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Il futuro, il lavoro, il reddito. Per una volta, grazie al M5S.

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Oggi la nostra pagina FB ha lanciato, ironicamente, una parte di una intervista al sociologo Domenico De Masi.

De Masi, assieme ad altri studiosi, invitato a una iniziativa del Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. Ha poi rilasciato una intervista a La Stampa. L’intervista, a dire la verità, è un po’ sconclusionata nel senso che riporta un po’ confusamente le riflessioni di De Masi sulla ripartizione del lavoro dei disoccupati, un nuovo paradigma “rivoluzionario” del lavoro, il reddito di cittadinanza. Sembra di trovarsi di fronte al solito sproloquio utopistico. Ma non è così.

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non è molto chiaro, eh?

In realtà, letta tra le righe, sia l’intervista a De Masi – che è uno dei più autorevoli esperti di questioni del lavoro in Italia – ma soprattutto il tema di riflessione proposto dalla convegno del Movimento pongono delle questioni fondamentali. Se la prospettiva è che molti dei nostri posti di lavoro verranno automatizzati (cioè saremo sostituiti dalle macchine) e non è detto che tutti verranno riassorbiti dalla creazione di nuovi settori e occupazioni (cosa che invece è tutto sommato avvenuta, con inevitabili scompensi dall’inizio della rivoluzione industriale) che succede al lavoro? O meglio, cosa succede a una società dove la stragrande maggioranza delle persone deriva dal lavoro, o dall’avere avuto un lavoro, la fonte principale di reddito e di inclusione sociale?

Che succede a noi tutti?

Non è un tema solo italiano, altrove se ne parla anzi da tempo. La riflessione in Italia arriva anzi un po’ in ritardo e si fa molta confusione, ad esempio, tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito e poi tra altre misure di welfare (vedi alla voce “tassazione negativa” coi suoi pro e contro).

Fino ad oggi in Italia si sono espressi in pochi, manca una riflessione di sistema: se vogliamo riformare il sistema di welfare con che obiettivi lo riformiamo? Ad esempio, con l’obiettivo di sostenere tutti a condizione che si attivino per trovare un lavoro o per aggiornare la propria formazione? O con l’obiettivo, davvero rivoluzionario, di liberare dal bisogno di lavorare, dando un reddito a chiunque indipendentemente dalla sua ricerca di lavoro retribuito tradizionalmente inteso, ponendo quindi una pressione su chi offre lavoro tradizionale ad offrire condizioni decorose?

In ogni caso, quali sono le opportunità e le controindicazioni rispetto a queste scelte? E soprattutto dove troviamo i soldi?

Io credo che questi temi debbano interessare tutti ed è un sollievo sapere che alla giornata del M5S abbiano partecipato anche altri esponenti politici. E’ indispensabile che sui problemi di prospettiva del lavoro, del reddito e della inclusione sociale si reinizi a riflettere ad ampio raggio, uscendo dalle polemiche quotidiane sui voucher o sui dati mensili dell’occupazione. Che pure sono questioni importanti e di cui il Governo, incaricato di gestire il quotidiano, ha il dovere di occuparsi. Il M5S, però, come forza di opposizione ha il dovere di guardare un po’ più in là e questa volta, a differenza che in altre occasioni, sembra averlo fatto. Non si può non dargliene atto.

Santé

M5S: se il problema non sono gli avvisi di garanzia

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Gli avvisi di garanzia hanno iniziato a bussare anche alla porta immacolata del M5S. Non è certo una bella notizia, ma forse più l’opportunità per il MoVimento di testare sulla propria pelleun po’ del valore del garantismo, che puntella quello stato di diritto dileggiato quotidianamente dalla barbarie del loro giustizialismo sbraitato. Pizzarotti è l’ultimo della lista degli amministratori pentastellati indagati, proprio stamattina, Nogarin qualche giorno fa.

Il problema, qui, non sono però gli avvisi di garanzia. Dopotutto, si tratta dell’inizio di un procedimento penale, aspettiamo che faccia il suo corso prima di gridare allo scandalo: nella selva di regole e regolette, rischiare di inciampare per un amministratore pubblico – anche nella più completa buonafede – è un rischio con cui scendere ai patti nel momento stesso della propria candidatura. Il problema qui sono le condotte rivendicate dai 5 stelle, a prescindere dal reato eventualmente contestato.

Prendiamo il caso Nogarin ad esempio. C’è un avviso di garanzia per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per l’avvio del concordato preventivo di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti livornese. Voci giornalistiche insistono su altre ipotesi di reato, ma concentriamoci su questa: qual è la questione? Nogarin ha stabilizzato 33 precari dell’azienda quando già stato dato mandato al Cda di presentare la richiesta di concordato preventivo. Con una mano si dichiara che l’azienda è alla frutta, e con quell’altra si stabilizzano i contratti di trentatré dipendenti, con gli oneri che questo comporta. Ora, qui nessuno si augura naturalmente il licenziamento di nessuno. Ma a fronte di questi lavoratori stabilizzati, altri vedranno tremare il proprio posto di lavoro a causa dei crediti non incassati verso l’Aamps che fallisce, e che magari farà fallire a loro volta le aziende fornitrici. Con un atto del genere il sindaco sostiene, di fondo, che il posto di lavoro dei dipendenti della municipalizzata, partecipata al 100% dal Comune di Livorno, ha più valore di un qualsiasi altro posto di lavoro di un’azienda sul mercato. Ma la retorica della stabilizzazione del precario fa molta presa, naturalmente, e quindi Nogarin rivendica fieramente questa posizione:

A ben vedere, però, non è andata proprio così, se è concesso un parallelo fuori dalla stretta semantica giuridica: in un certo senso, rubare si è rubato, decidendo di spendere male i soldi del comune – e quindi dei cittadini; in un certo senso frodare si è frodato, nei confronti di quei creditori che non vedranno più i loro soldi, con le annesse conseguenze; in un certo senso corrompere si è corrotto, perché si sono sostanzialmente usati denari pubblici per acquistare voti.

Tutta questa vicenda è penalmente rilevante? Chissenefrega. Non è questo il punto. Anzi: speriamo di no, speriamo che non lo sia – renderebbe solo un fatto, già grave di per sé, doppiamente grave. Il punto è la costante rivendicazione politica da parte del M5S di scelte sbagliate, dannose, deprecabili, imprudenti e irrispettose, solo perché bellegiuste. Alla fine, si stabilizzano 33 lavoratori e ci si fa un bel titolo e un po’ di voti. Delle conseguenze se ne occuperà qualcun altro. E non parlo della magistratura.

Ma il mercato non vale, per Expo?

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Ora, la storia che “i giovani rifiutano i contratti per l’Expo” era una solenne idiozia. I dati sui numeri di assunzioni, di rifiuti, i contratti e le retribuzioni offerti erano totalmente infondati. E fin qua, ordinario giornalismo all’italiana con contorno di editorialisti che, dall’alto di una carriera di garanzie e sicurezza economica, a loro tempo alla portata di quasi tutti, sparano luoghi comuni a caso sui giovani choosy. Insomma, nulla su cui perdere tempo.

Rimane invece da analizzare l’idea che sta alla base della polemica. E cioè: “Come osi rifiutare un lavoro? Con la crisi, la disoccupazione e tutto il resto, come ti permetti di rifiutare un qualsiasi lavoro, addirittura pagato? Quando ci sono frotte di persone disperate che ammazzerebbero per un lavoro, tu sputi in faccia a chi ti dà l’opportunità di lavorare?

Bene, la risposta è molto semplice; tra l’altro l’avrete già sentita e, anche spesso, citata a sproposito anche dai suddetti eroi dalla pensione pronta e dal sopracciglio alzato facile: la risposta è “IL MERCATO”.

È il mercato, cari simpaticoni, che presuppone libertà di scegliere se accettare o no un lavoro: si fa un’analisi dei costi e dei benefici e si decide se valga la pena essere pagati una certa somma per lavorare a certe condizioni.

Se offri una paga troppo bassa o condizioni di lavoro pessime, inclusi scarsa durata dei contratti, orari e turni pesanti o imprevedibili, contributi previdenziali inesistenti (eh cari Cicci che vi state per pensionare con il retributivo, noi la pensione dobbiamo costruircela coi nostri contributi oltre pagare la vostra, tanto per dire), mansioni noiose o ripetitive, beh ci sono moltissime possibilità che preferisca non lavorare per te. Ti pare strano? Eh, ma è proprio così!

Del resto, se vieni da fuori Milano, devi aggiuncerci l’affitto di una stanza (e devi pure trovarla, la stanza, spesso anticipando tre mesi di affitto come caparra). Poi ci metti i trasporti, il mangiare eccetera: quanti soldi puoi guadagnare, ammesso che ti paghino davvero quei 1200 euro che vengono dipinti come uno stipendio favoloso (“Ma come, rifiuti 1200 Euro? Con un contratto precario? Ma che, sei matto?“): spesso ne prendi molto di meno e non hai alcuna speranza di carriera basata su quel lavoro.

Perché uno può anche decidere di lavorare sottopagato e quasi rimetterci, se ha la prospettiva di crescere lavorativamente. Se però mi offri un contratto di sei mesi, che non ha alcun impatto sul CV (ma davvero voi pensate che un’esperienza all’Expo sia qualificante?), pagato poco per lavorare tanto, esattamente, perché dovrei accettare? Specie se ricevo un’offerta migliore dopo poco, come successo ad alcuni che hanno rifiutato: dovrei dire di no perché avevo fatto prima il colloquio per Expo?

Si presuppone che io sia l’unico soggetto economico che non sa calcolare costi e benefici?

Altro sarebbe se io prendessi un sussidio di disoccupazione o qualche altra forma di sostegno al reddito e rifiutassi un lavoro: in quel caso, si potrebbe sostenere che se ricevo il sussidio debba accettare le offerte di lavoro compatibili col mio profilo. Siccome però quelli che hanno rifiutato, con ogni probabilità, non ricevono nessun sussidio né accederebbero a un sussidio una volta finito di lavorare per Expo, non c’è davvero nessun motivo al mondo per cui dovrebbero accettare una offerta che non li convince.

Non sono choosy, semplicemente non sono fessi.

Santé

 

Peggiorare le alternative

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Quindi a gennaio-febbraio 2015 abbiamo 79.000 assunzioni in più rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie agli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni; questa notizia, nonostante le consuete e misurate esternazioni del primo ministro (“é il segnale che l’Italia riparte”), non dovrebbe affatto motivo di giubilo per il governo. Molte di tali assunzioni, infatti, rientreranno all’interno del vecchio sistema di tutele pre-Jobs Act (a loro si applicherà l’articolo 18 per intenderci) che il governo tanto ha penato per abolire in quanto fonte di staticità e immobilismo lavorativo.

Senza entrare nel merito né economico né etico del Jobs Act, mi limito a dire una banalità: avendo istituito un nuovo regime di tutele del lavoratore, ritenuto evidentemente “migliore” del precedente, sembra ragionevole supporre che il governo auspichi l’ingresso, ancorché graduale, di un numero sempre maggiore di lavoratori in questo nuovo regime andando via via a svuotare le vecchie. Questo perché un alto numero di lavoratori sottoposti al Jobs Act stimolerebbe la creazione di altri posti di lavoro e comporterebbe, in generale, una crescita economica.

Ora, il Jobs Act si applica a tutti i contratti di lavoro stipulati dal 1 marzo in poi; occhio che “nuovi contratti” non vuol dire “nuovi lavoratori”, ma vuol dire qualsiasi nuovo contratto: anche chi cambia lavoro rientrerà all’interno del Jobs Act perdendo, qualora gli si applicassero in precedenza, le tutele pre-Jobs Act (articolo 18, sempre per capirci). Ecco, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma per commentare questa trovata posso solo affidarmi al mio personale esperto di economia del lavoro.

In pratica questi geni hanno detto a 10/11 milioni di lavoratori (3 pubblici + 6,5/8 privati, a seconda della fonte) che se cambiano lavoro saranno meno tutelati rispetto a prima: il Jobs Act ha creato, con un tratto di penna, il più grande blocco alla mobilità dal dopoguerra a oggi e lo ha fatto non tramite lacci e lacciuoli ma creando un disincentivo enorme a cambiare lavoro per quasi il 70% dei lavoratori dipendenti, circa la metà dei lavoratori totali. Ora, io capisco che questi sono metà della base elettorale del Pd e non si rompono i coglioni a chi ti paga lo stipendio, ma se il piano per creare posti di lavoro é aspettare che vadano in pensione (raggiungendo l’altra metà) mi spiegate a che minchia serviva il Jobs Act?

EDIT: ho ricontrollato qualche dato e, stavolta, messo i link alle fonti che ho trovato a scanso di equivoci. Se trovate fonti migliori segnalatemele nei commenti.

Whoring class hero

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Qualche tempo fa il buon Capriccioli sosteneva che, qualora risultato di una libera scelta, la prostituzione fosse, in buona sostanza, un mestiere come un altro. Ora, nonostante lo shock che  so di stare per causarvi, lo scopo di questo post NON è sviscerare quante e quali nefandezze dialettiche il suddetto Capriccioli abbia commesso per affermare una simile fandonia in quanto sull’argomento in questione sono del tutto d’accordo con lui.

Se, infatti, tralasciassimo un momento le considerazioni di natura morale ed esaminassimo la questione su un livello puramente astratto, apparirebbe evidente come la transazione in atto sia, in buona sostanza, una questione di affari: invece di utilizzare il mio corpo per me ne cedo temporaneamente l’utilizzo a qualcun altro, affinché lo usi per se, in cambio di un compenso, sia esso monetario o meno. Tuttavia, una volta ridotta la faccenda in questi termini elementari, mi risulta difficile individuare differenze, dal punto di vista puramente pratico, tra la prostituzione e qualsiasi altro lavoro “normale”: in effetti basta cambiare la natura della prestazione o, se vogliamo, la parte del corpo che viene “affittata” alla controparte per “passare” da un concetto all’altro senza soluzione di continuità. Questo, ovviamente, a meno che non riteniate che, per qualche motivo, affittare il proprio cervello (intelligenza, creatività, talento e tutto quanto ne consegue) o le proprie braccia a qualcun altro sia più accettabile che cedergli vagina, pene, ano o bocca.

È importante notare che in questo discorso non c’entra nulla il piacere o meno che si può trarre all’interno della transazione: una prostituta che gradisca l’atto sessuale anche con tutti i suoi clienti rimane una prostituta in quanto è la transazione monetaria (o non monetaria) che la definisce tale. In soldoni una puttana è una puttana perché ciò che la motiva sono i soldi. Ma allora la domanda è semplice: voi gratis ci lavorereste?

Contratto? Ma che sei matta?

in società by

L’altro giorno ho capito che siamo arrivati veramente a un punto di non ritorno.

Premessa: attualmente  io sto lavorando; vengo pagata molto poco, ma chi mi ha assunta me lo aveva specificato sin da subito, è stato molto onesto e questo l’ho apprezzato molto.

Per non dover più cambiare argomento o gridare “ATTENTO ALLE SPALLE!”  e poi fuggire alla domanda “Cosa fai nella vita?” (sono arrivata a un’età in cui non ti chiedono più “Cosa studi?”, nonostante qualche settimana fa una ragazza mi abbia detto “Pensavo che avessi 18 anni e che fossi tipo una specie di genio.”; poi ha scoperto che ero una 29enne normalissima), sto cercando anche una prospettiva lavorativa che mi dia di che vivere.

Ma la cosa allucinante di tutto questo, amici, non è che io non trovi occupazione:  questo non è il solito lamento del giovane disoccupato che tenta in tutti i modi di trovare lavoro; la cosa allucinante è quello che sento dire quando la gente il lavoro me lo vuole dare, perché interessata alle mie capacità.

Il problema è il seguente: siamo arrivati a un punto in cui lavorare ma essere sottopagati è una cosa meravigliosa.

Perché? Perché essere PAGATI è già un miracolo. E ok. Ma la cosa che mi sconvolge, ancora una volta, non è questa.

A un colloquio di lavoro, o presunto tale, se non hanno la minima intenzione di pagarti, e tu fai (timidamente) accenno, che so io, a un CONTRATTO (senza nemmeno arrivare al vil danaro), la gente ti guarda come se gli avessi detto “Ho saputo che tua madre fa i pompini. Ma è brava, almeno?”

Il problema non è essere pagati poco.

Il problema non è non essere pagati affatto, o non lavorare sotto contratto.

Il problema non è che la gente si sconvolge quando gli parli degli sporchi e indecenti soldi, ma come, io ti sto offrendo un lavoro e tu mi parli dei GUADAGNI??? MA CHE PERSONA SEI???

Il problema è che, ormai, ci sentiamo in difetto, e ci vergogniamo di chiedere di essere pagati, che è la cosa più normale del mondo, in teoria: sfrutto ciò che so fare per guadagnare, poter sopravvivere, e di conseguenza poter continuare a fare ciò che so fare.

No. Se chiedi dei soldi sei un reietto. E non ti devi permettere.

E questo ve lo dico per esperienza: mi è capitato diverse volte, ma l’altro giorno c’è stata la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Dopo avermi fatto un’offerta di lavoro, io, vedendo che non se ne faceva accenno minimamente, mi sono azzardata a chiedere “Ma come siamo messi a…?” (senza pronunciare la parola “compenso”, perché, lo ammetto, mi vergognavo a chiederlo. E se ci penso mi prenderei a pugni.)

“Noooo, non siamo messi.”

“Ah, non siamo messi.”

“No” (secchissimo, e anche piuttosto scocciato, come a dire “Ma chi cazzo ti credi di essere, tu, che vieni a chiedere soldi a noi?”)

“Capisco. Ma noi lavoriamo sotto contratto o …”

“Contratto?!? Ma assolutamente no, no…”

“…”

“…”

“Certo, capisco.”

Io, quell’ “assolutamente”, lo considero un insulto alla mia intelligenza. E dovreste farlo tutti. Non so voi, ma io non accetto di venir guardata come una persona che ha delle pretese assurde, quando faccio riferimento a un compenso, una cosa NORMALE.

E’ questo che vorrei fosse chiaro: c’è la crisi, d’accordo, stiamo tutti con le pezze al culo. Non mi vuoi pagare? Ok. Ma non è accettabile essere trattata come una pazza pronta al massacro se faccio una domanda che ho tutto il diritto di fare.

Io vi IMPLORO di non piegarvi a questo ricatto. Fate le vostre figure di merda, chiedete soldi senza ritegno.

Forse bisogna imparare a dire di no. Anche se dubito che ci riuscirei con garbo e senza sbattere la porta sperando che la vibrazione faccia cadere tutta la cristalleria e i vasi dinastici che, sono sicura, sono nascosti in qualche angolo remoto del vostro ufficio pacchiano.

 

 

JJ

I blogger hanno rotto il cazzo

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Vi siete appena seduti, aspettate il cameriere coi menù. Lei è di fronte a te: proprio una bella gnocca. Pensi che con una così non ci uscivi dal… Pensi che con una così non ci sei mai uscito. Due braccia, due gambe, due occhi, un naso e una bocca. Respira. Se ci fosse il tuo amico Mario, con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguono, farebbe partire un sonoro applauso e chiederebbe il supporto del pubblico: “Un bell’applauso per Malcolm che finalmente trapana una topa di livello medio-alto!”

Ginevra si chiama. Come una città della Svizzera francofona. Però è di Milano. L’hai conosciuta ad una festa a casa di amici; ci hai scambiato due chiacchiere e quando le hai chiesto il numero incredibilmente te l’ha dato. Ed ha pure accettato il tuo invito a cena. Non sai niente di lei, solo che scrive. “Che fai nella vita?” le hai chiesto quella sera. “Scrivo” ti ha risposto sorridendo. Madonna che gnocca. Del resto, non te ne frega un cazzo di quello che fa nella vita: se una così fosse un serial killer, l’aiuteresti ad affondare il coltello.

Mentre te la immagini nella posizione della foca monaca, arriva il cameriere coi menù. “Scusi, può portarmi anche il menù vegano?” chiede lei strizzando l’occhio. “Ah, t’interessi di cucina alternativa?” domandi avendo un sussulto. “Be’, sì, a dire il vero, il mio lavoro… E poi sono vegana”. Quasi cadi. Ti esce un “oh cazzo” che giustifichi con l’instabilità della sedia. Aggiungi che una volta le facevano in Friuli e adesso le importiamo dalla Cina. Lei sorvola. “Ma quindi sei proprio vegana vegana…?” Ride. “Certo, vegana al 100%! Non mi dire che tu…” Sei tentato di mentire come un Giuda ma poi pensi a quella volta che hai schiaffeggiato con una melanzana un amico per lo stesso motivo e la tua coscienza te lo impedisce. Hai ancora un briciolo di dignità. “Non sono vegano” ammetti facendo spallucce.

La serata procede bene. Lei ti chiede i tuoi dieci romanzi preferiti, i tuoi dieci film preferiti, i tuoi dieci concerti preferiti, i tuoi dieci dischi preferiti. Non capisci bene ‘sta cosa del dieci – anche perché per rispondere ogni volta ci vuole mezz’ora – ma c’ha una scollatura che diomio. Ad un certo punto, siccome l’altra volta ha un po’ glissato, le chiedi di nuovo del suo lavoro. “Ma, insomma, che lavoro fai?” Silenzio di qualche secondo. “Ecco… io ci ho un blog”. “Ah, ma dài, fico! Che tipo di blog?” chiedi annusando la situazione, che comincia a puzzare terribilmente di bruciato. E non hai ordinato alcun flambé. “Sono una vegan food blogger” dice lei sempre sorridendo. Secondo sussulto, seconda imprecazione con relativo commento sulla fattura delle sedie cinesi. “E ti pagano…?” chiedi timidamente ma conoscendo già la risposta. “In realtà, no… Però mi arrivano un sacco di prodotti omaggio!” risponde lei ridendo un poco sguaiatamente.

Sbatti un pugno sul tavolo. Si voltano tutti. “Se non ti pagano, mi spieghi come cazzo fai a definirlo LAVORO???” urli ormai senza pudore. “Ma io…io…i prodotti omaggio…” balbetta lei alla soglia delle lacrime. “I blogger hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “sticazzi, sei pure vegana, manco i pompini fai!” Allora ti metti ad elencare.

Quelle gatte morte delle fashion blogger  che stanno sempre a farsi selfie del cazzo per mostrare al mondo quanto sono cool, trendy o vintage; i food blogger con le loro ricette alternative e  quei nomi da deficienti tipo “Cucino qui in Ticino” che ti spiegano come fare una cazzo di caprese; quelli che nella sezione “lavoro” di facebook scrivono “blogger”; quelli che hanno il blog su L’Espresso o sull’Huffington Post e si prendono seriamente e ti dicono “sono un blogger de L’Espresso” pure quando hai chiesto “scusa, sai che ora è?”; quelli che cominciano i post con “che poi…” pensando di essere simpatici e al passo coi tempi; quelli che hanno sempre un’opionione contro; quelli che fanno le polemiche tra loro pensando che al mondo fuori interessi qualcosa; i blogger minimalisti; quelli massimalisti; quelli che “la sinistra dov’è?”; quelli che “i diritti civili”; quelli che fanno gli elenchi delle dieci cose che… (tra le dieci cose che hanno martoriato il cazzo ci siete sicuramente voi);  i blogger che fanno satira con battute taglienti; quelli che si sentono fichi a sputtanare i commentatori; quelli che fanno controinformazione per resistere alla dittatura dell’informazione.

Torni a respirare. Ginevra ti guarda con gli occhi pieni di lacrime; continua a farfugliare qualcosa sui prodotti omaggio. L’hai capito benissimo che è ricca di famiglia e che gioca a fare la food blogger. Coi soldi di papà e mammà. In sala tutti tacciono. Un tizio si avvicina, ti dà una pacca sulla spalla e ti sussurra all’orecchio “ti capisco, amico, ho sposato una fashion blogger”. Allora guardi un’ultima volta la gnocca vegan ormai distrutta. “Sì, i blogger hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con un sorrisetto soddisfatto. Poi ti alzi, paghi l’acqua minerale e te ne vai.

I Precari? “Parte del pacchetto”!

in politica by

Matteo Renzi ha chiarito che il decreto che ha recentemente deregolamentato totalmente contratto a termine e dell’apprendistato, non si possono toccare perché “parte di un pacchetto”.

In sostanza, con la riforma del contratto a termine, il lavoro precario diventa giuridicamente equiparato al lavoro a tempo indeterminato: non si deve più giustificare la ragione per la quale l’imprenditore assume a termine o tramite somministrazione (“lavoro interinale”), invece che con un contratto standard.

Entro un limite di tre anni il datore di lavoro è libero di prorogare il contratto fino a 8 volte: vuol dire che può far durare il contratto a suo piacimento ed estenderlo quanto vuole, anche utilizzando lavoro precario per coprire una esigenza temporanea. Al termine dei 3 anni, il datore di lavoro è libero di ricominciare il giochetto con un altro lavoratore.

Il contratto di apprendistato è un contratto in cui, da un punto di vista economico, un lavoratore accetta di essere pagato di meno in cambio di formazione. Prima del decreto Renzi, il progetto formativo andava specificato per iscritto, adesso non più: vuol dire che il lavoratore non ha alcuna certezza sulla formazione che riceverà e che può pretendere. Non sarà praticamente più possibile far convertire contratto di apprendistato con un contratto standard se il datore di lavoro non offre in realtà nessuna formazione, perché è praticamente impossibile provare la mancanza di formazione se il progetto non è predeterminato per iscritto.

Prima del decreto Poletti-Renzi, inoltre, un datore di lavoro non poteva assumere altri apprendisti se non aveva assunto con contratto standard il 50% degli apprendisti assunti in precedenza: era un modo per dimostrare che si era ricorso all’apprendistato per fornire vera formazione finalizzata all’assunzione dopo aver raggiunto la qualificazione richiesta e non solo per godere di manodopera a basso costo. Anche questo limite, via! Vai con le assunzioni di apprendisti finalizzate solo a pagare meno!

Tutto giustificato dall’idea che precarizzare il lavoro serva a creare nuova occupazione o a migliorare la produttività: idea mai provata (vd. qui, paragrafo 3) e anzi  smentita empiricamente.

Soprattutto, la precarizzazione è stata blindata da Renzi, perché è parte di un “pacchetto“, quale? Quello per cui si impiegano risorse per ridurre l’irpef sui lavoratori: le imprese sono scontente perché volevano invece si riducesse l’IRAP? Eccole accontentate con la loro parte di pacchetto: la quasi totale deregolamentazione del lavoro precario.

Cioè: dovevamo per forza ridurre l’irpef, in vista delle europee perché così mettiamo in tasca quattrini agli elettori. Siccome se avessimo ridotto l’irap gli elettori contenti sarebbero stato gli imprenditori, che sono di meno, allora abbiamo ridotto l’irpef. Però, per ricompensare le imprese e tranquillizzare i loro giornali di riferimento, abbiamo precarizzato ancora di più i lavoratori atipici.

Cari lavoratori atipici, avete capito? Siete merce di scambio; siete “parte del pacchetto”! Gioite!

Santé

Pandorum vs. vita

in scrivere by

Ecco “Pandorum”, questo film che ho comprato un po’ di giorni fa su una bancarella: una specie di collage affannoso e pasticciato di Resident Evil (il regista della saga Sony è qui produttore), Alien 3, con un pizzico dell’assai più blasonato Solaris. La regia crucca conferisce un tocco di freddezza e una verniciatura vagamente intellettuale a quello che alla fine non è che un tentativo mal riuscito (la recensione de “Gli Spietati” parla correttamente di cinema “derivativo”).

C’è questa astronave pazzesca che ospita 60.000 persone, questo tizio sfigato e confuso che non sa che cazzo è successo, c’è un capo con il sangue al naso che poi si rivela un autentico squilibrato, ospiti che improvvisamente si trasformano in assassini cannibali ed ipercinetici, un viaggio che doveva durare un centinaio di anni (complice l'”ipersonno” o l’ibernazione, come a me piace dire, dato che sono old school) e che in effetti si protrae per quasi un millennio all’insaputa di tutti, l’agnizione(*) finale in cui si scopre che l’astronave non è in sperduta da qualche parte nello spazio, ma si trova ferma molti metri sott’acqua.

L’ho capito solo alle 18:00 di oggi : “Pandorum” è una visione (nemmeno troppo metaforica) della mia carriera, dell’azienda per cui lavoro e dei tipi umani che mi circondano.

Ah, e c’è anche una tough girl (deve essere una fissa di Anderson, visto che è sposato con Milla Jovovich, la sua Alice), occhi chiari, fibra solida, origini germaniche – proprio come a casa mia.

Ma in fondo niente di strano: cosa c’è di meglio del cinema di serie B per parlare della vita reale?

(*) ho scoperto solo ieri sera che cosa è, eh

 

chi si 110 e loda si imbroda

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A seguito delle parole che il ministro Fornero non ha pronunciato (e grazie anche a un uso dell’inglese un po’ tricky, come direbbero gli inglesi) è riscoppiata una polemica sempre verde sui gggggiovani. Parlo dei (piu’ o meno) giovani laureati italiani che urlano incazzati cose del tipo “io mi sono laureato con 110 e lode e raccolgo i pomodori nei campi a 5 euro all’ora”. Ok, non dico che stare a 30 anni a fare lavoretti che altrove sarebbero per studenti del liceo sia il massimo della vita. Il mercato del lavoro italiano e’ quel che e’. In queste furenti dichiarazioni si intravvede pero’ una pericolosa forma mentis ereditata dai nostri avi per cui prevale l’importanza del pezzo di carta sulla sostanza. C’e’ la convinzione che l’importante sia essere laureati e non cosa e come si e’ imparato; che il 110 e lode sia piu’ importante di dove lo si e’ preso (certe universita’/facolta’ sfornano 110 e lode in automatico, altre pochissimi); che una laurea presa in 8 anni sia come una presa in 5, e avanti cosi’. C’e’ poi l’idea che se alcune facolta’ sono piu’ apprezzate di altre nel mondo del lavoro, questa sia una specie di lesa maesta’ (come se la cultura stesse piu’ nelle facolta’ di lettere rispetto a quelle di ingegneria o fisica o medicina). Infine, io non sento mai lo stesso slancio di protesta verso il fatto che in certe facolta’ il voto normale agli esami sia 30 e che la maggior parte dei neodottori esca con il massimo dei voti: e’ anche questa una delle disgrazie delle facolta’ umanistiche, le quali non sono in grado di segnalare un accidente su quanto siano bravi o no i loro studenti visto che questi hanno tutti gli stessi voti. 

Le parole sono importanti

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“Questo è uno dei parametri per il dinamismo del mercato del lavoro: i giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione. Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi: cioè, io lo dicevo sempre ai miei studenti, prenda la prima, poi da dentro lei si guarda intorno. Però bisogna entrare nel mercato del lavoro, subito, non pensare che c’è sempre un’offerta migliore che ti arriva dopo un po’; adesso non è più così, con un mercato tanto difficile, tanto, diciamo, debole come quello che abbiamo in questo momento. Però abbiamo visto tutti laureati che stavano lì in attesa del posto ideale: non è così, nel mercato ti devi attivare, devi entrare, poi devi magari migliorare.”

Questo, al netto di un paio di aggiustamenti da sbobinatore, è quello che ha detto la ministra Elsa Fornero. Per qualche motivo, tuttavia, un gran numero di persone sembra avere difficoltà nella comprensione di questo testo. Un piccolo aiuto potrà forse rendere il compito meno proibitivo.

  • “Questo è uno dei parametri per il dinamismo del mercato del lavoro”: questo è uno degli elementi che consentono di valutare se e quanto è facile ottenere o cambiare il proprio impiego.
  • “I giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione”: le persone di età minore ai trent’anni* completano gli studi e hanno bisogno di ricevere un compenso economico per il loro lavoro.
  • “Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi”: è inoltre necessario che le persone di cui stiamo parlando non siano troppo “choosy”**, come li definirebbero le popolazioni anglosassoni.
  • “cioè, io lo dicevo sempre ai miei studenti, prenda la prima, poi da dentro lei si guarda intorno”: ovvero, come spiegavo in ogni occasione ai ragazzi che seguivano le mie lezioni, è più sensato accettare la prima offerta disponibile e poi eventualmente cercarne di migliori da una posizione più sicura.
  • “Però bisogna entrare nel mercato del lavoro, subito, non pensare che c’è sempre un’offerta migliore che ti arriva dopo un po’”: è necessario iniziare a svolgere un impiego al più presto, piuttosto che rimandare nell’attesa di una possibile proposta più interessante in un futuro prossimo indeterminato.
  • adesso non è più così, con un mercato tanto difficile, tanto, diciamo, debole come quello che abbiamo in questo momento”: ora la situazione è differente da quella di un tempo, con una disponibilità di posti di lavoro scarsa come quella che è attualmente osservabile.
  • “Però abbiamo visto tutti laureati che stavano lì in attesa del posto ideale”: tuttavia a ciascuno di noi è capitato di vedere persone che hanno conseguito un titolo di studio universitario aspettare invano un’offerta di lavoro aderente ai loro più arditi desideri.
  • “non è così, nel mercato ti devi attivare, devi entrare, poi devi magari migliorare”: non è consigliabile comportarsi in tal modo, in questo ambiente è invece necessario essere attivi, introdursi, e in seguito se possibile ottenere risultati di più rispettabile valore.

Queste parafrasi dovrebbero aiutare le persone dotate di scarsa comprensione del testo ma dalle capacità logiche intatte***. Per tutti gli altri, è il caso di proseguire con il secondo capitolo della guida.

Non ha detto che i giovani italiani sono “choosy”.

Fine del secondo capitolo.

Si può discutere di quello che invece la Fornero ha detto veramente? Sì. Se ne può discutere con l’autoscatto del foglietto di carta dove c’è scritto che ti sei laureato in filosofia e adesso scrivi gratis per l’Huffington Post e quindi choosy ‘sta ceppa? No. C’è un limite al numero di volte per le quali sei disposto a scrivere la parola “choosy” prima di interromp

——–

* Sì, “giovane” a 29 anni, va bene? Problemi?

** Stanno per arrivare settantadue diverse freddure di Spinoza su questa adorabile paroletta. Io vi ho avvisato, poi vedete voi quando è il momento giusto di cavarvi gli occhi.

*** Poche, direi.

Non sto con la Fornero, ma con l’italiano

in politica by

Vediamo di capirci: se siamo tutti a tavola e io dico che secondo me i bambini non devono fare gli schizzinosi quando mettono loro nel piatto una porzione di verdure bollite sto esprimendo un’opinione, sulla quale si può essere o non essere d’accordo; se invece siamo tutti a tavola e io accuso mio figlio di fare lo schizzinoso con le verdure bollite, quando quello se la mangia tutte le volte senza fiatare anche perché non gli cucino mai altro, mio figlio è legittimamente autorizzato a farsi girare i coglioni e mandarmi a cagare.
Converrete con me, però, che si tratta di due situazioni molto diverse tra loro: e che, mutatis mutandis, quello che la Fornero ha detto ieri sui giovani e sul lavoro si avvicina molto di più alla prima che alla seconda.
Dopodiché, sull’opinione della Fornero si può anche non essere d’accordo: cioè si può sostenere che i giovani non devono accettare il primo lavoro che capita loro a tiro, ma declinare ogni offerta finché non si imbattono in quella giusta. Però, abbiate pazienza, scrivere in ogni dove che secondo la ministra “i giovani italiani sono schizzinosi” significa semplicemente scrivere il falso: perché lei, al di là di ogni ragionevole dubbio, una cosa del genere non l’ha mai detta.
Non si tratta, badate, di essere un sostenitore o un detrattore della Fornero e delle sue idee sul mercato del lavoro: si tratta semplicemente di essere un sostenitore della lingua italiana e dell’onestà intellettuale.
Perché pigliare qualcuno e storpiare quello che ha detto, a prescindere dal fatto che quel qualcuno sia un alleato o un avversario, è un’operazione che non porta mai -ma proprio mai- da nessuna parte.

L’ILVA e Taranto.

in economia/politica/società by

La prima volta che arrivai a Taranto, alla fine di un”estate molto lontana, fu con un treno espresso scalcinato dopo un classico “viaggio della speranza“, tipico delle ferrovie meridionali.
Prima di arrivare in città attraversai un paesaggio di chilometri e chilometri di marrone-rossastro: terreni, palazzi, strade: tutti coperti da uno specie di strato di ruggine.
“E” la polvere dell”ILVA, che si deposita e arruginisce…”, disse A., il mio amico tarantino venuto a recuperarmi in stazione.
“Qui tutto è ILVA“, continuò a spiegare, “Lo stabilimento è più grande di Taranto stessa. Tutti i tarantini lavorano per l”ILVA: mica solo gli operai della fabbrica e quelli dell”indotto!”

“Prendi mio padre; faceva l”avvocato di un ente pubblico: il 90% del suo lavoro era su cause legate all”ILVA. Poi ci sono quelli che lavorano nei servizi, nei negozi dove si spendono soldi pagati dall”ILVA. Taranto vive di quella fabbrica, ogni famiglia conta qualcuno che in un modo o nell”altro campa di ILVA”.
“Ogni famiglia ha anche qualcuno che di ILVA c”è morto! Non conosco nessuno, a Taranto, che non abbia un parente morto di tumore. Anche il mare qui e” contaminato: in quarant”anni nessuno si e” mai posto il problema di cosa significasse avere l”ILVA in città. Non e” solo un problema ambientale! Non esiste imprenditorialità, non esiste una diversa idea di sviluppo: come se la città si fosse rassegnata a vivere e morire di ILVA per sempre.”
I valori ambientali di Taranto, sono fuori da ogni parametro normativo europeo. I valori di agenti inquinanti ammessi dalla normativa italiana sono infinitamente maggiori di quelli ammessi in altre parti d”Europa. L”ILVA produce oltre il 90% delle diossine italiane e quasi il 10% di quelle europee. Il tasso di incidenza tumorale e” abnorme.
L”ILVA è diventata davvero un problema nazionale solo dopo che un magistrato – penale! – ne ha ordinato il sequestro. La città è lacerata: la scelta è tra rovina economica e livelli di inquinamento mortali. Oggi il corteo sindacale è stato interrotto da una dura contromanifestazione.

La tensione è altissima e le soluzioni concrete ben poche. Al di là di generici auspici a “coniugare lavoro e ambiente”, la politica nazionale non ha prodotto niente. Quanto al Governo, il ministro dell”AMBIENTE, non ha trovato nulla di meglio da dire, se non parlare di un”evoluzione tecnologica che avrebbe significativamente ridotto l”impatto ambientale ed affermare: “l”ILVA è un impianto strategico per la siderurgia in Italia e molto importante a livello internazionale. I competitori sono francesi e tedeschi”.

Al di la” del fatto che questa presunta evoluzione tecnologica è molto discutibile (1), il ministro ha tenuto quindi a farci sapere che  il problema principale non è “lavoro o salute a Taranto” ma la sfida siderurgica europea. E si tratta del ministro dell”ambiente! Se questa è la risposta della politica, difficile poi lamentarsi dell”ingerenza della magistratura nella vicenda! Santè.

 

(1) Su quest”ultimo aspetto non è ancora disponibile il link ad un più completo articolo di Gianmaria Leone su “il manifesto” di oggi, 2 agosto.

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

in economia/politica/società by

Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

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