure la sinistra ha registrato una convergenza sulla melassa, e i toni genuinamente persecutori dell’epico Cuore adesso non sarebbero pensabili nemmeno contro Allevi (che anzi ha riconoscimenti bipartisan da Grande Divulgatore). Per certe incontrollabili e deliranti associazioni mentali, risulta che Jovanotti è l’Enrico Bottini del duemila, allo stesso modo ecumenico, mitemente livoroso, vigliacco e detestabile.

Ricordando la festa di “Cuore” del 1994 (un anno a caso eh?) “ero l’animale curioso da scrutare da vicino. Accanto a me Adriano Sofri e Beniamino Placido”. Protagonismo etologico, sa di essere un animale, ma è il più figo ovviamente.

Tema del dibattito? 

«Le parole della sinistra per comunicare. Io dissi: Miracolo, perché, come dimostra Gesù, per convincere la gente non basta la parola, ci vuole l’esempio».

Gesù dimostra un sacco di cose, non c’è che dire. Insegna con l’esempio e, in effetti, parte avvantaggiato con questa storia dei miracoli.

Il passaggio però è importante perché introduce la critica alla deriva ecologista della sinistra, che invece dovrebbe “volere addolcire la natura, che lasciata a se stessa è selettiva, crudele. Dobbiamo vivere la natura, ma non essere la natura. La foresta amazzonica insegna che il mondo è ingiusto, che le piantine piccole non ce la fanno, ce la fanno le più stronze che si attaccano alle grandi. Conosci il matapaloIl matapalo è un arbusto che si arrampica intorno all’alberone, finché lo soffoca e ne prende il posto, in attesa che un altro matapalo l’avvolga e lo soffochi. La natura è crudele, fidati. A noi piace quella finta, le colline della Toscana, ma quei panorami li ha fatti l’uomo. È la destra che esalta la wilderness della natura. La sinistra deve tenere insieme natura e cultura, il lupo e l’agnello, come li chiamava Gurdjieff .

Ecco qui non si capisce NIENTE della sua idea su natura, sul rapporto fra natura e cultura, su Gurdjieff, ma forse ha preso il pezzo sulla rivoluzione russa e quello sull’evoluzionismo, insieme alla ricetta dell’erbazzone, e l’ha messo qui. Con un tocco di eugenetica nazionalsocialista.

La critica ETICA alle basilari dinamiche evolutive delle specie viventi è molto spassosa, abbiamo deciso che sarà il nostro pezzo forte alle feste di Natale, quando c’è quell’attimo di malinconia fra il pandoro e la tombola. Il Matapalo sarebbe “stronzo”, perché fa quello che fanno tutte le creature viventi, l’attività che caratterizza più basicamente lo stesso concetto di vita: sopravvive, sfruttando quelle che sono le sue caratteristiche, e massimizzando le sue chanches di sopravvivenza, evolvendosi. Un po’ come le scimmie che ci hanno preceduto. Se così non fosse stato, vorrei fare sommessamente notare con orrore che al giorno d’oggi il pollice opponibile sarebbe un lusso.

Quindi, diciamo insieme: siamo tutti matapalo!!!

 Quindi il Jovanotti ecologista non esiste più?  

«In un’economia di sostenibilità ecologica, oggi l’idea forte è come rilanciare il lavoro, la famosa Crescita». 

Che molti a sinistra considerano una parola orribile.  

«Io la trovo bellissima. Non si cresce solo in estensione, anche in profondità». 

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione». 

Ripensandoci forse non è che Jovanotti abbia voglia di capitolare, è che proprio l’eguaglianza non sa nemmeno dove stia di casa… Mica ci chiediamo come facciamo ad eliminare le favelas, no, per carità. Le favelas lasciamole là accanto al quartiere ricco: un ragazzo povero su milioni di abitanti delle favelas magari, se avrà culo, riuscirà a da andare ad abitare nel quartiere ricco e noi potremo vivere in pace aspettando che la Provvidenza manzoniana provveda a salvare qualche singolo. Il resto degli abitanti, cazzacci loro… Ricorda un po’ la mitica elettrice di Dini, in un programma di Guzzanti.

Il nostro telaio qual è?  

«Essere italiani. È qualcosa, specie fuori dall’Italia. Esiste un pregiudizio positivo nei nostri confronti». 

Fino a Berlusconi.  

«Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson».  

Il sequel di «Shining»?  

«Lui è Terminator: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…».  

Ti è simpatico?  

«Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini, un Paese che la sinistra non ha capito. La sinistra non ha raccolto la sfida. Ha giocato un altro sport».  

Infine, suspence….tataaaaannnn!!! Berlusconi! Presentato come una specie di campione del made in italy, a livello di un San Daniele o di una tiara di Bulgari o più che altro di una guepiere maculata Dolce&Gabbana. Per via di quel “pregiudizio positivo” che esiste nei nostri confronti fuori dall’italia, e che una volta era dovuto alle arie d’Opera, ai Teatri, ai mosaici di Pompei o alle scogliere tirreniche e oggi per lo più dobbiamo riconoscere tenuto in vita da vignaioli chiantigiani sempre più spregiudicati, borse di gucci cucite in Cina (o a Prato, ma è lo stesso), e da una caricatura: della virilità mediterranea, che prima era Gassman, dell’arte di arrangiarsi, nota nel mondo dalle mani emigrate, della furbizia, che era Arlecchino, della visione politica, che era Machiavelli. Oggi tutto questo è rappresentato da Berlusconi, “lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana”.

Che poi ancora devo capire perché sia impensabile la commedia all’italiana.

Gli daresti la grazia? 

«Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova».

Certo, la grazia. Con questa menata che è un avversario “politico”.  A livello che se vi permettete di parlare male del mostro di Rostov vi dicono che dovete prima batterlo alle elezioni.

Ma, come sempre, la parte più gustosa riguarda i rapporti con Dio:

A parte aver affermato che il nuovo Papa gli piace molto per via dei suoi slogan da Concerto-Di-Jovanotti, e che “mi copia”, vetta insuperata in tutta l’intervista di delirio mitomane (e si che non era facile scegliere) si scoprirà  che Il Papa è Lui stesso, o al massimo un suo groupie.

Il figlio dell’ex dipendente vaticano è un credente? 

«Ogni tanto mi capita di avere fede, ma dura poco. L’ho detto ad alcune suore. Mi hanno risposto: dura poco anche per noi, poi per fortuna ritorna».

Eheh, le suorine ad intermittenza, come le luci di Natale! o a chiamata, che sarebbe bello poter vedere il LUL di Dio! (scusate questa era troppo specialistica, lo so)

Niente di nuovo comunque, in Italia non si può essere atei. Alla domanda “sei credente?” chiunque non creda alle pur magnifiche favole bibliche si sente in dovere di rispondere “mah…., no guarda sono ateo, ma vado alla messa, però solo alle feste comandate” o “non credo tranne che alla madonnina che piange sangue del paese vicino al mio” oppure “no, ma vado a Medjugorie tutti gli anni per una questione di spiritualità”.  Non puoi essere nemmeno laico, il che è forse più grave. O forse puoi essere tutte queste cose, e sentirti tutte queste cose senza provare colpa. Ma è più faticoso che altrove. Il Jovanotto poi ha il babbo che lavorava in Vaticano, a livello che se non raccontava la storia delle suorine mezze atee al vecchio gli serviva il defribillatore. E mai, mai essere così rivoluzionari da contraddire un cuore di padre.

Alla fine ti congedi urlando «Ce la possiamo fare!

No. Guarda Lorenzo, tutto ma così non ce la faremo davvero!!!

 

 

Le domande di Grillo

in politica by

Ieri Beppe (nientemeno), sul blog di Beppe (nientemeno), rivolgeva delle domande a Matteo Renzi (nientemeno), sulla mancata elezione di Romano Prodi, accusandolo di avere contribuito ad affossarlo (il che è quanto meno bizzaro, visto che il M5S si è rifiutato anche solo di considerare Prodi, perché aveva avuto 3300 voti in meno di Rodotà, e quindi si poteva sostenere Rodotà, solo Rodotà, nient’altro che Rodotà, col bel risultato che tutti conosciamo).

Ma il punto non sono le sue accuse, e certo non sarò io a prendere le difese di Renzi, mi sta troppo sulle scatole.

Il punto invece è che Beppe rivolge quelle domande a Renzi, chiamandolo “Renzie” (da Fonzie, per il giubbotto da Maria De FIlippi, se  – a differenza mia – siete troppo intelligenti per capire la battuta) e chiedendo espressamente: “Può il giovane ebetino di Firenze Matteo Renzie, dimostrare che i suoi 55 parlamentari non hanno contribuito, dietro suo ordine, all’impallinamento di Prodi?”.

Ora, è un vero peccato, perché la domanda sarebbe anche interessante. Ma, come spesso succede, Grillo la pone al puro scopo di non farsi rispondere e spostare il dibattito sui suoi toni, o su qualunque altra cosa…

Se voi voleste  porre una domanda e foste interessati a farvi rispondere, chiamereste il vostro interlocutore storpiandone il nome o chiamandolo ebetino? Direi di no, voi rispondereste ad una domanda posta così? Ecco, appunto.

Non riceveremo mai una risposta da Renzi e, francamente, non mi sento di dargli torto.

Le domande di Beppe servono – come tutte le sue attività politiche – solo a una cosa, a darsi visibilità e a fare ammuina. Il resto è rumore di fondo. Santé

Scapulomanzia

in talent by

di Canimorti

Giochiamo ai partigiani?
Va bene, giochiamo.
Se giochiamo ai partigiani Matteo Renzi è un campione di sportività.
Prende il termine che l’ha portato alla ribalta, “rottamazione”, ed esagerando di parecchie misure lo definisce bieco, volgare, truce.
“Rottamazione”, riferito a quel Massimo D’Alema che ci ha regalato la bicamerale, è un concetto misurato e sobrio.
“Rottamazione”, riferito alle mummie incapaci di rinnovarsi mentre il paese sprofondava della geenna, è un’ alpenliebe al posto di un citotossico in endovena.

Di contro “fascistoide” significa degno del fascismo, ricalcante toni fascisti. In una repubblica costituzionalmente antifascista è l’accusa più infamante.
Del resto è chiaro, le dichiarazioni di Matteo Renzi sono facilmente accostabili a quelle di un radiogiornale fascista, specialmente per uno che non ha mai aperto un libro di storia o visto di sfuggita il pregevole Camicia Nera o preso parte ad un comizio di Casa Pound. Certo.
E avete notato che unendo i nei sulla faccia di Matteo Renzi appare il teschio della decima mas?

La reazione del sindaco?
Absinthe: Matteo Renzi si inalbera.
Ecco l’inalberata reazione:
Oggi l’Unità, quotidiano del mio partito, sostiene in prima pagina che io sia autore di una proposta fascistoide. E con stile e sobrietà mi giudica volgare, rozzo, populista, suicida, cinico, arrampicatore, brutale. Tutto in un solo articolo. Ho molto apprezzato che non ci sia alcun riferimento alle mie evidenti responsabilità nella creazione del buco dell’ozono.
Ostia, bisogna che ci mettiamo d’accordo sui termini. Tipo inalberarsi.
Dizionario qualsiasi della lingua italiana: adirarsi, sdegnarsi, adombrarsi.
Se quella lì è una reazione indignata o sdegnata o adombrata io sono una pescanoce.
Absinthe, tu chiamala come ti pare, noi peschenoci useremo la parola appropriata: ironia.

Segue graziosa evoluzione da trapezista kazako: Renzi mette sullo stesso piano Vendola, Bersani e Fiorito.
Ah si? Di seguito la criminale sentenza:
È disponibile, il Pd,
a mettere online le fatture degli ultimi tre anni dei suoi
dirigenti? Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola le mettano tutte
sul sito, io aspetto. Dimostrino di essere davvero diversi dal
tritacarte di Fiorito.
Quindi questo, nel tuo vispo e curioso universo, significa “mettere sullo stesso piano”?
Interessante.
Allora io, dal vicino universo delle peschenoci, ti faccio un esempio di quello che normalmente intendiamo con “mettere sullo stesso piano”.
Esempio: Mohandas Gandhi, come Adolf Hitler, come Vlad l’impalatore e come Gzemnid la divinità sotterranea dei beholder, non ha mai fatto chiarezza sulle sue posizioni politiche in età preadolescenziale.
Ecco, questo significa “mettere sullo stesso piano”.
Quella di Matteo Renzi, di contro, è una cordiale esortazione polemica ad agire negli interessi dei cittadini mentre dall’altra parte ti stanno urlando “fascistoide”.

Poi arriva The Masterpiece.
Absinthe, riferendosi alla gag di un presunto supporter di Matteo Renzi che indossa una maschera di Massimo D’Alema e finge di essere investito dal camper elettorale, afferma quanto segue: Se un supporter di Bersani si fosse messo la tua maschera [di Renzi] e avesse fatto finta di essere investito avremmo avuto un sacco di titoli sui giornali.
Ma pensa un po’. Sarebbe andata così?
E chi lo dice, la tavoletta ouija? Hai fatto i tarocchi ed è uscita la papessa? Scapulomanzia? Il tuo senso di ragno? La stessa partigianeria pelosa usata fin qui?
Massì, sarebbe sicuramente andata così, fidiamoci, il senso di ragno non sbaglia mai.
E la divinazione, poi, è bella corposa. Prevede nel dettaglio anche il genere di titoli sui giornali, tutti in fila. Tutti precisi.
A proposito, sulla Prima Divisione girone B si sa niente? Ho puntato tre euro sul Nocerina-Barletta. Fammi sapere.

Se poi Matteo Renzi ha il buongusto di dissociarsi (superfluo come Marilyn Manson che si dissocia dalla sparatoria alla Columbine) per venire in contro a quel dieci per cento di popolazione che si esprime a bramiti mentre un’infermiera gli spinge il semolino in gola, mi dispiace, non basta.
Se la cava”.
Ricapitoliamo, vuoi?
1. Un (presunto) supporter di Matteo Renzi fa una gag discutibile.
2. Matteo Renzi si dissocia.
3. A te non basta.
Cosa doveva fare, bruciargli la nonna?
Mettergli incinta la figlia e farle un raschiamento uterino all’ottavo mese usando uno startac Motorola?

Ma va bene così, dai, va sicuramente bene così.
Se dopo le colonne di Lotta Continua e le missive brigatiste, dopo vent’anni di Lega Nord e di berlusconismo, dopo i cori sui Nassiriyya e le urla dell’assassino/calunniatore/comico/nuovocheavanza, se dopo tutto questo, il linguaggio squadrista, per Absinthe, è quello di Matteo Renzi, allora va bene così.
Si vede che non ho capito un cazzo io.
Prosit.

The great below

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Scriveva Sidney Sonnino:“Il premere dei partiti estremi alimentati dalle tradizioni rivoluzionarie e l’ostilità politica irriducibile del Vaticano […] rendono impossibile al grande partito costituzionale e liberale di darsi il lusso di dividersi normalmente in due schiere distinte e distintamente organizzate che si alternino con regolare vicenda al governo della cosa pubblica”. Se questo non fosse vero, oggi a giocarsi la vittoria elettorale sarebbero Oscar Giannino da una parte e Matteo Renzi dall’altra. Forse sarebbe di una noia mortale uno scontro del genere, ma più simile a quello che accade in quasi tutto l’occidente avanzato. Ma la politica non è il regno del dover essere e così il maggior rappresentante del blocco (sedicente) liberale sarà ancora una volta il cavaliere Silvio Berlusconi. Ma se così è, la colpa è da attribuire al cavaliere nero biscione di Arcore? Non mi pare proprio. La ragione principale è che la cultura liberale in Italia non si è mai affermata come cultura maggioritaria di governo. Nel diciannovesimo secolo il partito liberale guida il risorgimento ma non diventa mai cultura di maggioranza della borghesia italiana. Questo accade perché la borghesia italiana è ed è sempre stata, in maggioranza, illiberale. E porre l’accento sulla borghesia è necessario in quanto ceto sociale che ha veicolato storicamente il liberalismo.

Rimane imprescindibile, come dice Sonnino, un’analisi sul ruolo che il Vaticano ha svolto per tamponare e disinnescare le spinte liberali che cercavano di emergere nella politica e nella società italiana. La chiesa, dopo essersi giocata la carta del non expedit (con cui la santa sede il 10 settembre 1874 espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato ), ha fatto scacco matto su quest’aria politica con il Patto Gentiloni prima, che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa, e, successivamente, con il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra.

Considerando il liberalismo quell’insieme di dottrine filosofico/politiche che pongono precisi limiti al potere e all”intervento dello stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e di promuovere l”autonomia creativa dell”individuo, storicamente esso nasce e si sviluppa come ideale che si affianca all”azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell”aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo.

Dal 1882, cioè dal momento in cui la Destra storica cade sul pareggio di bilancio e Agostino Depretis da vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo, assistiamo all’evolversi di un’anomalia secolare che fa della borghesia italiana un ceto fortemente illiberale nella sua composizione maggioritaria, e questo si manifesta esplicitamente nell’esperienza del ventennio fascista fino ad oggi.

Tralasciando le opinioni di qualche esaltato che magari considererà il fascismo un movimento liberale solo perché avrà fatto qualche strada e qualche ponte, tra l’altro fatti anche da Stalin, la vulgata popolare racconta che il fascismo nacque perché i treni non arrivavano in orario a causa degli scioperi dei ferrovieri e perché i reduci della guerra ’15-’18 venivano vilipesi dai «rossi» imboscati e traditori della Patria. Mussolini, interventista, combattente, socialista, ex direttore dell’Avanti!, convinse gli industriali del Nord e gli agrari dell’Emilia Romagna, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia, che il suo movimento non era una rivoluzione (anche se così la sbandierava) ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. Se rivoluzione era, si trattava di una rivoluzione borghese con orizzonti borghesi e quindi bene accetta all’opinione pubblica e alla più importante stampa italiana. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia vi si riconobbero. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado si tirò indietro. All’italiano del fascismo piacevano parecchie cose tra le quali l’autoritarismo, il decisionismo, il «me ne frego», il machismo e soprattutto piacque l’imposizione della divisa che permetteva una sorta di livellamento tra le classi.

Concetti ed azioni, questi ultimi, del tutto estranei al liberalismo e ad una rivoluzione liberale che, al contrario, ha sempre concepito la società come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, tendente ad una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza ma – anche e soprattutto – sul rispetto delle minoranze.

Dall’Unità in poi la borghesia italiana ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente. In preda ad un’ossessione di rivendicazione bottegaia ha sempre puntato sulla trattativa con lo Stato per organizzare la difesa dei propri interessi, subordinando l’interesse generale agli accordi privati, particolari, in un regime d’ideologia concertativa permanente.

Questa debolezza strutturale, questa paura e questa assenza di emancipazione ha portato il blocco sociale imprenditoriale, quello delle professioni, delle élite dell’economia, della finanza, a farsi rappresentare per vent’anni dal populismo mediatico di Silvio Berlusconi. Ed ha portato il movimento montezemoliano con annesso Mario Monti, a scegliere il politicantume di Casini e Fini rispetto al programma autenticamente liberale e liberista di Oscar Giannino e di Fare per fermare il declino, tanto per fare un esempio dei nostri giorni.

Finendo col tradire programmaticamente se stessa, una borghesia debole produce una ‘destra’ debole, spaesata e succube del populismo mediatico,del fascino per il malaffare, di logiche clientelari e corporative, dei richiami all’intolleranza legalitaria ed antistatali, nonché delle istanze vaticane.

Non abbiamo mai avuto una forza sociale che trainasse il contagio liberale nel resto della società italiana. Tutto questo, oltre a produrre un arretratezza nelle libertà civili, ha reso questo blocco sociale ostaggio di un sentimento intimo inconfessato di viltà ed autodisprezzo, mal celato da una esasperata sicumera e da un’aggressività pseudovincente degna dello stupido che si sente furbo .

Soundtrack1:’ Ain”t no grave’, Johnny Cash

Soundtrack2:’Server’, Karate

Destra-sinistra, ma basta?

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Queste primarie hanno avuto, tra gli altri meriti (o demeriti), quello di riaprire un dibattito di gaberiana memoria. Il grande dilemma che ha turbato molti è se Matteo Renzi e i suoi elettori siano o no di sinistra. Ma come si fa a stabilire se qualcuno è di destra o di sinistra (escludendo di chiedere a Renzi e i suoi se fanno la doccia invece del bagno, se preferiscono il minestrone, la Nutella e la mortadella alla minestrina, la cioccolata svizzera e il culatello)? Anche io sono un’elettrice di Renzi e come lui vengo spesso accusata di ermafroditismo politico. L’ermafroditismo politico consiste nell’essere visti come di sinistra da quelli di destra e di destra da quelli di sinistra. In genere è sintomo di un buon funzionamento neuronale, ma tant’è. Io mi sento di sinistra e vorrei usare le prossime righe per convincervi del perché. La prima considerazione è pragmatica: pur avendo delle simpatie per alcuni isolati, isolatissimi, personaggi di destra, sia storici che attuali, non sono mai trovata nella condizione di dirmi che li voterei. Essendo italiana, la cosa potrebbe non sembrare molto sorprendente. Il discorso però vale anche per le destre altrui: sì, ho un debole per Maggie e per Ronnie, ma la cosa è sostanzialmente confinata ai temi economici o al loro personale carisma. Fossi stata una cittadina britannica o americana negli anni ’80, non credo proprio sarei riuscita a votare i Tories o i Repubblicani. Di sinistre che mi sono piaciute invece ce ne sono molte: i democratici americani, il labouristi di Blair, i socialisti di Zapatero. No, i socialisti francesi no: a tutto c’è un limite. Nelle elezioni italiane ho dato il mio voto solo e unicamente a coalizioni di sinistra, con o senza radicali candidati. Io mi sento di sinistra perche’ quando vedo il PD andare in malora mi dispiace per il PD e per me; quando vedo il PDL andare in malora mi dispiace per l’Italia nel caso vengano comunque eletti ma del PDL non me ne frega nulla. Io sono di sinistra perché quando parlo con i militanti di sinistra provo una sofferenza partecipata, quando parlo con quelli di destra mi sento di troppo. La seconda considerazione è che anche pensando alla miglior destra possibile, quella del mondo delle idee, la rispetterei ma la non voterei; se penso alla miglior sinistra possibile, è il posto dove mi sentirei a casa. E non c’è pessima sinistra o stupenda destra italiane che possano farmi cambiare idea.

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