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Libertà di espressione

Liberté, Egalité, Dieudonné?

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Qualche giorno fa il presidente francese Hollande, a proposito delle frasi sulla TAV che hanno portato Erri de Luca a processo per istigazione a delinquere, ha dichiarato: “non voglio intervenire nelle questioni giudiziarie, ma quel che posso fare in nome della Francia è sostenere sempre la libertà di espressione e di creazione e questo vale anche per gli autori, che possono essere francesi o italiani o di qualsiasi nazionalità e che non devono essere perseguiti per i loro testi”. Sono seguiti grandi applausi da parte dei soliti noti “intellettuali” francesi che su Libération avevano fatto un appello a sostegno di De Luca.

Guarda caso, la settimana scorsa un autore francese, che di nome fa Dieudonné e che non frequenta molto i salotti parigini, è stato condannato in Francia a due mesi di reclusione per apologia di terrorismo per aver dichiarato, dopo la strage di Parigi, di “sentirsi Charlie Coulibaly”. Insomma, evidentemente in Francia “la libertà di espressione e di creazione” di alcuni autori è più meritevole di sostegno di quella di altri. Chissà come fanno Holland e i suoi amici della illuminata sinistra francese a decidere quali sono gli autori che possono dire, e in casi come quello di Cesare Battisti di fare, quello che gli pare e quali sono invece quelli che devono essere messi a tacere davanti a un tribunale. Viene quasi il sospetto che il diritto di non essere perseguitati per i propri testi valga solo per chi fa parte del club Gauche Caviar and Friends mentre agli altri può tranquillamente arrivare a casa la polizia.

A scanso di equivoci, per chi scrive né Erri De Luca né Dieudonné dovrebbero essere processati a meno che non si scopra che Erri De Luca organizza incursioni nei cantieri TAV o Dieudonné progetta di farsi esplodere da qualche parte al grido di Allah è  grande. Fino ad allora, il semplice fatto di aver pronunciato delle frasi assolutamente idiote dovrebbe fare parte della libertà personale loro come quella di tutti noi.

Moi, je suis Charlie, même si je ne suis pas d’accord.

Charlie Hebdo e gli istantanei paladini della libertà di parola

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Cari i miei razzisti del “padroni a casa nostra”, che finalmente avete un motivo per riempire di insulti i musulmani senza che nessuno vi dica nulla perché – forza ragazzi, “siamo tutti Charlie Hebdo!” – vi fate scudo della libertà d’opinione.

Cari i miei bigotti promotori dell’Editto Bulgaro, paladini della libertà di opinione mentre mettevate giù la cornetta dopo una bella telefonata ai vertici AGCOM e che ora vi stracciate le vesti per mostrare sotto la scritta “Siamo tutti Charlie Hebdo”.

Cari i miei giornali e giornalisti, che già ora lanciate appelli “Siamo tutti Charlie Hebdo”, mentre sui vostri schermi e sulle vostre pagine scorrono le vignette di Charlie Hebdo unicamente rivolte all’Islam (qualcuno su RaiNews24 ha detto, mandandomi ai pazzi: “Charlie Hebdo non mancava di fare satira pesante anche sulla religione cristiana, per esempio su Papa Ratzinger” “Si, ma si percepiva sempre la tenerezza nelle vignette.”), quelle stesse immagini che vi cagavate addosso a pubblicare quando fu Calderoli a mostrarle e anzi condannavate chi, tra i media, le ripubblicava.

Ecco, carissimi, se volete un po’ di tenerezza pubblicate sui vostri profili, siti, giornali, televisioni questa vignetta di Charlie Hebdo.

Perché difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

 

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Libero Barilla e liberi tutti

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Parliamoci chiaro: Guido Barilla ha tutto il diritto di sparare cazzate sull’omosessualità e la famiglia.

Le sue dichiarazioni sono del tutto improbabili e puzzano di muffa ma, non incitando al l’odio e alla violenza, nessuno può impedirgli di esprimerle se non lui stesso, che infatti le ha ritrattate mettendoci una pezza peggiore del buco.

Quello che proprio non riesco a comprendere, invece, è la levata di scudi in difesa di Barilla contro la marea di voci critiche e meritate pernacchie che le sue dichiarazioni hanno sollevato.

Nessuno si è sognato di chiedere un bavaglio per Barilla ma, come ha diritto lui di imperversare, abbiamo il diritto noi di  prenderne le distanze senza sentirci dare dei censori.

Abbiamo anche diritto a proporre e mettere in atto un boicottaggio dei suoi prodotti, diritto che riconosce – bontà sua – persino Barilla: “se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca“. Anche chi non è d’accordo e non è gay, se è per questo.

Non comprare i prodotti di una impresa di cui non si condividono i valori, le scelte commerciali e le prese di posizione rientra nei diritti di tutti. E rientra nei diritti di tutti rivendicarlo.

Ed è del tutto ipocrita indicare i possibili danni che potrebbero derivare dal boicottaggio all’impresa ed ai suoi lavoratori, specie se queste osservazioni provengono da personaggi o forze politiche che di solito se ne fottono beatamente delle necessità dei lavoratori, quando proprio non si battono per ridurne i diritti.

Barilla fa le sue scelte di business e di marketing. Noi ci adeguiamo: se non le condividiamo, lo diciamo, le critichiamo e se ci va non compriamo i prodotti Barilla. La libertà d’espressione non è a senso unico. Santè

 

salvate il soldato casto

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Come ormai avrete capito, tra gli autori di Libernazione alcuni hanno il pallino della libertà di espressione. Quest’oggi io prendo le difese di Immanuel Casto, detto il Casto Divo. Per chi non lo conoscesse, Immanuel Casto è il primo e forse unico esponente italiano del genere musicale porn grove. Il genere unisce musiche stile dance anni ’80 (ma non solo) con testi  alquanto irriverenti. Insomma, se mia nonna mi avesse acciuffata ad ascoltare Anal Beat, Escort 25 o Che Bella la Cappella, si sarebbe preoccupata per me. Ad ogni modo, Immanuel Casto ha lanciato qualche giorno fa le carte Squillo. Se la curiosità vi ha portati a vedere i video delle canzoni elencate due righe fa, non vi sorprenderà che il gioco sia ambientato in un giro di prostituzione e traffico di organi. Ok, lo ammetto, non è il massimo del buon gusto. Del resto la particolarità di Casto è viaggiare sempre sul filo della provocazione. Cosa consente a delle brave ragazze timorate di Dio come me di ascoltarlo senza correre in chiesa a confessarsi? La sua ironia. Ed è proprio con spirito ironico che vanno giudicate le carte Squillo. Questa sfumatura non pare essere stata colta dalla Senatrice Baio (Alleanza per l’Italia) che ne ha chiesto il ritiro immediato.  La motivazione è che il gioco “incita alla mercificazione del corpo femminile, parla di vendita di organi umani, incita all’uso di eroina e di antidepressivi e (mi vergogno a dirlo, ma lo faccio solo per far capire l’orrore che è sui nostri siti web e che potrebbe entrare nelle nostre case) a pratiche sessuali disumane (dei roditori si cibano di parti intime femminili)”. Inoltre, il gioco sarebbe anche blasfemo per via della frase “credo che il fatto che qualcuno abbia potuto, non solo concepire questo gioco, ma addirittura produrlo e metterlo in vendita, sia la prova che Dio non esiste”. Ora, alzi la mano chi seriamente pensa che le carte da gioco Squillo possano in qualche modo indurre qualcuno a mettere su un giro di prostituzione. Io non discuto che siano di cattivo gusto, ma trovo che la mercificazione del corpo femminile sia altrove. Per esempio nei programmi televisivi in cui vallette seminude fanno da soprammobili mentre tutti discutono in giacca e cravatta di calcio; dai cartelloni pubblicitari che usano donne nude per vendere lavatrici o automobili o che so, da un presidente del consiglio che piazza la sue amiche di bella presenza in parlamento. Per altro, nessuna di queste cose ben più dannose di Squillo è mai stata vietata, né dovrebbe esserlo. Appello dunque ai lettori canaglia: mandate una mail alla Senatrice Baio baiodossi_e@posta.senato.it in cui le fate sapere che a voi l’esistenza delle carte Squillo non provoca nessun impulso verso lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di organi umani, l’uso di eroina o antidepressivi e men che meno quella cosa coi topi. Salvate il soldato Casto!

Chi ha paura di un ananas?

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All’inizio dell’anno accademico, ogni universita’ di Sua Maesta’ organizza una fiera delle associazioni studentesche per farle conoscere dai nuovi arrivati. Ieri, alla fiera dell’Universita’ di Reading, gli animi si sono scaldati per un ananas di nome Maometto. La “Reading University Atheist, Humanist, and Secularist Society” (l’associazione dei senza-dio-mangiapreti-e-simili insomma) ha infatti deciso di esporre sul suo stand un ananas con sopra scritto Maometto. Lo scopo era quello di pubblicizzare un dibattito da loro organizzato dal titolo “Should we respect religion?” e in generale per portare l’attenzione su liberta’ di espressione e blasfemia . Apriti cielo: i nostri atei, umanisti e secolaristi sono stati messi davanti all’aut aut “o se ne va l’ananas o ve ne andate voi”. Naturalmente, da bravi senza-dio-mangiapreti-e-simili i nostri si sono rifiutati di rimuovere l’ananas e sono stati allontanati dagli uomini della sicurezza. Lo scorso anno invece la corrispondente associazione della London School of Economics era finita nei guai per non aver rimosso delle vignette raffiguranti Maometto e Gesu’ dalla loro pagina Facebook. In questo caso l’associazione era stata accusata di intimidazioni verso mussulmani e cristiani e ne era stata richiesta l’espulsione dall’universita’. Fortunatamente l’universita’ ha deciso di non espellere l’associazione. Atei, secolaristi, umanisti, agnostici e apostati continueranno ad avere una rappresentanza all’interno di un’univerista’ dove invece le associazioni religiose fioccano come le rane durante le dieci piaghe d’Egitto, senza che nessuno si senta minacciato per questo, giustamente.

Avete cambiato idea?

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A scanso di equivoci, per come la vedo io il fatto che Alessandro Sallusti debba andare in prigione è un’aberrazione bella e buona. Però, perdonatemi, il centrodestra che oggi lo difende -fino ad arrivare ad ipotizzare addirittura un decreto-legge ad hoc per scongiurare la sua carcerazione- non è lo stesso che negli anni passati si è accanito contro la libertà di espressione scagliandosi a più riprese contro i blogger e i social network, paragonando Facebook ai gruppi eversivi degli anni ’70, cercando di abolire l’anonimato in rete, di tracciare ogni singola connessione, di imporre inapplicabili obblighi di rettifica e fantasiose penali a carico di chi avesse avuto l’alzata d’ingegno di dire come la pensava?
Hanno cambiato idea, questi esponenti del centrodestra, oppure si tratta soltanto di schierarsi al fianco di un loro amico fermo restando tutto il resto?
A me piacerebbe un sacco che ce lo facessero sapere: perché da queste parti -la rete, quella dei terroristi, per capirci- abbiamo il viziaccio della memoria lunga.
Finché qualcuno non cercherà di proibire pure quella.

Pensiero illegale

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La libertà di opinione  vale solo per le opinioni giuste o anche per quelle sbagliate? No, perché, a difendere la libertà di opinione dei monaci buddisti in Tibet, dei dissidenti cubani incarcerati o delle donne afgane oppresse sono buoni tutti. Quando invece le opinioni sono un po’ più scomode, decisamente non condivisibili o poco socialmente armoniose, allora casca l’asino. La tendenza è molto in voga nel Regno Unito, dove ultimamente si leggono di notizie del tipo: ragazzo di 17 anni stato arrestato a Londra per aver usato toni minacciosi via Twitter con il tuffatore britannico Tom Daley ”oggi hai deluso tuo padre. Immagino che tu sappia di cosa sto parlando”. C’è dietro questi casi un fastidioso equivoco tra il concetto di reato e quello di peccato, per dirla all’italiana (nel Regno Unito sospetto che la nozione di peccato sia stata fatta fuori da Enrico VIII assieme alle teste di qualcuna delle sue ex mogli). L’equivoco consiste nel ritenere che qualsiasi opinione razzista, omofobica, antisemita, misogina o in generale intollerante verso chicchessia debba essere illegale. E non sto parlando di incitazioni alla violenza, alla discriminazione o a qualsiasi atto pratico contro chiunque né di diffamazione. Parlo di opinioni in base a cui l’universo mondo può giudicare l’autore e decidere di non averci nulla a che fare, non invitarlo a parlare nelle sue università, non votarlo se si candida, non dargli spazio sui suoi giornali, non averlo come amico su Facebook o come follower su Twitter, non condividere con lui la tavola, non assumerlo come insegnante, ecc, ecc, ecc. Ma va oltre la mia comprensione come una società matura e democratica possa mostrare una debolezza tale da dover mandare davanti a un giudice qualcuno per le sue idee, per quanto sbagliate siano. Il fatto di averle espresse dovrebbe essere una punizione più che sufficiente.

Luca Mazzone

Anna Missiaia

 

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