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Giustizialismo

E’ arrivato Grillusconi

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Se arriveranno gli avvisi di garanzia, se i dirigenti ostacoleranno il sindaco, queste manovre si ritorceranno contro di loro.

Diciamoci la verità: se una frase del genere l’avesse pronunciata Berlusconi vent’anni fa, in relazione a un sindaco qualsiasi eletto nelle liste di Forza Italia in una qualsiasi città italiana, in molti avrebbero iniziato a stracciarsi le vesti e a prodursi nelle lamentazioni che conosciamo fin troppo bene, avendole sentite decine e decine di volte.
In testa al coro, naturalmente, ci sarebbe stato lui, Beppe Grillo, insieme a tutti i suoi accoliti: per i quali fin troppe volte un semplice avviso di garanzia è stato più che sufficiente per fare sfoggio di un giustizialismo tanto fondamentalista quanto urlato, e le ipotesi complottiste sui magistrati politicizzati hanno rappresentato a lungo altrettante confessioni di colpevolezza, specialmente se declinate, come si dice, mettendo le mani avanti.
Senonché, oggi una frase del genere non viene pronunciata da Berlusconi, ma da Grillo. Il quale, evidentemente, ha smesso di ritenere che gli avvisi di garanzia equivalgano alle condanne per passare a una posizione più articolata, in base alla quale essi assumono significati diversi, o per meglio dire opposti, a seconda di chi li riceve: sentenze inoppugnabili di colpevolezza nei casi in cui riguardano gli altri, dimostrazioni cristalline di onestà, in quanto evidentemente riconducibili a meccanismi cospirativi, quando toccano a loro.
Così quello che fino a ieri, per l’universo mondo, altro non è stato che un marchio d’infamia, da oggi, e solo per i grillini, si trasforma paradossalmente in un vero e proprio bollino di onestà: e contestualmente iniziano a prendere forma, a esistere nel mondo reale, le “manovre” che fino a pochi mesi fa, quando venivano evocate da altri, costituivano irripetibili occasioni di prodursi in frizzi, lazzi e attribuzioni di nomignoli assortiti.
Proprio come quello che lo scrivente, indegnamente, è stato costretto a coniare nel titolo di questo post.
Il nostro amico, del resto, se lo merita.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Gli eversori che si appellano al “buon senso”

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La questione, chiacchiere a parte, è piuttosto semplice: il nostro ordinamento prevede per ciascuna fattispecie di reato una pena, che a sua volta viene comminata da un giudice al termine di un processo. Una volta scontata quella pena, il soggetto che aveva commesso il reato si considera completamente riabilitato, a meno che il giudice, sempre sulla scorta della legge, non abbia ritenuto di applicare anche una o più pene accessorie (l’interdizione dai pubblici uffici, la perdita della potestà genitoriale, l’interdizione legale e via discorrendo).
Da ciò scaturisce una conseguenza elementare: chi va salmodiando che nonostante la pena sia stata scontata, e nonostante il giudice non abbia ritenuto di applicare pene accessorie, a questo o quel soggetto debba essere impedito di ricoprire determinati incarichi o di svolgere certe professioni, esprime un parere che si colloca al di fuori della legge.
Cioè, volendo usare le parole per ciò che esse significano, assume un atteggiamento eversivo.
La cosa paradossale è che generalmente chi si fa portavoce di simili istanze si appella a categorie come la ragionevolezza: Scattone ha interamente scontato la pena e non è stato interdetto dall’insegnamento, ma impedirgli ugualmente di mettere piede in un’aula scolastica risponderebbe nientepopodimeno che al “buon senso”.
Quanto a spiegarci in che modo un supplemento di pena inflitto al di fuori di quanto prevede l’ordinamento giuridico, e quindi non si capisce bene da chi, in che termini e secondo quale procedura, possa considerarsi una misura di “buon senso”, gli autori del piagnisteo non si pronunciano: limitandosi a evocare non meglio precisati “imperativi” cui sarebbe necessario uniformarsi anche se l’ordinamento, vale a dire lo stato di diritto, non li prevede.
Ora, sarebbe appena il caso di far notare a costoro che se le cose funzionassero davvero come essi auspicano verrebbe meno ogni certezza giuridica che, vivaddio, caratterizza la nostra vita: giacché ciascuno di noi, in una situazione simile, potrebbe essere imprevedibilmente punito per motivi che risiedono in non meglio identificate istanze di “senso comune”, che in quanto tali si collocano completamente al di fuori delle norme di legge per ricadere drammaticamente nel campo incerto delle opinioni soggettive.
Ora, la domanda è la seguente: è questo il paese che volete?
Benissimo. Voglio dire, è legittimo.
Abbiate almeno la compiacenza, però, di lasciar perdere le fregnacce sul buon senso: e di dichiarare, una volta per tutte, che le vostre sono istanze eversive dell’ordine costituito.
Così, tanto per rendere chiaro a tutti con chi abbiamo a che fare.

Tutti i detenuti italiani hanno il 41-bis

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La polemica, in soldoni, è la seguente: Piero Sansonetti scrive che il 41-bis a Carminati è una misura demagogica, giacché a suo dire non ci sarebbero gli estremi per applicarlo, e da più parti ci si stracciano le vesti e ci si indigna, come del resto è più che lecito aspettarsi in casi del genere.
Senonché, prima di entrare nel merito specifico della questione, sarebbe appena il caso di puntualizzare un paio di cose: il famoso (o famigerato) 41-bis è un articolo della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) introdotto nel 1986 per disciplinare le situazioni di rivolta nelle carceri, e successivamente integrato dopo la strage di Capaci per ricomprendere i casi di associazione mafiosa e altre fattispecie di particolare pericolosità sociale.
In estrema sintesi, esso prevede che per i detenuti colpevoli di determinate tipologie di reati è possibile sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento, da cui la definizione di “carcere duro” con la quale l’istituto viene comunemente designato.
Ebbene, sapete qual è il punto? Il punto che nel nostro paese le “normali regole di trattamento” sono di fatto “sospese” per la stragrande maggioranza dei detenuti, peraltro senza che alcuna legge lo autorizzi: sono sospese le regole sullo spazio vitale minimo, sulla possibilità di accedere tempestivamente all’assistenza medica, sull’igiene, sulla qualità del cibo e perfino sulla sicurezza degli edifici.
Ne consegue che in Italia quasi tutti i detenuti, in un modo o nell’altro, sono materialmente soggetti a una specie di 41-bis, nella misura in cui non vengono loro applicate le regole che sarebbe obbligatorio applicare: circostanza, questa, che non alberga soltanto nella fantasia di qualche blogger scalmanato, ma è stata rilevata dalla stessa Corte Europea dei Diritti Umani.
Ergo: prima di contraddire Sansonetti sulla questione dell’applicabilità del 41-bis a Carminati sarebbe il caso di domandarsi se esista qualche motivo ragionevole per cui il “carcere duro” venga di fatto inflitto anche a tutti gli altri, rispondersi (evidentemente) di no e di conseguenza spendere qualche riga e qualche parola per sostenere la rimozione delle intollerabili condizioni cui sono sottoposti i detenuti di tutto il paese; posto che tali condizioni, tra l’altro, provocano effetti disastrosi sulla collettività, cosa che è assai agevole verificare dando un’occhiata ai terrificanti tassi di recidiva di chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena.
Dopodiché, sul punto, quello che penso è che il dibattito sia fuori centro: qua non si tratta di stabilire se questo o quell’altro detenuto, che si chiami Carminati o Provenzano o Pluto, sia inquadrabile nella casistica del 41-bis; ma di chiedersi, una volta per tutte, se il 41-bis abbia un senso e un’utilità, perlomeno nel modo in cui viene applicato, o se si tratti (come a me pare) di una misura le cui finalità “punitive” superano di gran lunga le esigenze di ordine pubblico per le quali fu concepito; il che ci proietterebbe dritti dritti nel campo della tortura.
Ecco, mi piacerebbe questo: primo, che il “carcere duro” non fosse applicato (come di fatto avviene) a tutti, ma soltanto ai soggetti di cui a quel famoso (o famigerato) articolo di legge: e secondo, che anche per questi ultimi si potesse (finalmente) svolgere una discussione serena, non ideologica e “laica”.
Chiedo troppo?

Il Partito Nazione è figlio di Berlinguer

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Mi si è piombato davanti furioso martedì pomeriggio, sbattendomi in faccia dei fogli di carta incazzato nero: “Guarda qua! Tiè, leggi!!! E’ uno schifo. Non ci posso credere…!!!”. Il personaggio che ho di fronte è un mio carissimo amico e ciò che stringe con forza in mano è una sentenza della Corte d’Appello di xxx che assolve y, caio, sempronio, malanova e testadicane etc etc perché il fatto non costituisce reato. Il problema vero non è l’assoluzione in sé, ma la circostanza che per quell’inchiesta il Comune di cui era consigliere, all’epoca, venne sciolto per infiltrazioni mafiose. Dopo l’elezione, per lui, giovane brillante esponente emergente del luogo della sinistra dei Democratici di sinistra, poi mussiano, vendoliano ed adesso rifluito nel Pd, si sarebbe dovuta aprire una carriera politica sicura ed impacchettata. Ed invece lo scioglimento bloccò tutto. A luglio del 2001, quando era di Rifondazione, mi mandò un sms:”Non ti fare vedere a Genova a fare la solita testa di cazzo supponente che quelli come te non li vogliamo”. “Tranquillo. Sessione esami finita. Sto già al mare”. E’ fatto cosi lui. Io lo so che le zavorre bisogna  portarsele dietro con pazienza, basta metterle al riparo nel ripostiglio dove non vai quasi mai a sfruculiare ed allora non sono dannose. Il mio amico comunque martedì era incazzato nero.

“Cioè, mi hanno sciolto per mafia macchiandomi la carriera politica ed amputato quella di amministratore, e dopo otto anni mi vengono a dire che il motivo per cui tutto ciò avvenne non sussiste??? E a me chi mi ripaga?”. “Io non di certo, amigo. E poi, te lo meriti”. A questo punto dice la cosa che in bocca a me fu causa di grosse litigate anni ed anni addietro:” Berlusconi aveva ragione”.

Si chiama garantismo, bellezza. E Berlusconi non c’entra niente. Sono piccole cose, impercettibili, che però fanno la differenza tra la civiltà e la legge della giungla.

Io che all’inizio dei novanta ero ancora un bambino ingenuo, mi ricordo quanto questi ex rivoluzionari erano fieri ed orgogliosi di essere il partito dei giudici, i difensori di Mani pulite, dei magistrati e di Di Pietro. Il partito dell’onestà. Come se i magistrati fossero tutti Falcone e Borsellino (nell’inchiesta di cui sopra il principale accusato era un magistrato). Io che cominciavo a cercare di capire come funzionavano le cose, mi chiedevo la notte, prima di andare a dormire e dire le preghiere:”Ma come si può essere rivoluzionari e stare dalla parte di Di Pietro?”.

In realtà erano loro che non avevano capito niente. C’è un passaggio nefasto per la sinistra italiana che erroneamente più che essere considerato alla stessa stregua del contagio della peste bubbonica, viene visto al contrario come l’ingresso nel mondo della gioia e la proclamazione di una linea politica che nulla di buono apportava se non l’iniziatica dissoluzione dalle fondamenta di un movimento politico con decenni di storia: l’intervista di Enrico Berlinguer ad Eugenio Scalfari sulla questione morale.

Prima di tale uscita, la “diversità” comunista, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non era una questione etica e personale, ma oggettiva, di rappresentazione di interessi economici e sociali diversi da altri.

Ad un certo punto si decise che il moralismo, che non è una categoria politica, divenisse la ragione sociale della ditta. Un suicidio politico. Quell’iniziare a consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale da vivere quasi monacalmente, serviva solamente a mascherare l’assenza di una strategia politica e le resistenze per una svolta oramai ineludibile all’interno di un processo storico già in atto.

Alla sinistra italiana ha fatto più danni la questione morale che secoli di sconfitte. E’ da quell’ intervista e linea che si arriverà al giustizialismo, all’alleanza con l’Idv, alla demonizzazione sterile del “farabutto Berlusconi”, alla subalternità culturale verso vari Pm televisivi e furenti tribuni mediatici, al populismo, ad avere come esponente principale di partito Luciano Violante, tanto tremendo difensore di magistrati negli anni novanta quanto oggi silente spettatore nell’attendere 20 e passa votazioni per divenire giudice costituzionale. Ed in ultimo al venire inghiottiti dai flames dell’antikasta e della rottamazione, fino alla prossima futura inclusione nel nascente Partito Nazione Renzi.

Quando nascerà il Partito Nazione Renzi, il mio amico ne farà sicuramente parte. Non so, magari mi ci iscriverò pure io. Un partito interclassista, dove confluiranno gli interessi dei disoccupati e quelli dell’alta finanza, dei precari e degli imprenditori, dei garantiti e dei non garantiti, l’ex di rifondazione comunista Gennaro Migliore e magari l’ex dalemiano poi montiano Andrea Romano. Un partito delle opportunità e dei diritti che sfonda al centro nell’orbita sempre della tradizione cattolica. Era il progetto di Veltroni che si emozionava perché realizzava il sogno del compromesso storico ad perpetuum del suo grande maestro Enrico Berlinguer. Il vero ideatore del Partito Nazione è stato Enrico Berlinguer. Il partito Nazione è la concretizzazione e l’evoluzione naturale del progetto politico della classe dirigente postcomunista berlingueriana i cui leader sono stati votati per decenni dallo stesso elettorato di sempre. Per Berlinguer ad un certo punto non bisognava più mirare alla trasformazione dei rapporti di forza, ma cogestire lo Stato insieme ai democristiani. Come quando ti fai la doccia, che se vuoi l’acqua tiepida devi metterci un po’ di quella fredda ed un po’ di quella calda. All’epoca fu un fallimento, ma i vari Veltroni D’alema Fassino etc etc lo hanno preso sul serio. E Renzi meglio di loro ne è il finalizzatore. Porta a termine il progetto.

A quelli che accuseranno il segretario/premier di aver distrutto la sinistra e di aver oramai completamente snaturato il Pd gli si dovrà pur dire che non è vero e che se così fosse chi ha svuotato e snaturato la sinistra sono stati Berlinguer, i suoi successori e loro stessi in primis che hanno continuato a votare e sostenere lor signori per decenni.

In realtà non si svuota, oggi come allora, un bel niente. Esiste un tossico apparato parassitario da finanziamento pubblico che cerca di sopravvivere ed adattarsi ai tempi che, purtroppo per loro, dispensano meno denari di una volta. In questa fase di democrazia plebiscitaria ratificante meglio non litigare ma mettersi tutti insieme attorno ad un leader che riesce a smuovere consensi a suo favore. E che per attirare “individui” a sé, ad es. annuncia che il premio di maggioranza andrà alla lista e non alla coalizione. Come quando lanci il mangime alle galline e tutte si riuniscono correndo attorno a te. E corrono. Eccome se corrono.

La faccenda nell’immediato andrà bene. Poi, nella storia robe simili sono accadute a iosa,  finiranno per litigare tra di loro perché la poltrona è una sola. Siamo solamente in una fase di continuazione dell’apparato con altri mezzi, dove strisciante all’interno cova imperituro il malessere delle guerre oscure degli incarichi, delle nomine e delle alleanze di pura opportunità.

Litigheranno, ma mai veramente per le idee. E quindi finiranno per ammazzarsi politicamente.

Soundtrack1:’Temples’, Sun Structures

Film1: ‘I Briganti di Zabut’, Pasquale Scimeca

Film2:’Il sole anche di notte’, Paolo e Vittorio Taviani

Film3:’Buffalo 66′, Vincent Gallo

I complici della barbarie

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Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

Mettiamo il caso

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Mettiamo il caso che qualcuno vi accusasse di aver preso tangenti per sei milioni di euro e che nel processo a vostro carico le prove più rilevanti fossero delle fotografie presentate da un “superteste”. Mettiamo il caso che queste fotografie fossero poco chiare e i volti poco riconoscibili. E che in quasi cinque anni di vicenda giudiziaria foste costretti ad andare in carcere, a vedere alcuni vostri immobili sequestrati preventivamente e a subire un’esposizione mediatica fatale per la vostra carriera, oltre che psicologicamente dannosa. Mettiamo il caso che un procuratore capo avesse definito queste fotografie come “una prova decisiva” per la vostra incriminazione, ma che nessuno si fosse degnato di analizzarle per verificare la reale data in cui sono state scattate. Mettiamo infine il caso che, una volta analizzate, queste foto risultassero scattate non un giorno, non una settimana ma addirittura un anno prima di ciò che testimonia il superteste. Ecco, mettiamo il caso che vi fosse successo tutto questo. Non sareste un po’ incazzati?

Ve lo chiedo perché tutto questo è successo ad Ottaviano Del Turco, ex presidente della Regione Abruzzo, arrestato dalla Guardia di Finanza il 14 luglio 2008 con l’accusa di associazione per delinquere, truffa, corruzione e concussione.

Ora, certamente bisogna attendere le fasi conclusive del processo. Ma se anche Del Turco dovesse uscirne davvero innocente e fosse quindi liberato da un incubo, il dànno che ha subito in questi anni è incommensurabile. Come è incommensurabile la faciloneria di chi in così tanto tempo non ha verificato l’attendibilità di quelle fotografie.

Avrà pure ragione il presidente Napolitano a rammaricarsi per la protesta del Pdl nel Palazzo di giustizia di Milano e a dire che l’indipendenza dei magistrati non si discute. Ma forse due parole su certi orrori giudiziari e sulla necessità tutta democratica di evitarli meriterebbero di essere spese.

Manette

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Caro Daniele,
ti ricorderei, sia pure sommessamente, che il partito di cui sei portavoce nazionale ha regalato al nostro paese leggi quali la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, grazie alle quali le già sovraffollate carceri italiane si sono ulteriormente riempite di poveri disgraziati.
Sarebbe decente che ne tenessi conto, quando elargisci ad altri l’appellativo di “manettari“: perché se in questo paese c’è qualcuno che ha largamente incrementato il fabbisogno di manette, quelli siete voi.
Stammi bene.

La sinistra e l’esclusiva del garantismo

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Leggendo la miriade di commenti -spesso e volentieri indignati- alle vicende di Breivnik e di Vallanzasca ho messo a fuoco una questione che avevo in testa da un po’, sia pure in modo non del tutto consapevole.
Si direbbe, a giudicare dal dibattito che si è scatenato in rete, che secondo l’opinione maggioritaria l’attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, la convinzione che si debba cercare di recuperarli alla società civile piuttosto che punirli tout court, il tentativo di separare il concetto di giustizia da quello di vendetta siano concetti “di sinistra”; mentre al contrario siano “di destra” l’idea che per certi crimini occorrerebbe buttare via la chiave, che chi li ha commessi dovrebbe essere considerato in qualche modo irrecuperabile, che il carcere debba consistere essenzialmente in un castigo -per non dire una tortura- senza alcuna finalità rieducativa.
Ebbene, io -da uomo di sinistra quale mi considero- ritengo che questa visione delle cose sia profondamente inesatta: e che in ragione di tale errore la sinistra italiana -spesso e volentieri intrinsecamente manettara e giustizialista, com’è agevole rilevare da alcuni recenti accadimenti che hanno avuto luogo nel nostro paese- finisca per vedersi attribuita una posizione più attenta degli altri alla tutela dello stato di diritto senza alcuna ragione plausibile: come se i garantisti -per qualche ragione che mi appare francamente inspiegabile- dovessero collocarsi “naturalmente” da quella parte, al punto da configurare una vera e propria rendita di posizione che a ben guardare si rivela tanto suggestiva quanto virtuale.
Io, personalmente, non credo che il garantismo -nell’accezione ampia che si vuole attribuire al termine in questo post- sia una cosa “di sinistra”; sia in termini astratti, giacché la destra liberale è -o dovrebbe essere- da sempre particolarmente attenta a questi temi, sia in termini concreti, perché dandomi un’occhiata alle spalle e posando uno sguardo volante alla storia degli ultimi decenni ho la sensazione che la carenza endemica di garantismo -cioè, per capirci, l’atteggiamento vagamente ma palpabilmente illiberale- costituisca uno dei punti deboli della sinistra italiana, vale a dire uno degli elementi che -faccio il mio esempio personale- mi ha portato progressivamente ad allontanarmene.
Dopodiché, naturalmente, ognuno è libero di pensare quello che vuole: purché non si arroghi -come mi pare stia accadendo negli ultimi tempi- il monopolio di battaglie che di cui non ha l’esclusiva.
Né in teoria, né in pratica.

Si vede a occhio

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Uno degli argomenti che più rimbalzavano oggi sui vari social network è stata la partecipazione del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla ronda nottura antilucciole. Rimbalzava un po’ perché effettivamente farsi fotografare sulla moto nera nera a mo’ di Dark Knight renderebbe ridicolo chiunque tranne Christian Bale, un po’ perché ormai Alemanno (come il PD, Domenico Scilipoti, Daniela Santanché, Fausto Bertinotti, Sara Tommasi e Antonio Cassano) “fa ridere” a prescindere. Penso si chiami “perdita di credibilità”, quello strano fenomeno che interessa ogni essere umano che inanella una serie di minchiate (a parte Silvio Berlusconi).

Ma stiamo divagando.

Il punto è che grazie a questo tam tam, sono arrivato alla galleria di foto che Repubblica.it ha avuto la cortesia di pubblicare. Quella che mi ha colpito di più, al di là di quelle di spirito coreano in cui il potente di turno guarda con lo sguardo serioso dipendenti pubblici che lavorano, è la seguente

dove possiamo vedere quattro ragazze che vengono condotte in un furgoncino.

Immagino che tali ragazze siano state condotte in quel furgoncino in quanto prostitute. O, quanto meno, perché si presume che siano prostitute. Perché sono quattro, e credo sia un po’ difficile supporre che tutte e quattro, nello stesso momento, siano state colte in flagranza di reato. In effetti, se stai girando di notte per le strade di Roma con quel tipo di abbigliamento, o stai andando a Roma Vintage oppure ti stai prostituendo, è difficile immaginare altro.

Eppure, io dico. Ma è possibile privare della libertà personale, seppur per poche ore (almeno, spero siano solo poche ore, purtroppo non so quale sia l’iter di questo tipo di azioni), una persona solo su delle supposizioni? A parte la mia scempiaggine su Roma Vintage, seriamente, queste ragazze sono state colte in flagranza di reato? O sono state davvero sbattute in un furgone solamente perché abbigliate in modo discutibile e ferme di notte al lato di una strada?

“Vabbe’, dai, ma è evidente cosa stavano facendo. C’era davvero bisogno della flagranza del reato? Si vede da come sono vestite, dal fatto che si trovano in un luogo dove non dovrebbero stare”.

Ah sì? Beh, se la mettiamo su questo piano…

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