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Guido Vitiello

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

in cultura by

“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Il senso del Foglio per Repubblica

in giornalismo/ by

Ricorre in questi giorni il quarantennale di Repubblica che giustamente festeggia il proprio compleanno, un po’ come tutti. Fin qui, chissenefrega.

Sennonché, la cosa sembra fregare a qualcuno, oltre agli affezionati lettori di Repubblica. Perché, fenomeno unico nella storia del giornalismo mondiale, in Italia esistono gli haters di uno specifico giornale, esiste il partito degli haters di Repubblica che hanno addirittura un proprio giornale-organo a loro disposizione, cioè il Foglio.

Al Foglio questa cosa dei quarant’anni di Repubblica non va proprio giù. Anzi è proprio Repubblica ad andargli di traverso, anche se loro direbbero “Rep.” e non Repubblica.

Sì, perché rimproverano a Ezio Mauro di considerare Repubblica e i suoi lettori come un club ma allo stesso modo adottano un linguaggio da iniziati, così che ci si riconosca subito tra lettori de il Foglio. Loro non leggono “Rep.” se non per percularla, del resto sono contro il “pol.corr.”, che ricorda un po’ Pol Pot e infatti sta per “la dittatura del politicamente corretto”, loro leggono gli editoriali dell’Elefantino e di Cerasa, che quando può si firma col disegno di una ciliegia (“cerasa”, appunto, in dialetto siciliano).

Fatto sta che il Foglio, tramite la penna di Guido Vitiello ci ha regalato la sublimazione dell’astio per “Rep.”: l’articolo contro i 40 anni di “Rep.”. Si parte da un’affilata critica dell’idea di Ezio Mauro di far fare ai propri lettori un selfie con la prima copia originale del giornale, chi l’avesse ancora (io conservo il numero zero di “Venom” della Marvel, aspettandone il quarantennale per fare lo stesso, del resto).

Non sia mai: è macabro. Ricorda la polaroid di Moro che, prigioniero, tiene in mano Repubblica. Uno dice: ma ci sono state migliaia di prime pagine di Repubblica che hanno accompagnato la storia e la cronaca italiana per 40 anni, che c’entra Moro? Niente. Ma per Vitiello, il fatto è grave, gravissimo: richiama alla mente nientemeno che “la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore“. Poffarbacco!

Dopodiché Vitiello ci spiega che lui la foto non se la fa perché, insomma gli dispiace, ma non si sente parte del club. Lui, insomma, non si sente tale e quindi non se la sente di farsi la foto. E pazienza. Ma seppure non ha fatto la foto:

“[…] ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza [al suddetto “club di Repubblica”, N.d.A].

Ed ecco che si mette a leggere da cima a fondo il giornale in cerca di indizi che avrebbero già segnalato l’orrore che verrà: e li trova, perdinci, “in coda a un commento di Andrea Barbato: “La questione morale si chiuderà soltanto quando si apriranno per alcuni le porte dei tribunali”. Ecco, non dico che mi sentirei più a mio agio sfoggiando un vezzoso paio di manette in un party di notabili socialisti decaduti, magari lanciando monetine di cioccolato sull’anfitrione, ma insomma!

Eheheh! Sgamati, vecchi forcaioli di Repubblica! Lo si capiva fin da subito che eravate dei manettari!

Poi la pagina della cultura, ma qui il Nostro si perde perché attacca Michele Serra che un giorno si dichiara pop ed estimatore di Zalone e il giorno dopo rimpiange la lettura di Campana alle Feste de l’Unita. Questi “sono sintomi di una schizofrenia più generale” di Serra. Del resto, se ti piace Zalone non puoi aspirare a letture pubbliche dei testi di Campana: è una contraddizione in termini. Alla festa popolare, è noto, non puoi leggere Campana: a ciascuno il suo, Zalone per il pueblo, Campana per l’intellighenzia.

E via andare, alla ricerca di strafalcioni nel primo numero di Repubblica.

Ora, rimane da domandarsi, in primo luogo: se andassimo a pescare (parti di) editoriali e articoli non di quarant’anni ma di quattro anni fa, in qualsiasi giornale, quante opinioni che in seguito si sarebbero rivelate cazzate troveremmo? Quante cose che nessuno si sognerebbe di riscrivere? È una operazione che ha un minimovalore giornalistico?

Ma, soprattutto, il rimprovero sostanziale che da principio si muoveva a Repubblica, quello – non del tutto infondato – di considerare un giornale un club di iniziati e i non-lettori sostanzialmente degli sfortunati meschini, è esattamente quello che replicano, in piccolo, il Foglio e Vitiello (e ovviamente quello che ancora più in piccolo verrà rimproverato a noi che facciamo la metalettura della metalettura di Vitiello e Repubblica): insomma, i lettori di Rep. non sono lettori di un giornale, sono replicanti trinariciuti di una dottrina fideistica che vorrebbe insegnare agli altri come vivere e cosa pensare.

Fortuna che ci sono il Foglio, i suoi giornalisti e i suoi lettori che hanno gli strumenti intellettuali per insegnarci come vivere e pensare per salvarci da questa pericolosa china, che potrebbe portarci al Terrore giacobino.

Non che ci dispiaccia essere salvati, ma insomma signora mia, avremo pure il diritto di dire che il ponte della scialuppa non è tirato a lucido? Perché d’accordo che i monumenti sono fatti per essere sporcati ma qui si comincia a perdere il senso. I 40 anni di Repubblica sono un’occasione imperdibile per farsi due risate alle spalle di Scalfari & co (che ci mettono del loro, bisogna ammetterlo), ma numero dopo numero dopo numero, viene il sospetto che quella dei foglianti per Rep. sia una vera ossessione. I limiti di Repubblica sono arcinoti a chiunque abbia l’onestà di vederli, sono gli stessi da un bel po’ di anni a questa parte e sono tutti legati al protagonismo dei suoi editorialisti. Accanto a questi, e costituisce il 90% del giornale, c’è la copertura della notizia politica, di cronaca, di sport (nessuno tocchi Gianni Mura), fatta con competenza e indagine. Repubblica è un giornale “classico” che riporta  e commenta i fatti del giorno, il Foglio un esperimento quasi più letterario che giornalistico, fatto di soli commenti. Uno ha la potenza di fuoco dei grandi giornali, l’altro la nicchia di un pubblico affezionato e fedele quanto quello di Rep.

Se da un lato è facile comprendere che Rep. è diventata il simbolo del perbenismo borghese di sinistra, nevrosi e tic compresi, dall’altro faccio fatica a comprendere come questa critica possa diventare una categoria giornalistica a sé stante. Lo dico da ormai ex lettore di Repubblica, ora lettore del Foglio, per il poco che leggo.

Che palle.

È un peccato perché nonostante mi trovi quasi sempre in disaccordo con Ferrara e molti altri, apprezzo sia lo stile di tanti che ci scrivono (ultimo questo godibilissimo articolo su Roma e il suo rapporto con la letteratura contemporanea) che il coraggio nel prendere posizioni coraggiose. E’ ovvio che quello che ci piace del Foglio è proprio il suo essere altro rispetto a Repubblica, ma vi prego, basta, smettete di ricordarcelo e fate quello che sapete fare meglio: scrivete.

Continuare a perculare Repubblica comincia a ricordarmi l’amico, tutti ne abbiamo uno così, che non perde occasione per fare una battuta sul nuovo tipo della sua ex, e come dice Michael Stipe “Living well is the best revenge

Sollecito e la giustizia per caso

in società/ by

E’ uscito da poco il libro di Raffaele Sollecito, Un passo fuori dalla notte (Longanesi, 2015). Se deciderete di leggerlo, sarà bene eliminare fin da subito qualunque aspettativa malriposta. Si tratta di un libro bruttino, scritto in maniera piuttosto elementare, spesso retorico. Non è tuttavia sulla qualità letteraria che si pesa il valore di un’opera del genere, che è piuttosto un memoriale degli anni infernali che Sollecito ha vissuto per tutta la durata della vicenda giudiziaria che lo ha riguardato.

Sollecito oggi ha trentuno anni, e all’epoca dei fatti ne aveva ventitré. Parliamo del racconto di quasi otto anni, più un breve capitolo introduttivo sull’infanzia e adolescenza che non serve ad altro se non a trasmettere al lettore l’idea di una giovinezza banalmente spensierata, “come tutte le altre”, ancorché tragicamente interrotta dalla morte della madre di Raffaele pochi anni prima del suo arrivo a Perugia come studente di informatica all’università. Quasi otto anni, che iniziano dal novembre 2007 e si concludono il 27 marzo scorso, giorno in cui la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente – “per non aver commesso il fatto” – sia Sollecito che Amanda Knox, imputata con lui nel processo per l’omicidio di Meredith Kercher.

Otto anni, quattro dei quali passati in carcere, da innocente: prima in una cella d’isolamento e successivamente tra gli altri detenuti; poi altri quattro nell’occhio di una bufera legale e con la paura costante di tornarci, in gabbia, e questa volta per trent’anni o poco meno.

In questi giorni si torna a parlare di un caso per certi versi simile, quello dell’omicidio di Garlasco e della condanna definitiva di Alberto Stasi. E torna anche protagonista del dibattito politico la follia del processo penale italiano. Ne hanno scritto in maniera articolata, e molto meglio di quanto potrei fare io, Piero Tony e Guido Vitiello sul Foglio. Qui mi limito a suggerirvi una lettura diversa, che fa leva sui sentimenti più che sugli argomenti, ma che tuttavia è bene affrontare se non altro per tenere bene a mente che quando ci appassioniamo ai casi giudiziari, emettiamo sentenze sommarie e chiediamo non la giustizia, bensì una giustizia, purchessia, per le vittime, è sempre di persone vere, in carne e ossa, che stiamo parlando. Persone come potrebbe essere ciascuno di noi, molto spesso vicine a noi per età, interessi, stili di vita. Persone probabilmente innocenti (o sicuramente innocenti, come bisogna ormai dire per Sollecito), o la cui colpevolezza semplicemente non può essere provata oltre ogni ragionevole dubbio e che dunque, in un sistema penale giusto, non dovrebbero essere condannate.

C’è un elemento che forse colpisce più di altri, in questo caso come nelle vicende analoghe di cui sono amaramente punteggiate le cronache giudiziarie italiane. Più ancora delle indagini che sarebbe lusinghiero definire approssimative, più del comportamento a tratti sadico e volgare degli inquirenti, più dell’incapacità di percepire l’abissale differenza di valore tra elementi probatori così differenti come, da un lato, le testimonianze e le accuse – talvolta ottenute con metodi discutibili – e dall’altro i risultati contraddittori delle perizie scientifiche; più dell’abuso clamoroso dello strumento della carcerazione preventiva.

È un elemento che viene fuori in maniera fortissima dal libro di Sollecito e che tiene incollati al racconto di questo ragazzo, al di là di ogni perplessità di stile. Sto parlando della sensazione che il destino degli imputati, in questi processi, sia appeso soltanto al filo tenue del caso. È una sensazione soffocante, quando si riesce a entrare almeno un po’ in empatia con la vicenda di un accusato in un processo per omicidio. Verrebbe da pensare immediatamente al grigio scenario kafkiano, alla burocrazia schiacciasassi, irragionevole e senza volto. Ma si sbaglierebbe.

Come sempre, il problema italiano ha molto a che fare con la cialtroneria dei tanti piuttosto che con la (pur manifesta) illogicità del sistema o dei suoi esecutori. Forse un’analogia più adatta – anche nei colori da avanspettacolo – è quella con il gioco dei pacchi sulla Rai, dove l’unica cosa che conta davvero per il concorrente è l’apertura dell’ultima scatola, quella che decreterà la vincita. Ma prima che si possa arrivare a quel momento ci sono due ore di gioco e suspense che a null’altro servono se non a ingrassare lo spettacolo.

Processi come show inutili, dove le assoluzioni valgono il tempo di un fiammifero e l’inferno può ricominciare ogni volta da capo, fino al momento lontano in cui, per pura convenzione, arriverà la sentenza che si chiama definitiva. Il pacco col montepremi.

E potrà andarti bene o male, per caso, come il lancio di una monetina. Assoluzione piena, come per Sollecito e Knox. O una vita distrutta. Come Stasi, come Scattone. L’Italia è il paese dove tutto può andarti incredibilmente bene o incredibilmente male, per caso. Dove incontrerai il chirurgo che ti salverà la vita o quello che te la rovinerà per sempre, per caso. L’insegnante che in cuor tuo ringrazierai per il lavoro che fai e quello che maledirai per il tempo buttato. Il poliziotto che ti riaccompagnerà a casa il giorno che hai fatto una cazzata e quello che ti ammazzerà di botte. Tutto, sempre, per caso.

Ma quando il caso è elevato a sistema, la competenza fortuita, la responsabilità individuale inesistente, finisce che anche una cosa tremendamente seria, come decidere della vita di un imputato per omicidio, assuma i contorni del più totale e spaventoso arbitrio.

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