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legalizzazione

Pianeta Droga

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Dal punto di vista del consumatore: cosa accadrebbe se le sostanze vietate diventassero legali?

Ho fatto qualche considerazione preliminare sulla cocaina, ipotizzandone una vendita come farmaco da banco in farmacia in confezioni da 0,5, 1 e 2 grammi.
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Marinella

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La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

Legalizzare la cannabis per prevenire il “salto”

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Secondo me quello che sostengono in molti è sostanzialmente plausibile: dagli spinelli, per tutta una serie di ragioni, si può passare con relativa facilità alle droghe pesanti; tuttavia questo assunto, dal quale i proibizionisti traggono la convinzione che anche le droghe leggere debbano essere vietate, mi spinge in modo ancora più convinto su posizioni diametralmente opposte alle loro.
Riflettiamoci un attimo: se è vero che i consumatori di cannabis rischiano prima o poi di passare all’eroina o alla cocaina, qual è il rimedio più irragionevole e insensato che si possa immaginare? Sul piano psicologico, inculcare loro la balzana idea che si tratti più o meno della stessa cosa; sul piano pratico, metterli nelle condizioni di intrattenere frequentazioni assidue con chi vende le cosiddette “droghe pesanti”.
Ebbene, se ci fate caso le leggi proibizioniste come la Fini-Giovanardi, che tra i vari tipi di “droga” distinguono poco e niente, realizzano simultaneamente questi due scellerati obiettivi: da un lato suggeriscono ai consumatori (specie quelli più giovani e quindi meno informati) la grottesca idea che farsi una canna e farsi una pera siano due passatempi più o meno equivalenti, rischiando così che essi non percepiscano la differenza e un giorno o l’altro, in base al noto adagio “se tanto mi dà tanto”, decidano di provare la seconda anziché limitarsi alla prima; dall’altro fanno in modo che per comprare qualche ciuffetto d’erba i suddetti ragazzi si debbano recare dalle stesse persone che vendono l’eroina, con ciò promuovendo un’assidua frequentazione di personaggi e ambienti che aumentano il rischio del “salto” in modo esponenziale.
Ergo: se è vero, come credo sia vero, che per alcuni consumare marijuana possa essere il prologo di tossicodipendenze “serie”, occorrerebbe adottare provvedimenti di segno opposto: cioè fare in modo, specialmente a livello legislativo e sanzionatorio, che la differenza tra “droghe leggere” e “droghe pesanti” sia chiarissima a tutti, e separare i consumatori delle prime dal “circuito” che commercia le seconde.
Ebbene, secondo voi com’è possibile realizzare simultaneamente questi due obiettivi?
La risposta mi pare semplice: legalizzare la cannabis. E legalizzarla subito.
Poi delle altre legalizzazioni, di cui continuo ad essere fautore per altri motivi, si potrà discutere: ma questa mi pare urgente, se è vero che nel nostro paese 580mila giovani hanno provato a farsi uno spinello almeno una volta nella vita, e aumenta in modo preoccupante il numero di quelli che accedono a droghe ben più pericolose.
Che dite, vogliamo iniziare a proteggerli, ‘sti ragazzi? Badate, lo dico in base alle vostre stesse premesse.
Forse sarebbe il caso di farci un pensierino serio. E, per una volta, lucidamente responsabile.

è ora

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Adesso il rischio è che alla Fini-Giovanardi, appena dichiarata incostituzionale, vengano attribuite tutte le nefandezze possibili e immaginabili, ivi comprese quelle di cui non è responsabile, che ci si sfoghi un po’ dicendo anche cose inesatte (tipo che senza quella legge Stefano Cucchi non sarebbe stato arrestato, ipotesi perlomeno discutibile per non dire del tutto infondata), che infine, come purtroppo accade spesso, si finisca presto per dimenticarsi tutto, si tengano buone le norme precedenti e si tiri allegramente a campare.
L’alternativa, vista l’occasione propizia, è che ci si prenda finalmente la briga di affrontare seriamente la questione, contemplando e discutendo concretamente, in modo documentato e senza pregiudizi ideologici la possibilità di legalizzare le droghe leggere, buttandoci alle spalle decenni di propaganda, approssimazione e (in più di un caso) idiozia per fare un autentico salto in avanti.
Credo che si tratti di una scelta da fare immediatamente, prima che la faccenda scompaia dall’agenda politica e in barba alle solite fregnacce in malafede secondo le quali ci sono altre priorità, non è il momento, ci si penserà in seguito.
Pensiamoci adesso: dandoci l’occasione, per una volta, di ragionare sulle cose con lucidità, responsabilità e cognizione di causa.
E’ ora.
Domani, lo sappiamo benissimo, sarà già tardi.

Legalizzare il doping

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Nove anni fa moriva Marco Pantani.
Moriva stritolato da un meccanismo mediatico diabolico, quello che prima ti proietta nella stratosfera per poi aspettare la tua caduta e calpestarti accuratamente quando sei inerme e non puoi difenderti.
Ma soprattutto moriva per essere stato colpevole di doparsi, in un ambiente composto da individui che dopo di lui hanno continuato a doparsi più e peggio di prima.
Forse sarebbe il caso di domandarsi se la legalizzazione del doping (ecco, l’ho detto) possa essere una risposta migliore di quella che lo sport (ed in particolare il ciclismo) si è dato fino ad oggi: non punirne uno per educarne cento; ma punirne uno, di solito il più forte di tutti, per lavarsi la coscienza e fingere che vada tutto bene.
Perché la realtà, amici miei, è che non va tutto bene, neanche un po’.
Nonostante i campioni morti che dovrebbero servirvi da foglia di fico.

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

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Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

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