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The great below

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Scriveva Sidney Sonnino:“Il premere dei partiti estremi alimentati dalle tradizioni rivoluzionarie e l’ostilità politica irriducibile del Vaticano […] rendono impossibile al grande partito costituzionale e liberale di darsi il lusso di dividersi normalmente in due schiere distinte e distintamente organizzate che si alternino con regolare vicenda al governo della cosa pubblica”. Se questo non fosse vero, oggi a giocarsi la vittoria elettorale sarebbero Oscar Giannino da una parte e Matteo Renzi dall’altra. Forse sarebbe di una noia mortale uno scontro del genere, ma più simile a quello che accade in quasi tutto l’occidente avanzato. Ma la politica non è il regno del dover essere e così il maggior rappresentante del blocco (sedicente) liberale sarà ancora una volta il cavaliere Silvio Berlusconi. Ma se così è, la colpa è da attribuire al cavaliere nero biscione di Arcore? Non mi pare proprio. La ragione principale è che la cultura liberale in Italia non si è mai affermata come cultura maggioritaria di governo. Nel diciannovesimo secolo il partito liberale guida il risorgimento ma non diventa mai cultura di maggioranza della borghesia italiana. Questo accade perché la borghesia italiana è ed è sempre stata, in maggioranza, illiberale. E porre l’accento sulla borghesia è necessario in quanto ceto sociale che ha veicolato storicamente il liberalismo.

Rimane imprescindibile, come dice Sonnino, un’analisi sul ruolo che il Vaticano ha svolto per tamponare e disinnescare le spinte liberali che cercavano di emergere nella politica e nella società italiana. La chiesa, dopo essersi giocata la carta del non expedit (con cui la santa sede il 10 settembre 1874 espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato ), ha fatto scacco matto su quest’aria politica con il Patto Gentiloni prima, che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa, e, successivamente, con il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra.

Considerando il liberalismo quell’insieme di dottrine filosofico/politiche che pongono precisi limiti al potere e all”intervento dello stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e di promuovere l”autonomia creativa dell”individuo, storicamente esso nasce e si sviluppa come ideale che si affianca all”azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell”aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo.

Dal 1882, cioè dal momento in cui la Destra storica cade sul pareggio di bilancio e Agostino Depretis da vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo, assistiamo all’evolversi di un’anomalia secolare che fa della borghesia italiana un ceto fortemente illiberale nella sua composizione maggioritaria, e questo si manifesta esplicitamente nell’esperienza del ventennio fascista fino ad oggi.

Tralasciando le opinioni di qualche esaltato che magari considererà il fascismo un movimento liberale solo perché avrà fatto qualche strada e qualche ponte, tra l’altro fatti anche da Stalin, la vulgata popolare racconta che il fascismo nacque perché i treni non arrivavano in orario a causa degli scioperi dei ferrovieri e perché i reduci della guerra ’15-’18 venivano vilipesi dai «rossi» imboscati e traditori della Patria. Mussolini, interventista, combattente, socialista, ex direttore dell’Avanti!, convinse gli industriali del Nord e gli agrari dell’Emilia Romagna, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia, che il suo movimento non era una rivoluzione (anche se così la sbandierava) ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. Se rivoluzione era, si trattava di una rivoluzione borghese con orizzonti borghesi e quindi bene accetta all’opinione pubblica e alla più importante stampa italiana. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia vi si riconobbero. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado si tirò indietro. All’italiano del fascismo piacevano parecchie cose tra le quali l’autoritarismo, il decisionismo, il «me ne frego», il machismo e soprattutto piacque l’imposizione della divisa che permetteva una sorta di livellamento tra le classi.

Concetti ed azioni, questi ultimi, del tutto estranei al liberalismo e ad una rivoluzione liberale che, al contrario, ha sempre concepito la società come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, tendente ad una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza ma – anche e soprattutto – sul rispetto delle minoranze.

Dall’Unità in poi la borghesia italiana ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente. In preda ad un’ossessione di rivendicazione bottegaia ha sempre puntato sulla trattativa con lo Stato per organizzare la difesa dei propri interessi, subordinando l’interesse generale agli accordi privati, particolari, in un regime d’ideologia concertativa permanente.

Questa debolezza strutturale, questa paura e questa assenza di emancipazione ha portato il blocco sociale imprenditoriale, quello delle professioni, delle élite dell’economia, della finanza, a farsi rappresentare per vent’anni dal populismo mediatico di Silvio Berlusconi. Ed ha portato il movimento montezemoliano con annesso Mario Monti, a scegliere il politicantume di Casini e Fini rispetto al programma autenticamente liberale e liberista di Oscar Giannino e di Fare per fermare il declino, tanto per fare un esempio dei nostri giorni.

Finendo col tradire programmaticamente se stessa, una borghesia debole produce una ‘destra’ debole, spaesata e succube del populismo mediatico,del fascino per il malaffare, di logiche clientelari e corporative, dei richiami all’intolleranza legalitaria ed antistatali, nonché delle istanze vaticane.

Non abbiamo mai avuto una forza sociale che trainasse il contagio liberale nel resto della società italiana. Tutto questo, oltre a produrre un arretratezza nelle libertà civili, ha reso questo blocco sociale ostaggio di un sentimento intimo inconfessato di viltà ed autodisprezzo, mal celato da una esasperata sicumera e da un’aggressività pseudovincente degna dello stupido che si sente furbo .

Soundtrack1:’ Ain”t no grave’, Johnny Cash

Soundtrack2:’Server’, Karate

Distopia radicale

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Il termine distopia indica realtà massimamente indesiderabili le cui tendenze sono portate ad estremi apocalittici. In diverse opere letterarie e cinematografiche tali realtà si traducono quasi sempre in strutture totalitarie fortemente gerarchiche, guidate da un leader carismatico vero o fittizio, che con fare reazionario non tollera dissidenti né pensiero indipendente e che si afferma tramite un progressivo e costante plagio mentale di cittadini e seguaci.

Dopo l’accordo con La Destra di Storace per le elezioni regionali del Lazio, pare proprio che buona parte del movimento radicale che fa riferimento a Marco Pannella sia finito in un tunnel distopico del tutto spiacevole e poco desiderabile. E ciò non per pregiudizi ideologici nei confronti dell’ex presidente del Lazio e del suo movimento politico, ma perché non se ne capisce il senso né l’opportunità. Se l’accordo viene giustificato come un tramite spregiudicato mirato ad assicurare una sorta di sopravvivenza istituzionale attraverso l’elezione di qualche consigliere regionale, non si capisce perché allora, peggio per peggio, non si sia trovato un accordo con il Pd, anche candidando dei radicali diversi da quelli presenti nel precedente Consiglio, i quali, quest’ultimi, sarebbero lo stesso stati valorizzati o collocati in varie situazioni e tramite diverse modalità. Si potrebbe pensare al fatto che si stia cercando di portare a termine un accordo con il Pdl per le elezioni politiche e che quest’operazione serva ad aprirne una qualche breccia, evocando il cd.spirito del ’94, il che porterebbe al ripetersi farsesco di un esperimento della cui tragicità fallimentare ancora rimangono ferite indelebili. Si potrebbe pensare all’ennesima intuizione ‘troppo avanti’ da teatro sperimentale prestato alla politica italiana del Julian Beck de noantri Marco Giacinto Pannella, anche se più che una brillante intuizione questa mossa sembra soprattutto un enigma in un labirinto, una sorta di delirio del Kurtz/Brando in Apocalipse now di conradiana memoria. In poche parole, una gran cazzata o, se preferite, una cagata pazzesca.

In realtà quello che emerge è una leadership ormai al tramonto, attorniata da un cerchio magico sprovvisto di metodo, incapace di elaborare una benché minima linea politica e di successione, menomata nell’elaborazione di una qualche rotta strategica, confusa ed esitante nella tattica, terrorizzata ed inerme di fronte al pensiero di rimanere soli senza il guru che detta il verbo. Ne sono esempi concreti l’invenzione strozzata appena dopo la nascita della lista/scopo, l’alleanza sfumata con Ambrosoli in Lombardia, l’accattonaggio fatto verso la lista Monti.

Come un sasso gettato in uno stagno, ai molti che hanno preso le distanze da tutto quello che abbiamo appena raccontato, segnaliamo le parole del filosofo tedesco Karl Loewenstein:“lo schema prevalente della designazione cooptativa della leadership viene meno solo quando la base degli iscritti riesce, con una rivolta di palazzo, a spodestare la dirigenza e ad imporre un proprio gruppo dirigente. Queste rivoluzioni interne ai partiti sono tuttavia rare e sono in genere il segno di un declino o di una crisi del partito da imputarsi al fallimento del gruppo dirigente in carica. Il più delle volte questi conflitti si configurano come contrasti generazionali, ma hanno successo solo se il partito ha ancora una sua vitalità”.

Soundtrack1:’Pulse’, Steve Reich

Soundtrack2:’I’m Jim Morrison, I’m dead’, Mogwai

 

 

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