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Il principe alla guerra

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Correggetemi se sbaglio, ma credo che sia la prima volta in Italia che un presidente del consiglio si presenta davanti alle telecamere in tenuta mimetica, come ha fatto Renzi durante la visita agli Alpini della brigata Julia in missione in Afghanistan. Tecnicamente, non ne avrebbe alcuna ragione: il capo delle forze armate è il Presidente della Repubblica – ve lo immaginate Mattarella in mimetica? – mentre la sovraintendenza dell’esercito è nelle mani del Ministero della Difesa. L’eventualità, i tempi e le modalità di intervento da parte dei militari vengono poi stabiliti dal Parlamento. In tutto ciò, insomma, la presidenza del consiglio dei ministri c’entra ben poco.

Ma buon lettore del Machiavelli (e direi anche da grande appassionato di House of Cards), Renzi ha colto l’essenza moderna del potere carismatico: il principe è innanzitutto un condottiero, la testa – caput – dell’esercito. E come tale deve indossare elmo e armatura per affermare la retorica del generalissimo che passa in rassegna le sue truppe prima della grande battaglia.

D’altronde la storia ci insegna come ogni potere in via di consolidamento – o in crisi – cerchi una legittimazione attraverso la metafora militare. Anche quei capi che non nascono come condottieri (avendo avuto accesso al potere vuoi per discendenza, vuoi per intrallazzi politici di varia natura, vuoi per culo) a un certo punto della loro carriera hanno avuto la necessità di mostrarsi in abiti bellici, per ribadire una posizione di preminenza a discapito di tutte quelle forze esogene che ne minacciano gli intenti egemonici.

Senza scomodare casi troppo vetusti (a titolo d’esempio basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni dei sovrani europei con spadone e cavallo), si può semplicemente rammentare la recente apparizione mediatica di un incazzatissimo re di Giordania Abdallah in uniforme da combattimento impegnato a vendicare la morte atroce di un suo soldato per mano degli aguzzini dell’Isis. In un mondo islamico lacerato da conflitti fratricidi, l’erede di Maometto ha ricordato al mondo chi è che porta i calzoni in casa Allah.

La veste guerriera, oltre a segnalare un tempo di crisi, segue un obbiettivo ben preciso: quello dell’accentramento del potere. Quando il rappresentante di un organo legislativo e/o esecutivo si addossa anche la prerogativa della guerra – o perlomeno della sua simbologia – la pluralità propria delle realtà nazionali si contrae nell’immagine egocentrica del monarca assoluto. Il celodurismo della retorica militare è l’essenza stessa dell’ambizione politica che pensa in grande.

Il messaggio di Renzi è dunque ben chiaro: l’État c’est moi, bitch. E sbrighiamoci a fare ‘sto cazzo di selfie.

Il terrorismo della depressione

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L’Occidente da ieri ha un nuovo nemico, il terrorismo della depressione. E’ una forza oscura, sordida e camuffata, insospettabile, che si mimetizza ed insinua con facilità. Può colpire in qualsiasi posto, non si fa scrupoli, non ha coscienza, non ha ideologia, non ha la barba lunga, ne fa rivendicazioni eclatanti. Non prende ostaggi e non tratta il rilascio di prigionieri.

Al momento anche i governi dei paesi più avanzati non hanno le armi adeguate a contrastare tale fenomeno, ma bisogna reagire nel modo più fermo e risoluto possibile, anche con lo spiegamento di forze militari e di una diplomazia intransigente che non ceda ai ricatti di questi terroristi che minacciano le basi democratiche ed ogni regola basilare della convivenza civile.

Per maggiori indicazioni sul da farsi attendiamo gli editoriali di Giuliano Ferrara e Magdi Cristiano Allam ed i proclami decisionisti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Soundtrack1:’La polizia sta a guardare’, Stelvio Cipriani

Soundtrack2:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack3:’La belva col mitra’, Umberto Smaila

 

Russia vs Ucraina? Perde l’Europa

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Riporto le riflessioni (trovate qui) del prof Guido Carpi, insigne slavista dell’Università di Pisa, sulla questione Russia/Ucraina.

“ Date le dimensioni che sta assumendo la crisi ucraina, meno cazzate si dicono – meglio è. Cerco dunque di fare il punto per offrire qualche strumento di riflessione. Su tre piani: politico, geopolitico, economico.

Piano politico.
Il regime putiniano è nato alla fine degli anni 90, sull’onda di una drammatica crisi sociale (che durava dalla fine dell’Urss), del default che nel 97 ha impoverito quel po’ che restava della classe media, dello shock per la guerra cecena. È un regime che nella sostanza si configura come una corporazione di potentati economico-mafiosi-poliziesco-militari con estroflessioni politiche che danno un’apparenza di democrazia; tale regime sfoggia una retorica interclassista, tradizionalista (bigottismo religioso, conformismo, etc.) e trae la propria reale legittimazione dal senso di minaccia, di accerchiamento, di voglia di revanche (nonché dall’effettivo miglioramento delle condizioni economiche della maggioranza dei russi).

L’Ucraina non è messa meglio. Per due decenni, l’apparentemente vivace confronto politico era determinato dal fatto che i gruppi mafiosi di cui i partiti sono l’estroflessione non avevano formato una cupola, come in Russia, ma si combattevano fra loro, utilizzando a tal fine la retorica dei contrapposti nazionalismi. Attualmente, il governo è formato dai rappresentanti dei due segmenti di popolazione che hanno “fatto il Majdan”, ossia defenestrato il precedente governo con l’appoggio dell’intelligence occidentale (soprattutto tedesca e polacca): 1) da ricchi ultraliberisti filoatlantici, espressione del ceto medio giovane e globalizzato della metropoli e delle (poche) altre grandi città; 2) da nazisti militarizzati, espressione delle regioni occidentali. Si tratta di gruppi molto diversi: i giovani del ceto medio metropolitano sono frustrati da anni di crisi economica e sognano l’Occidente come panacea; i nazisti traducono l’arretratezza e il sottosviluppo agrario dell’Ucraina occidentale in un mito ideologico totalizzante. I primi sono antirussi in quanto FILO-occidentali; i secondi sono antirussi in quanto antirussi, ma sono anche ANTI-occidentali. A tenere insieme i due gruppi – divisi su tutto il resto – è SOLO la retorica antirussa: per stare insieme, devono avere un nemico esterno e interno – i russi.

In una frase: attualmente Mosca e Kiev traggono entrambe legittimazione dal conflitto. La Ue avrebbe dovuto contribuire a disinnescare la cosa, anziché schierarsi.

Punto geopolitico.
Russia e Ucraina (centro-orientale) hanno una storia condivisa per secoli, tradizioni e lingue affini e interconnesse. La Russia può accettare un Ucraina indipendente (negli attuali confini, del tutto arbitrari, decisi da Stalin nel 1945) solo in forma di semi-protettorato, o almeno di Stato neutrale. Il brusco scivolamento di Kiev su posizioni filooccidentali e filoatlantiche non poteva portare che al risultato odierno: le zone contese sono abitate in grande maggioranza da russi; senza la Crimea, Mosca perde di fatto l’accesso militare al Mar Nero e al Mediterraneo; le regioni dell’Est dette oggi “nuova Russia” sono il cuore industriale dell’Ucraina, ed esportano al 95% in Russia. Del resto dell’Ucraina (inclusa Kiev), Mosca non sa che farsene, almeno in termini geopolitici.

Da questo punto di vista, se Europa e Usa (invece di premere su una radicalizzazione dello scontro e criminalizzare Putin) avessero lavorato per arrivare a uno status neutrale e\o internazionalizzato delle aree ucraine sensibili per Mosca – in termini geopolitici il conflitto sarebbe stato disinnescato. Aggiungo anche che il problema NON è Putin: con l’aria che tira, chiunque venisse oggi eletto al suo posto tramite elezioni veramente libere – sarebbe certamente molto peggio di lui, probabilmente verrebbe eletto una specie di nazista.

Punto economico.
Qui si fa alla svelta. L’embargo alla Russia metterà in ginocchio le aziende italiane e ci costerà circa un miliardo all’anno (siamo il secondo esportatore in Russia dopo la Germania); dalla caduta in mani occidentali dell’infrastruttura gasifera ucraina (tubi di trasporto, si capisce: il gas è e resterà russo) ci guadagneranno solo le multinazionali: i russi, ovviamente, si rifaranno delle perdite facendo pagare più caro il gas ai consumatori occidentali; embargo e deprezzamento del rublo – a parte i disagi per la popolazione russa (che comunque indirizzerà il proprio malcontento contro l’Occidente, aumentando ancora il sostegno a Putin) – avranno un effetto corroborante per l’industria leggera russa, e spingeranno i russi a comprare in Cina ciò che noi non gli vendiamo (si stanno già attrezzando da anni).

Alla fine, a rimetterci saremo solo noi europei, che oltretutto dovremo anche accollarci il mantenimento di ciò che resterà dell’Ucraina, un paese in crisi economica spaventosa, con un pil inesistente e un tessuto sociale distrutto dall’emigrazione di massa.

Conclusione generale pratica: chi guida la politica estera della UE (non parlo della Mogherini, ovviamente) sta facendo di tutto per cacciare Russia, Ucraina e soprattutto Europa in un disastro senza scampo.

Conclusione generale lirica: Il risultato a lungo termine di tutto ciò è che due popoli da sempre fratelli, mescolati, meticciati e destinati a condividere areale politico, economico e culturale – stanno irreversibilmente imparando a considerarsi a vicenda come nemici. È una tragedia epocale, almeno per coloro ai quali di tutto ciò frega qualcosa.”

A chi vuoi che freghi qualcosa, in effetti. Esultavano per la Mogherini lady Pesc ignorando il tracollo diplomatico che ciò ha significato per l’italia. (Leggere qua per capire la portata di tale disastro). Esultavano per la cd. rivoluzione arancione senza capire che cazzo stesse veramente succedendo. Caspiterina, pure Depardieu ci arriva! Ma in effetti dove mai deve arrivare un paese che ha come leaders principali il bimbominkia cazzaro, il comico sbraitante e sirvietto che ormai quello che doveva fare l’ha fatto e cerca di stare lì ancora per proteggere i figli dalle ‘angherie’ di vecchi e nuovi ‘nemici’. Perché da soli non ce la fanno. E no. E’come se una nazione intera esultasse perché alla sezione ‘Prevenzione omicidi’ delle questure, fossero stati assegnati come responsabili tanti piccoli Jeffrey Lionel Dahmer, il serial killer statunitense noto come Il mostro di Milwaukee o, meglio ancora, Donato Bilancia.

Tutti a cantare “Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei.… Se io rivedendoti fossi certa che non soffri, ti rivedrei….. Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta, ti guarderei…..”, felici a quel karaoke estivo che dovrebbe riscattare, per un attimo, il proprio essere miserabili.

Sia chiaro, ‘dovrebbe’.

Soundtrack1:’Se telefonando’, Mina

Soundtrack2:’Dust’, Cypress Hill

Soundtrack3:’Quello che ci manca’, Maciunas

 

Miss Sarajevo

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Io invece credo sia giusto ricordare che l’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni e che un bombardamento di trenta giorni della Nato sulle postazioni serbo-bosniache che martoriavano la città ci fu solo dopo la strage del 28 agosto ’95. Solo così furono salvati molti civili e solo così fu poi possibile costringere Milosevic a firmare il parziale accordo di Pace di Dayton. Senza avere indebolito l’esercito di Milosevic, quella pace, per quanto precaria, non sarebbe stata possibile.

Faccio mie queste considerazioni che il radicale Matteo Mecacci ha usato in una lettera destinata ad Emma Bonino, per argomentare l’opportunità di un intervento armato in Siria.

Pur non condividendone le conclusioni, è un buono spunto per chiedere a chi si dichiara contro la guerra “senza se e senza ma”, se ritengono ad esempio che in Bosnia sia stato giusto aspettare così tanto per intervenire. Se sia stato giusto mandare i caschi blu, ma solo come spettatori in prima fila a Srebrenica. Se le immagini dei campi di prigionia e le notizie degli stupri e delle esecuzioni di massa (tante e tutte troppo documentate per non essere considerate attendibili), consentissero sonni tranquilli.

La guerra fa schifo, senza se e senza ma, tuttavia a volte sembra essere una risposta più concreta ed efficace che provare a convincere gente del calibro di Milosevic con canzoni tipo quella del titolo, oppure (o mio Dio) “Il mio nome è mai più”.

L’idiozia del “senza se e senza ma”

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Siccome quando c’è aria di guerra la locuzione “senza senza se senza ma“, già decisamente abusata anche a bocce ferme, torna prepotentemente alla ribalta sparpagliandosi in ogni dove, credo sia il caso di qualificarla, una volta per tutte, per quello che è: vale a dire, un’idiozia fatta e finita.
Non parlo, naturalmente, soltanto del caso specifico, ma dell’impostazione generale: mi vengono in mente poche cose, anzi pochissime, che mi sentirei di qualificare come da fare o non fare “senza se e senza ma”; e perfino quelle pochissime potrebbero imprevedibilmente tornare in discussione, qualora si verificassero circostanze particolari che cambiassero radicalmente il contesto.
Pensateci un attimo: in cosa consisterebbe la parola che chiamiamo “intelligenza”, se non nella capacità di utilizzare i “se” e i “ma”? Cosa consente a ciascuno di voi di sopravvivere, se non la pratica continua e incessante di quelle due paroline?
Gli esempi sono fin troppo banali. Si può rubare? No, certo. Ma se si sta per morire di fame, allora probabilmente sì. Si può ammazzare un essere umano? Naturalmente no. Ma se quell’uomo sta per far fuori un innocente forse non solo si può, ma addirittura si deve. Si può picchiare una donna? No, ci mancherebbe. Ma se quella donna è in preda a un raptus e sta incendiando un palazzo, quel paio di ceffoni necessari ad immobilizzarla se li deve prendere con buona pace di tutti.
Mi pare, lasciatevelo dire, un’esemplificazione mortificante, per la vostra intelligenza e per la mia, giacché si tratta di vere e proprie ovvietà: ma voi, che vi rifiutate sdegnosamente di usare le congiunzioni, preferite far finta di non capire, come dei bambini che si tappano le orecchie e fanno “blblblblblbl” con la linguetta gonfia fuori dalla bocca, sputazzando saliva tutt’attorno, pur di non ascoltare; e nel frattempo ripetete a oltranza il mantra che potrebbe essere “voglio il gelato” e invece, incidentalmente, recita: “la guerra non si fa, senza se e senza ma”. Badate: non “questa guerra non si dovrebbe fare perché…”, ma proprio LA guerra. Qualsiasi guerra. Sempre e comunque.
Una gran bella cazzata, se permettete. Un espediente straordinario per poter spegnere il cervello e deporre qualsiasi responsabilità, in modo che siano gli altri, quelli che i “se” e i “ma” continueranno ad usarli, a doversi sforzare di ascoltare le ragioni di chi la guerra vuole farla per capire se siano davvero valide: perché come sempre, malgrado quello che dite, di ragioni valide, vale a dire di “se” e di “ma”, ce ne potrebbero essere.
Io non lo so, se l’intervento militare in Siria sia davvero necessario. Non lo so perché la questione mi pare complessa, ma mi dispongo di buon grado ad ascoltare le ragioni degli uni e degli altri e a cercare di farmi un’idea. Perché, sapete com’è, sarei un animale dotato di intelligenza; perché eliminare i “se” e i “ma” equivale alla negazione di quell’intelligenza; perché quando l’intelligenza va a farsi fottere sono problemi, e sono problemi per tutti.
Perfino per voi, che nel frattempo ve ne restate tranquilli e beati con le manine sulle orecchie.

Estremamente semplice! (reading list per confonderci le idee sulla Siria)

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Uno passa giorni a tentare di raccapezzarsi sulla situazione siriana, a comprendere le parti in gioco, a riannodare i fili, a capire come la cosiddetta primavera araba sia diventata – in Siria – guerra civile prima, massacro di civili poi, minaccia di guerra totale oggi.

Poi vai sul blog di Beppe Grillo, averci pensato prima!, e scopri che “la situazione invece è estremamente semplice“.

Apposto, okay: sono il solito imbecille.

Dice “è la televisione che ci confonde le idee” quando sarebbe tutto chiarissimo: io in TV guardo solo Gambero Rosso Channel, per il resto mi informo sul web ma ho le idee confuse lo stesso, deve essere per via delle ricette di Giorgione che d”estate in effetti buttano pesante.

Insomma sto Mario Albanesi che firma il post te la dice dritta, senza indugiare in fatti storici e fonti bibliografiche:

Quale interesse avrebbe avuto il governo siriano ad ammazzare civili, se non guadagnarsi impopolarità? Quindi sono stati gli Stati Uniti a fornire ai tagliagole questo gas letale.

Elementare, Watson.

Che poi quando quelli (gli ammerigani) dicono “abbiamo le prove” in effetti non è che proprio uno dovrebbe fidarsi, visto che di tutti i colori pur di andare a piantare una bella guerra in Iraq.

La prima a saperlo è proprio il ministro della Difesa Emma Bonino, alla quale è stata somministrata alla nausea la fondamentale inchiesta di Marco Pannella su quella che ormai è indubbiamente la menzogna del decennio.

E” anche per questo che possiamo contare sul fatto che i piedi della Farnesina sono piombati, come emerge dalle dichiarazioni del ministro che spiazzano il fronte pacifista sempre pronto a rinfacciarle il sostegno all”intervento in Kosovo. Stavolta non ci muoveremo senza l”ONU, assicura la Bonino.

Però laggiù in Siria la situazione è bruttina da mo”, a parte il gas nervino dello scorso weekend, al punto che qualche commentatore azzarda la domanda “perchè solo adesso” quando a giugno si contavano già 100.000 morti nel conflitto civile.

Quindi quale interesse potrebbe avere il governo siriano ( Hezbollah, ricordiamo) ad ammazzare un po” in giro non è così oscuro, che poi magari se non fosse stato il governo ma si trattasse di paglia sul fuoco buttata dagli stessi ribelli, il fuoco resta, è lì, e semmai è troppo che facciamo finta che non ci sia.

Il punto è capire se e come intervenire, e toglierci il dubbio che qualsiasi soluzione sia sbagliata, se ci riusciamo (anche quella di restare a guardare come abbiamo fatto finora, la Storia ci perdoni).

Certo è tutto più facile, col passpartout del complottismo alla Grillo, anche diventare in pochi minuti – da fini giuristi che eravamo – esperti di geopolitica, ma c”è l”altra cosa a cui servono i blog oltre a dare ricette per una conversazione da bar di sicuro successo, ed è condurci da una domanda a un”altra.

Tanto per cominciare, ecco un paio di cose che potremmo leggere prima di convincerci che le cose siano estremamente semplici.

Poi magari vi convincete lo stesso, in ogni caso ci vediamo al bar:

1. L”america indispensabile (Lucio Caracciolo su Limes)

2. Russia contro America, peggio di prima (AA. VV. su Limes)

3. Syria rebels get libyan weapons (NY Times)

4. Syrian Free Press

5. Who has interest in using chemical weapons in Syria? (People Daily ndr: il giornale di Stato cinese)

6. The dilemma of humanitarian intervention (Council on foreign nations)

7. Le ragioni di Putin (Bernard Guetta su Internazionale)

8. Il live blog di Internazionale

9. Dottor Bashar, Mister Assad (Anna Momigliano su Panorama)

10. La devastazione di Aleppo (Amnesty International)

MORE

11. Middle East”s enemies and allies, visualized in one chart (Chris Kirk su Slate)

12. A Very Busy Man Behind the Syrian Civil War’s Casualty Count (NY Times)

13. Appello della Premio Nobel Mairead Maguire all’Italia: “Non boicottate la pace”

Meglio un Grammy

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Credo che nessuno di voi se la sentirebbe di attribuire il Pallone d’Oro a uno senza gambe: pur nutrendo nei suoi confronti il massimo rispetto, s’intende, e senza alcuna acrimonia. Semplicemente, il Pallone d’Oro è un premio riservato a quelli che giocano a calcio, di tal che uno che a calcio non gioca, sia pure senza alcuna colpa, non può riceverlo.
Così come non può ricevere il Premio Strega uno che, sempre senza colpa alcuna, è analfabeta, o come non può ricevere un Grammy Award uno che, ancora una volta incolpevolmente, è stonato come una campana e non ha mai preso in mano uno strumento musicale.
Voglio dire: in circostanze come quelle appena elencate i nudi fatti, qualunque sia la causa da cui discendono, sono decisamente predominanti rispetto alle intenzioni, alle congetture, alle ipotesi.
Tutto ciò per dire una cosa semplice: magari Obama sarà pure stato costretto a bombardare a destra e a sinistra in giro per il pianeta; magari le sue scelte sono state le migliori possibili, date le circostanze; magari nessuno al mondo, al suo posto, sarebbe riuscito a gestire quello che doveva gestire spargendo meno sangue di lui.
Nondimeno, si può dire, senza essere tacciati di superficialità, che forse invece del Nobel per la Pace sarebbe stato più appropriato dargli un Grammy Award?

De-Orientalizzare il nostro sguardo sulla Siria e la Turchia

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Orientalismo. Titolo del celeberrimo saggio di Edward Said pubblicato nel 1978. Da Wikipedia: “Utilizzando e rielaborando il pensiero di Gramsci e Foucault tra gli altri, Said mette in luce il carattere di parzialità, quando non mistificatorio o privo di fondamenti oggettivi, contenuti nella nozione di “Oriente”, le sue determinazioni storiche e i suoi presupposti ideologici. L””Oriente” […], non sarebbe il nome di una qualche entità geografica o culturale concretamente determinabile, ma uno strumento utilizzato dalle culture di matrice europea innanzi tutto per poter costruire la propria identità di “Occidente” e, in parallelo, per ingabbiare le cosiddette culture orientali in formule stereotipe e generalizzanti, quando non disumanizzanti.”
Due modeste riflessioni sul nostro ruolo di “spettatori” rispetto a quanto succedendo in Siria e in Turchia.
1.
Partiamo dai nostri vicini più prossimi, i giovani turchi. Non e” questo lo spazio adeguato per analizzare nel dettaglio le ragioni della loro protesta. Ma ci basti immaginare se quanto accade oggi a Istanbul fosse successo in una città italiana. Il primo passo sarebbe stato – ne sono sicuro – , far scrivere a Sofri, a Saviano o a Calabresi un papello lungo così sulla necessità di distinguere i manifestanti pacifici dalle  “poche centinaia di idioti” che egemonizzerebbero le proteste:
“I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili… Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere.” (Fra” Roberto da Santachiara, La Repubblica, dicembre 2010)
Pretendendo di stabilire una divisione fra buoni e cattivi, salvo poi usare toni ben diversi – ma ugualmente banali – quando si tratta di osservare ciò che avviene in contesti Altri da noi, al di fuori dell”Italia e dell”Unione Europea: “Ogni post, ogni tweet, ogni foto e ogni telecamera difende i manifestanti turchi dalla repressione della polizia autoritaria di Erdoğan. Ogni luce è una resistenza, ogni ombra è un arresto, una tortura, un disperso.”
Ma lasciamo  pure stare la mediocrità” di certi santoni mediatici. In generale si potrebbe ben tracciare una sorta di Teoria dell”Accettazione Democratica, per cui la distanza dai luoghi di rivolta e” direttamente proporzionale alla “democraticita” ” dei rivoltosi.
Come ha spiegato brillantemente lo scrittore Federico Campagna su Facebook, paragonando le critiche ricevute dai NOTAV e la diversa percezione degli scontri per Gezi Park:
“Al di la’ del simile casus belli parco/montagna, la somiglianza principale sta nello scontro tra l”autismo di un governo centrale, che si esprime soprattutto attraverso la sua polizia, e quella che una decade fa si sarebbe chiamata la ‘moltitudine’: ovvero una sezione del corpo sociale che si presenta e rappresenta come il popolo insorgente. Sia in Val di Susa che a Istanbul, l’autorita’ centrale si rapporta militarmente con una ‘moltitudine’ la cui insorgenza non e’ militare (non vogliono fare la rivoluzione), ma essenzialmente riformista (vogliono espandere gli spazi esistenti di democrazia). La cosa buffa e triste, e’ che sono proprio i cosiddetti ‘riformisti’ centro-sinistri italiani (che in realtà non hanno voglia di riformare proprio un bel niente) a dare man forte alla repressione poliziesca dei veri riformisti insorgenti. In Turchia, certo, dietro Erdogan c’e’ anche la palude religiosa che in Egitto si esprime tramite i fratelli musulmani e affini – ma e’ davvero cosi’ diversa dalla palude democristiana che tuttora appesta l’Italia? Le vacche nere restano nere anche di notte.”

Mentre sono gli Altri, in Oriente, a meritarsi una rivolta diffusa e spesso violenta (e la nostra solidarietà virtuale), da questo lato del Mediterraneo il nostro sviluppo economico, la nostra cultura retrospettiva, il nostro essere “Occidente democratico” indurrebbero maggiore diversificazione, riflessione, un”accurata suddivisione delle ragioni della protesta.

Guardando più a fondo nelle nostre piaghe, quello che sta succedendo ad Istanbul è a mio avviso una buona lezione anche per chi di noi e” nato in Meridione. Quante volte ci siamo sentiti dire: “Sì al Sud abbiamo tanti problemi, ma il clima, il cibo e bellezza ci impigriscono, ci rammolliscono?” E in fondo, la povertà endemica è limitata ad alcune zone dimenticate da Dio…

Eppure oggi la città ad essere esplosa e” Istanbul, un megalopoli di strepitosa bellezza che nulla ha da invidiare a Napoli o Palermo, con una cucina fantastica, un clima splendido. E un”economia invidiabile. Le ingiustizie e le disuguaglianze non mancano, ma di certo a Catanzaro, Palermo e Foggia non ci sono meno motivi per scendere in strada e spaccare tutto. Altro che Gezi Park. Il contesto ambientale influenza sicuramente la nostra psicologia e la nostra socialita”, ma non puo” tirato in ballo per de-responsabilizzare l”individuo dalle sue scelte, dal suo coraggio o dalla sua vigliaccheria.

Insomma un buon esercizio per il futuro potrebbe essere quello di non orientalizzarci da soli – per usare il termine reso celebre da Said -, di non giustificare la nostra rinuncia, la nostra depressione politica e la nostra mentalità pezzente tirando nel mezzo il romanticismo e la dolcezza del paesaggio.

2.

A proposito della Siria, sembra invece in funzione l”eterno giocattolo a molla dell”Emergenza Umanitaria: dalla parte dei “ribelli” o del Dittatore? Chissà quando si romperà” questo giocattolino. Si ruppe per qualche tempo durante nel 2003, quando in decine di milioni scesero in piazza contro l”intervento in Iraq – e ugualmente vinsero i falchi, e questo pure dovrebbe far riflettere sull”utilità delle sfilate colorate e pacifiche.

Anche nella scelta semantica si percepisce la rozzezza dello sguardo orientalista: se i ribelli insorgono contro Assad o contro Erdogan sono sintomo di qualche “primavera”. In Occidente, invece, a Londra come a Roma, essi vengono suddivisi in minuziosi compartimenti: ci sono i pacifici e ci sono le minoranze violente, i girotondini e la marcia di Assisi da un lato, gli anarchici e i blac bloc dall”altro etc.

Oggi la Siria e” diventata insieme al Messico il primo fornitore mondiale di orrori immortalati in video. Ogni giorno emergono impietosi filmati in cui i presunti “Ribelli” scaraventano dai tetti degli ospedali donne e bambini, fucilano adolescenti davanti agli occhi dei genitori, praticano cannibalismo alla luce del sole. Cosa a che fare tutto questo Vi potrei allegare qualche link ma le piattaforme in cui scrivo mi bannerebbero per l”eternità”.

Triste pensare che un connazionale sia andato fino in Siria per immolarsi in nome di Maometto anziché di qualche sacrosanto principio socialista o terzinternazionalista. Qui non c”e” spazio per approfondite analisi geopolitiche ma la verità e” che in questa guerra civile – tra le più” schifose che si siano mai viste  – dovremmo rivalutare il nostro ruolo di “osservatori passivi”, con le nostre ansie da “presa di posizione” “- quando non sono annegate nel disinteresse e nella manipolazione totale. L”unica posizione che potremmo prendere, a ben pensarci, e” quella di non prendere posizione.

Chiunque vinca, tra Assad e i “ribelli”, a perdere saranno i siriani e qualunque causa di giustizia per gli oppressi. Toccherebbe a noi privilegiati, nei limiti dei nostri mezzi, auspicare la loro fuga, e per quanto ci riguarda respingere la propaganda strisciante che ci troviamo in casa.

Ancora una volta, acuminare lo sguardo, de-orientalizzarlo, rifiutare il discorso sull” “eccezionalismo” di quanto accade all”Altro e conviverci, piuttosto, che l”Altro potremmo essere noi.

E’ guerra.

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Una breve comunicazione, sarò rapido: il signor Diritto Internazionale sta morendo, e ve lo volevo notificare. Si dice che sia una questione di giorni ormai, e tutto sarà finito.

Sapevo che da anni non si sentiva bene, e che anzi in questi ultimi due lustri le sue condizioni erano diventate assai gravi, ma vederlo così fa veramente impressione.

La causa del futuro decesso? Israele, sembra. Vi invito a leggere dal sito Corriere.it quanto riferisce un blogger israeliano sui preparativi del prossimo attacco contro l’Iran che la premiata “unica democrazia del medio oriente” sta mettendo in piedi.

Usare la parola attacco in questi casi è riduttivo, poichè quando si neutralizza il sistema comunicativo di una Nazione, si lanciano dai sottomarini decine di missili balistici con testate non convenzionali e si completa l’opera con siluri da crociera lanciati da “veivoli dotati di una tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche al nostro alleato americano”, ebbene tutto ciò è guerra.

La qual cosa, beninteso, mi starebbe pure bene. Basta che si tratti di una guerra seria, di quelle vere, pienamente riconosciute dal diritto e quindi disciplinate nei loro momenti fondamentali: dichiarazione di guerra consegnata alla rappresentanza diplomatica del Paese avverso, motivazione delle operazioni militari per esigenze di legittima difesa, garanzie per i prigionieri e tante altre belle cose che più di un secolo di convenzioni internazionali sembravano non dico aver garantito, ma quanto meno aver reso meno facilmente violabili perchè sì, si sa che le zozzerie in guerra si fanno e si sono sempre fatte, ma almeno si cerchi di nasconderle, di salvare la faccia.

Invece no. Israele, il cui possesso di testate atomiche al di fuori delle apposite convenzioni internazionali è pacificamente accertato, con totale sprezzo di qualunque normativa organizza quanto di cui sopra in olimpica serenità, tutt’al più con qualche segno di fastidio da parte quell’alleato tanto asservito da essere ritenuto indegno di condividere i segreti degli aerei invisibili. Il tutto, beninteso, senza che le apposite commissioni degli organismi internazionali siano mai riuscite a trovare prove inequivocabili del tentativo iraniano di fabbricare la bomba atomica. E parlo di prove, non chiacchiere, cioè di quei riscontri oggettivi che in un processo conducono un imputato alla condanna, e alla relativa punizione.

Che dire? Nulla. Già prevedo le accuse di antisemitismo piovere da ogni dove a tutela della Vittima Eterna in perenne pericolo di sopravvivenza, quindi taccio e mi limito a stirare il vestito grigio per il prossimo funerale del signor Diritto Internazionale. Che vi debbo dire, a me era simpatico. Anche perchè era uno dei pochi arbitri ancora in grado di imporre agli Stati un minimo di correttezza nei litigi.

Ma pazienza.

Una cosa, però, mi sento di dirla: anche se l’Iran vi è antipatico, una preghierina per l’anima del signor Diritto Internazionale non negategliela. Dopo tutto, era tanto una brava persona…

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