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Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

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Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

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Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

Piccoli comuni e neoliberismo: una proposta di legge a 5 stelle

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Tra le proposte di legge ora al vaglio della Comm. Bilancio alla Camera spicca per estrosità e ambizione quella, a firma di 24 parlamentari pentastellati, che riguarda i comuni sotto i 5000 abitanti – adesso confluita in un testo unico accorpato con una proposta sullo stesso tema del PD, simile nei contenuti ma senza il condimento retorico grillino. Sarebbe lecito pensare – visto lo strepitare generale contro sprechi e costi della politica – che l’idea contenuta nel testo sia quella di abolirli, questi comuni, o magari di accorparli. Niente del genere: “L’abbandono delle aree interne del Paese costituisce un’emergenza che va affrontata con politiche rigorose e con adeguate risorse pubbliche”. La spiegazione di questo stato di necessità è catastrofica: drastico taglio dei servizi urbani a partire dal settore sanitario e scolastico, terribile diminuzione del numero degli uffici postali e chiusura di “storici presìdi dello Stato”, come le sedi della forestale. Dove andremo a finire, signora mia, senza sedi della Forestale nei piccoli comuni? Stesso discorso per trasporti ferroviari, sacrificati “sull’altare dell’alta velocità” e per il trasporto su gomma.

Il passo successivo è quantomeno acrobatico: “è conseguente che a questa diminuzione del tenore della presenza pubblica sia seguita una sempre più preoccupante diminuzione delle attività economiche private”, cui segue lamentela di rito per la chiusura del piccolo commercio urbano, dell’artigianato, della piccola industria. Non importa se il mondo si muove, liberamente, in una certa direzione: i parlamentari a cinque stelle la contrasteranno a suon di leggi. E di soldi pubblici, naturalmente, perché la soluzione a questa catastrofe è una pioggia di denari: promozione della “filiera corta a chilometro utile” e incentivi ad attività industriali di frontiera come quella agricola e zootecnica, o a favore della diffusione delle attività artigianali che, secondo quanto si legge, sono i settori economici di maggiore importanza per poter garantire una “nuova prospettiva per le giovani generazioni”. In questo grazioso quadretto di bucolica domenica del villaggio ci si auspica poi il ritorno alla “regia pubblica” e si costituisce di conseguenza un bel fondo statale per le acquisizioni immobiliari, in contrasto a “decenni di privatizzazione delle città”. Ancora una volta la retorica è quella tragicomica del privato nemico dello sviluppo, mentre la sapiente mano pubblica – specie nelle illuminate, limpide e notoriamente incorruttibili realtà locali – ha piena coscienza di come indirizzare sovvenzioni e investimenti. Stop alle alienazioni di beni immobiliari pubblici, quindi, e via ad un bel “piano di piena utilizzazione”. A discrezione del comune, naturalmente.

In realtà, l’obiettivo dei parlamentari è molto più ampio e ambizioso, e vede in questa proposta l’apripista a una vera e propria rivoluzione: “il problema delle aree interne si pone principalmente come fondamentale criterio culturale per delineare un futuro differente per l’Italia. La crisi del sistema economico dominante, o per meglio dire il fallimento, che attraversiamo ha le sue radici nel disordine, nell’accaparramento e nello spreco delle risorse naturali […]. La cultura delle aree marginali del Paese può diventare in questo senso il paradigma di una nuova fase dello sviluppo dell’Italia basata sul rispetto della natura e delle risorse naturali e culturali dei luoghi.” Insomma, anche se non c’è niente da capire, è già chiaro chi è l’assassino: “Questa proposta di legge si iscrive all’interno di questa cultura e tenta di fornire una risposta all’abbandono decretato da un’economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone. Essa tenta, in sintesi, di fornire strumenti per avviare quell’imponente opera di ricostruzione dell’economia e della vitalità delle aree interne messa in discussione in questi anni di incultura neoliberista.” La rivoluzione, insomma, non è un pranzo di gala, ma un bel pezzo di artigianato locale.

Cosa è diventato il canone?

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L’ultima idea geniale dei tecnici del governo è includere il canone RAI (in due tranches) nelle bollette elettriche.Se non paghi il canone, via la luce. Il nuovo meccanismo di accertamento prescinde dalla possesso o meno di un televisore, ma di fatto presume la disponibilità di un qualsiasi strumento atto alla visione di contenuti multimediali.

Passo indietro. Nel 1990, in un periodo di riordino della finanza locale inglese, Margaret Thatcher propose una tassa, chiamata community charge, che sarebbe passata alla storia come poll tax. Il fatto di introdurre una nuova tassa, peraltro completamente regressiva (l’ammontare da pagare era uguale per tutti, e quindi considerato ingiusto verso i meno abbienti), e non giustificata nella sua natura dall’avere una corrispondenza con uno scopo preciso, ha giustificato un enorme movimento di protesta. L’impopolarità della misura è stata tale che i laburisti hanno, per la prima volta dopo lustri, superato i conservatori nei sondaggi, le manovre di partito dentro i Tories hanno portato al passo indietro della Thatcher, e infine la tassa è stata sospesa, quindi abolita.

Ora, chi scrive ha una opinione molto positiva di Margaret Thatcher, eppure avrebbe criticato fortemente l’idea della poll tax. Le conseguenze politiche di quella scelta sbagliata sono forse state sproporzionate rispetto alla sua figura e all’enorme contributo dato al suo Paese, ma hanno dimostrato l’esistenza di una opposizione sana, in grado di farsi sentire sulle questioni sostanziali e produrre cambiamenti.

Torniamo all’Italia. Dicevamo che il canone, ormai parte della bolletta, è nei fatti svincolato dallo scopo di finanziare il servizio pubblico: da un lato la RAI opera con criteri sostanzialmente commerciali, dall’altro la raccolta del canone non dipende più nemeno dalla fruizione potenziale del servizio.
A tutti gli effetti, il canone è un’altra poll tax. Chissà come si sentono in questo momento, i cari renziani, ad essere più “a destra” di Margaret Thatcher. Lo hanno capito, o sono convinti che se uno tassa e spende, comunque ciò accada, allora fa comunque una cosa “di sinistra” ? Quanto alle opposizioni, certifichiamo per l’ennesima volta, casomai ce ne fosse bisogno, la definitiva morte cerebrale.

Unhappy is the liberal who votes for Renzi

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Ma voi ci credete che esistono i liberali (e/o liberisti) renziani? Io pensavo di averle viste tutte con i marxisti per Tabacci ma evidentemente ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sappia la mia filosofia visto che, a quanto pare, esistono alcuni esseri pensanti ancora convinti che questa sorta di DC 2.0 in maniche di camicia possa davvero incarnare la “rivoluzione liberale” che questi poracci si sono visti fottere da Berlusconi prima e da Monti poi. Ora, è vero che i liberali (e/o liberisti) italiani hanno preso talmente tanti schiaffi che si mettono a scodinzolare mostrano apprezzamento per il primo tizio che dà loro un biscottino; è parimenti vero che non tutti sono entusiasti, né lo sono mai stati, per l’esimio presidente del consiglio: sono tuttavia sinceramente sorpreso del fatto che dopo più di un anno di governo Renzi l’impressione del liberale (e/o liberista) medio è tutto sommato positiva sia per l’operato fin qui che per il futuro.

Amico liberale (e/o liberista): Aspetta, innanzitutto non concordo sull’accostamento Renzi-DC: sarà anche storicamente di estrazione cattocentrista (segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, quello di Martinazzoli e Buttiglione, nel 1999 NdA), ma dargli del democristiano è come dare del radicale a Rutelli o del comunista a Ferrara. 

Ah, non è la DC? E come lo chiameresti l’atteggiamento teso alla conservazione del potere fine a se stessa? Quello per cui si prende a bordo la qualunque (Franceschini, De Luca, Alfano) pur di racimolare mezzo voto in più?

All: Scusa, ma tu se fossi un liberista in questo momento chi sosterresti?

Civati

All: Ahahahah. Dai, seriamente.

Seriamente: il principale ostacolo in Italia al libero mercato sono la corruzione, l’evasione fiscale e il conflitto di interessi. Cose che Renzi non toccherà mai.

All: Sinceramente la corruzione mi sembra meno grave dell’interventismo statale. Quale conflitto d’interessi? L’evasione fiscale invece in effetti è un problema serio.

È tutto parte dello stesso problema: quello per cui per aprire qualsiasi attività commerciale devi avere un cugino vigile urbano, per non metterci tre anni.

All: E quello lo combatti semplificando la burocrazia e licenziando molti statali, non gridando al lupo al lupo.

Cosa che Renzi non farà mai perché gli statali sono quelli che lo votano. Vedi le province che col cazzo che sono state abolite: hanno levato le elezioni e lasciato lì tutti quelli che ci lavoravano (e ora non sanno manco come pagarli).

All: E comunque io non dico che Renzi è un buon premier: dico che 1)ha buone probabilità di vincere 2)finora sta facendo cose che non mi dispiacciono (soprattutto ha abolito il cazzo di articolo 18, per quanto facendolo se vuoi un po’ a minchia, che è stata la riforma più importante degli ultimi 30 anni).

Cazzo vuol dire ha buone probabilità di vincere?

All: Che se uno prende il 5%, con le buone intenzioni può pulircisi il culo. Idem se è al governo ma non sa tenersi una maggioranza.

Quindi voti chi prende di più a prescindere dal programma? Sono finito dentro Elianto e non me ne sono accorto? Considerando che, articolo 18 a parte (di cui parliamo dopo), le “idee” di Renzi sono diametralmente opposte alle tue non capisco come la parte che abbia buone probabilità di vincere possa spingerti ad appoggiarlo.

All: Quali sarebbero queste idee così opposte? A me pare Renzi che stia cercando di usare un partito, con una piattaforma con cui non concordo, per fare invece, almeno in parte, delle riforme progressiste. Non ho ancora letto bene della scuola, ma mi pare che la renda più indipendente (riforma da liberale); l’abolizione del senato e l’Italicum (che non mi piace ma meglio che niente) aumentano la governabilità e snelliscono l’apparato; tagli fiscali (anche se pochi); sblocco di (parte dei) debiti della pubblica amministrazione; non ho ben capito cosa abbia fatto in termini di riforme giudiziarie ma almeno l’intento mi sembrava volto alla efficienza. Insomma, rispetto a praticamente tutti i suoi predecessori non mi pare male per niente (tra le altre cose grazie al fatto che riesce a mantenere in modo miracoloso una maggioranza, che è quello su cui hanno fallito ad esempio Prodi e Monti).

Solo che Prodi e Monti non sono riusciti a mantenerla la maggioranza proprio quando sono andati a toccare (molto poco a onor del vero) i centri nevralgici delle incrostazioni di potere italiane, cosa che Renzi si guarda bene dal fare. Lo snellimento di cui parli, invece, è quello usato, ad esempio, per Expo con i lavori affidati agli amici degli amici con la scusa dell’emergenza. O è lo Sblocca Italia di Lupi con le regioni che hanno autonomia di fare il cazzo che vogliono senza controlli (il che si traduce in appalti finti ai soliti noti). O il prolungamento della concessione ad autostrade per 90 anni. O il calcione nel culo alla Spending Review (e a proposito, che fine ha fatto Cottarelli?). E in tutto questo i tagli fiscali te li raccomando visto che gli 80 euro sono rientrati dalla finestra. Oppure prendi la riforma della scuola: attribuisce una serie di poteri ai presidi i quali a) non sono assolutamente formati per esercitarli e B) sempre nominati dal provveditorato sono. La verità è che Renzi è liberale quanto Berlusconi: ha solo sostituito la sua cricca con un’altra (e spesso manco quello visto che le facce sono le stesse) e sta promuovendo un sistema in cui non esiste il merito ma solo la fedeltà. Ovvero la DC. Ovvero l’antiliberalismo. Non è una questione di non essere abbastanza: è proprio che la sua politica non è né quella che vuoi tu ne quella che voglio io.

All: Eppure le due riforme rilevanti che ha fatto sono tra quelle che io aspettavo da più tempo: fine del bicameralismo e del l’impossibilità di licenziamento.

Ok, ha eliminato il bicameralismo perfetto: lo ha fatto in un modo del tutto idiota creando senato di dopolavoristi che non faranno bene né il consigliere regionale né il senatore e di trasferte spenderanno tanto quanto avrebbero speso di stipendi ma si, lo ha fatto (en passant ha dimostrato che la punta di diamante del suo team non sa scrivere un decreto legge al punto che la Finocchiaro ha dovuto riscriverglielo da capo: succede quando ti circondi di leccaculo che non sono in grado di accorgersi che “umanista” non è un aggettivo.). Ma vogliamo parlare dell’articolo 18? Da anni quasi tutte le assunzioni erano precarie mentre per quelli che ce l’avevano l’articolo 18 è rimasto.

All: Era impossibile toglierglielo. E comunque il punto rilevante è dare alle aziende la possibilità di assumere senza che poi il dipendente possa non fare un cazzo per sempre. Ripeto: non è un buon premier,  ma non mi vengono in mente alternative ed è bravo a fare effettivamente le cose (magari in parte, magari imperfette, ma alcune le fa). Cosa farebbe Civati di liberale se fosse al governo (e riuscisse a tenersi una maggioranza, cosa che non credo possibile)?

Di liberale farebbe un’unica legge che includa conflitto di interessi, evasione fiscale e corruzione magari inserendoci la tracciabilità dei capitali. Questo, unito alla semplificazione della burocrazia sarebbe la riforma più liberale mai vista in Italia. E per questo nessuno la farà mai.

E guarda che secondo me stai mischiando causa ed effetto: Renzi ha la maggioranza PERCHÈ non fa un cazzo di liberale. Se volesse farlo davvero lo schiaccerebbero.

Il punto è: cosa pensi che farà Renzi di liberale da ora in poi?

Perché la mia risposta è un cazzo di niente.

Quindi non vedo perché dovresti appoggiarlo, tutto qui.

Per la cronaca sono favorevole a tr degli interventi fatti da Renzi: gli sgravi sulle assunzioni, il 730 precompilato e il divorzio breve.

All: Non ho idea di cosa farà in futuro: mi baso su quanto fatto finora. Se vuoi delle ipotesi di quanto potrebbe fare post elezione: un minimo di semplificazione sia della burocrazia, sia del sistema giudiziario. Nei miei sogni bagnati anche fiscale
Per quanto riguarda Civati sono convinto che ci proverebbe (probabilmente facendolo nel modo meno liberale e più statalista possibile), ma sono altrettanto certo che fallirebbe. E nel frattempo probabilmente porterebbe avanti altre politiche che non condivido (cose tipo reddito di cittadinanza e supporto alle strutture pubbliche invece di privatizzare).

Secondo me ti illudi, a nessuno degli alleati di Renzi interessa fare quello che dici tu. Anzi, interessa l’esatto contrario: spartirsi la torta come di consueto.

All: Secondo me almeno c’è una minima speranza. Esponimi l’alternativa: chi sono gli alleati di Civati a cui interessa?

Assolutamente nessuno.
Ma qui torno al discorso di prima: se devi votare chi vince e sperare che faccia quello che dici tu tanto valeva votare Berlusconi.

In fondo ha fatto qualcosa di buono: la patente a punti ed il divieto di fumo nei locali pubblici

All: No, perché Berlusconi non ha mai fatto un cazzo di liberale, Renzi qualcosa sì.

Ripeto: secondo me ti illudi. Anche perché il peggio è che Renzi stesso e il maggior avversario di chi vorrebbe le cose fatte in un certo modo visto che cannibalizza il voto di chi, come te, si accontenta di quest’elemosina.

Guarda quello che è successo con (sigh) Scelta Civica: qualcuno (come te) li aveva votati sperando in Monti ed è finita che sono entrati nel PD.

Ora, io lo capisco che a un sacco di gente che ha sempre preso schiaffi, a destra come a sinistra, non pare vero di poter tifare per la squadra che vince ma c’è un grosso problema: Renzi non è la vostra squadra. E non è una questione di essere indentitari o puristi ma si tratta di riconoscere che, a un certo punto il porco non è più buono (e probabilmente non lo era mai stato) e smetterla di tentare di rincorrere obiettivi con chiara inutilità.

Nota: l’Amico liberale (e/o liberista) non è un parto della mia mente (credo) e mi scuso se la sua rappresentazione non è accurata e/o irrispettosa.

La compagnia delle Indie

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di Riccardo Vergnani

L’Italia degli anni 2012/2013 ha riscoperto il liberalismo economico.
Silvio B. c’aveva già provato con la famosa discesa in campo del ’94 a presentarsi come quello “delle riforme liberali”, ma dopo circa 20 anni di governo del paese, come sappiamo tutti, di liberale ha lasciato solo il lettone di Putin.
Dove ha fallito Berlusconi, è invece riuscito Mario Monti: paladino di una borghesia bocconiana un po’ cerchiobottista (economia liberal sì, ma al Papa vogliamo bene quindi riforme civili manco a parlarne), ha ricordato agli Italiani le gioie delle liberalizzazioni economiche, più o meno tradotte in un generale taglio delle spese sociali e campa cavallo che l’erba cresce.
Evidentemente, c’è piaciuto. Tant’è che alle presenti elezioni ci troviamo, oltre allo stesso Monti, una formazione di stampo dichiaratamente liberista: Fermare il Declino. Oscar Giannino, portavoce del partito prima dello scandalo della falsa partecipazione allo Zecchino d’Oro, è andato avanti per settimane a ripeterci che “l’alienazione del patrimonio pubblico” (cito dal programma) è la soluzione a tutti i mali economici che affliggono l’Italia.
Dato che l’abito FA il monaco, possiamo tranquillamente affermare che l’abbigliamento dandy di Giannino dimostra una cosa: così come la redingote e il fazzoletto nel taschino sono un lascito vetusto dell’Ottocento, pure il liberismo professato da Giannino ha poco a che fare con la realtà contemporanea.
Eh sì, perché i liberali(sti) nostrani sono convinti che siamo ancora fermi a un’economia di mercato tra colonie: togliendo allo Stato il commercio di cotone e dandolo in gestione al marinaio inglese o olandese, siamo sicuri di riattizzare il fuoco latente dell’economia di mercato, verso le magnifiche e progressive sorti della spinning Jenny!
Ma, come la crisi ha ampiamento dimostrato, un certo tipo di economia sta in realtà ormai scomparendo. Il grande ideale capitalistico della produzione e dell’investimento come motore della società non esiste più. La crisi dei mutui subprime e L’installazione del software e insomma la porta d’accesso al internetgamblinghouse.com scelto: una volta avviato, il giocatore stabilira come e con cosa giocare. la tragedia (sì, tragedia) dei derivati ci pongono di fronte a un’economia virtuale che non ha niente a che fare con la vecchia economia: persino il perfido neoliberismo reaganiano sembra ormai superato dalla speculazione coatta della scuola monetarista. Insomma, in un paese con 35,3 miliardi di debito sotto forma di derivati, viene spontaneo chiedersi se liberalizzare i settori pubblici possa davvero servire a qualcosa.
Sappiate, cari amici liberisti, che l’economia è cambiata: non si commerciano più spezie e oro sulle rotte dell’Atlantico, e la Compagnia delle Indie è stata bell’e che sostituita dalla Barclays e dalla Lloyds. Non è incentivando il privato che si sconfigge un fenomeno che, per larga parte, è frutto di una speculazione individualistica senza limiti legislativi e morali. Non suggerirò Keynes, forse anche lui ormai un po’ sorpassato, ma qualche dubbio sul fatto che lo Stato rimanga l’unico vero garante dei diritti economici e sociali del cittadino dobbiamo porcelo. E se lo stato italiano così com’è non ci piace, iniziamo seriamente a pensare a una Federazione Europea.

POST SCRIPTUM
L’articolo è affettuosamente dedicato a Luca Mazzone. Mazzone, abbi pietà di me.

The new #iovotorosanelpugno

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Insomma, senza stare troppo a sottilizzare che le catene di Giannino sono un gesto simbolico della lotta politica, mentre il metodo gandhiano di Pannella è lotta politica in sè, pare che la rete si sia accorta di quello che i rispettivi adepti si rimbalzano da un po’.

Oscar Giannino ricorda Marco Pannella, senza offesa per nessuno dei due: personalità istrionica, situazionisti per necessità, leadership carismatica  e non elettiva, dunque non contendibile in alcun congresso. Ma anche – sul piano dei contenuti: rivendicazione di terzietà rispetto al regime politico e denuncia di censura da parte del regime mediatico.

Con questi ingredienti, il partitino d’opinione è servito, checché ne dicano i diretti interessati che di essere chiamati “partito” non ne vogliono sapere.

Insomma a dire che #iovotogiannino è il nuovo #iovotorosanelpugno (copyright Claudio Cerasa) si coglie nel segno, probabilmente per motivi diversi da quelli che i più pensano: storicamente si tratta infatti di esperienze molto diverse, l’una nata dal matrimonio elettorale tra Socialisti e Radicali, l’altra dall’interventismo di un gruppo di economisti. Inoltre, il target di elettori è solo parzialmente sovrapponibile, tanto che in questo tornata elettorale puntano su priorità profondamente diverse: 10 punti prevalentemente economici per Fare, un punto solo per la lista di scopo di Pannella (questa volta davvero solo sua, vista la tiepidissima adesione di Emma Bonino) cioè il problema Giustizia e la cura Amnistia.

In molti avevano auspicato, data la complementarietà dei programmi, una convergenza che avrebbe portato un po’ di colore e respiro civile all’efficientismo del programma antideclino, e un po’ di chiarezza alla elaborazione radicale sui temi economici, particolarmente evanescente nell’era post Capezzone.

Il risultato sarebbe stata una forza ugualmente piccola ma genuinamente liberale, capace di compiere la sintesi di cui nessuno dei grandi partiti è capace tra libertà civili ed economiche, invece di tentare di proporsi come foglie di fico progressiste a destra gli uni, a sinistra gli altri.

Operazione fallita in entrambi i casi, evidentemente, col risultato di un effetto dejavù sia delle analisi sul trust informazione-politica che dei (sacrosanti) tentativi di racimolare visibilità come si può, contro gli ubiqui Monti, Berlusconi e Bersani, mentre Grillo se la ride dal suo blog dopo aver ripudiato mamma televisione.

Ora, il dubbio che l’analisi comune a Giannino e Pannella sull’impenetrabilità dell’agenda politica da parte dei piccoli partiti sia esatta, e il sospetto ulteriore che questi partiti siano tanto più piccoli quanto meno esposti nei pastoni e nelle ospitate massvisive, il dubbio e il sospetto la persona di buona fede se lo dovrebbe far venire, perché ha a che fare con l’accessibilità stessa del sistema, cioè con la sua democraticità.

Invece no, e arriva pure quello che dice: colpa dei piccoli se sono piccoli. Posto che “autocritica” è una parola impopolare negli ambienti liberali, nondimeno ad accusare i radicali di improvvisare le campagne elettorali puntando sui conigli dal cilindro di Pannella ci si piglia facile. Il problema organizzativo c’è e si vede, non so se valga lo stesso anche per la start-up degli entusiasti di Fare.

Il punto però per me è ancora un altro: che il pensiero liberale, in Italia, è indigesto e di fatto espulso tanto a destra quanto a sinistra. Non si tratta del semplice fatto che non sia inglobato, ma proprio della necessità storica, dei liberali nostri, di essere terzi perchè malvisti tanto da una destra fondamentalmente cattolica e confindustrialista, resa per di più anomala dall’insediamento di un partito apolitico come quello berlusconiano, quanto da una sinistra scarsamente progressista ma molto corporativista (e cattolica anch’essa). Se poi rispunta anche il centro supercattolico e conservatore, ai liberali non resta che essere quarti, quinti, finanche giustamente marginali. E a noi pur marginalmente rappresentati non resta che ringraziarli per la cocciuta sopravvivenza.

Insomma l’orizzonte del bipolarismo è destinato a restare una chimera finchè il pensiero liberale non troverà asilo in una delle due parti o in ambedue, contaminandole. E ben vengano fino ad allora le modeste percentuali di questi strani animali, che forse sarebbero meno modeste insieme ma non darebbero meno fastidio a chi non sopporta che gli si rompano le uova nel paniere, o che si strappi il copione ben congegnato di una democrazia ormai meno che formale.

Per questo sono radicale

in politica/ by

Posto che auguro le migliori fortune agli amici di “Fermare il declino“, mi corre l’obbligo di comunicare loro che la triade “liberale, liberista, libertario” non è un modo come un altro per giustapporre tre parole assonanti e comporre uno slogan.

Voglio dire: non credo che sia non dico possibile, ma neppure minimamente ipotizzabile, operare una riforma liberale dell’economia senza contestualmente -e oserei dire preliminarmente- occuparsi dei diritti che riguardano la vita, il corpo, la carne degli individui; a maggior ragione se il paese in cui si vive, come purtroppo accade nel nostro caso, è in buona sostanza uno stato etico.

Ebbene, della tutela di quei diritti, tra i dieci punti che è dato leggere sul sito dei nostri amici liberali che intendono fermare il declino, non v’è traccia.

Ora, nel partito in cui milito ci sono un sacco di cose che secondo me non vanno come dovrebbero: si tratta, tuttavia, dell’unico -e dico unico- posto nel quale l’importanza del legame tra libera economia e diritti delle persone, tra concorrenza e autodeterminazione degli individui, tra privatizzazioni e libertà di scelta, è chiaro a tutti, in ogni momento e con grande evidenza.

Per questo, amici di “Fermare il declino”, il vostro manifesto non mi convince.

Per questo, nonostante tutto, continuo ad essere radicale.

Il nemico sbagliato

in economia/società/sport by

Durante le Olimpiadi di Londra centinaia di agenti saranno in missione per l’Inghilterra a scovare i commercianti abusivi ma anche quelli “che si richiamino illegalmente ai Giochi olimpici a spese degli sponsor ufficiali come Adidas, McDonald’s, Coca Cola e British Petroleum” con licenza speciale di elevare multe fino a 20.000 sterline.

I ristoratori non potranno esporre piatti associati all’evento e 800 negozi sono stati diffidati dal servire patatine fritte per assicurare a McDonald’s l’esclusiva sul servizio di fast food.

Ma non basta: le aziende non potranno usare nelle pubblicità le parole “oro”, “argento” e “bronzo” e neppure “estate”, “sponsor”  e “Londra”.

Ora, a qualcuno è già venuto il dubbio che il famigerato libero mercato sia il nemico sbagliato?

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