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Reato di integralismo islamico for (very) dummies

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Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

L’Erasmus non c’entra niente. Piantiamola.

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La reazione alla morte delle studentesse in Erasmus mi lasciano stupefatto. Non perché non condivida il lutto di fronte alla morte di molte ragazze  giovanissime che tornavano da una festa. Dice: “Ma se fossero stati vecchini di ritorno all’ospizio ti sarebbe dispiaciuto di meno?”. Boh, non lo so, forse si, credo sia una reazione naturale piangere la vita di chi ha più vita da vivere, non so perché accade e non dico sia giusto ma spesso è così.

Mi lascia stupefatto però l’accanirsi dei media e del nostro egocentrismo generalizzato su questa tragedia. Non potendo trovare una lettura migliore, una di quelle che fa davvero vendere di più i giornali, come la pista criminale o terroristica, la tragedia viene declinata all’insegna dell’Erasmus.

E quindi giù le lacrime e il profondo coinvolgimento emotivo di quelli che hanno fatto l’Erasmus, che si sentono sconvolti perché sono loro i più toccati da questa vicenda. Capofila di questi, immancabile, Roberto Saviano che siccome ha fatto l’Erasmus si sente sconvolto dalla morte delle studentesse. A breve credo possiamo sperare in un intervento di Adinolfi o Langone che ci spiegano che se le ragazze fossero rimaste in casa a far figli, invece di andarsene in giro per l’Europa, sarebbero ancora vive.

Ora dico, possibile che nessuno chieda: “Ma cosa cazzo c’entra l’Erasmus?”. Sono morte in un incidente stradale di ritorno da una festa; poteva succedere in qualsiasi occasione e luogo: dalla gita sui castelli romani al ritorno da un rave party in una foresta austriaca, da un addio al nubilato a una tombola parrochiale. Cosa cazzo c’entra l’Erasmus? Perché uno che ha fatto l’Erasmus dovrebbe sentirsi più colpito?

Il problema è che non siamo abituati più a ricevere informazioni senza che le si racconti in un qualche story-telling, senza una ricostruzione mentale che connetta un qualunque evento, specialmente se tragico, a qualcosa che gli dia un significato più ampio, ci tocchi di persona, ci faccia sentire coinvolti. Stavolta non c’era il terrorismo, non c’era la criminalità, lo sport, la famiglia, non c’era un cazzo da dire, insomma, se non l’Erasmus. E via tutti allora a scrivere rimembrando la propria personale epopea dell’Erasmus.

È così, siamo ancora meno preparati che in passato alle tragedie senza senso, al fatto che, purtroppo, shit happens, e quindi siccome il vuoto di senso ci fa orrore, ci appropriamo di una tragedia altrui trasformandola nella Tragedia dell’Erasmus. Ma alla fine è solo story-tellying, e neppure tanto confortante.

Santé

 

 

Viaggiare: la prudenza non è una questione di sesso

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Sono alto un metro e 65 cm., ho un principio – chiamiamolo così – di pancetta, mi viene il fiatone a far due piani di scale e l’ultima volta che ho fatto a botte avevo tredici anni, alle medie. Insomma, non di certo un grande esempio di virilità, tantomeno un guerriero nato, e, proprio per questa ragione, tendo ad evitare situazioni di pericolo, potenzialmente violente, nelle quali avrei quasi sicuramente la peggio. Come direbbe un altro autore di questo blog, “la mia nonviolenza è uno stato di necessità piuttosto che una questione di principio”.

D’altra parte mi piace viaggiare, ho avuto la fortuna sin da giovanissimo di visitare mezzo mondo e tuttora, quando il tempo e il denaro me lo consentono, amo spendere il mio tempo libero con lo zaino in spalla e un paio di scarpe comode ai piedi. Negli anni ho però imparato che la prima virtù del buon viaggiatore è la prudenza, ovvero quell’atteggiamento di cosciente distacco da situazioni a te estranee che, proprio perché sconosciute, potrebbero costituire un eventuale pericolo. Il mondo, là fuori, non è di certo un giardino edenico pronto ad accogliere a braccia aperte il ricco viaggiatore occidentale solo perché equipaggiato di un bel sorriso e buone intenzioni. Al contrario, l’avere a che fare con realtà aliene spesso comporta un certo grado di rischio, tanto più se ci si ritrova in contesti dove la violenza fa parte della quotidianità.

Tutto ciò, assieme al dato concreto della mia scarsa statura, mi ha insegnato nel corso degli anni ad evitare viaggi, paesi o situazioni che potrebbero mettere a repentaglio la mia incolumità fisica. Più che vigliaccheria, preferisco pensarla come una forma di rispetto verso la mia persona e i miei cari, o come un’espressione di sano realismo nei confronti di un mondo sicuramente non prono ai voli pindarici dell’Europeo viziato e sognatore. Se si vuole davvero godere del viaggio, è necessario innanzitutto armarsi di buon senso.

Mi sembra dunque che tutte queste considerazioni – un po’ banalotte, in realtà – possano rivelarsi valide e utili per entrambi i sessi. Sebbene uomo, non mi concederei di certo il “lusso” di visitare (da solo o in compagnia) un quartiere povero di Caracas, il Sudan della guerra civile o le piantagioni di coca in Colombia – giusto per fare degli esempi stupidi. Eppure, la vulgata del politicamente corretto lamenta sempre più la presunta discriminazioni delle donne viaggiatrici, apparentemente impossibilitate a visitare certi paesi senza correre il rischio di venire ammazzate. È il caso, ma ce ne sono tanti, della studentessa paraguaiana e della sua lettera di protesta per una coppia di ragazze argentine uccise durante un viaggio in Ecuador. L’appello lanciato, già diventato virale, è quello di rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole, non importa la destinazione o il contesto socio-economico del caso: #ViajoSola.

Peccato però che l’Ecuador sia uno dei paesi a maggior rischio per i viaggiatori – di entrambi i sessi – e che presenti un tasso di criminalità decisamente elevato (trentaquattresima posizione su 117 paesi, non male). Senza contare il fatto che le due ragazze, rimaste senza soldi, avevano accettato ospitalità per la notte da due perfetti sconosciuti.

Ora, ditemi: pure la prudenza è una forma di discriminazione?

Quando i cattolici usano gli stessi argomenti degli abortisti

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Quando diciamo che qualcuno ha subito un danno in ragione di un certo evento, intendiamo dire: uno, che esiste un soggetto definito (o un insieme di soggetti definiti) al quale (ai quali) ci riferiamo; due, che la situazione del soggetto o dei soggetti in questione dopo il verificarsi di quell’evento peggiora rispetto alla precedente; e tre, che tra l’evento e il peggioramento della situazione del soggetto o dei soggetti esiste un preciso nesso causale.
Ciò premesso, soffermiamoci un attimo su quanto vanno dicendo i nostri amici contrari alla GPA (cioè Gestazione Per Altri, meglio nota come “utero in affitto”), secondo i quali tale pratica danneggerebbe i bambini.
In particolare, poniamoci la seguente domanda: quali bambini, con esattezza, verrebbero danneggiati? Oppure, quale insieme definito di bambini?
La risposta è molto semplice: non tutti i bambini, evidentemente, ma soltanto quelli che nasceranno in seguito a pratiche di gestazione per altri.
Ebbene, come dicevamo subire un danno in ragione di un certo evento significa peggiorare la propria condizione in seguito al verificarsi di quell’evento. Il che ci spinge a chiederci: qual è la condizione di quei bambini prima che la pratica di maternità surrogata abbia luogo?
Se è vero, com’è sicuramente vero, che ogni singolo concepimento scaturisce da un unico e irripetibile incontro tra gameti (non importa se realizzato “naturalmente” o attraverso tecniche più o meno “artificiali”), si deve convenire sul fatto che la condizione di quei bambini prima che la pratica in questione venga messa in atto sia quella di non esistere.
La questione, quindi, non è che in assenza della pratica di utero in affitto quei bambini avrebbero una vita diversa, migliore e più felice: ma semplicemente che essi non vedrebbero mai la luce, o per meglio dire non sarebbero mai neppure concepiti.
Il che, anche volendo superare la contraddizione logica implicita nel dover misurare l’entità di un “danno” valutando la condizione precedente al danno stesso in capo a un soggetto che non esiste, ci conduce a una conclusione abbastanza disorientante: secondo i nostri amici cattolici è preferibile non essere mai concepiti che venire al mondo attraverso un’operazione di maternità surrogata.
Questo, in estrema sintesi, sarebbe il danno: non essere meno sereni, avere uno sviluppo più problematico, sperimentare una crescita più difficoltosa.
Il danno sarebbe semplicemente quello di nascere.
Il che è davvero curioso, anche perché in genere sono loro, non noi, che vanno in giro a sbraitare che i bimbi devono nascere sempre e comunque, indipendentemente dal fatto che siano frutto di uno stupro o siano destinati alla miseria o soffrano di malformazioni o patologie gravissime. Sono loro, che quando sentono dire da qualcuno “per quel bambino sarebbe meglio non nascere” si fanno venire le convulsioni. Sono loro che colpevolizzano chiunque si permetta di mettere in discussione, non importa con quale argomento, il supremo e assoluto valore della vita.
Stavolta no.
Stavolta, evidentemente, è lecito utilizzare il più avversato argomento degli abortisti: per quei bambini è meglio non esistere affatto che vivere così.
La questione, quindi, si sposta sul piano dei cosiddetti “valori assoluti” a quello delle valutazioni soggettive, dei giudizi di merito, delle misurazioni quantitative: meglio nascere con la sindrome di Turner che non nascere affatto, ma meglio non nascere affatto che essere il figlio di Vendola.
Siamo caduti un tantino in basso, o sbaglio?

Il rapporto tra stepchild adoption e utero in affitto è una cazzata

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Quindi, a quanto pare, la tiritera è questa: bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata”, o se preferite al cosiddetto “utero in affitto”.
Tuttavia, come ogni tiritera che si rispetti, anche questa si caratterizza per una sorta di efficacia “mantrica”: nel senso che più la si ripete, meno il suo contenuto viene affrontato in modo critico, come normalmente si fa per verificare se quanto ci viene detto sia ragionevole o se si tratti, per dirla alla francese, di una cazzata.
Ebbene, facciamo un esperimento. Cerchiamo di superare l’effetto ipnotico del mantra e domandarci: la tiritera secondo la quale bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata” è ragionevole, oppure è una cazzata?

La stepchild adoption, lo ricordo ai più distratti, è la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Una volta introdotta tale possibilità anche per le coppie omosessuali, abbaiano i fondamentalisti, quelli faranno così: uno dei due se ne andrà all’estero a “comprare” un bambino utilizzando un “utero in affitto”, poi tornerà in Italia, il suo compagno o la sua compagna accederà alla stepchild adoption, ed ecco confezionata una bella “famigliola gay” in men che non si dica.

Ora, io non voglio addentrarmi nel dibattito sulla liceità della maternità surrogata (cosa che magari farò un’altra volta). Mi interessa esclusivamente analizzare il supposto passaggio logico secondo il quale tale pratica verrebbe enormemente incentivata dalla stepchild adoption, cosa che mi pare si possa fare ponendosi una semplice domanda: è ragionevole ipotizzare che il desiderio di una coppia omosessuale di allevare un bambino si attivi selettivamente soltanto se entrambi i suoi componenti potranno “adottarlo”?

Ecco, a me pare proprio di no. Voglio dire: cosa impedisce, allo stato attuale, che uno vada da qualche parte per fare un figlio con l’utero in affitto, quindi torni a casa e lo allevi col suo compagno o con la sua compagna anche se quest’ultimo/a non potrà adottarlo? Né mi pare credibile l’idea che due persone che stanno insieme e si amano diventino improvvisamente desiderose di un figlio soltanto dopo la paventata introduzione della stepchild adoption, mentre prima non ci pensavano proprio.
Per carità, dopo l’introduzione della legge un aumento minimo potrà pure esserci: ma, ragionevolmente parlando, non tale da procurare tutto questo allarme. Non tale da far gridare al disastro incombente. Non tale, come ho la sensazione che si stia cercando di fare, da spostare tutta l’attenzione sull’utero in affitto e distoglierla da quella che mi pare la questione vera: che, alla fine della fiera, rimane la suddetta “famigliola gay”.

Il nesso logico tra stepchild adoption e maternità surrogata, insomma, a occhio e croce mi pare una cazzata fatta e finita: tuttavia molto utile, ove ripetuta a martello (cosa che i nostri amici fanno con ammirevole puntualità) a fabbricare la solita associazione di idee priva di senso ai danni degli omosessuali; un po’ come per anni si è fatto (e in taluni casi si continua a fare: chiedere a Sallusti per informazioni) associando l’immagine dei gay a quella dei pedofili, dei pervertiti, dei maniaci.

Quindi, ricapitolando: vi fa incazzare la “famigliola gay”? Vi urta i nervi? La trovate ripugnante? Be’, se così è giocate lealmente, limitatevi a dire quello e fatevi carico, com’è giusto che sia, delle obiezioni che vi verranno poste rispetto a questo (singolare, ma legittimo) punto di vista.
Però, per cortesia, non tirate in ballo presunte e non meglio identificate conseguenze catastrofiche che non stanno né in cielo né in terra: non blaterate che la stepchild adoption farà schizzare alle stelle gli affitti degli uteri, aumenterà il riscaldamento globale, farà crollare le quotazioni dell’euro.

Quelle, se la logica vale ancora qualcosa, sono cazzate.

Schizzetti

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Dopodiché, tra tutte le cose che non capisco nel dibattito che infuria in questi giorni, ce n’è una che capisco ancora meno delle altre.
In quale mondo, in base a quale logica, secondo quale dio la filiazione “naturale” dovrebbe essere più “responsabile”, e quindi più affidabile nella prospettiva dell’educazione, rispetto a quella “artificiale” o all’adozione?
Per figliare “naturalmente”, lo ricordo ai disattenti, è sufficiente infoiarsi cinque minuti, prendere il pisello, infilarlo nella patonza di una altrettanto infoiata e poi distrarsi qualche secondo mentre dal suddetto pisello viene fuori uno schizzetto appiccicoso. Nient’altro.
Badate: non sto certo sostenendo che chiunque si riproduca in modo “naturale” lo faccia sistematicamente con tanta superficialità; dico, però, che anche farlo in quel modo è più che sufficiente per ottenere un figlio, o per meglio dire quello che i nostri amici tradizionalisti chiamano eufemisticamente un “dono”.
Ebbene, converrete con me che adottare un figlio, o concepirne uno “in provetta”, implica necessariamente una disposizione d’animo diversa: giacché per portare a termine la procedura, a prescindere dal sesso di chi la promuove, occorre per forza di cose una riflessione, una consapevolezza e di conseguenza una responsabilità che sono -per definizione- incomparabilmente superiori rispetto a un eventuale -ma possibile, possibilissimo- “schizzetto distratto”.
Ecco, quanto precede dovrebbe essere sufficiente a stabilire un punto: la filiazione “artificiale” e l’adozione sono necessariamente frutto di una scelta, la filiazione “naturale” no.
E voi, potendo scegliere, a chi lo affidereste un bambino: a una coppia che -indipendentemente dal sesso dei suoi componenti- lo ha senz’altro scelto, oppure a una che potrebbe esserselo ritrovato tra i piedi come semplice esito di una mezzoretta libidinosa?
Qualcuno, già me lo immagino, potrebbe eccepire: e allora? Cosa vuoi fare, regolamentare per legge l’attenzione nel momento degli schizzetti?
Ovviamente no. Anche perché, con ogni evidenza, sarebbe un’ambizione obiettivamente irrealizzabile.
Vorrei, molto più semplicemente, che gli ultras della “procreazione naturale” si astenessero dalla speciosa operazione di criminalizzare le intenzioni degli altri ribaltando su di loro le proprie magagne.
Se ci sono genitori della cui affidabilità sarebbe lecito dubitare, quelli sono proprio loro.

Reato di clandestinità for dummies

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Siccome qualcuno, nonostante tutto, fa ancora finta di non capire, mi corre l’obbligo di tentare con la consueta spiegazione a prova di scemo. O, più probabilmente, a prova di chi fa finta di esserlo.

  1. Yakubu arriva clandestinamente in Italia dalla Nigeria, luogo nel quale si puzza dalla fame, allo scopo non marginale di provare a sopravvivere;
  2. Yakubu, dopo un calvario del quale in questa sede non dirò, viene avvicinato da Pasquale, il quale gli propone di lavorare alla raccolta dei pomodori in cambio di una paga da fame e senza alcuna prospettiva di regolarizzazione;
  3. Yakubu, suo malgrado, accetta: primo perché crepare di stenti non piace a nessuno, secondo perché un lavoro onesto, ancorché sottopagato, è sempre meno pericoloso che delinquere, e terzo perché è un clandestino, ragion per cui storcere il naso è un lusso che non si può permettere;
  4. dopo qualche settimana Yakubu fa mente locale, e si rende conto non soltanto che la vita toccatagli in sorte dopo l’arrivo in Italia non è poi questo granché, ma anche (e soprattutto) che su tale vita di merda c’è qualcun altro che sta lucrando allegramente;
  5. perciò Yakubu si reca da Pasquale e gli chiede gentilmente di essere messo in regola: sia allo scopo di portare la sua paga da fame a un livello perlomeno dignitoso, sia per avere (giacché lavora) un permesso di soggiorno e smettere di campare in una condizione in cui se lo ferma una guardia viene rispedito dritto dritto in Nigeria;
  6. Pasquale prima si fa una bella risata, e poi invita Yakubu a smetterla di scassare la minchia, avvertendolo che in caso contrario provvederà egli stesso a fare in modo che le guardie lo trovino;
  7. a questo punto Yakubu può scegliere: o restarsene (da clandestino) a raccogliere i pomodori per una paga da fame, oppure intraprendere (sempre da clandestino) una carriera criminale qualsiasi, nella speranza di mettersi in tasca qualche euro in più.

Ciò che emerge da quanto precede non lascia spazio a molti dubbi: il reato di clandestinità (come del resto era ampiamente prevedibile fin dalla sua introduzione) ha l’unico effetto di consolidare la clandestinità che in teoria dovrebbe combattere, anche quando ci sarebbero tutte le condizioni per farla venir meno, oltre a produrre, in un numero non trascurabile di casi, comportamenti delittuosi.
Questo, unitamente alla consapevolezza (numerica, e quindi difficilmente controvertibile) che l’introduzione detto reato non ha minimamente diminuito il flusso di migranti che arrivano nel nostro paese, dovrebbe essere più che sufficiente per dichiarare il reato stesso un fallimento completo, e pertanto dovrebbe condurre senza ulteriori indugi alla sua abrogazione indipendentemente dalla presunta “percezione” che ne avrebbe “la gente”: posto che le persone, com’è noto, sono molto meno sceme di quanto si voglia far credere, a patto che si spieghino loro le cose in modo razionale.
Voi che ne dite, si tratta di buonismo o semplicemente di logica?

Once upon a time in Rome

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Nel narcisismo esasperato di Marino c’è, bisogna ammetterlo, una certa dose di eroismo. E gli eroi, si sa, sono per loro stessa natura degli idioti.

Come un Giapponese sull’atollo sperduto in attesa degli Yankee a guerra finita, al pari un Dodo ostinato che non vuole cedere alle fauci dell’estinzione, il Nostro ha voluto allungare un piedino sul baratro e tastare il terreno, per poi ritirarlo subito dopo. Un superuomo nietzschiano traballante, esempio di ostinazione disperata e assolutamente autoreferenziale. Come se tutto questo avesse un senso…anzi, forse un senso c’è: il piacere stesso della futilità.

Nella logica mercenaria della politica italiana, il gesto di Marino ha il gusto romantico dell’onore d’antan, quell’epica imbecille perfettamente raccontata da Ridley Scott ne I duellanti: uno scontro senza fine in cui la figura dell’antagonista si fonde completamente con quella del personaggio principale, tanto quello che davvero conta è il delirio guerriero in sé, l’affermazione dell’ego sull’ego stesso.

Il balletto è parte integrante di questa poetica: non ci può essere un assalto finale, suicida, se prima non ha luogo una ritirata parziale. L’eroe china la testa, esita persino, prima di gettarsi in una mischia il cui unico risultato non può essere altro che la disfatta totale. Il cliché in questo modo è rispettato, e per un attimo anche la più delirante delle insensatezze assume i toni e le sfumature della grandeur postuma: Roma deve bruciare affinché Nerone venga ricordato.

Quel che rimane sono ovviamente solo ceneri, d’altronde è su polvere e resti fossili che certe azioni si fondano. Achille, cretino supremo, cerca la morte gloriosa in battaglia pur sapendo che la sua anima marcirà nell’Ade esattamente come quella dell’ultimo degli Achei: la cocciutaggine eroica è figlia di se stessa, gli ideali tutt’al più vengono dopo, in un secondo momento, per giustificare a posteriori decisioni che erano state prese da tempo.

In tutto ciò, Marino ha perso qualsiasi credibilità politica nel momento stesso in cui si è deciso a entrare nella dimensione incerta della narrativa. Continueremo a parlare di lui e il suo nome sarà sulla bocca di tutti, ma quello che ora rimane non è più una persona reale, un individuo concreto dall’indubitabile spessore istituzionale (se non altro per il ruolo che ricopre), bensì un semplice personaggio, una marionetta avviluppatasi inconsapevolmente nei propri fili.

E come per tutti i personaggi, ce lo ricorda il poeta Nazim Hikmet, l’obbligo dell’azione viene ben prima del significato delle scelte intraprese: “non c’è niente da fare, Don Chisciotte,/niente da fare/è necessario battersi/contro i mulini a vento.”

Erri De Luca e i piccoli libertari a corrente alternata

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La vicenda di Erri De Luca, della quale in sé e per sé mi interessa poco o niente, dimostra ancora una volta (semmai ce ne fosse bisogno) che dalle nostre parti tante, troppe persone sono del tutto incapaci di distinguere tra questioni di principio, e quindi di metodo, e valutazioni di merito.
Nel merito, naturalmente, ciascuno è libero di pensarla come gli pare sulla TAV, sul sabotaggio della stessa e sull’incitazione da parte di chiunque, intellettuale o non intellettuale, a compiere quel sabotaggio.
Metterla sul piano della “libertà d’espressione”, tuttavia, se da un lato aiuta senz’altro a darsi un tono, dall’altro sposta decisamente la questione sul piano del metodo: e quindi, inevitabilmente, implica la necessità di sostenerlo, quel tono, formulando un concetto di ordine generale che non può valere soltanto per chi ci è simpatico.
Mi spiego.
Se uno è convinto che la tutela della libertà d’espressione individuale, anche qualora qualcuno la usi per dichiarare pubblicamente che a suo modo di vedere determinati atti contrari alla legge sono legittimi, debba prevalere sulla necessità di evitare che chi ascolta quell’opinione venga istigato a compiere gli atti in questione, dovrebbe esserne convinto sempre: chiunque sia il soggetto interessato e quale che sia l’argomento di cui si parla; e non, come mi pare accada fin troppo spesso, a corrente alternata, a seconda di quanto è d’accordo con l’opinione espressa o di quanto stima il suo autore.
Insomma, se la libertà d’espressione deve valere, allora deve valere per tutti allo stesso modo, che piaccia o no la direzione nella quale viene esercitata: altrimenti, ne converrete, il principio diventa arbitrario, e l’arbitrarietà non è una prerogativa granché compatibile con quello che si definisce “stato di diritto”.
Io, da parte mia, non sono per niente d’accordo con l’idea che sabotare la TAV sia un atto legittimo; mi rallegra, tuttavia, il fatto che Erri De Luca, il quale evidentemente la pensa in modo diverso da me, non sia stato condannato per averlo detto. Così come mi rallegrerebbe che chiunque, in circostanze analoghe, ricevesse lo stesso trattamento: anche nel caso in cui esprimesse opinioni razziste, fasciste, omofobe, tanto per mettere in fila alcuni tra i punti di vista che personalmente trovo più ripugnanti.
Dopodiché, ci mancherebbe, è legittimo che la si pensi diversamente. E’ legittimo, come dire, ritenere che la facoltà di esprimersi debba essere concessa soltanto ad alcuni e preclusa ad altri, perfino sulla base di criteri esclusivamente di parte: così come è legittimo inneggiare al reato d’opinione solo quando l’opinione non coincide con la propria.
E’ legittimo, insomma, pensare che i libertari siano dei coglioni.
In questo caso, però, sarebbe opportuno avere perlomeno la decenza di dichiararsi per quello che si è, rivendicando la propria viscerale partigianeria ed evitando di scomodare, per non dire di usurpare, il concetto di “libertà d’espressione”.
Non siate ingordi: lasciate almeno quello, ai coglioni come noi.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Generatore automatico di nuovi modi per pagare il canone RAI

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuovi modi di pagare il canone RAI

L'acconto con una maggiorazione sugli ingressi negli stabilimenti balneari, il saldo attraverso un incremento sulla pizza a taglio in confezione da asporto e un conguaglio a dicembre con una percentuale sull'acquisto di moffole e berretti con paraorecchie.

Come si vive, nei campi che ho fatto anch’io?

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Io ci sono stato, a Castel Romano: 42mila metri quadri di campo situato a più di 30 chilometri dal centro di Roma, con la fermata del bus più vicina a 4 chilometri di distanza, in parte senza energia elettrica, dotato come da copione di mondezza assortita ammucchiata in ogni dove e perfino di cinghiali che grufolano in giro, vicino alle persone. Il più grande insediamento “istituzionale” d’Europa.
Ebbene, sta di fatto che il campo rom (o per dirla come la dicono loro il “Villaggio della Solidarietà”) di Castel Romano è stato progettato e inaugurato nel 2005, dalla Giunta Veltroni.
Lo stesso Veltroni, a quanto mi risulta, che in una scena particolarmente “toccante” della sua ultima fatica cinematografica, “I bambini sanno”, chiede (con voce grave e commossa) a un bimbo rom come si viva in un posto del genere (riferendosi evidentemente a un campo, che non è dato sapere se sia quello di Castel Romano oppure un altro, ma evidentemente ai fini del ragionamento fa lo stesso), e se non sarebbe più felice di abitare in una casa vera (domanda peraltro molto acuta, un po’ come chiedere a uno costretto a mangiare cibo per cani se non preferirebbe, magari, dell’aragosta).
Ora, sui campi rom possiamo legittimamente pensarla in modo diverso: ma comunque la si veda, ne converrete, è un po’ singolare (e almeno altrettanto fastidioso) che uno che ha creduto in quel modello, al punto da adottarlo nella città che amministrava, qualche anno dopo ne denunci gli esiti degradati e degradanti attraverso la trovata da libro Cuore dell’intervista a un bambino.
Singolare e fastidioso. Ma anche drammaticamente emblematico di una classe dirigente che ha perpetuato scelte catastrofiche per decenni, alla faccia di chi già allora si permetteva di rilevare sommessamente che quelle scelte avrebbero condotto a conseguenze sempre più disastrose, e che a distanza di neanche troppo tempo finisce miracolosamente per non pagarne le conseguenze neppure a livello mediatico, arrivando addirittura al paradosso di collocarsi nell’area “di opinione” di quelli che dissentono, si rattristano, non sono d’accordo.
Responsabilità, si chiama, e di quando in quando sarebbe il caso di adoperarla. Magari, dico per dire, prendendosi la briga di fare la domanda giusta: tu che dici, bambino, ho fatto una cazzata a credere che posti di merda come quello in cui sei costretto a vivere fossero plausibili, immaginabili, concepibili nella città che governavo?
Come si dice: basterebbe poco, ma quel poco è tutto.

Perché è giusto che i parenti delle vittime non contino niente

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Tanto tempo fa, quando dalle nostre parti la “civiltà” era in una fase molto arretrata, succedeva più o meno questo: Tizio ammazzava Caio, la famiglia di Caio ammazzava Tizio, la famiglia di Tizio ne ammazzava un paio della famiglia di Caio e così via, all’infinito; oppure, per partire da fatti un tantino meno gravi, Tizio rubava una cosa a Caio, Caio e la sua famiglia davano una bella ripassata a Tizio, Tizio e la sua famiglia si presentavano con le mazze dalle parti della famiglia di Caio e bastonavano qua e là, due o tre della famiglia di Caio stupravano la cugina di Tizio, il marito della cugina di Tizio ammazzava i violentatori e così via, di nuovo all’infinito.
Andava così, grosso modo: e da qualche parte del mondo, come sappiamo tutti, va così ancora oggi.
In effetti uno degli scopi per cui si è sviluppata la legge, e con la legge lo stato di diritto, è proprio questo: sottrarre chi ha commesso qualche reato alla furia di chi quel reato lo ha subito, e della sua famiglia nel caso del reato più grave, cioè l’omicidio.
Sottrarglielo, proprio: letteralmente, levarglielo dalle mani, onde evitare che la giustizia continuasse a trasformarsi in vendetta e che la vendetta producesse una scia di sangue lunga da fare tre volte il giro del pianeta.
Mi viene da pensare questo, quando sento dire in giro che chi ha commesso un reato (per grave che esso sia, nonostante abbia scontato interamente la condanna comminatagli da un giudice in base alla legge e malgrado il fatto che sia completamente recuperato alla convivenza civile) dovrebbe astenersi dall’assumere certi incarichi, essere ostacolato nel processo di ricostruzione della propria esistenza o comunque scontare un “supplemento” di pena variamente e fantasiosamente concepito, in nome di un non meglio precisato “riguardo” nei confronti dei familiari delle vittima di quel reato; che dovrebbe essere la famiglia della vittima ad avere “l’ultima parola” sul suo destino.
Mi viene da pensare questo, anche se si tratta di una posizione molto impopolare e inevitabilmente destinata a scontare i soliti adagi del tipo: bravo, parli facile, ma se fossi tu il padre o il marito o il figlio dell’ucciso, della stuprata, del malmenato?
Onestamente non lo so. Non lo so davvero. Insomma, bisogna passarci dentro per rendersi conto. Magari, lo dico per amor di discussione, sarei assetato di vendetta peggio del giustiziere della notte e schiumerei rabbia, adoperandomi con tutte le mie forze affinché chi ha commesso quei delitti, recuperato o non recuperato, avesse una vita di merda fino all’ultimo dei suoi giorni.
Magari, chissà, andrebbe così.
E per fortuna ci sarebbe la legge, a mettermi nelle condizioni di non nuocere.
Per fortuna: perché da queste parti vige lo stato di diritto, non le faide tribali di qualche millennio fa.

Generatore automatico di perifrasi per le unioni civili

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove perifrasi per le unioni civili

Agglomerazioni salivali analogiche.

La fantasmagorica puttanata dei “migranti economici”

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La domanda è una domanda semplice, ed è più o meno questa: date le premesse che spingono (o dovrebbero spingere) i paesi economicamente “sviluppati” all’accoglienza dei migranti, esiste un motivo ragionevole per cui riteniamo che chi scappa dalla guerra, da una calamità naturale o da un regime illiberale debba essere accolto, e invece chi fugge dalla fame, dalla miseria e dalla disperazione no?
Voglio dire: la disgrazia di dover condurre un’esistenza segnata dalla povertà è oggettivamente meno drammatica, e quindi meno meritevole di tutela, rispetto a quella consistente nella persecuzione politica o nei bombardamenti?
Onestamente, a me non sembra.
Eppure, come tutti ben sappiamo, attualmente la distinzione esiste, ed è una distinzione tutt’altro che marginale: se è vero, come purtroppo è vero, che da essa discende la cospicua differenza di trattamento che passa tra l’accoglienza da un lato e i cosiddetti “respingimenti” dall’altro.
Sul piano lessicale abbiamo risolto questa ingiustificata disparità inventando la locuzione “migranti economici”: una formula, ne converrete, alquanto blanda, che sembra essere stata concepita apposta per neutralizzare e normalizzare i contorni di un fenomeno che nella realtà non è affatto meno grave e meno penoso degli altri.
Così gli affamati, i denutriti, i disperati che arrivano dalle nostre parti per non crepare di stenti, di miseria e di malattie, sono diventati semplicemente “migranti economici”, pronti per essere metabolizzati dal cosiddetto immaginario collettivo come una massa di rompicoglioni che si possono rispedire al mittente senza troppe manfrine, con buona pace delle coscienze di tutti.
La realtà, quella vera, è che si tratta di una distinzione giuridicamente fondata, in nome delle convenzioni internazionali che proteggono i rifugiati, ma nella sostanza assai povera di nesso logico, che declinata come la stiamo declinando finisce per assumere le spaventose sembianze dell’arbitrarietà: un po’ come se un giorno o l’altro decidessimo di accogliere solo gli immigrati che superano un certo peso e di rispedire a casa tutti gli altri, dopo averli graziosamente battezzati “migranti leggeri”.
Dietro quella  distinzione si nasconde un concetto di accoglienza ipocrita e peloso, che si barrica dietro il paravento degli accordi tra stati in modo meschino, dimostrando nei fatti di aver completamente smarrito le ragioni per cui le società avanzate ne hanno concepito l’esistenza e teorizzato la necessità; un concetto distorto e monco, il cui unico spirito autentico consiste ormai nella frenesia difensiva di demoltiplicare, ridurre i numeri, escludere.
Di questo passo, prima o poi, finiremo inevitabilmente per pulirci il culo anche con la convenzione di Ginevra.
È solo questione di tempo, e di inventare qualche parola nuova di zecca per poterci dimenticare pure quella. 

Dove sono i complottisti quando si parla dei rom?

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A me, e credo non solo a me, pare che di questi tempi ci sia in giro una formidabile propensione al complottismo, che in alcune circostanze sembra essere diventata perfino un bisogno: a cominciare dall’allunaggio del ’69 e dall’11 settembre, passando per i vaccini e per l’AIDS, fino ad arrivare ai microchip, alle scie chimiche, ai segni nei campi di grano, ai piedi neri e chi più ne ha più ne metta.
Imperversa, insomma, una sorprendente e diffusa disponibilità a prendere per buone ricostruzioni dei fatti fondate su indizi opachi, argomentazioni oscure e prove contorte, a lasciar passare come se niente fosse vistose tautologie e marchiani vizi logici, a far finta di non vedere lacune di pensiero e di documentazione macroscopiche, pur di poter pronunciare almeno una volta la frase che ormai è diventata un mantra, prima ancora che uno slogan: tutto quello che sai è falso.
La cosa curiosa, però, è che quando una volta tanto il “complotto” si manifesta in modo evidente, ragionevole e direi quasi inconfutabile, si tende quasi sempre a rifiutarsi di vederlo: come se la condizione necessaria per rendere una cospirazione interessante non fosse tanto la sua effettiva sussistenza, quanto la fantasiosità degli elementi che la sostengono.
Prendete i rom, ad esempio.
I rom in Italia sono circa 170mila: vale a dire, grosso modo, lo 0,25% della popolazione. Cioè un manipolo di individui numericamente insignificante rispetto al totale: un numero che statisticamente parlando quasi non esiste.
Eppure ci fanno credere da decenni che questa manciata di persone, che tra l’altro non sono né potenti, né ricche, né proprietarie di chissà quali tecnologie all’avanguardia, ma perlopiù malmesse e disgraziate ben oltre i limiti della miseria e dell’indigenza, sia capace di tenere in scacco la sicurezza di un paese intero, al punto da poter essere etichettata addirittura come “emergenza”.
Dite la verità: a voi questo non pare singolare? Sì, dico a voi, che avete fatto dello scetticismo una specie di religione, che prestate orecchio alle teorie più astruse, che dubitate perfino dei vostri familiari più stretti mettendo in conto l’idea che possano essere stati sostituiti da extraterrestri o da infiltrati rettiliani. Non vi suona un tantino strano?
Evidentemente no.
Forse, tiro a indovinare, perché in questo caso le motivazioni della “cospirazione” non sono romanzesche e avvincenti come quelle che sembrano appassionarvi tanto: niente consorterie segrete che dominano il mondo, niente congiure planetarie ordite da personaggi misteriosi, niente laboratori sotterranei, niente piani diabolici, niente fantomatici scienziati.
Banalmente, una politica affamata di consenso, un sistema dell’informazione asservito a quella politica e il cortocircuito che ne scaturisce: i rom, che in realtà sono quattro gatti, diventano strumenti utilissimi a rastrellare voti sia per chi ne agita la pericolosità come se si trattasse di una specie di letale esercito fantasma, sia per chi gli si contrappone con motivazioni apparentemente opposte ma di fatto inefficaci.
Come se non bastasse, i risultati di questo “complotto” non sono collocati nella sfera dello sconosciuto o dell’immaginifico, ma sono proprio davanti ai nostri occhi, al punto che abbiamo potuto vederne tutti i risvolti concreti: mafia capitale, le intercettazioni, i fiumi di denaro pubblico che sono finiti nelle tasche di politici, faccendieri, titolari di cooperative, intermediari e papponi assortiti. Voglio dire: è un “complotto” che si spiega con ragioni pratiche, tangibili, documentate.
Niente.
Nonostante tutto, al contrario delle altre, questa “cospirazione” vi rifiutate di vederla.
Forse, come dicevo, perché è sostenuta da una cosa che si chiama realtà: e la realtà, come tutti sanno, è molto più noiosa della fiction.
No, dico, vogliamo mettere con le scie chimiche?

Uomini e tori

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Non sono animalista, non me ne frega un cazzo dei macachi usati come cavie nei laboratori e uno dei momenti più eccitanti della mia vita degli ultimi mesi è stato il Pork Factor di Concordia, regina di tutte le sagre del maiale in Emilia-Romagna.

Però ogni anno, nel corso della seconda settimana di luglio, tifo per il toro. Tifo per il toro perché sono un darwinista convinto, credo nel miglioramento della specie per mezzo della soluzione naturale, godo tantissimo quando il ghepardo afferra la gazzella azzoppata nei documentari così come godo nel vedere i tori incornare a morte quei cretini che ogni anno partecipano alla fiera di San Firmino a Pamplona.

La stupidità ha un prezzo, DEVE avere un prezzo, se vogliamo migliorare come specie. E allora che soccombano tutti quei deficienti che ogni anno sfidano il destino tra risa e lazzi di fronte ad animali, indovinate un po’, frutto di secoli di selezione e riproduzione controllata per avere corna più appuntite, arti più muscolosi e un carattere a dir poco irascibile. Macchine da morte create dagli esseri umani per seminare morte e distruzione tra gli umani stessi, nel divertimento collettivo: non è anche questo un altro sintomo di stupidità suicida? O è forse stata una scelta oculata di pochi illuminati che hanno capito, in un passato non troppo remoto, come dare un mano alla Natura per sbarazzarsi di individui geneticamente ingombranti?

E non si parli di tragedia, per carità. Parlare di tragedia per gente che muore facendosi inseguire da creature di più di una tonnellata di peso è come piangere per quei cretini multimilionari – ma pur sempre cretini – che si sfracellano su una moto viaggiante a 300 km/h per il piacere del popolino affamato di velocità e lacrime facili.

Allora forza toro, simbolo della barbarie più estrema e al tempo stesso unico antidoto per una civiltà figlia e vittima della propria stupidità. Ci estingueremo per auto-asfissia o verremo salvati da una bella incornata?

Viva il toro. E vaffanculo Ernest Hemingway.

Andare al Family Day e lamentarsi per i cristiani in Siria

in società by

In buona sostanza è accaduto questo: sabato scorso un numero imprecisato di persone (c’è chi dice addirittura un milione) si è dato convegno a Roma, in Piazza San Giovanni, per sancire il principio in base al quale prima di consentire ad alcuni individui di fare qualcosa che riguarda esclusivamente se stessi occorrerebbe procedere al computo numerico di coloro che quella cosa, per se stessi, non la farebbero, e una volta completato il conteggio decidere se concedere ai primi il permesso richiesto sulla base della numerosità dei secondi.
Questo, a quanto pare, è il concetto che ha ispirato il “Family Day”: poiché la cosiddetta “famiglia tradizionale” è maggioritaria, al punto da poter essere considerata un elemento culturale fondante del nostro paese, ad essa (o meglio, ad una porzione imprecisata, ancorché consistente, di coloro che la incarnano) deve essere concessa l’ultima parola sulla possibilità di introdurre nell’ordinamento modelli di famiglia ad essa alternativi; di tal che, di fronte ad un loro diniego, le istituzioni dovrebbero regolarsi di conseguenza e ritirare senza indugio eventuali progetti legislativi “non conformi”, sulla scorta della considerazione che assecondarli equivarrebbe a danneggiare le “radici culturali” del nostro paese.
Diciamoci la verità: è un principio interessantissimo.
Al punto che verrebbe da domandarsi, tanto per fare un esempio, se ed in quale misura esso sia diverso da quello in gran voga in certi paesi nei quali è diffusa in misura maggioritaria l’adesione ad una religione diversa dal cristianesimo, i cui governi, con l’entusiastico appoggio dei cittadini, hanno l’allegra abitudine di prendersela coi cristiani, sostenendo che concedere loro la possibilità di professare liberamente il credo che si sono scelti mina alle fondamenta la cultura di quel paese, mettendone in serio pericolo l’identità; e dopo essersi risposti che effettivamente si tratta del medesimo principio prendere un attimo da parte gli amici del Family Day e chiedere loro se si rendano conto che con le loro manifestazioni di oceanica protesta stanno legittimando l’atteggiamento contro cui loro stessi si scagliano, una volta riposti i passeggini da manifestazione e tornati alla vita di tutti i giorni, quando leggono sul giornale che in Siria i loro colleghi di religione se la passano male semplicemente perché sono meno degli altri e non si conformano alle loro “radici culturali”.
Ecco, solo questo: domandarglielo.
E poi restarsene là, in silenzio, a goderseli mentre balbettano qualcosa. Aspettando una risposta che non verrà.

Gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola

in giornalismo/internet/società by

Amici, vi vedo caldi con ‘sta cosa di Eco che internet avrebbe “dato diritto di parola agli imbecilli“. Mi corre però l’obbligo di farvi notare che, in realtà, gli imbecilli il diritto di parola lo hanno sempre avuto; normalmente,anzi, questo diritto viene messo in discussione per chi dice qualcosa di intelligente e soprattutto insolito, mentre la caratteristica dell’imbecille è tipicamente quella di dire qualcosa che corrisponde al peggior “senso comune” della GGENTE, ritenendosi allo stesso tempo portatore di una visione scomoda e anticonformista.

Internet, i social cui si riferiva principalmente Eco, ma anche, ad esempio, i commenti agli articoli dei giornali online o dei blog, e i blog stessi, ovviamente, fanno solo da megafono a questa legione di imbecilli e, siccome l’imbecillità è una malattia contagiosa, specie se travestita da improbabile anticonformismo, quello che internet fa è semplicemente aumentare la virulenza dell’imbecillità, trasformando le legioni in eserciti.

Non bisogna però confondere gli effetti con le cause, come del resto direbbe lo stesso Eco. La prima causa dell’imbecillità sono gli imbecilli, non internet, come avrebbe potuto facilmente spiegarvi Joseph Goebbels, un imbecille che ha contagiato milioni di persone molto prima che internet fosse anche solo concepito.

Santé

G per vendetta

in società by

Quattordici, centoquaranta, millequattrocento omicidi.
Fa lo stesso. Non è una questione di numeri. Non è una questione di innocenza o di colpevolezza. E neppure di essere contrari alla pena di morte, di tirare in ballo i diritti umani, di citare i dati sull’effettiva efficacia delle esecuzioni capitali come deterrenti.
Il punto è che praticare l’iniezione letale a un essere umano trentadue anni dopo la sua condanna significa ammazzare una persona diversa rispetto a quella di trentadue anni prima: e quindi, di fatto, giustiziare un altro. Un po’ come si faceva nelle faide medievali, scegliendo uno dei “nemici” a casaccio e facendogliela pagare per tutti gli altri.
Il che, se da un lato potrebbe apparire come un paradossale caso singolo, svela impietosamente la logica che è sempre sottesa alla pena di morte: una logica che non ha niente a che vedere con la giustizia ma riguarda piuttosto la vendetta, la quale è cieca e ottusa e insensata per definizione ma lo diventa in modo ancora più evidente in casi del genere.
E’ lo Stato che decide, semplicemente, di vendicarsi, aspettando pazientemente più di trent’anni come farebbe un balordo qualsiasi: lo Stato che si rivela del tutto incapace di guidare i suoi cittadini, perché nel momento della verità si mette sullo stesso piano di quelli più problematici, ai quali dovrebbe invece sforzarsi di mostrare, nei fatti e non nelle chiacchiere, una strada diversa.
Non è uno Stato, uno Stato che si vendica. Non è uno Stato ma un boia incontrollabile che a me farebbe paura, come mi fanno paura tutte le situazioni in cui si mette da parte la ragionevolezza e si lascia spazio alla rabbia, alla furia, all’idiozia.
Come tutte le situazioni in cui si prende la giustizia e la si trasforma, impunemente, in vendetta.

L’ebbrezza di diventare stupidi

in società by

Succede, credo, che ciascuno di noi avverta la necessità insopprimibile di diventare tecnicamente stupido in almeno un’area della propria esistenza: un po’ come se si trattasse di una sorta di vacanza del cervello, costretto a lavorare in modo più o meno efficiente tutto il giorno per attendere ai normali compiti della vita e perciò bisognoso di prendersi, di quando in quando, un periodo di black out totale.
Sarà capitato anche a voi, tanto per fare un esempio, di guardare la partita con persone che ritenete mediamente intelligenti e dovervi sorprendere nel rilevare la loro ostinata ritrosia a prendere atto di un fuorigioco o di un fallo da rigore evidentissimi: vi sarà capitato, presumo, e avrete pensato “vabbe’, quando si parla di calcio questo non ragiona, lasciamo perdere altrimenti finisce che ci meniamo”.
Ecco, io credo che accada più o meno la stessa cosa quando si parla dei rom.
Perché sostenere, senza disporre di alcuna nozione specifica, che i rom abbiano una non meglio precisata propensione etnica o culturale alla delinquenza, ignorando contestualmente la palese circostanza che la propensione alla delinquenza, da che mondo è mondo e a qualsiasi latitudine, aumenta in modo esponenziale nelle condizioni di estrema marginalità sociale quali sono quelle in cui i rom sono generalmente costretti a vivere, è un chiaro segnale di spegnimento completo del cervello a beneficio di una beata, pacifica, felice stupidità.
E’ una completa inversione della causa con l’effetto, che declinata in altri ambiti potrebbe produrre effetti grotteschi, paradossali o addirittura devastanti per la propria e l’altrui incolumità: e che quindi ciascuno si guarda bene dal porre in essere, da quando si sveglia fino a quando va a dormire, per evitare di uscire di casa con le mutande al posto del cappello, di mettere il sale nel caffè o di morire fulminato nella vasca da bagno.
Coi rom no. Coi rom si diventa stupidi.
Si afferma, per dire, che siano loro a non volersi integrare, anche se si sa perfettamente che sono costretti a vivere segregati nei campi; si sostiene che non vogliano mandare i figli a scuola, ma quando ne arriva uno nella classe dei propri figli si fa la rivoluzione per cacciarlo via; si arriva a teorizzare che siano tutti ricchi sfondati, e allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che chiedano l’elemosina.
Si invocano le ruspe e gli sgomberi contro i campi, crogiuoli di inaudite nefandezze e innominabili atrocità, fingendo di non sapere che quei campi sono stati creati proprio a forza di sgomberi, e quindi di ruspe, con ciò invocando quale rimedio la causa stessa del problema che si denuncia: un po’ come se si decidesse di mettersi nudi sotto una nevicata per farsi passare la broncopolmonite.
Sta di fatto che con la broncopolmonite, comprensibilmente, quelle stesse persone se ne stanno a letto; che si mettono gli occhiali quando ci vedono poco, si fermano col rosso e attraversano col verde, mettono la benzina nella macchina, l’acqua nella caffettiera e il marsala nelle scaloppine. Senza sbagliarsi mai.
Poi, a seconda dei giorni, arriva una partita di calcio. Oppure, ancora meglio, una notizia sui rom.
A quel punto, liberi tutti.
Dopo tanta fatica, si può finalmente spegnere il cervello per qualche minuto: e godersi l’inebriante sensazione di diventare stupidi.

Ci hai creduto, naso di velluto

in politica by

Allora capisci che Veronesi va in televisione a dire che bisogna fare le mammografie perché la General Electrics che fa i mammografi probabilmente gli dà una sovvenzione nella sua fondazione

Questo è il virgolettato di Beppe Grillo, fedelmente trascritto da qua.
Ebbene, se ci si limita a valutare il dato testuale in senso stretto, le lamentele di Grillo non fanno una grinza: perché effettivamente il nostro amico non mette mai in dubbio in modo esplicito l’utilità delle mammografie, cioè non dice mai “fare la mammografia non serve a niente”.
Però, abbiate pazienza, nelle parole che si pronunciano c’è pure un senso che va al di là delle parole stesse. C’è un contesto. C’è un sottotesto. E a me questo giochino del “vatti a risentire la registrazione, non l’ho mai detto”, questo atteggiamento ottusamente infantile per cui ci si aggrappa alla letteralità come farebbero dei bambini giocando a battaglia navale, questo continuo “ci hai creduto naso di velluto” cui siamo sottoposti da anni, grazie al quale prima si dice tutto e il contrario di tutto e poi lo si smentisce adducendo a propria discolpa elementi esclusivamente formali, mi avrebbe un po’ stancato.
Potremmo fare delle prove.
Potremmo chiederci cosa succederebbe se un Capriccioli qualsiasi dicesse “Allora capisci che i giornali scrivono che ci sono stati i campi di concentramento perché i finanzieri ebrei probabilmente gli danno delle sovvenzioni”, e poi, il giorno dopo, si arrampicasse sul virgolettato per sostenere di non aver detto che i lager non sono mai esistiti.
Io spero davvero di non dover arrivare a tanto: sarebbe mortificante per la mia intelligenza, Beppe, e pure per la tua.
Sai cosa? Siamo adulti.
E a volte tra gli adulti, ti do questa notizia, ciò che si lascia intendere è addirittura più importante di quello che si dice.
Quindi, se proprio hai voglia di divertirti facendo marameo al prossimo ciurlando nel manico delle parole dette e di quelle non dette, ti invito a casa mia, ti faccio una bella cacio e pepe, ti presento i miei amici e dopo cena organizziamo un partitone a Trivial Pursuit: durante il quale, te lo assicuro, ti sarà consentito di contestare le risposte degli altri anche se sbagliano la pronuncia di una singola lettera.
Dopo però torniamo a fare i grandi, cheddici?

Siete solo dei delinquenti.

in politica by
No, i “delinquenti” di cui parlo non sono quelli che ieri hanno manifestato con violenza ieri a Milano.
Che loro siano delinquenti lo sanno tutti, è inutile ripeterlo.
manifestante
“Abbiamo spaKKato tutto perché da quando Zayn ha lasciato gli One Direction questa società va rovesciata!”

 

I delinquenti con cui ce l’ho adesso siete voi che di fronte alla violenza avete tirato fuori frasi come “ammazzateli tutti”, “ecco cosa succede a criticare la Diaz”, “massacrateli”, “usate le pallottole vere” e altre schifezze.

Perché, vedete, voi vi sentirete oggi paladini della legge e dell’ordine ma solo nelle repubbliche delle banane le violenze di piazza necessitano di pallottole e tortura per essere fermate. Se per farci difendere da quattro stronzetti incappucciati abbiamo bisogno di rinunciare alla legalità, beh, abbiamo davvero un problema di tenuta dello Stato grosso come una casa.

Vi piaccia o no, ieri (sembrerebbe) le forze dell’ordine hanno agito per il meglio, hanno arrestato chi potevano e hanno evitato scontri e violenze maggiori: perché, vedete, la vita di uno solo di quei dementi spaccatutto vale quanto la vostra e la mia, e cioè molto di più di tutte le macchine di Milano e di tutti i muri imbrattati: lo penso davvero anche se loro e voi mi state mortalmente sulle palle. Nessuna vetrina spaccata giustifica il rischio di ammazzare qualcuno.

Voi invece vorreste succeda come è accaduto in passato: rastrellamenti a caso, tentativi di fabbricare prove false e violenze e tortura contro i fermati senza nemmeno appurarne le responsabilità.

Bene, sappiate che questo non è legge e ordine, questo è il Far West. E  quello che chiedete alla polizia di fare è di commettere a loro volta reati gravissimi.

Rimarrete inascoltati, si spera. Però sappiate che incitare a commettere reati e difendere chi li commette è a sua volta un reato. Quindi, cari miei, siete delinquenti tanto quanto quegli stronzi che bruciano le macchine.

Santé

Il far west delle proposte di pancia

in politica by

Dopo la strage di Milano, in cui hanno perso la vita tre persone (un giudice, un avvocato e il coimputato dell’assassino) si è alzata una levata di scudi contro la presunta facilità della concessione del porto d’armi. Giardiello era in legale possesso dell’arma con cui ha compiuto il massacro.

Come puntualmente accade dopo eventi di questo tipo, si tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Però, quella stalla, c’è modo e modo di chiuderla. Se il contadino erigesse un muro di cemento armato, magari con delle pratiche feritoie per le balestre, tutti gli darebbero dell’imbecille, e a buon ragione. Allo stesso modo, imbecilli sembrano le richieste, ora, di rivedere i processi di assegnazione delle licenze di porto d’armi.

Giardello, per ottenere la sua semiautomatica licenziata per il tiro al volo, ha percorso l’iter previsto: diverse visite mediche (di cui una con medico legale), certificati di pulizia della fedina penale, autorizzazione della questura. Non aveva la licenza per portarla con sé (solo per difesa personale, ventimila casi in tutta Italia), ma per usarla a fini sportivi. Avere avuto una legge più severa a riguardo avrebbe cambiato qualcosa? Decisamente no. E allora perché perdiamo tempo a parlarne sull’onda, pericolosissima, della carica emotiva post-strage? È come pensare che la scelta di avere, negli aerei, sempre due persone in cabina di pilotaggio possa mettere al riparo da eventi come quello del disastro Germanwings. Siete seri?

Che poi, è sempre il solito discorso: ricorrere alla forza di legge come riparo rispetto ad eventi imprevisti e imprevedibili. Introducendo quindi divieti, burocratizzazioni, complicazioni assortite che colpiscono tutti nel tentativo di prevenire ciò che prevedibile non è, cioè provando a intrappolare comportamenti individuali che –non avendo una sistematicità– non saranno influenzati da nessun regolamento. Se qualcuno decide di sparare, una mattina, spara.

La cretineria, e l’arroganza, è sempre quella di pensare che sia possibile ingabbiare azioni e inclinazioni (giuste o sbagliate che siano) con dei divieti. La domanda di droga, la domanda di armi, di prostituzione c’è, esiste, e con essa esisterà anche un’offerta. Resta da capire quale fetta di questa offerta sia da consegnare al mercato nero, investendo in forze ordine pubblico che cerchino di reprimerla; o quanta regolarizzare, mantenere sotto controllo, monitorare. Rafforzare il divieto rischia di far perdere solo monitoraggio e coscienza della situazione, senza avere alcun effettivo beneficio di disincentivo.

C’è chi parla di “far west italiano” (Repubblica, ça va sans dire), a fronte di un mercato delle armi italiane che praticamente esporta e basta. Non sono un fan del mercato delle armi all’americana, ma nemmeno delle proposte stupide. Oltre che fastidiose, rischiano di diventare un pericolo.

Alfano, per non smentirsi, comunque ha già aperto ad una possibile nuova legge.

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