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Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Ilaria

in società by

Non so se Ilaria Cucchi abbia fatto bene o abbia fatto male, a pubblicare su Facebook la foto di uno dei carabinieri sospettati di aver picchiato a morte il fratello.
Non lo so, e onestamente non mi interessa saperlo.
Mi interessa molto quand’è lo Stato, a violare i principi di garantismo dei quali dovrebbe essere il primo custode; mi interessa quando a farlo sono gli organi di informazione, che in quanto tali dovrebbero rispondere a un codice deontologico preciso e inderogabile; ma che lo faccia un privato cittadino, assumendosi consapevolmente la responsabilità delle proprie azioni, mi sembra tutto un altro paio di maniche.
Esistono, com’è noto, norme di legge in base alle quali Ilaria Cucchi potrà essere querelata e sanzionata per aver pubblicato quella foto: e se in futuro dovesse rivendicare il diritto di non dover rispondere del proprio comportamento sarei il primo a scandalizzarmi, a criticare aspramente lei e chi dovesse sostenerla.
Senonché, Ilaria questo non l’ha fatto. Non ha preteso, e neppure richiesto, alcuna impunità. Non credo, non mi pare, sia minimamente intenzionata a farlo.
Ecco, finché non lo farà continuerò a non vedere alcuno scandalo, e il mio punto di vista resterà lo stesso: non so se abbia fatto bene o abbia fatto male, a pubblicare quella foto.
E onestamente non mi interessa saperlo.

Tutti i detenuti italiani hanno il 41-bis

in società by

La polemica, in soldoni, è la seguente: Piero Sansonetti scrive che il 41-bis a Carminati è una misura demagogica, giacché a suo dire non ci sarebbero gli estremi per applicarlo, e da più parti ci si stracciano le vesti e ci si indigna, come del resto è più che lecito aspettarsi in casi del genere.
Senonché, prima di entrare nel merito specifico della questione, sarebbe appena il caso di puntualizzare un paio di cose: il famoso (o famigerato) 41-bis è un articolo della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) introdotto nel 1986 per disciplinare le situazioni di rivolta nelle carceri, e successivamente integrato dopo la strage di Capaci per ricomprendere i casi di associazione mafiosa e altre fattispecie di particolare pericolosità sociale.
In estrema sintesi, esso prevede che per i detenuti colpevoli di determinate tipologie di reati è possibile sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento, da cui la definizione di “carcere duro” con la quale l’istituto viene comunemente designato.
Ebbene, sapete qual è il punto? Il punto che nel nostro paese le “normali regole di trattamento” sono di fatto “sospese” per la stragrande maggioranza dei detenuti, peraltro senza che alcuna legge lo autorizzi: sono sospese le regole sullo spazio vitale minimo, sulla possibilità di accedere tempestivamente all’assistenza medica, sull’igiene, sulla qualità del cibo e perfino sulla sicurezza degli edifici.
Ne consegue che in Italia quasi tutti i detenuti, in un modo o nell’altro, sono materialmente soggetti a una specie di 41-bis, nella misura in cui non vengono loro applicate le regole che sarebbe obbligatorio applicare: circostanza, questa, che non alberga soltanto nella fantasia di qualche blogger scalmanato, ma è stata rilevata dalla stessa Corte Europea dei Diritti Umani.
Ergo: prima di contraddire Sansonetti sulla questione dell’applicabilità del 41-bis a Carminati sarebbe il caso di domandarsi se esista qualche motivo ragionevole per cui il “carcere duro” venga di fatto inflitto anche a tutti gli altri, rispondersi (evidentemente) di no e di conseguenza spendere qualche riga e qualche parola per sostenere la rimozione delle intollerabili condizioni cui sono sottoposti i detenuti di tutto il paese; posto che tali condizioni, tra l’altro, provocano effetti disastrosi sulla collettività, cosa che è assai agevole verificare dando un’occhiata ai terrificanti tassi di recidiva di chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena.
Dopodiché, sul punto, quello che penso è che il dibattito sia fuori centro: qua non si tratta di stabilire se questo o quell’altro detenuto, che si chiami Carminati o Provenzano o Pluto, sia inquadrabile nella casistica del 41-bis; ma di chiedersi, una volta per tutte, se il 41-bis abbia un senso e un’utilità, perlomeno nel modo in cui viene applicato, o se si tratti (come a me pare) di una misura le cui finalità “punitive” superano di gran lunga le esigenze di ordine pubblico per le quali fu concepito; il che ci proietterebbe dritti dritti nel campo della tortura.
Ecco, mi piacerebbe questo: primo, che il “carcere duro” non fosse applicato (come di fatto avviene) a tutti, ma soltanto ai soggetti di cui a quel famoso (o famigerato) articolo di legge: e secondo, che anche per questi ultimi si potesse (finalmente) svolgere una discussione serena, non ideologica e “laica”.
Chiedo troppo?

I complici della barbarie

in società by

Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

Il cazziatone sul garantismo la Boschi deve farlo a Renzi

in politica by

La lezione che Maria Elena Boschi ha impartito in materia di garantismo non regge, o meglio non è pertinente. Intendiamoci, il ministro non ha detto nulla di errato: semplicemente ha elencato una serie di cose ovvie e che solo gli stupidi possono contestare nel merito.
Nessuno sano di mente mette infatti in discussione la presunzione di innocenza di qualsiasi individuo che per qualunque motivo si trovi indagato, ma quando è in gioco l’amministrazione della cosa pubblica il discorso non si può esaurire in questa banale constatazione.

Ogni qual volta una donna o un uomo delle istituzioni si trova a dover rendere conto alla giustizia si verifica infatti un conflitto tra principi diversi, tra i quali si deve essere in grado di eseguire un discrimine gerarchico. Il primo di questi principi è quello che si concreta nelle garanzie che spettano ai soggetti interessati da indagini, ed ha il suo solidissimo fondamento. Il secondo principio è quello che richiede che l’interesse del singolo soccomba – sempre nell’ambito delle più ampie garanzie di diritto – di fronte all’interesse collettivo. Quindi, se un sottosegretario o un qualsiasi altro “uomo di Stato” è indagato, può legittimamente restare al suo posto, ma innegabilmente renderebbe un servizio più utile alla collettività dimettendosi. Perché certo non giova al Paese avere al Governo persone fiaccate nella loro affidabilità pubblica.

Molto spesso infatti, quando si verificano casi del genere, emerge una brutta sensazione: cioè quella che l’indagato di turno si senta insostituibile e la categoria dell’opportunità politica – citata anche dalla Boschi – viene spesso confusa con quella dell’opportunismo politico, che è tutta un’altra cosa.

La “politica” può in quei casi esercitare una scelta: può difendere l’indagato non riconoscendo i motivi della collettiva utilità o mostrare di intendere fino in fondo la funzione di servizio cui è almeno teoricamente chiamata. E’ un discorso che di fondo prescinde dall’esistenza di indagini giudiziarie: perché non è l’interessamento dei magistrati che regola l’opportunità politica. E’ il caso ad esempio dell’ex ministro Cancellieri, che ha mostrato quanto poco c’entri il “garantismo” con la necessità che qualcuno si dimetta.
Tra quanti oggi plaudono alla banale lezioncina della Boschi, moltissimi difesero il ministro (non indagato) ma coinvolto nello stucchevole caso della telefonata umanitaria in favore della giovane Ligresti. Lo stesso Renzi, che si deve presumere oggi condivida la linea di Boschi, all’epoca espresse con vigore l’opinione che il ministro dovesse immediatamente dimettersi. E se il caso Ligresti generava motivi di opportunità politica tali da giustificare le dimissioni, non si capisce come un’indagine giudiziaria non valga altrettanto.

Insomma, avendo chiaro che un avviso di garanzia non produce alcuna conseguenza giuridica immediata, si dovrebbe però avere la sensibilità di comprendere che può produrre degli effetti politici. Prenderne atto e comportarsi di conseguenza, con un minimo di coerenza, traccia la differenza tra garantisti e opportunisti.

@coconardi

Manette

in politica by

Caro Daniele,
ti ricorderei, sia pure sommessamente, che il partito di cui sei portavoce nazionale ha regalato al nostro paese leggi quali la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, grazie alle quali le già sovraffollate carceri italiane si sono ulteriormente riempite di poveri disgraziati.
Sarebbe decente che ne tenessi conto, quando elargisci ad altri l’appellativo di “manettari“: perché se in questo paese c’è qualcuno che ha largamente incrementato il fabbisogno di manette, quelli siete voi.
Stammi bene.

La sinistra e l’esclusiva del garantismo

in politica by

Leggendo la miriade di commenti -spesso e volentieri indignati- alle vicende di Breivnik e di Vallanzasca ho messo a fuoco una questione che avevo in testa da un po’, sia pure in modo non del tutto consapevole.
Si direbbe, a giudicare dal dibattito che si è scatenato in rete, che secondo l’opinione maggioritaria l’attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, la convinzione che si debba cercare di recuperarli alla società civile piuttosto che punirli tout court, il tentativo di separare il concetto di giustizia da quello di vendetta siano concetti “di sinistra”; mentre al contrario siano “di destra” l’idea che per certi crimini occorrerebbe buttare via la chiave, che chi li ha commessi dovrebbe essere considerato in qualche modo irrecuperabile, che il carcere debba consistere essenzialmente in un castigo -per non dire una tortura- senza alcuna finalità rieducativa.
Ebbene, io -da uomo di sinistra quale mi considero- ritengo che questa visione delle cose sia profondamente inesatta: e che in ragione di tale errore la sinistra italiana -spesso e volentieri intrinsecamente manettara e giustizialista, com’è agevole rilevare da alcuni recenti accadimenti che hanno avuto luogo nel nostro paese- finisca per vedersi attribuita una posizione più attenta degli altri alla tutela dello stato di diritto senza alcuna ragione plausibile: come se i garantisti -per qualche ragione che mi appare francamente inspiegabile- dovessero collocarsi “naturalmente” da quella parte, al punto da configurare una vera e propria rendita di posizione che a ben guardare si rivela tanto suggestiva quanto virtuale.
Io, personalmente, non credo che il garantismo -nell’accezione ampia che si vuole attribuire al termine in questo post- sia una cosa “di sinistra”; sia in termini astratti, giacché la destra liberale è -o dovrebbe essere- da sempre particolarmente attenta a questi temi, sia in termini concreti, perché dandomi un’occhiata alle spalle e posando uno sguardo volante alla storia degli ultimi decenni ho la sensazione che la carenza endemica di garantismo -cioè, per capirci, l’atteggiamento vagamente ma palpabilmente illiberale- costituisca uno dei punti deboli della sinistra italiana, vale a dire uno degli elementi che -faccio il mio esempio personale- mi ha portato progressivamente ad allontanarmene.
Dopodiché, naturalmente, ognuno è libero di pensare quello che vuole: purché non si arroghi -come mi pare stia accadendo negli ultimi tempi- il monopolio di battaglie che di cui non ha l’esclusiva.
Né in teoria, né in pratica.

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