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Giorgia Meloni

Reato di integralismo islamico for (very) dummies

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Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

Perché Virginia Raggi è il candidato meno inadatto a governare Roma

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La mia dichiarazione di voto per il sindaco di Roma l’avevo già fatta in tempi non sospetti e quanto successo in questi mesi non mi ha fatto cambiare idea: domenica entrerò nella mia cabina elettorale, prenderò un bel respiro e metterò una bella x sul nome di Virginia Raggi. E lo farò perché, nonostante condivida buona parte di quanto riportava il mio compare Francesco, c’è il non trascurabile problema che in questo momento le alternative siano di gran lunga peggiori.

E quali sono queste alternative?

  • CaltagironAlfio Marchini: la volpe sindaco del pollaio
  • Giorgia Meloni: Alemanno 2, Electric Boogaloo
  • Stefano Fassina: Fassina chi? Il viceministro del governo Letta che finché è stato nella squadra vincente ha votato la qualunque e col nuovo capo si è scoperto alfiere delle masse sfruttate? Quello che ha formato un partito con più parlamentari che elettori?
  • Roberto Giachetti: Giachetti si potrebbe pure votare se non avesse il lieve inconveniente di non esistere. Candidato in primarie farsa contro gente praticamente raccattata per strada, Giachetti è l’anti-Marino per antonomasia: simpatico a tutti, farà esattamente quello che gli viene detto di fare senza alzate di ingegno o velleità personalistiche (e mi fa morire dalle risate chi si straccia le vesti perché la Raggi risponde solo a Grillo come se Giachetti non rispondesse solo a Renzi). È l’uomo perfetto per gestire l’esistente se non fosse per il piccolo particolare che l’esistente è una fogna a cielo aperto.

Purtroppo l’attuale situazione romana è tale che affidarsi ad una qualsiasi delle suddette persone non solo non risolverebbe il problema ma anzi lo acuirebbe in quanto tali persone sono esse stesse il problema: sono espressione più o meno diretta del (perdonate l’autocitazione) “blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana”. Potrebbero forse avere i mezzi per tentare di migliorare la situazione ma di certo non ne hanno la volontà.

Per tutto questo in questo momento non c’è alternativa a votare un sindaco 5 Stelle: perché il loro essere estranei a tutto questo rappresenta l’unica speranza per questa città*. Diamo dare loro modo e tempo di acquisire quell’esperienza utile a essere un’alternativa di governo credibile e vediamo se saranno capaci di diventare un soggetto politico vero invece del branco di scimmie urlatrici che sono stati finora.

*Non è esattamente vero: i Radicali sono la perfetta sintesi di competenza e estraneità al malaffare di cui Roma avrebbe un disperato bisogno e semmai Riccardo Magi si candiderà a sindaco lo voterò col veleno. Nel frattempo la next best thing è la loro lista per il consiglio comunale nella quale troverete anche qualche nome noto ai frequentatori di questo blog. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

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Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

La vecchia Fiamma: storia della destra dall’MSI alla Meloni

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Dato che di recente è apparso un articolo sul PD di cui condivido il contenuto, in questo contributo cercherò di analizzare ciò che succede in un’altra area che “viene da lontano”: la destra post fascista.

Forse a chi legge non pare possibile ma lo scontro che si sta svolgendo in casa ex An è forse più duro di quello che si sta svolgendo nel PD. Se per gli ex comunisti, specialmente tra gli iscritti, la lotta nel partito viene percepita come una lotta generazionale, per i neri lo scontro è per lo più politico.

Tutte le parti in campo amano riscaldarsi al tepore della Fiamma, ognuna ritiene però di sapere interpretarne l’essenza. Prima però una brevissima cronistoria.

Nel 93 in pochi nell’ MSI non lessero il l’articolo di Storace sul Secolo d’Italia con grande entusiasmo. L’articolo dell’allora portavoce di Fini rilanciava l’ipotesi di una unione dei missini con altri soggetti politici conservatori e comunque di diversa provenienza politica, e poco dopo cominciarono ad arrivare i primi successi. Il 35,5% di Fini a Roma e il 31% della Mussolini a Napoli aprirono la strada all’abbraccio con Berlusconi e i moderati. Da quel momento in avanti una classe politica formata ai margini del potere entrò nel palazzo dalla porta principale e, sopratutto, ci entrò compatta.

I corridoi dei ministeri si dimostrarono però insidiosi e quel gruppo prima si logorò, poi si divise tra le braccia di Berlusconi. Il loro leader, Gianfranco Fini, pensando che il Cavaliere fosse prossimo a dipartita, iniziò un processo volto a rendere lui e i suoi fedelissimi presentabili internamente e internazionalmente. Operazione delicata che tra viaggi in Israele, denunce del fascismo e aperture alla borghesia liberale stava dando i suoi frutti. La formazione del partito il Popolo delle Libertà sembrava pertanto essere il compimento di un lavoro politico minuzioso durato quasi vent’anni. In molti rimasero delusi quando il Cavaliere decise di non lasciare. A quel punto ricordiamo lo strappo di Fini, l’autunno in cui sembrava che quel colpo potesse uccidere Berlusconi oltre che il tentativo di saldarsi a Monti. Dallo strappo con Silvio in avanti la figura di Fini ha però conosciuto un rapido declino culminato con l’esclusione dal parlamento alle politiche del 2013 (sedeva a Montecitorio dall’83).

A questo punto tre domande sorgono spontanee: Cos’è rimasto di quel gruppo dopo la morte politica del loro leader? Il processo politico cominciato da Fini può essere rilevato da qualcun altro? Esiste uno spazio politico per la Destra in Italia?

Alcuni seguirono Fini (Ronchi, Menia, Urso e Buonfiglio o come il fedelissimo Bocchino). Altri ne criticarono aspramente la scelta e si aggrapparono a Berlusconi (Gasparri, La Russa e la Meloni). Ci fu poi chi, come Gianni Alemanno, per la posizione che ricopriva, restò ambiguo. Altri ancora avevano già abbandonato Fini quando venne fondato il PDL (vedi Storace). Insomma, quel blocco granitico che aveva resistito alle molotov e alle chiavi inglesi non riuscì a resistere alle ambizioni dei suoi colonnelli.

Data la scarsa popolarità di Monti e del suo governo, oltre che dalla paura di un’epurazione preventiva dalle liste del PDL, una parte consistente degli ex AN fondarono Fratelli d’Italia e cominciarono ad opporsi al governo tecnico e alle sue politiche.

Ricapitolando: da un lato Fini, che aveva passato una vita a guardare al centro, dall’altro La Russa e Meloni che intravedevano nella crisi europea ed italiana la fine di una possibile saldatura tra la borghesia filoeuropeista e la destra popolare. Fini andò contro il muro, Fratelli d’Italia non sfondò ma prese l’egemonia di quel mondo pur senza potere accedere ai fondi della Fondazione AN. Alla fine del 2013 venne presentata da Meloni-La Russa-Alemanno la richiesta di concedere a Fratelli D’Italia il logo di Alleanza Nazionale per un anno e l’assemblea della Fondazione si espresse favorevolmente.

Nel 2014 la Meloni venne elette presidente del Partito e cominciò un’operazione di avvicinamento alla Lega di Salvini, condividendo con i lumbard molte battaglie all’opposizione dei governi Letta e Renzi oltre che contro le politiche europee.

Nel 2015 è andato in scena il penultimo atto della saga all’assemblea della Fondazione AN. Da un lato i “quarantenni” (Bonelli, Facci, Orsomarso, Santoro, Vignale e Urzì più Fini e Alemanno) che auspicavano la nascita di una associazione che racchiudesse tutte le anime della destra . E dall’altro gli esponenti di Forza Italia (Gasparri e Matteoli) e Fratelli-d’Italia-An (Meloni e La Russa) per i quali sia la destra che i moderati avevano già i loro partiti di riferimento in parlamento. I secondi l’hanno spuntata, per il momento però i 180 milioni di euro della Fondazione non si toccano.

Atto ultimo. Elezioni di Roma. Meloni rompe con Berlusconi. Rinforza l’asse con Salvini con il quale spera di costruire l’unico polo di opposizione a Renzi a destra. Cip e Ciop sono convinti che i becchini abbiano già l’indirizzo di Arcore. Fini , Alemanno e i quarantenni stanno con Storace( della serie a volte si ritorna amici). Certo è che tra flussi di migranti, la disoccupazione elevata e l’Europa in cortocircuito la fiamma potrebbe tornare ad ardere. In Francia la destra avanza, in Grecia e nella penisola iberica no. In Italia? Vedremo.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

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