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La contabilità del lutto è peggio della supposta ipocrisia

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Stamattina su questo blog avete trovato un post che tacciava di ipocrisia un pubblico imprecisato (giornalisti? opinionisti? contatti Facebook dell’autore?) colpevole di non aver esternato abbastanza cordoglio per Bruxelles, rispetto all’edizione di violenza terroristica di Parigi autunno/inverno 2015, allo spiegamento di bandiere sulle foto profilo, alle Torri Eiffel cosparse di fiori e altre cose kitsch come sappiamo fare quando ci mettiamo.

Per Bruxelles solo gente con i gessetti in piazza, qualche omino che fa pipì, qualche bandiera europea, molti editoriali e riflessioni su “che fare”, qualche Salvini di troppo.

Troppo poco? Non stiamo facendo abbastanza, popolo del web? Cosa ha scatenato la furia del nostro autore? Cosa dovremmo fare per rimediare? Tranquilli, un bel niente. La dinamica per cui qualsiasi cosa fai è sbagliata è ben illustrata nel flusso di coscienza digitale di Virginia Fiume:

E se JeSuisCharlie, poi sei stronzo se non sei JeSuisBXL. Ma se sei JeSuisBXL sei uno stronzo perchè devi sempre dire la tua. E allora tutti parlano. E tutti stanno zitti. E si sentono in colpa sia nell’uno che nell’altro caso. E se non si sentono in colpa pensano che dovrebbero sentirsi in colpa. Sempre che pensino.

Che poi a ben vedere, il nostro autore non ha preso un abbaglio: molte meno bandiere! Un post di Saviano dopo oltre 6 ore! Stiamo diventando sobri? Stiamo diventando stronzi? Saviano sta diventando lento? Ci sta antipatico il Belgio o proprio non ce ne frega un cazzo, come dice Billy Pilgrim? Ce ne frega qualcosa di Billy Pilgrim?

Mi ricordo un suo post in cui ci annunciava con disappunto che dopo un certo evento, forse Charlie Hebdo, forse un barcone affondato nel canale di Sicilia, dopo il lutto a profili unificati, le lacrime social e i “restiamo umani”, la nostra vita non sarebbe cambiata affatto. Era vero, è sempre stato vero.

Neanche la vita di Billy è cambiata di nulla, infatti dopo un anno ha scritto lo stesso post, senza rendersi conto che nulla è mai ceteris paribus e che questa macabra contabilità del lutto non fa che sfiorare la superficie delle domande.

Darci degli ipocriti a vicenda non ci aiuterà a cogliere come sottilmente cambia la nostra vita mentre sembra non cambiare, come abbiamo bisogno di pensare che non cambi per qualche primitivo istinto di conservazione, come abbiamo bisogno di ridere, come ad ogni attacco il lutto è più leggero e l’assedio più forte, come ci si abitui a ridere anche sotto le bombe, come non sappiamo davvero dove ci porterà tutto questo.

Risparmiamoci almeno dal rispondere alla buona.

Sophia: Resisting

 

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

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Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

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