un blog canaglia

Tag archive

Italia

Crollo di nascite in Italia: le meraviglie dell’estinzione di massa

in società by

It’s the end of the world as we know it/and I feel fine

Notizia di oggi: secondo i dati Istat, il 2015 è stato l’annus horribilis della natalità nel nostro paese, il peggiore dall’unità d’Italia, solo 488mila nuovi esseri umani nostrani, ovvero l’8 per mille circa dei residenti.

Le donne figliano meno, persino le adolescenti cretine sembrano non provare più tutta questa simpatia per il ditino birichino dei compagnucci imberbi. La gomma prevale – a meno che non si presuma una pandemia di castità post-confessionale – e un’apparente consapevolezza delle gioie dell’infecondità sembra attraversare lo stivale da Nord a Sud. Ci stiamo estinguendo, e non sono mai stato così felice.

Rimangono solo i negri e i maomettani a figliare, ma speriamo che prendano presto coscienza anche loro delle meraviglie dell’estinzione. Sogno un paese popolato di vecchi piscioni, edere che ricoprono i palazzi abbandonati e centri commerciali svuotati dal vociare assordante di un’umanità giovane e parassitaria. Un mondo che muore senza nessuna mente fresca per ricordarlo, un Gotterdämmerung laico senza possibilità di redenzione. Abbandoniamo questo pianeta, e facciamolo nella maniera più umiliante possibile: crepare di vecchiaia tra le proprie feci con un bel niente da trasmettere alla posterità.

Notizia dello scorso autunno: l’area di Chernobyl si sta ripopolando. Ma non di Ucraini chiassosi e ubriachi, bensì di splendidi cavalli selvatici, caprioli, cinghiali, cervi e lupi. E tutto ciò a discapito delle radiazioni nella zona, ancora piuttosto forti, il cui impatto sulla fauna locale è comunque meno deleterio della presenza, attiva, dell’uomo. Un assaggio agrodolce di post-Apocalisse, un’istantanea di un futuro che non ci appartiene – per fortuna! – e che, a conti fatti, offre molto di più del trascinarsi oleoso e autoreferenziale della nostra quotidianità (in)umana.

Oltre la nostra scomparsa in quanto specie, al fondo del baratro dell’addio a questo mondo, c’è un avvenire radioso che non vedremo mai.

La Wunderkammer del Signor Schmidt

in arte/cultura/società by

Biondiccio, faccetta sorridente, tondetta e simpatica, Eike Schmidt è da oggi  il nuovo direttore degli Uffizi. E l’opinione pubblica dell’Italia, terra di poeti, artisti, navigatori e autoferrotramvieri, si spacca. Da un lato chi vede un eroe giunto, nelle parole di Franceschini, a portare di nuovo in auge il museo “dopo anni di prostrazione” (parole sue). Dall’altro chi si incazza perchè, in una visione generalizzata, a differenza di tutti gli altri paesi dove si agevolano i propri concittadini nelle cariche pubbliche e di lavoro, l’Italia, ancora una volta, preferisce dare quesi posti allo “straniero”. Nel giusto mezzo il cicciottello Eike, nella sua pregnante pragmaticità tedesca, annuncia che uno degli scopi del suo lavoro è rendere il museo piu´ accessibile ai visitatori, accorciando le code per entrare. Alla faccia delle alte visioni curatoriali.
Ora, la situazione ha, a mio avviso, diversi aspetti. In favore di Herr Schmidt va detto che un suo curriculum alle sue spalle ce l’ha, e anche buono, quindi non gli si può dare del raccomandato. Certo, per quanto il Getty Museum di Los Angeles o la National Gallery of Art di Washington siano dei gran bei pezzi di museo, il suo curriculum non mi sembra neanche così assolutamente incredibile da giustificare senza discutere una direzione degli Uffizi. Questo, e non il fatto che non sia italiano. Quindi tutto sta a giudicare un domani il lavoro fatto. Perchè non dargliene la possibilità? E poi è giovane, ha 47 anni, quindi ben venga un po’ di vecchiume in meno nel mondo dei poteri accademici.

Quello che, a me personalmente, innervosisce, è vedere le reazioni, sia pro che contro, a questa notizia. Se la persona è competente deve avere la carica, indipendentemente dalla sua nazionalità. Incazzarsi solo per questo motivo è riduttivo. Quello per cui bisognerebbe indignarsi è che, in Italia, persone che di arte, sia a livello storico che curatoriale se ne intendono, ce ne sono. E che saprebbero benissimo occupare la stessa posizione del signor Schmidt, ma che soffrono di una sorta di pregiudizio generalizzato, per cui la degradazione economica e politica del Paese è ormai così vergognosa che risulta impossibile credere che ci siano anche persone che il cervello nella testa lo coltivano, quindi partono già svantaggiati.
Chi, invece, acclama il nuovo direttore, perchè tedesco e quindi di conseguenza più bravo, corretto ed intelligente, scade in una ode becera alla Germania, terra di filosofi e romantici, senza forse sapere che, ad esempio, lo studio della storia dell’arte nel triennio universitario in Germania, è abbastanza vergognoso nelle metodologie e contenuti.
Poi forse ci stanno anche dei giochi politici tra l’Italia e la Germania: oggi 14 aeroporti greci e tre musei italiani, domani, chi sa, le poste spagnole. Ma questa è politica e non è il (mio) punto. Gli italiani potrebbero ad esempio smettere di farsi autogol morali, denigrando se stessi (come inferiori ai tedeschi), o, a turno, gli altri (lo straniero). In un modo o nell’altro non va mai bene nessuna opzione. Popolo di artisti, lamentoni e criticoni. E comunque sempre di autoferrotramvieri.
L´opzione che rimane, reale, è che l’arte resta senza dubbio il bene più  grande che abbiamo in Italia, quindi non importa chi o come, ma che vada tutelato.

Generatore automatico di titoli di VICE

in giornalismo/internet by

VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Siamo dovuti andare con un gruppo di suore al parco acquatico di Civitavecchia: abbiamo incontrato Lory Del Santo.

Dimissioni dall’umanità

in mondo by

Possibili definizioni della parola “umanità”:

Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini“, “Sentimento di fratellanza e solidarietà fra le persone; capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri“; ma questa, nella sua forma dubitativa, è la mia preferita: “Complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie“.

Farsa – Sono giorni che, facendo semplici ricerche su Google o sui social network, ottengo dei risultati in grado di farmi passare ogni briciolo di speranza nel genere umano. Cominciamo? Rispondendo ad alcuni partigiani, desiderosi di rimuovere l’obelisco mussoliniano del Foro Italico, Laura Boldrini ha proposto di limitarsi ad un ritocco al monumento, ovvero alla rimozione della scritta “Dux”. Risultati della ricerca Google “Obelisco Dux Boldrini”: l’orrore. La prima occurrency richiama una dichiarazione di Matteo Orfini, secondo cui la scritta deve restare dov’è. Il suo ragionamento è, su per giù, il seguente: la storia non si può cancellare (anche quando è profondamente imbarazzante e lorda di sangue?), e che in ogni caso ormai i valori antifascisti sono iscritti con marchio a fuoco nell’anima di tutti gli Italiani, in quanto presenti nella Costituzione. Ah, per chi non l’avesse capito – in effetti non è immediato – Orfini è deputato e presidente del Partito Democratico. Il link de “Il Tempo” recita sobriamente “la talebana Boldrini: via ‘Dux'”. Ovvero, discutere della rimozione di una scritta infame che celebra un orrendo tiranno equivale a comportarsi come un estremista islamico pronto a distruggere a cannonate i Buddha di Bamiyan. Chiude la parata Lettera 43: “Boldrini iconoclasta“: qui il pensiero della presidente della Camera viene equiparato alla dottrina che, nell’VIII e IX secolo, riteneva inaccettabile (in quanto sacrilega) la rappresentazione artistica di Dio. Capito? Nell’inconscio di molte, troppe, persone, il Duce è oggetto di un culto religioso, meritevole di una qualche forma di rispetto. Molto bene. Concludiamo con il rutto scritto di Sgarbi, che dà dell’ignorante alla Boldrini, facendo leva sulla seguente, ficcante argomentazione: “La scritta Dux è come quelle lasciate dagli studenti sessantottini sui muri“. Ora, a parte che vorrei sapere quante scritte a spray vergate dai miei parenti sessantottini sui muri di Valle Giulia siano sopravvissute ai nostri giorni, vi do il benvenuto nella solita caciara qualunquista all’italiana: iniziative individuali equivalgono a crimini di stato, destra e sinistra sono la stessa cosa, signora mia non ci si capisce più niente eccetera eccetera. Viene da concludere (qualunquisticamente?) che ogni paese ha gli “intellettuali” che si merita.

Dramma – Fa rabbrividire il modo in cui è stata recepita e commentata la notizia della tragedia del barcone di profughi rovesciatosi nella notte tra sabato e domenica al largo della costa libica, uccidendo tra le 700 e le 900 persone. Ad aprire le danze la troll ufficiale della destra, Daniela Santanché, la quale di fronte all’enormità di quanto accaduto, invita il presidente del consiglio ad “affondare le navi di migranti“. Si usi dunque la forza militare per uccidere attivamente, anziché accontentarsi di una politica che fa semplicemente crepare la gente per disinteresse.

tragediamigranti
grazie a Chiara Spano, dal cui feed Facebook ho preso questo printscreen

Prima di correre ad esecrare questa persona e concludere che si tratti di una squilibrata incapace di qualsiasi forma di empatia – in breve, di una persona malata, incapace di intendere e di volere, osserviamo sui social network come reagisce alla notizia la “gente normale”: “meno male, 700 parassiti di meno“, “il peccato è che ci sono dei superstiti“, “più ne muoiono, meglio è. Questi crepano e io apro un buon vino per festeggiare“. Dove si leggono, queste schifezze? Forse dalla pagina Facebook di un’organizzazione neonazista? No, da quella del quotidiano borghese Il Messaggero la cui imbarazzata redazione, come segnala Mazzetta, si è perfino sentita in dovere di scrivere qualche battuta sull’invasione di liquami prodotti dai suoi lettori, senza peraltro specificare che erano stati depositati proprio sulla pagina ufficiale del giornale. I lettori de Il Messaggero, direi persone normali, con famiglia, gente che porta a scuola i figli la mattina prima di andare al lavoro. Ma piena d’odio. Esemplare il caso di un’anziana signora (“pensionata curiosa”, si definisce) che risponde al tweet con cui Il Fatto Live annuncia la strage con un agghiacciante “Non ci credo… troppo bello per essere vero“. Scorrendo il suo feed di Twitter ci si imbatte in post che linkano su foto di animaletti pucciosi, opere artistiche, orchidee rare. Una persona “normale”, diremmo perbene quasi, ma no.

So bene che il mio orrore è improduttivo quanto l’odio di questi commentatori folli di Facebook, ma ne sono fiero e me lo tengo stretto. Lo considero, tutto sommato, un segno di equilibrio psichico.

Clown assassini, genesi di una psicosi

in società by

Il 10 maggio 1994, pochi minuti prima della mezzanotte, John Wayne Gacy venne giustiziato  per mezzo di un’iniezione letale nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. Gacy, che negli Stati Uniti è noto come Killer Clown, fu condannato a morte per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 uomini (molti dei quali poco più che adolescenti) tra il 1972 e il 1978. Quando la notizia del suo arresto finì su tutti i giornali, la comunità di Chicago rimase incredula: tutti lo conoscevano come un uomo generoso e dedito al volontariato. In quegli anni John si distinse infatti per la sua attività di intrattenimento clownesco durante eventi di beneficienza. Da qui il soprannome che gli attribuì la pubblicistica.

La sua storia fece così scalpore e penetrò così a fondo nella cultura popolare americana che contribuì a formare l’immagine del clown malvagio. Si dice, ad esempio, che Stephen King prese spunto da questa vicenda per scrivere il suo celebre romanzo horror It, pubblicato nel 1986. «Sono l’incubo peggiore che abbiate avuto, sono il più spaventoso dei vostri incubi diventato realtà, conosco le vostre paure, vi ammazzerò ad uno ad uno» diceva il clown Pennywise, antagonista del romanzo. Dal libro venne successivamente tratta una miniserie televisiva di grande successo, che diede ulteriore linfa all’immaginario orrorifico e lo portò prepotentemente nelle case degli americani prima e degli europei poi.

Negli anni ’90 il tema continuò ad essere presente nella cultura pop americana. Letteratura, musica, cinema, videogames alimentarono il topos del pagliaccio assassino, che con l’avvento di Internet si diffuse a livello mondiale. Un esempio significativo: in un episodio della quarta stagione della famosissima serie animata  The Simpsons si racconta di quando Homer costruì un letto a forma di clown malvagio per il piccolissimo Bart, che terrificato ripeteva tra sé e sé «non posso dormire, il clown mi mangerà». Can’t sleep, clown will eat me divenne poi un meme Internet ed ispirò una quasi omonima canzone del cantante rock americano Alice Cooper.

La rappresentazione violenta e antisociale del pagliaccio ha trovato quindi terreno fertile nella Rete. Secondo John G. Robertson, autore del dizionario della lingua inglese Robertson’s Words for a Modern Age, il termine ‘coulrophobia’ (paura dei clown) si sarebbe propagato più sull’Internet che sulla carta stampata.  Provare per credere: fate una ricerca immagini su Google con le parole chiave “Internet clown“. I risultati  saranno in grande prevalenza raffigurazioni negative, violente, orrorifiche. Questo dimostra quanto sia effettivamente cambiato il personaggio nel repertorio dell’immaginario popolare, testimoniando inoltre il ruolo fondamentale del nuovo mezzo di comunicazione di massa nel processo di trasformazione.

Ma veniamo finalmente all’attualità. Ho appreso da un articolo de Le Monde che nel mese di ottobre sono state segnalate alle autorità francesi numerose apparizioni pubbliche di clown “assassini”, cioè di persone travestite e armate di armi in plastica (soprattutto coltelli). Episodi di questo tipo sono accaduti a Périgueux, a Liévin, a Douvrin; la maggior parte delle segnalazioni sono pervenute dal nord della Francia ed in particolare dalla regione Nord-Pas-de-Calais. Queste comparse hanno provocato un certo allarmismo tra la popolazione, ingrassato naturalmente dai titoli della stampa locale e nazionale. Così, nel giro di qualche giorno, sono nate diverse pagine Facebook anticlown e si sono formati numerosi gruppi di “cacciatori di clown”, che hanno preso a girare in alcune città francesi armati di coltelli e mazze da baseball. E non sono mancati episodi di violenza: il 24 ottobre scorso a Montpellier un uomo travestito da pagliaccio è stato aggredito da un pedone con una spranga di ferro; il giorno precedente un ragazzo mascherato aveva distrutto un’autovettura nell’Hérault. La faccenda si sta quindi facendo via via più seria.

Ma dove nasce questa nuova tendenza? A quanto pare a Wasco, California, dove una coppia di artisti travestiti da It ha cominciato a manifestarsi per le strade della cittadina americana in piena notte. Le foto, che sono state postate sui social network, hanno fatto il giro del mondo, facendo crescere rapidamente il numero di emulatori sia nel piccolo centro californiano che al di qua dell’Atlantico. In Europa, grande successo ha avuto il canale You Tube DmPRANKS, gestito da due ragazzi umbri che hanno ripreso e messo online una serie di scherzi in cui terrorizzano i passanti inscenando omicidi e violenze travestiti anche loro da clown malvagio. Il loro video più famoso ha avuto più di 32milioni di visualizzazioni.

Da quando ha cominciato a diffondersi questa candid camera horror, anche in Italia le segnalazioni alla polizia si sono moltiplicate. La fobia collettiva è cresciuta soprattutto in provincia di Perugia (dove effettivamente sono stati realizzati gli scherzi di DmPRANKS) ma anche a Modena e Reggio Emilia, e persino a Brindisi, dove i clown non sarebbero soltanto “picchiatori” ma anche “rapitori”.

Insomma, il fenomeno continua a svilupparsi (si vocifera di casi simili anche in Belgio e in Svizzera) e fa leva sull’apparato immaginativo di quella che ormai è diventata una tradizione narrativa. Per il momento, a quanto sembra, in Italia si tratta soltanto di leggende metropolitane alimentate dal passaparola sui social network, cioè di una psicosi. Ma è difficile escludere che possa trasformarsi in qualcos’altro, persino in manifestazioni antisociali violente. Del resto, non sarebbe la prima volta. E del resto il volto sformato e ghignante del clown fa maledettamente paura.

194 volte vergogna

in società by

Non so a voi, ma quando leggo le percentuali dei medici obiettori di coscienza in Italia a me viene un poco di nausea. Sette ginecologi su dieci: il 70%. E parliamo della media nazionale, perché a livello regionale si toccano picchi sconcertanti. Pensate che a Roma (che sarebbe pure una capitale europea) solo un medico su dieci non è obiettore. Non so se è chiaro: uno su dieci. Pensate che in Basilicata l’85,7% dei ginecologi non pratica l’interruzione volontaria di gravidanza; in Sicilia l’80%; in Veneto il 76,7%; in Lombardia il 66,9%; in Campania l’83,9%. Tradotto in termini pratici: in alcune aree del nostro paese l’aborto volontario, il cui diritto è sancito dalla legge 194, è tecnicamente impossibile.

Ciò significa che –  trentasei anni dopo il referendum del 1978 – per abortire le donne devono ancora ricorrere a soluzioni alternative o a corsie preferenziali. Come fare viaggi interregionali per raggiungere strutture ospedaliere con medici non obiettori, oppure andare all’estero (Svizzera, Francia, Gran Bretagna le mete più gettonate), oppure ricorrere all’aborto clandestino – ebbene sì, nel 2014.

È molto frequente che in un ospedale vi sia soltanto un medico non obiettore (al Policlinico Federico II di Napoli, ad esempio, quando è morto il ginecologo hanno dovuto interrompere il servizio; stiamo parlando di un policlinico della terza città italiana, una città abitata da un milione di persone). È quindi estremamente frequente che quest’unico medico sia sommerso dalle richieste e che faccia fatica ad accoglierle tutte entro i 90 giorni prescritti dalla legge.

Va da sé che i costi per le donne sono altissimi sia in termini psicologici che economici. E che, viste l’impossibilità di accedere al servizio e le lunghissime liste d’attesa, siano spesso disposte ad accettare costi aggiuntivi. Ad esempio, pagare un pizzo di 100 euro. Magari dopo aver sentito pronunciare parole come queste:  “Se vuoi fare subito, due o tre giorni, devi pagare questo. Se invece vuoi andare all’altro ospedale, non paghi niente, ma c’è molto da aspettare”. Del resto, cosa sono 100 euro in confronto all’ipotesi di dover rinunciare all’interruzione oppure di dover andare all’estero (dove i costi per gli aborti farmacologici talvolta superano i 1500 euro)?

Certo, ci si può, forse ci si deve, indignare per la disonestà di coloro che richiedono denaro per accelerare i tempi; e che quindi schiacciano ogni tipo di deontologia e di legalità. Purché non si dimentichi che c’è un sistema che non solo permette ma produce questo genere di illegalità, facendo diventare un’odissea l’interruzione di gravidanza. Purché non si dimentichi che il “mercato dell’aborto” non sarebbe possibile senza la negazione di un diritto, senza la mortificazione della dignità della persona. In poche parole: senza l’obiezione di coscienza.

Berlino ha rotto il cazzo

in società by

Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone scuro del tavolo, quella scritta “succhiamelo tutto” sapientemente incisa nel legno da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro berlinese. Glielo leggi in faccia che diventerà un hipster. Lui, proprio lui che ha lavorato anni nell’azienda agricola dei suoi. Glieli vedi stampati in faccia i Rayban; gliela vedi tatuata addosso una camicetta a fiori di merda. Vedi persino le foto in cui sarà taggato, quelle scattate allo schiuma party con lo smartphone dall’amico italiano che sta lì da due anni e che adesso non sa più se è etero, gay o vegano. Del resto, vive a Berlino, può essere tutto quello che gli pare, no? Ma soprattutto un cameriere, visto che il suo tedesco è ancora ridicolo e non trova un cazzo di meglio. Eppure dicevano che a Berlino con l’inglese… Che poi anche il suo inglese è ancora ridicolo perché frequenta soprattutto italiani hipster come lui che tirano fuori un “genau” (“esattamente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri fighetti italiani che tirano fuori un “natürlich” (“naturalmente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri… Insomma, ci siamo capiti.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico continua a pavoneggiarsi. Sei sempre più insoddisfatto della tua misera vita provinciale. Poi, improvvisamente, inspiegabilmente, la ragione prende il sopravvento sui sentimenti; la realtà comincia a chiarirsi ed ora il tuo amico, più che un fortunato emigrante, ti sembra semplicemente un povero coglione. “Berlino ha rotto il cazzo” pensi. “Sì, diocristo, Berlino ha proprio rotto il cazzo!” ripensi. È tutto così evidente, come non averci pensato prima.

L’inverno gelido che dura sei mesi; l’estate tiepida che dura una settimana; l’odore di kebab ovunque; gli hipster; i capelli biondi; l’assenza estetica, gastronomica, esistenziale della mediterraneità; gli esterofili incalliti che non mancano occasione di sputtanare l’Italia; gli artistoidi emigrati e felici dei loro atelier tamarri; la musica elettronica; le pasticcerie vegane; le startup; i milioni di sedicenti fotografi, pittori, scrittori; le dieresi; il cibo etnico; l’anticonformismo conformista degli anticonformisti; il Mauerpark; il Checkpoint Charlie e le foto dei turisti col soldato americano e quello sovietico; la fila per entrare al Berghain; Kreuzberg; gli articoli di Vice su Berlino; quelli che leggono gli articoli di Vice su Berlino; quelli che li scrivono; il Muro; la ricerca della Berlino di Wenders.

“Sì, Berlino ha abbondantemente rotto il cazzo” pensi sorseggiando la tua chiara media, che non ti sembra più così male. Torni ad ascoltare il tuo amico, che è sempre lì davanti a te col sorrisetto da ebete. Sta parlando de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Ecco, appunto. L’ha visto la settimana scorsa e s’è innamorato della città. Ecco, appunto.

È vero, domani sarai ancora nella provincia meccanica, vedrai le stesse facce e continuerai ad essere felice a modo tuo. Come un provinciale. Ma almeno non andrai dietro uno stereotipo, non ti tufferai a bomba nella retorica esterofila che semplifica tutto e fa sembrare un paradiso tutto ciò che Italia non è. Almeno sei consapevole del marketing esistenziale che si nasconde dietro il sogno chiamato Berlino. Ci andrai se e quando lo vorrai e non spaccerai la tua vita per interessante anche quando sarà priva di slanci.

Guardi un’ultima volta il tuo amico negli occhi. Tornerà, oh se tornerà, pensi. Tornerà perché gli mancheranno il cibo, il clima, quell’italianità che adesso disprezza. Tornerà perché un giorno, in un momento di improvvisa lucidità, Berlino avrà rotto il cazzo pure a lui.

Un manipolo di mezze figure

in sport by

Buffon, Perin, Sirigu, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Darmian, De Sciglio, Paletta, Aquilani, Candreva, De Rossi, Marchisio, Thiago Motta, Parolo, Pirlo, Verratti, Balotelli, Cassano, Cerci, Immobile, Insigne.

Facciamo un gioco, vi va? Togliamo Pirlo e Buffon, che tra parentesi hanno 71 anni in due, eppoi vediamo cosa rimane.
Rimane, ed è un fatto, un gruppo di giocatori in pochi casi buoni (e nulla di più), perlopiù discreti, talora scarsi. Né, occorre dirlo, abbiamo lasciato a casa chissà quali fenomeni: voglio dire, potevamo portarci Maggio invece di Abate, Florenzi al posto di Parolo, Giuseppe Rossi invece di Balotelli, perfino Totti al posto di Cassano; ma via, sono proprio dettagli, mica roba che fa la differenza.
L’Uruguay, per dire, ha gente come Cavani, Suarez (che è un’iradiddio al di là dei morsi) e Godìn (che è un fabbricatore di gol decisivi anche se non tutti lo conoscono). E gli altri, qua e là, schierano gente come Neymar, Robben, Sneijder, Van Persie, Sanchez, Vidal, Pogba, Messi, Agüero, Di Maria, Higuaìn, Özil, Müller, Mertens, Modric, vengono eliminati con Iniesta, Xabi Alonso, Fàbregas e magari Cristiano Ronaldo, si permettono il lusso di lasciare a casa Tévez che dalle nostre parti sarebbe un titolare inamovibile.
Diciamocelo: davvero si poteva pensare di vincere il mondiale, o perlomeno di arrivare che so io in semifinale, messi com’eravamo messi? No, perché va bene che il pallone è rotondo, ma rotondo mica vuol dire che a un certo punto escono fuori Holly e Benji a risolvere le partite col tiro ricurvo e la palla che si deforma.
Né, abbiate pazienza, era ulteriormente sopportabile la retorica degli italiani che non sono fatti per perdere (sic), che tirano fuori gli attributi (sic, e due) nei momenti decisivi, che (sic al cubo) sono capaci di grandi imprese come nessun altro, roba che ci mancava solo la Costituzione più bella del mondo e poi le avevamo sentite tutte.
Il calcio, in linea di massima, è una questione pressoché scientifica, specie se si va al di là della partita secca: chi è forte generalmente vince, chi è fortino può vincere se gli dice bene o attraversa un momento di grazia, chi è mediocre se ne torna a casa, a meno che non adotti un gioco di squadra così rivoluzionario da diventare dirompente.
Noi, al di là delle chiacchiere, eravamo mediocri.
Quindi, al di là delle chiacchiere, siamo tornati a casa.
Dopodiché, se far dimettere il disgraziato che si è ritrovato a guidare ‘sto manipolo di mezze figure (e in certi casi di mezze pippe) ci fa sentire meglio, facciamolo pure dimettere: ma dubito fortemente che se al suo posto ci fosse stato un altro avremmo ottenuto chissà quali successi.
Anzi, a dire il vero sono abbastanza sicuro del contrario: come dovrebbe esserlo, secondo me, chiunque segua il calcio da un po’, e non abbia voglia di raccontarsi fregnacce tanto per raccontarsele.

La retorica della fuga

in giornalismo by

Il giornalismo di casa nostra ripropone in modo periodico analisi, testimonianze, interviste sulla vicenda dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’. L’argomento, si sa, è buono per tutte le stagioni ed è parte integrante di un più ampio discorso sul declino del nostro paese. I declinisti, che sono tanti, troppi, ci vanno a nozze. Si prova sempre un certo piacere giornalistico a rivangare il terreno della crisi; e l’esodo di meningi da spremere è roba che tira. Ma perché il tema della malinconia migratoria riscuote tanto successo? Cosa innesca il meccanismo emotivo per cui al lettore o allo spettatore debba inevitabilmente scendere una lacrimuccia nazionalistica?

La retorica della fuga funziona essenzialmente per due ragioni: da una parte, rassicura sul fatto che il nostro paese è in grado di produrre intelligenze e che queste intelligenze sono assolutamente capaci di competere sul mercato internazionale; dall’altra, sviluppa il senso di colpa, la tristezza nazional-popolare per una perdita dal valore inestimabile e dunque garantisce una buona dose di autocommiserazione. E’ questo un mix che placa le preoccupazioni per il futuro e imbocca la coscienza della miseria. In una parola: vendibile.

Tuttavia il problema vero non sono né le rassicurazioni né le autocommiserazioni, che fanno parte del gioco sociopolitico e in qualche caso sono pure divertenti. Il problema risiede nella tartuferia della narrazione, nel desiderio più o meno cosciente di volersela dare a bere, quando non nell’ignoranza del fenomeno. Perché sotto la campana cervellotica della fuga c’è una sineddoche pubblicistica: si considera cioè una parte per il tutto. O meglio: si confonde una parte con il tutto. Ma qual è la parte e qual è il tutto?

E’ innegabile che molti ricercatori vadano all’estero ad esercitare la loro professione; ed è innegabile che spesso lo facciano perché in Italia non ci sono le oggettive condizioni per fare serenamente ricerca (serenamente soprattutto dal punto di vista economico). Tutto questo è una realtà. Come è una realtà il successo di molti imprenditori che hanno scelto di investire all’estero o quello di tanti manager che fanno carriera e guadagnano stipendi da capogiro. Generalmente, sono queste le storie propinate dalla stampa e dalla televisione: storie di gente che ce l’ha fatta e che sul suolo patrio non avrebbe mai potuto farcela.

Ma c’è un’altra parte di realtà, quantitativamente più consistente, anche se molto molto meno intrigante dal punto di vista giornalistico. Si tratta dell’esercito di giovani e meno giovani che prendono la valigia, talvolta piena di speranze, talvolta piena di disperazione, e se ne vanno all’estero per fare lavori certamente dignitosissimi ma infinitamente meno specializzati. Un esercito di camerieri, lavapiatti, centralinisti, bigliettai che hanno scelto di lavorare fuori dai confini nazionali, ognuno con le proprie motivazioni. Sono delusi o curiosi che ad un certo punto della vita – solitamente tra i 24 e i 30 anni – hanno sentito il bisogno di andare. E sono andati.

Ebbene, la retorica della fuga racconta anche di loro? Sì e no. Nel calderone delle fughe ci finisce ogni tipo di esperienza. Del resto, si lasciano spesso parlare i numeri; ed i numeri autorizzano – almeno dal punto di vista dell’informazione – a parlare di ‘esodo’. E, cifre alla mano, ci si sente autorizzati pure ad utilizzare sostantivi al plurale come ‘cervelli’ o ‘talenti’. Senza badare al fatto che avere due lauree e fare il cameriere non è esattamente adoperare il proprio talento. Senza considerare l’entità e la varietà del fenomeno.

Dei fallimenti e delle frustrazioni di coloro che, forse senza la valigia di cartone compagna di altre epoche, hanno abbandonato la nave non se ne occupa quasi nessuno. Probabilmente perché è più difficile spiegarsi le ragioni di un abbandono che, a conti fatti, non porta alcun beneficio professionale. Probabilmente perché alla retorica della fuga – questo mix di rassicurazione e autocommiserazione – è sufficiente una parte del fenomeno per esistere, per vivificare le immaginazioni di coloro che leggono o guardano.

E chissenefrega se la dispersione di mani e gambe e orecchie ha un impatto economico e sociale non trascurabile. Chissenefrega se quelle stesse mani, gambe e orecchie sarebbero servite a fare le stesse cose a due passi da casa; chissenefrega se nell’esercito dei partenti molti sono riservisti. Quello che conta è il cervello in fuga. Di quelli che partono e di quelli che restano.

Siamo suolo noi

in società by

Secondo l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra), ogni cinque mesi nel nostro paese viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli. Mentre ogni anno il consumo di suolo a livello nazionale equivale all’estensione delle aree metropolitane di Firenze e Milano messe insieme. Robetta, insomma. Giusto qualche cifra: in Italia si consumano circa 8mq di suolo al secondo, ovvero 340mq all’anno per ogni abitante; per oltre cinquant’anni, il nostro paese è stato ben al di sopra della media europea (2,3%), tanto che, secondo le stime, nel 1956 si consumava già il 2,8% del territorio disponibile; la Lombardia detiene il triste primato regionale, con un consumo di suolo stimato tra il 9 e il 12% (2010).

Voi direte: e quindi? E quindi, siccome oggi è la Giornata mondiale dell’ambiente, mi pareva giusto ricordarlo. Come mi pare giusto riportare due storielle a mio parere emblematiche dei differenti approcci possibili alle questioni ambientali (e quindi all’utilizzo del territorio); approcci differenti che rivelano diversi dispiegamenti di “capitale sociale”  e di gestione della cosa pubblica. Lascio giudicare voi.

Milano, Italia.
Bosco di Gioia era un’area verde di 12.000 m², una piccola oasi di arbusti ed alberi nel cuore della Milano cementifera, che fino ai primi anni sessanta appartenne alla contessa Giuditta Sommaruga. Prima di morire, nel 1964, la contessa fece testamento e decise di lasciare il parco in eredità all’Ospedale Maggiore, chiedendo espressamente che fosse utilizzato per costruire nuovi reparti, al fine di “lenire le sofferenze dell’umanità”, e che questi reparti fossero intitolati alla memoria di sua madre Emilia Longone vedova Sommaruga.  Nel 1983, il Niguarda (l’Ospedale Maggiore si era nel frattempo diviso nei due enti Policlinico e Niguarda), che ne era divenuto proprietario, a dispetto delle volontà della nobildonna, decise di vendere l’appezzamento insieme ad altri terreni ed edifici di sua proprietà. Questa decisione fu incentivata dal fatto che l’area, che nel piano regolatore del 1980 era destinata a verde comunale, entrò a far parte della variante Z2 e divenne edificabile.  Tuttavia, siccome il bene era inalienabile, si dovette ricorrere ad un’autorizzazione della Regione, autorizzazione che fu concessa soltanto cinque anni più tardi, nel 1988. A quel punto si poté procedere con le operazioni di vendita e fu indetta un’asta. L’impresa Cogefar Torno – già proprietaria dell’area adiacente – se la aggiudicò per 11 miliardi di lire. Nel frattempo, il terreno continuava ad essere utilizzato in affitto dal vivaio Fumagalli, che vi introdusse più di 200 esemplari di piante. Il vivaio continuò a curare il Bosco Gioia fino al 2001, anno in cui fu costretto, in seguito allo sfratto, ad abbandonare alla natura selvaggia tutto il bosco con la sua preziosa varietà botanica. Tra un ricorso al Tar degli abitanti del quartiere e un sit-in di protesta si arriva al marzo 2005, quando un gruppo di cittadini costituisce il “Comitato Giardino in Gioia” e raccoglie più di 15.000 firme contro la distruzione degli alberi e la cementificazione della zona. Nel mese di aprile, Rocco Tanica, tastierista degli Elio e le Storie Tese (che poi dedicheranno alla vicenda la canzone “Parco Sempione”), entra in sciopero della fame e si stabilisce in un camper parcheggiato davanti al bosco, attirando per qualche tempo l’attenzione di stampa e telecamere.

Conclusione: tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio del 2006, mentre molti milanesi si trovavano fuori città per le vacanze, le ruspe radono al suolo l’intera area verde. Ora sull’ex Bosco di Gioia si erge il maestoso grattacielo di 161,3 metri che ospita l’attuale sede della Regione Lombardia. La realizzazione del progetto, voluto fortemente dalla giunta Formigoni, è costata 400 milioni di euro.

Berlino, Germania.
L’aeroporto di Tempelhof sorge nella parte sud del quartiere Tempelhof-Schöneberg. La struttura originaria, di dimensioni decisamente ridotte rispetto a quella che si può osservare oggi, fu costruita nel 1927 da un gruppo di imprenditori ebraici. Negli anni trenta, per dare corpo all’ambizioso progetto di Albert Speer per la Berlino nazista, l’intero complesso fu espropriato e ristrutturato e Tempelhof diventò un terminal all’avanguardia, unico in Europa: un vero e proprio fiore all’occhiello per l’architettura di Regime e la sua propaganda. Dopo la caduta del regime nazista, nell’immaginario dei tedeschi, quello continuò certamente ad essere l’aeroporto di Hitler, ma anche lo scalo dove, tra il giugno ’48 e il maggio ’49, atterrarono gli aerei anglo-americani, che consentirono alla città l’accesso a medicinali e viveri e quindi di resistere al blocco sovietico. Tuttavia, col passare degli anni, il terminal diventa sempre meno efficiente, anche perché già nel 1948 parte del traffico aereo viene convogliato sul più moderno aeroporto di Tegel, aperto al traffico civile nel 1960. Sebbene abbia continuato a funzionare anche dopo l’unificazione, nei primi anni duemila la struttura è ormai obsoleta e nel 2008 l’ultimo aereo tocca la pista berlinese. Quando si comincia a parlare di riqualificare l’area ormai in disuso, c’è chi parla di un immenso centro commerciale, chi propone un quartiere a luci rosse, chi addirittura, come l’architetto Jakob Tigges, docente del Politecnico di Berlino, immagina di costrurci una montagna di mille metri per far sciare i berlinesi. Tutte possibilità che non piacciono né agli abitanti della zona, che si costituiscono nel comitato “Tempelhof per tutti”, né ai Verdi tedeschi e al partito di sinistra Die Linke, che cominciano una serie di proteste piuttosto veementi. Nel 2008, dopo un lungo periodo di lotta talora anche violenta (non sono mancati gli scontri con la polizia), il Senato cittadino stabilisce che l’area dell’ex aeroporto debba essere riqualificata e diventare il parco più grande della città (300 ettari), superiore anche al celebre Tiergarten.

Conclusione: i berlinesi si ritrovano nel parco nelle belle domeniche di sole.

La democrazia non c’è più

in politica by

Mettetela come vi pare, ma a me sembra di poter dire una cosa: se in un paese qualsiasi, a più di un mese dalle elezioni che hanno sconvolto il quadro politico e istituzionale, viene costituito un “gruppo di saggi” (leggasi “direttorio”) avente il compito di elaborare le “indicazioni programmatiche” per il futuro restituendo “piena operatività” al governo precedente, il quale tra l’altro era un governo formalmente “tecnico” ma in realtà politicissimo guidato da un tizio che alle elezioni di cui sopra ha racimolato appena il 10% dei consensi, significa che in quel paese, di fatto, la democrazia è stata sospesa.
Dopodiché, il fatto che sia stata sospesa per l’incapacità dei partiti che non riescono aggregare uno straccio di maggioranza su alcuni (sia pure minimali) obiettivi politici o non si assumono la responsabilità di farlo, per l’alzata d’ingegno del presidente della repubblica che ha deciso di comportarsi come un monarca o per entrambi i motivi insieme è senz’altro un discorso da approfondire.
L’evidenza, tuttavia, rimane: oggi in Italia la democrazia non funziona. Non opera. In estrema sintesi, non c’è più.
E il fatto che non ci sia più non perché qualcuno abbia soppresso con la forza il parlamento eletto dai cittadini, ma nonostante, malgrado, o per meglio dire con il benestare (più o meno turbato da qualche miagolio qua e là) di quel parlamento non è affatto un’attenuante, ma al contrario rappresenta una gravissima aggravante che getta sulla situazione una luce sinistra.
La verità, a quanto pare, è che abbiamo cambiato forma di governo.
Sarebbe perlomeno il caso che cominciassimo a dircelo.

Lavorare per niente

in economia by

Una recente ricerca di Confcommercio regala una fotografia controintuitiva del mondo del lavoro italiano: guardando le percentuali, inoltre, mi sono evaporate seduta stante tutte le ragioni per le quali non ho ancora preso la decisione di emigrare (la mamma, la pizza, la mozzarella e lo stracchino). A dar retta a questa statistica, in Italia mediamente si lavora molto più che in Germania: le trecento ore che separano le nostre 1.700 ore e le loro 1.400 corrispondono all’equivalente di sette settimane e mezzo (lavorative). Dopo un breve controllo sui sito del Department of Labor degli Stati Uniti, le conclusioni dello studio sembrano grossomodo confermate.

Da uomo della strada, ho provato a darmi qualche spiegazione. Uno: vi può essere una sensibile differenza tra le ore di presenza in ufficio e quelle effettivamente lavorate. In Italia abbiamo tornelli, timbrature ed altri ammennicoli degni di un allevamento intensivo di vacche, ma alla produttività non bada nessuno. Ho imparato a temere le persone particolarmente scrupolose nel rispetto dei regolamenti interni su orari, permessi e ferie: al momento di produrre qualcosa di aziendalmente utile non di rado si rivelano inesistenti, quando non dannose. Questa non è che una delle declinazioni del principio generale nazionale, che vuole la forma trionfare sulla sostanza. Lo constatiamo ogni giorno: per dire, che ci si può aspettare da un candidato premier che dice a destra e a manca che lui con Berlusconi non farà mai alcun accordo per governare, ma che, per avere la fiducia, non potrà fare a meno della “dissidenza controllata” di una manciata di senatori delle forze politiche con cui per carità?

Tolta la tara dei fancazzisti (e non è roba da poco, anche se la mia visione potrebbe essere viziata dall’esperienza personale), resta il fatto che all’interno delle aziende private italiane che ho conosciuto da vicino, la produttività viene mortificata perché, nelle ore che si dovrebbero dedicare alla risoluzione di problemi e alla creatività, si fa tutt’altro: si lavora per caricare di gloria il proprio cerchio magico, ci si adopera per mettere in conto ad altri i propri errori, si mente si ruba si spia si getta discredito si tendono tranelli, si gestiscono le risorse in base a chi esse rappresentano anziché in funzone del valore che portano. Il tutto in modo talmente abituale, che ormai non ci si fa neanche più caso.

Ho stilato una mia personale statistica: tra il 20 e il 30% del mio tempo in ufficio è impiegato in difesa preventiva, in attività di competenza di altri, ed in generale ad ammortizzare inefficienze generate altrove. Dove le regole non sono chiare (oltre a non essere condivise) l’entropia regna. L’assenza di protocolli e la conseguente dispersione di energia potrebbero secondo me spiegare una grane quantità di ore lavorative buttate letteralmente nel cesso.

Senza contare che il tasso di occupazione in Germania è di gran lunga più elevato che in Italia (oltre il 50% contro 40%): se considerassimo la Germania come il mondo perfetto, ad occhio in Italia mancherebbero all’appello (al netto dei diversi tassi di disoccupazione) qualcosa come cinque milioni di lavoratori. Non so se queste persone (donne principalmente) non potrebbero aiutare a trasformare in realtà il polveroso mantra, lavorare tutti, lavorare meno…

La cosa carina è questo tempo in eccesso dato al lavoro non produce niente di utile. Mentre infatti il PIL medio orario per occupato in Germania è di oltre 40 euro, da noi ci si ferma prima dei 35. In sostanza, non solo lavoriamo più ore rispetto ai tedeschi, ma assenza di concorrenza (inefficienza), burocrazia e fisco sono in grado di più che compensare tutte queste ore di fatica in più. Al momento sembra però che questi temi resteranno appannaggio degli accademici: in parlamento gli eletti non hanno tempo per occuparsene: troppo occupati a giocare all’asilo nido.

Nella merda

in internet by

Vediamo un po’: Skype esiste dal 2002. In dieci anni milioni di persone lo hanno usato quotidianamente per chattare, fare riunioni, litigare, parlare d’amore, tenere dibattiti politici, salutare familiari e amici che vivono all’altro capo del mondo, perfino per spogliarsi e fare sesso virtuale. Miliardi di conversazioni, tutti i giorni.
Adesso moltissimi ce l’hanno sul telefonino, Skype, così volendo possono chiamarsi dall’Australia al Brasile mentre camminano per strada, viaggiano in autobus, fanno la coda in un fast food.
Nel frattempo Skype è stato affiancato da altre applicazioni tipo Viber, anch’esse facilmente e gratuitamente installabili nei cellulari, di tal che chi vuole comunicare con qualsiasi punto del pianeta senza spendere un soldo oltre alla connessione internet ha pure l’imbarazzo della scelta.
Ecco, quando succede che in una singola scuola di un paese -mica in tutte, eh- si introduce “in via sperimentale” (capirai, che esperimento) una roba che per i privati cittadini è ormai banale da un decennio, e la notizia è così inconsueta che viene -comprensibilmente- perfino data dai giornali, significa una cosa sola: quel paese è nella merda.
Saluti.

Lettera alla società civile italiana

in politica by

Cara società civile italiana,

ti scrivo queste righe perché sono molto preoccupato per te. Ricordi? Ci eravamo lasciati l’estate scorsa a Terracina ed eri così allegra e farfallona che ti si poteva fare un gavettone mentre dormivi senza che andassi su tutte le furie. Eri talmente spensierata che in spiaggia leggevi soltanto le notizie di mercato sul Corriere dello Sport e a cena ordinavi sempre almeno una doppio malto belga. Dicevi che te ne sbattevi se l’imprenditoria italiana è in crisi e che la Peroni va bene ai Mondiali o agli Europei, ma soltanto con le patatine.

Sono finiti quei tempi in cui ti dichiaravi fieramente lontana dalla politica. Una vera società civile, dicevi spesso dopo la doppio malto belga, dovrebbe scegliersi i rappresentanti, lottare per i diritti individuali, produrre cittadini e non sudditi. Poi aggiungevi: ma siccome io sono una società civile all’italiana, ordino un’altra birra perché è sabato e c’è Juve-Inter e gli interisti piagnoni devono soffrire. Ti ho sempre voluto bene nonostante la tua fede bianconera e la mia giallorossa, cara società civile italiana.

Ora però qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto forse per sempre: hai deciso di abbandonare l’abito di miles gloriosus di plautina memoria per indossare la giacca e la cravatta del politico di professione. Male, società civile, molto male. Capisco il tuo ego smisurato, che è sollazzato quotidianamente dalla stampa stampata e dalla stampa non stampata, di cui sei ormai paladina indiscussa; capisco pure che ti hanno ricoperto di parole del tipo “i partiti hanno chiuso, sono morti, caput: ora tocca a te”; capisco che non hai saputo resistere alla tentazione e che ci credi per davvero al cambiamento, pensi davvero di poter ristrutturare la politica. Però da te mi sarei aspettato altro. Per esempio che, dall’alto della tua storia famigliare di estrazione liberale (sì, società civile italiana, tua mamma è la società civile di cui parlavano Hobbes, Locke e Rousseau, tuo papà il liberalismo) facessi un po’ di resistenza agli appelli rivoluzionari di un Pm comunista. O che dicessi un secco no ai democratichini di democratico vestiti. O anche che ti ribellassi all’uso strumentale, catartico, che di te sta facendo il centro montiano e casiniano. Il Pdl, quello te lo sei risparmiato, ma forse soltanto perché il giorno in cui t’ha cercato avevi il telefono spento.

Si sa, società civile italiana, non tutti siamo perfetti e talvolta cadiamo nelle trappole più sciocche. Per questo, spero che tu capisca presto o tardi il guaio in cui ti stai cacciando; ma soprattutto la meschinità di coloro che ti vogliono avere per pulirsi la faccia e la coscienza. Io sono comprensivo, mi conosci, ma ce ne sono tanti altri che non lo saranno, quando, scoperto che non sei la soluzione a tutti i mali, ti scaricheranno e vorranno la tua testa. Sarebbe drammatico, società civile, perché tu sei una cosa importante per la nostra buffa democrazia.

Bene, non voglio rubarti altro tempo e la finisco qui. Dico soltanto che spero di rivederti l’estate prossima a Terracina. L’ultima partita a biliardino l’avevo vinta io e toccava a te pagare da bere.

Tuo,

Roberto

In serie C

in politica/società by

Poi uno legge che non solo i francesi, ma perfino gli americani -che quando ci si mettono sanno essere bigotti come pochi- legalizzano i matrimoni omosessuali e la marijuana, mentre dalle nostre parti se parli di questa roba con uno che si dichiara progressista -progressista, eh, mica reazionario- continua a ripeterti come un disco rotto che sono cose delicate, che bisogna evitare di offendere quelli e di scontentare quegli altri, che è necessario “conciliare le varie anime” della società civile e via avanti con tutto il resto del repertorio.
La verità è che questo povero paese, in un modo o nell’altro, è precipitato in serie C.
E se non ci stiamo attenti l’anno prossimo rischia pure di retrocedere.

Allo zoo, di notte

in società/ by

Ieri sera sono stato con la mia figlia maggiore allo zoo di notte: lo chiamano “safari”, ma in realtà è una visita guidata che si svolge la sera (la qual cosa mi sembra sia più nell’interesse dei visitatori che dei poveri animali, che normalmente, all’ora in cui si svolge l’evento, se la ronfano).

Ho sempre sognato di vedere un orso dal vivo: il parco di Yosemite era tappezzato di cartelli che dispensavano ai turisti consigli sulla condotta ideale da adottare in caso di incontro ravvicinato con uno di questi bestioni. Sinceramente, me la facevo addosso al solo pensiero di avvistarne uno, ma al momento di ripartire dal parco, l’unico orso avvistato era una riproduzione di legno che sorreggeva un cartello, che ho pure fotografato per la disperazione. Un po’ di delusione (e di sollievo). Ma ieri, al riparo di una lastra di vetro, ho potuto guardare tre esemplari a mollo, che giocavano con delle latte di plastica: buttavano la testa sotto per poi riemergere scuotendo il testone che schizzava acqua dappertutto. Da ridere: ho scoperto che possono correre anche a cinquanta chilometri l’ora.

I macachi del Giappone sono collocati in una struttura che, ci dicono, già diversi anni fa era considerata all’avanguardia: un corpo centrale rialzato dotato di parecchi “arricchimenti ambientali” (giochini di legno per evitare che gli animali si rincoglioniscano del tutto a causa della prigionia), e un’area piatta tutto attorno. A quanto ho appreso, questi animali hanno un forte senso della gerarchia. Del tipo, i dominanti occupano la piattaforma e litigano in continuazione per dimostrare chi di loro è il più… dominante tra i dominanti. I macachi giapponesi che invece hanno un’indole più sottomessa, invece, si sistemano nell’area tutto attorno alla collinetta centrale. In pratica rinunciano a lottare per assicurarsi qualcosa di più: subiscono in silenzio con una rassegnazione appunto… orientale. Mi ha fatto sorridere vedere un paio di scimmie sottomesse litigare per qualche ragione nota solo a loro: si affrontavano provocandosi con mosse aggressive e strepiti. Proprio come nel mondo degli umani: quelli che sono fregati in partenza qualche volta non trovano di meglio da fare che prendersela con altri sfigati come loro, mentre i dominanti occupano le postazioni più prestigiose.

Ad un certo punto, siamo arrivati al recinto delle tigri: forse mi sono fatto influenzare da quanto ci stava raccontando il guardiano sulla naturale inclinazione di questi magnifici animali alla solitudine, sarà che uno dei due esemplari del Bioparco di Roma è molto anziano (venti anni), ma mi sono sembrate bestie malinconiche pur nella loro apparente maestà. In ogni caso, il nostro relatore era un ragazzo con un fisico da culturista ed una fanstastica cadenza romana, che rendeva la sua spiegazione molto calda e vivace. Però, a dispetto del corpo nerboruto, la voce delle guida non era particolarmente forte. Alla mia destra c’era la solita quota statistica di imbecilli. Da quell’area è arrivata una protesta seccata: “Non la sentiamo: deve parlare più forte”. Ora, non so se il guardiano fosse sordo, o se invece facesse finta di non sentire; ma per quanto la tipa si sgolasse a chiedergli di alzare il volume, il ragazzo ha continuato fino alla fine a parlare con il suo solito tono. La cosa carina è che la signora che si lamentava avrebbe potuto risolvere velocemente il suo problema, avvicinandosi al guardiano: di posto ce n’era in abbondanza. Ma no, restava lì, ferma, caparbia, a lamentarsi, senza spostarsi di un centimetro, in attesa che la montagna arrivasse da Maometto. Ecco, questo piccolo episodio mi è sembrato così… italiano. Altro che tigri.

L’alibi della pseudonecessità

in economia/mondo/politica by

Secondo varie concezioni filosofiche, la necessità è il non poter essere   diversamente di una cosa, al contrario del concetto di contingenza che si basa sul poter essere diversamente. Ad esempio,se io dico”se non respiri morirai”sto pronunciando un’affermazione necessaria, se io dico “la mela è rossa” l’affermazione sarà contingente perchè la mela può essere rossa, verde, gialla. La contingenza è il carattere di ciò che può essere o può non essere. La necessità, al contrario, è il carattere di ciò che è e non può non essere.

Questo tema, apparentemente relegabile in uno scantinato pieno di polvere e dimenticato da dio e dagli uomini, al contrario sta acquistando una sua inedita attualità in quanto l’aggettivo ‘necessario’rientra nella top ten dei termini ultimamente più strausati sia nell’ambito politico, italiano ed europeo, che nella quotidianità mediatica e cronistica in genere. Appare però a volte utile verificare se chi lo utilizza ed i contesti in cui viene utilizzato, in sostanza siano correttamente conformi e rimandabili al vero significato del concetto di cui sopra.

Ad esempio, lo stragista norvegese Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che hanno provocato la morte di 77 persone, a giustificazione dell’eccidio, definì la sua azione «un gesto atroce ma necessario, per fermare i danni del partito laburista e per fermare una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani». Ammazzare 77 persone non ha avuto alcun effetto reale e quindi si dovrebbe, tra le tante cose, far sapere a Breivik che ha utilizzato in modo inopportuno il concetto di necessario.

Prendiamo il piano europeo per salvare le banche spagnole, 100 miliardi di euro, anch’esso spacciato per necessario e del quale anche l’Italia darà il suo contributo intorno al 20%. Anche il più imbranato e maldestro analista finanziario sa che per rimettere quel sistemo appena in salute di miliardi ce ne vorrebbero almeno 400, che tale intervento farà aumentare il debito pubblico spagnolo del 10 per cento, non porterà nessun beneficio reale all’economia iberica, diretta verso una bancarotta lenta ed inevitabile. Anche qui vale, per le alte teste politiche e finanziarie dell’Unione Europea, l’ammonimento che dovrebbe essere fatto a Breivik nell’utilizzare i termini linguistici appropriati.

Per giustificare il loro appoggio al Governo Monti, Pd Pdl e Terzo Polo il concetto di ‘fatto necessario ed indispensabile’ lo utilizzano sempre e lo tirano in ballo costantemente, così come lo stesso Monti e molti dei suoi competentissimi ministri tecnici esponenti dell’alta borghesia illuminata del Paese hanno spesso parlato, preannunciando i loro provvedimenti, di scelte difficili ma necessarie per la salvezza del paese, per la riduzione dello spread, per riconquistare credibilità internazionale e per l’ingresso nel regno della gioia.

Ora, appare chiaro che qui di necessario l’unica cosa plausibile sia l’abolizione del suffragio universale, perché che ci siano state milioni di persone che hanno creduto che mettendo Monti si abbassasse lo spread, è una roba pateticamente allucinante e di una ridicolaggine assoluta. Tra l’altro, se 1) lo spread si e’ abbassato solo dopo i due interventi della Bce a dicembre e febbraio, 2) parallelamente agli interventi del Governo Monti la tendenza del differenziale è stata crescente e presto pari se non superiore agli standard del precedente governo, 3) il Governatore della Banca d’Italia Visco ha affermato che lo stato Italiano può reggere per due anni livelli di spread a quota 800, beh allora anche questo benedetto Governo Monti non era affatto necessario. Magari contingente si, ma necessario proprio no.

L’ultima cosa per freschezza spacciata per necessaria e’ il fiscal compact di recente approvazione parlamentare. Si tratta di un accordo europeo che rende più stretti i vincoli di bilancio, imponendo a tutti i paesi dell’eurozona in cui il rapporto debito/Pil superi il 60%, un rientro in 20 anni nei parametri previsti. L’Italia che ha un rapporto pari al 120% dovrà rientrare con il 3% annuo, circa 45 miliardi, pari a 900 miliardi di euro ventennali, che si andranno a sommare alle manovre finanziarie ed al pagamento degli interessi sul debito che attualmente ammontano a 80 miliardi all’anno. Anche tale provvedimento, secondo tutti i testi scientifici di economia descritto come portatore di effetti recessivi, simile a quelli adottabili in tempi di guerra e carestia quando una nazione ha come punti forti e fiori all’occhiello della propria esportazione le piattole e la dissenteria, e’ stato definito necessario da Monti e dalla maggioranza che lo sorregge, perché indispensabile all’ingresso dell’Italia nel regno della gioia. Di quale gioia ancora non si e’ capito.

Ora, siccome non sono persone pazze assassine come Breivik, e siccome fanno pure parte dell’alta borghesia aristocratica illuminata del paese e quindi capaci di maneggiare i termini linguistici nel loro significato reale, forse bastava dire un iperminimo di verità, e cioè che questi provvedimenti non sono affatto necessari ma al contrario funzionali ad un’unica contingenza rappresentata dal fatto che Monti serviva come uomo di garanzia per le ‘dinamiche’ finanziare che ci tengono per le palle ed a cui noi per ragioni di realpolitik dobbiamo appecorinarci perche’ cosi’ va il mondo ed i rapporti di forza sono questi. L’andazzo attuale consiste in una formale e definitiva stabilizzazione di questi rapporti di forza, con una zona forte e sviluppata tedesco-franco ed una necessariamente sottosviluppata, l’europa ‘meridionale’, meridionale per italico rimando (perché e’matematico che se ci sta lo sviluppo ci devono stare anche il sottosviluppo e le aree di sofferenza, un po’ come il bene ed il male, un po’come con l’unità d’Italia). Nei fatti questo è e questo sarà, iniziando un lentissimo e lungo cammino che ci porterà inevitabilmente verso la ripetizione su scala continentale dell’esperienza che la Jugoslavia visse negli anni ’90.

Soundtrack:’Cortez the killer’, Neil Young/Pearl Jam ( live Hasselt, Belgium 1995 )

Il parco del divertimento

in politica/società by

Ormai lo hanno captato anche da Marte che il peggior prodotto del berlusconismo è stato certamente l’antiberlusconismo. Ne ho la prima costatazione concreta la sera del 13 febbraio 2011 post-manifestazione “Se non ora quando’’ per la difesa della dignità delle donne, contro l’ ex Presidente del consiglio. Mi vedo con questa tipa politicamente impegnata, culturalmente solida con rispettabile titolo professionale annesso, sensibile ai problemi della comunita’e dall’impeccabile opportunità comportamentale, ipereccitata per la riuscita e la partecipazione, che mi rimprovera seccata perche’ non ci sono andato, perchè “Berlusconi e’ un immorale schifoso che non ha nessun rispetto per la moglie ed i figli ne per il concetto di famiglia, con questa considerazione delle donne come puttane oggetto mercificate e schiavizzate basata su un maschilismo bieco e squallido”. Mi racconta tutte queste cose, anche se poi mentre siamo parcheggiati zona Gianicolo comincia a dedicarsi al mio parco divertimenti proprio mentre parla al cellulare con il suo fidanzato scambiandosi parole dolci e rassicuranti. ‘’Berlusconi e’ un porco’’ dice, gioca e mi guarda con ghigno annesso.

Il giorno dopo i giornali pompano l’evento come testimonianza tangibile di un nuovo vento di cambiamento ed emancipazione che si sta sollevando dopo decenni di stagnazione e stasi collettiva, ma io non riesco a pensare ad altro se non al fatto che l’Italia non sara’mai un paese che conoscera’nemmeno un mero barlume del concetto di insorgenza, se mai al massimo una Babilonia di stranezze psichiche collettive irrisolte e senza via d’uscita. Ma va bene così, almeno ci si riesce a divertire ogni tanto.

Tra l’altro, quale complessa e psichedelica sostanza neuronale riesce a portare a dire al segretario del Pd che l’esempio per sua figlia debba essere la Fornero e non Belen? Con tutto il rispetto possibile per i soggetti in questione e per il lavoro che fanno, come puo’un uomo politico ex comunista progressista socialista europeo socialdemocratico di centrosinistra sinistracentro dire che per sua figlia sia migliore l’esempio di un ministro del welfare che partorisce una riforma del lavoro da tutti considerata inefficace e ridicola, afferma che il diritto al lavoro non esiste, propone delle leggi che peggiorano la vita e mettono in difficolta’psichica e materiale milioni di persone, toglie a tutti il sistema pensionistico retributivo tranne alla propria categoria professionale, lavora nella stessa università dove lavorano il marito e la figlia, rispetto ad una ragazza che fa l’ imprenditrice di se stessa attraverso la propria bellezza e personalità, che potranno certamente essere per molti discutibili e forieri di scetticismo, ma che non ha mai fatto niente di male a nessuno?

Ma va bene lo stesso così, almeno uno riesce a regolarsi, capisce con che gente rischia di avere a che fare.

Potremmo parlare anche di quelli del Partito di Repubblica e della Repubblica delle Idee, intellettuali, comici, saggisti, scienziati, quelli che combattono la mafia, quelli che ‘’se non ci fosse l’evasione fiscale etc etc’’, quelli che ‘’siamo gli eredi del partito d’azione ma purtroppo siamo strenua minoranza perche’se tutti fossero come noi etc etc’’, la parte migliore del paese insomma, quelli della pura moralità, privilegiati senza vergogna dalla condotta integerrima. Peccato però che nessuno di questi ha detto nulla in merito a quello che Flavio Briatore ha detto in radio durante la trasmissione di Piero Chiambretti, e cioè che ” l’editore di Repubblica paga le tasse in Svizzera ed è residente in Italia, e del suo direttore che, apprendo dai giornali, ha pagato parte della casa in nero”. E a me un po’di simpatia Briatore la fa, almeno ha vinto 7 mondiali di Formula 1.

Ma anche questo va bene, fa parte del gioco, in un paese che se lo prendi bene e’un gran parco del divertimento con dei nuclei psichici dominanti condizionati da un frustrato immaginario personale inattuato e da un ancestrale coito interrotto le cui cause ce le spiegheranno Francesco Guccini e Jovanotti, in un disco pop hip hop sul tema con testi di Umberto Eco, Antonio Pennacchi, Fabri Fibra, Margherita Hack, Ascanio Celestini e Marco Travaglio, sdoganato a Sanremo da Fabio Fazio su La7, tutti inflessibili, derisori e sommari contro il comandante Schettino.

Soundtrack: ‘The kiss’, The Cure

Il popolo è minorenne

in società by
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!

(Gian Maria Volontè, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970)

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Go to Top