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Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

“Tanti auguri, Ennio Morricone!”, in 10 film italiani

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Oggi Ennio Morricone compie 87 anni. Non scriverò una riga in più sulla sua biografia, perché qualcuno là fuori l’ha fatto infinitamente meglio di quanto potrei farlo io, e perché non è questo l’intento del post. Vi lascio una playlist, a tratti scontata –perché di certe cose non si può far proprio a meno–, a tratti un po’ più particolare.

Tutti italiani, in ordine cronologico. Buon ascolto e, se vi manca qualcosa, vale la pena continuare: quindi buona visione.

 

1) Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

 

2) Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

 

3) Il buono, il brutto e il cattivo (Sergio Leone, 1966)

 

4) Titoli di testa di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), cantati da Domenico Modugno

 

5) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

 

6) Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971)*

 

7) Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

 

8) Il Vizietto (Eduardo Molinaro, 1978)

 

9) Nuovo Cinema Paradiso  (Giuseppe Tornatore, 1988)

 

10) Sostiene Pereira (Roberto Faenza, 1995)

* Ero indeciso con La classe operaia va in paradiso film dello stesso anno di Elio Petri. Ha vinto Sacco e Vanzetti per ragioni affettive, ma su YouTube trovate anche quella colonna sonora.

Poche autrici, pochissime protagoniste

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E’ difficile scrivere qualcosa su cui non si è d’accordo. Quantomeno, istintivamente. A me, per esempio, risulta complicato scrivere riguardo al gender gap. Non perché non credo nell’esistenza del problema, anzi; ma perché quasi sempre trovo l’approccio degli articoli ad esso dedicati completamente sbagliato. Veniamo bombardati quotidianamente da indagini spesso banali e approssimative sul tema della disparità di genere, dalle quote rosa al femminicidio (giusto ieri la home page di Repubblica dedica un articolo al mancato pareggio maschio-femmina nelle elezioni regionali, e ha tristemente battezzato un’intera sezione “Speciale Femminicidio”). Di conseguenza, per chi come me trova controproducenti le quote rosa e non ritiene il femminicidio un’emergenza, leggere che c’è un gender gap nei libri più premiati – non tanto a livello di autore, ma soprattutto di personaggi! – fa venire da sorridere.

Già, perché proprio ieri Quartz ha pubblicato un post che analizza il sesso dei protagonisti degli ultimi 15 vincitori del premio Pulitzer. Dal 2000 al 2015 nessuno dei libri premiati è incentrato principalmente su un personaggio femminile, nonostante ben 6 detentori del titolo siano donne. L’autrice inglese Nicola Griffith ha effettuato uno studio estendendo il campione ad altri premi, osservando sostanzialmente lo stesso effetto: parità di genere tra vincitori, forte disparità tra i protagonisti.

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Nonostante un sostanziale pareggio tra il totale degli scrittori e delle scrittrici, su 89 romanzi solo 15 (il 17%) hanno le donne protagoniste. Di questi, 12 sono stati scritti da donne, 3 da uomini. Griffith deduce che più il premio è prestigioso (in termini di successo e di soldi), più è improbabile che il vincitore parli di donne: “Ciò significa o che le scrittrici si autocensurano, o che la critica ritiene le donne spaventose, orribili o noiose […] ergo che il punto di vista femminile non è interessante o non ha valore”. In un appendice all’articolo, l’autrice sostiene che grazie alla mole di dati che stanno raccogliendo diversi istituti (tra  cui la VIDA: Women in Literary Arts), questi stessi dati “ci daranno sentieri. I sentieri ci daranno connessioni. Le connessioni ci aiuteranno a discriminare tra causa ed effetto, e una volta trovate le prime potremo trovare le soluzioni”. Di fronte a queste affermazioni piene di belle speranze, mi sento di dover raffreddare gli entusiasmi ricordando che non è così facile discriminare cause ed effetto, soprattutto in quei casi (e questo, lo è) particolarmente a rischio di correlazioni spurie. La mia perplessità si fa ancora più forte di fronte all’ingenua affermazione di Griffith: “Abbiamo ora gli strumenti per analizzare e mostrare masse di informazioni in modi che le rendano FACILI (caps lock mio) da capire”.

Ripeto: bisogna fare molta, molta attenzione a maneggiare dati, soprattutto in ambito qualitativo/categorico. La correlazione spuria è dietro l’angolo e non aspetta altro che essere sbattuta sulla prima pagina del Corriere o di Repubblica (si veda qua per un breve sunto sull’amore dei giornali per tali assurdità). Allo stesso modo bisogna cercare di inquadrare le dimensioni del problema e i pericoli che ne derivano per la società. E’ possibile, come dice Griffith, che il fatto che i critici premino solo romanzi aventi protagonisti maschili possa traviare negativamente il comportamento delle persone? “Stories subtly influence attitudes. If women’s perspectives aren’t folded into the mix, attitudes don’t move with the whole human race—just half of it”. Non staremo esagerando? E non sbaglia di grosso Quartz quando dice che questo non accadeva in passato? Dice: “Anecdotally, it’s hard to argue that the world’s greatest novels, whether by men or women, are skewed away from a female perspective (though an analysis might prove otherwise). Books like Anna Karenina,Jane Eyre, Clarissa, Mrs. Dalloway, To Kill a Mockingbird, The God of Small Things, The Portrait of a Lady, and The Handmaid’s Tale offer some of art’s richest depictions of the lives of girls and women across centuries and cultures.” Peccato che non solo potremmo citare un miliardo di romanzi dello stesso periodo aventi protagonisti maschili, ma anche che spesso quelli che oggi consideriamo capolavori erano del tutto ignorati dai lettori contemporanei.

Se il problema dei gusti dei critici permeasse in maniera così significativa il mondo reale, probabilmente non esisterebbero i Vanzina. Per mettermi il cuore in pace, sono andato su amazon.com a vedere quali fossero i bestseller del periodo 2000-2015 ed – escludendo quegli orribili libri che insegnano a diventare manager di sé stessi o peggio ancora a trovare Gesù – ho scoperto quanto segue:

tab1 gender gap
Indovinello: i 4 libri con autore “f” e protagonista “m” sono scritti dalla stessa autrice e hanno lo stesso protagonista. Chi?

 Di nuovo, negli ultimi 15 anni i bestseller su amazon.com sono equamente divisi tra autori ed autrici. Tuttavia, solo 4 libri (il 27%) sono incentrati sulle donne. Per quanto la percentuale sia più alta rispetto ai libri vincitori di premi, sembra che il gender gap nella trama permane anche tra i libri più commerciali. Ha quindi ragione Griffith? Prima di trarre le conclusioni, facciamo un paio di prove cambiando prima mercato e poi settore culturale.

La tabella che segue riguarda il mercato italiano. Ho confrontato i libri vincitori del premio Strega e del premio Bancarella nel periodo 2000-2015. Ecco il risultato:

tab2 gender gap
Gli “n.a.” hanno protagonisti non classificabili, nel senso che sono incentrati su una coppia, su una comunità, o su un bel fico secco di niente

Grazie soprattutto agli “n.a” la percentuale “f” sale al 20%, non distante dal campione della Griffith (che, tra l’altro, ha il triplo della dimensione del mio). Tuttavia, scompare l’equilibrio di genere tra gli autori: molto male. E per quanto riguarda i più letti in Italia? Purtroppo non ho trovato un sito affidabile come Amazon, e quindi mi sono dovuto appoggiare alle informazioni di questo articolo, da cui si deduce che:

tab3 gender gap

ben il 33% dei libri più venduti nell’ultimo quindicennio hanno protagoniste femminili. Non è il pareggio, ma nemmeno le basse percentuali di prima. Tuttavia, come per i vincitori dello Strega e del Bancarella, sparisce l’equilibrio di genere tra gli autori.

Un’altra domanda che mi sono posto è stata: “Ok, questo accade nei libri. Ma cosa dire riguardo ai film? Anche loro hanno registi e registe, anche loro hanno protagonisti e protagoniste, e posso analizzare i più premiati e i più venduti”.

Questi i risultati:

tab4 gender gap
Film vincitori dell’Oscar, della Palma d’oro e dell’Orso d’oro. “f” è il 27% del totale.
tab5 gender gap
“f” è il 7% del totale
tab6 gender gap
Film vincitori del Leone d’Oro. Ok, avrei dovuto usare il Donatello (che ha giudici italiani per film italiani) ma oramai ho fatto la tabella. E poi il Bancarella premia anche gli stranieri. Comunque, “f” è il 27%
tab7 gender gap
come per il mondo, “f” è il 7%

Ricapitolando:

graf 2 gender gap

graf 1 gender gap

 

Il mondo del cinema è ancora più impietoso di quello dei libri. Non solo si ribalta il rapporto premi VS vendite (cioè i critici danno più spazio a protagoniste femminili di quanto poi faccia il pubblico in sala), ma addirittura spariscono, sia tra i premi che tra le vendite, i film con registe femmine.

E ora, le conclusioni. Visti questi dati, si può dire che c’è un problema importante per quanto riguarda le trame più lette e meglio valutate nell’ultimo quindicennio. Questo basandoci sul presupposto del tutto intuitivo (in quanto difficile da negare ma allo stesso tempo impossibile da dimostrare) che il sesso del protagonista non possa essere la discriminante che fa di un libro o di un film un capolavoro o uno spreco di soldi. Purtroppo, l’unica cosa certa è che questo tipo di analisi sia del tutto insufficiente. Il campione andrebbe esteso nel tempo considerato e nel numero di vincitori e di libri letti. Andrebbero considerate le nomination, e non solo i vincitori. Andrebbero considerati i 10 libri più letti nell’anno, e non soltanto il primo. Dopodiché potremmo trarre le dovute conclusioni, che poi probabilmente non saranno molto lontane dai numeri mostrati in queste tabelle. E magari, potremmo altresì vedere un lento ma costante aumento della quota femminile lungo i decenni, segnale positivo di un processo che – senza quote rosa – si sta aggiustando da solo.

 

The Ruling Class – una recensione

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Una noiosa domenica di molti anni fa, a casa della mia nonna materna, mi capitò di vedere un pezzo di questo film. Nonna Ginetta aveva comprato un televisore a colori, che allora rappresentava il massimo della tecnologia moderna, e ogni tanto mio padre ed io passavamo un pomeriggio domenicale ipnotizzati da quella fantastica novità. Sorbivamo di buon grado qualsiasi porcheria ci venisse propinata dalla scatola magica; a differenza della Rai, le “tivvù private”, infatti, passavano film a qualsiasi ora, classici come opere bislacche come quella di cui oggi voglio parlare.

Da notare: i miei genitori, che si erano preoccupati di bandire dalla conversazione qualsiasi riferimento anche lontanamente attinente alla sfera sessuale, a dieci anni mi consentivano di guardare film che per tema, durata, stile, argomento, erano chiaramente non adatti ad un bambino della mia età. Ero piccolo quando mi vennero propinate le tre ore abbondanti di “Barry Lyndon”. Vorrei poter dire che la visione di quella meravigliosa pellicola in sì tenera età sia stata decisiva per forgiare il mio futuro impeccabile gusto in fatto di cinema; la realtà è ben diversa, ovviamente: “Grazie papà, per avermi portato a vedere un film dove a uno tagliano la gamba e la danno al gatto“- questo fu il mio unico commento. Tra l’altro, la versione che vidi allora era quasi certamente tagliata: non ho memoria, ad esempio, della scena del bacio omosessuale tra ufficiali (negli USA si affronta il tema dell’omosessualità nel 1958 con “La Gatta sul tetto che scotta”, in Italia, oltre vent’anni dopo, si purga una scena con un bacio tra uomini).

Ma torniamo a “The Ruling Class” (“La classe dirigente”): facendo zapping, mio padre vede Peter O’ Toole, un attore che idolatra dopo il suo Lawrence d’Arabia, e finalmente la pianta di cambiare canale in modo compulsivo. La bizzarria e l’irriverenza del film a me piacquero immediatamente, anche se ovviamente non ne capii a fondo il senso polemico. Al piccolo Braconi (e anche al senior in effetti) fu comunque negata la scena in cui Carolyn Seymour si esibisce in una coreografia-strip tease, fino a rimanere nuda: anche qui, evidentemente, un piccolo taglio per non turbare troppo i borghesi teledipendenti della domenica…

Quando lo becchiamo, il film è iniziato da un po’, e così perdiamo pure l’assurda sequenza iniziale: quella di sicuro non l’avrei capita. Provate a spiegare questo, ad un bambino di 10 anni (nel 1979): l’anziano Ralph, 13-esimo conte di Gurney, in divisa da ufficiale britannico e tutù da ballerina, chiuso nella sua stanza da letto, fa uno strano gioco autoerotico: con l’ausilio di una scaletta, si mette un cappio al collo e si procura piacere con brevi istanti di asfissia. Quando la scala si rovescia, il conte si impicca e muore.

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Gli stravaganti nobili inglesi

Sir Charles, dopo aver dissimulato la reali circostanze della morte dell’illustre e ricco fratello, punta ad impadronirsi dei di lui beni, congiurando apertamente ai danni del legittimo erede, Jack Arnold Alexander Tancred Gurney, 14-esimo conte di Gurney (Peter O’ Toole). Obiettivo apparentemente facile, dal momento che Jack è un pazzo furioso convinto di essere Dio. Una follia tenera e poetica, la sua, che si manifesta nell’aperta predicazione della fratellanza universale e che comporta qualche piccola stravaganza: Jack, per dire, insiste a dormire, in piedi, sul crocifisso a grandezza naturale che ha fatto installare nel salotto della sua casa di famiglia. Ovviamente, il suo messaggio di amore incondizionato, più che avversato, viene semplicemente ignorato dai più come una fastidiosa forma di eccentricità.

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Carolyn Seymour, moglie del regista Peter Medak, come io non ho potuto rimirarla quando avevo 10 anni.

Sir Charles mira a far sposare rapidamente Jack – a tal fine “riciclerà” cinicamente una sua (ex?) amante, che, a dispetto di ogni aspettativa, finirà per provare autentica tenerezza per lo sfortunato conte di Gurney. Una volta messo alla luce un erede legittimo, spera Sir Charles, potrà far interdire Jack e toglierlo definitivamente di mezzo rinchiudendolo in manicomio. A tal fine viene perfino ingaggiato uno psichiatra, il dottor Herder, il quale però, anziché favorire i biechi piani di Charles, avallando la tesi della follia di Jack, si metterà in testa di curarlo. Ed effettivamente i suoi metodi, singolarmente crudeli, condurranno il paziente ad una parvenza di normalità. Dismessi l’acconciatura da Gesù pop, i completi bianchi ed il saio monacale, Jack sfoggia ora un perfetto taglio di capelli, un magnifico completo di sartoria, e siede sullo scranno parlamentare un tempo occupato dal defunto padre. Eppure, il recuperato equilibrio mentale non è esente da ombre né da vaghe suggestioni violente; la mente di Jack, infatti, è irrimediabilmente malata, ed egli adotterà ben presto un alter ego assai più sinistro, quello del maniaco assassino di prostitute Jack lo Squartatore. Nessuno, nemmeno l’amata e tutto sommato innocente moglie, verrà risparmiato dal suo furore distruttivo.

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Il “nuovo” conte di Gurney e la sua platea di zombie.

La Classe Dirigente” è la versione cinematografica di una pièce teatrale scritta da Peter Barnes nel 1968 (in questi giorni, fino all’11 aprile 2015 viene rappresentata a Londra); anche in quel caso il quattordicesimo conte di Gurney venne impersonato da Peter O’ Toole, il quale era anche proprietario dei diritti. La leggenda vuole che, nel 1972, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica trascorsa in compagnia di Peter Medak, l’attore irlandese abbia telefonato al suo agente: “Sono qui con quel pazzo di ungherese, e sì, lo so che sono sbronzo, ma ti do 24 ore per metter su questo film“. La mattina successiva Medak riceve una chiamata dalla United Artists. Il film, come la commedia, è un guazzabuglio in cui si alternano black comedy, satira sociale e musical. Pur nella sua piacevolezza è una pellicola piena di rabbia, quasi nichilista. L’unico personaggio positivo è in effetti quello del maggiordomo marxista, Daniel, che, una volta ereditata una somma di denaro dal vecchio conte di Gurley, diventerà pericolosamente poco diplomatico nei confronti dei suoi “padroni”, e progressivamente più proclive all’abuso di alcol. Pur odiando cordialmente (e con ottime ragioni) la corrotta famiglia Gurney, rimarrà fedele al giovane Jack, il quale tuttavia lo tradirà senza il minimo scrupolo per salvarsi dall’accusa di omicidio. Il “nuovo” conte di Gurney si comporta in modo consono a quanto gli impone il suo retaggio, ovvero mettendo in conto alle classi oppresse le conseguenze della propria condotta criminale: si registra qui quel tipo di forzatura ideologica che dal mio punto di vista fa invecchiare male tanto cinema di contestazione anni Settanta, altrimenti molto interessante.

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Il maggiordomo marxista, pronto alla prima vacanza della sua vita.

Per il resto il carnevale grottesco di Medak / Barnes butta all’aria ogni sacra istituzione borghese:

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Il Vescovo Lampton.

La religione organizzata (La Chiesa d’Inghilterra): ad impersonarla è la maschera stravolta ed esilarante del vescovo Bertie Lampton (Alastair Sim), che, a dispetto delle manfrine con cui manifesta il suo sdegno per la corruzione dei suoi tempi, fingerà di credere che la morte di Ralph Gurney sia stata causata da un incidente e che il matrimonio di comodo tra una prostituta ed un debole di mente sia il suggello divino su un amore sincero. Non a caso l’autentico messaggio “love & peace” viene messo in bocca ad un folle: esso, infatti, comporta un sovvertimento di valori talmente violento che una società cinica non può che catalogare come pazzia.

La scienza: a dargli corpo è il personaggio del dottor Herder, medico abile ma incapace della minima empatia con il paziente, ed in più pronto a farsi corrompere in cambio di sesso (le profferte erotiche della matura e disinibita moglie di Sir Charles) e del denaro necessario a finanziare le sue ricerche. Per inciso, con la sua “geniale” terapia, trasformerà la bonaria follia di Jack in una furia omicida che nulla risparmia.

Il matrimonio: quello organizzato da Sir Charles è una farsa indecente – solo per caso, da queste esecrabile finzione nascerà un legame basato su un affetto genuino, anche se breve. Quanto al suo, di matrimonio, c’è poco da stare allegri. A parte il fatto che Sir Charles se la spassa con un’amante che ha la metà dei suoi anni e che non si farà scrupoli ad asservire ai suoi loschi piani, la moglie lo disprezza al punto da andare a letto con Herder solo per odio nei suoi confronti. Non solo, ma quando Jack recupererà la sua rispettabile “normalità” (apparente e comunque transitoria), Lady Claire non si farà scrupolo di sedurre il nipote, che l’ammazzerà a coltellate.

La società: la classe dirigente viene dipinta come una combriccola di deboli di mente, il cui sbandierato rispetto per le tradizioni nasconde esistenze dannate da conformismo, fredda ipocrisia, violenza e alcolismo. Un circolo chiuso, all’interno del quale tutto è concesso e al di fuori del quale tutti sono considerati nemici. Molto efficace, a tal proposito, è la scena in cui Jack, ormai rinsavito e trasformatosi in eloquente parlamentare, terrà un discorso in cui si dichiarerà favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte; ad applaudire sarà però un’assemblea di mummie polverose (il Parlamento).

Insomma, anche se è stato girato molti anni fa e nonostante qua e là faccia percepire l’ansia dimostrativa tipica dei film a tesi, La Classe Dirigente è divertente e polemico; il suo unico difetto è la lunghezza: 153 minuti sono davvero troppi, qualche taglio in fase di montaggio avrebbe reso il lavoro molto più snello e fruibile.

Bignami dei film

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Quante volte vi è capitato di avere queste conversazioni imbarazzanti in cui un vostro amico/parente/animale domestico vi parla di una pietra miliare del cinema, e voi non avete la più pallida idea di cosa diavolo si tratti, avete solo un vago sentore che forse durante le proiezioni a scuola avreste dovuto stare attenti?

Quante volte avete dovuto rispondere “Ma certo” quando qualcuno, vedendo la vostra faccia impassibile, vi ha chiesto “Ma l’hai visto 2001 odissea nello spazio?” per evitare la frase, urlata, “NON HAI MAI VISTO 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO???!!”

Diciamocelo: le studentesse/studenti di cinema sono i più facilmente intortabili, se volete rimorchiarli parlando di roba che a loro interessa (provateci con uno che studia ingegneria aerospaziale). Dunque, mi propongo di aiutarvi stilando un bignami cinematografico, che vi aiuterà a dimostrare che voi, quei film, li avete visti veramente, e non “tanto tempo fa, a pezzi…”

 

IL PADRINO (FRANCIS FORD COPPOLA, 1972)

Il giorno del matrimonio della figlia, il padre della sposa, invece di ingozzarsi delle otto portate del pranzo, è costretto a stare chiuso in un ufficio a elargire favori. La mafia è veramente una brutta cosa.

Note aggiuntive

Il Padrino è il film più citato della storia del cinema, quindi ogni volta che ci sono scene di cartoni animati o altri film in cui si vedono mafiosi crivellati di colpi, padri che elargiscono favori o bucce d’arancia in bocca, assumete un’aria pensierosa e dite: “Ma questa non è una citazione da Il Padrino?” Farete comunque bella figura, anche se non è vero.

Importante: è fondamentale ricordare che quasi tutti odiano il terzo capitolo. In caso se ne parli, fa molta impressione dire una frase tipo “Beh, però Andy Garcia è magnifico.”

 

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (STANLEY KUBRICK, 1968)

Alcune scimmie capiscono di poter utilizzare delle ossa come corpi contundenti. Monolite nero. Luci e colori. Giove.

Note aggiuntive

2001 è di Kubrick, quindi, essendo Kubrick un cineasta dalla filmografia forse piuttosto esigua, se paragonata a quella di altri registi, si può pilotare il discorso verso un altro film del regista, che magari avete visto. La frase può essere: “No, 2001 bellissimo, eh, per carità. Però io preferisco i film di Kubrick più lineari, tipo Shining.”

 

OMBRE ROSSE (JOHN FORD, 1939)

Una diligenza viene attaccata dagli indiani. Ringo (un pistolero, non quello dei Beatles), cioè John Wayne, salva la situazione.

Note aggiuntive

Ombre Rosse è un film western con John Wayne, quindi vi potreste attaccare a frasi come: “Guarda, secondo me è il miglior western di John Wayne.” Se poi volete rischiarvela, potete azzardare un “E secondo me lui era anche meglio di Clint Eastwood.” (prevedere gente che alla fine della serata si lancia sedie)

 

VIA COL VENTO (VICTOR FLEMING, 1939)

Al tempo della Guerra di Secessione, una rampolla sudista sposa un ragazzino, un vecchio, Clark Gable, ma alla fine lui se ne infischia e se ne va.

Note aggiuntive

Anche Via col vento è un film citato in ogni dove. Importantissime, da ricordare, sono tre frasi:
1. “Giuro davanti a Dio: non soffrirò più la fame!” (musica di Porta a Porta)
2. “Francamente, me ne infischio.”
3. “Domani è un altro giorno.” (musica di Porta a Porta)
Ecco, se volete fare veramente i fichi potete informare tutti i vostri amici che la sigla di Porta a Porta, in realtà, è il tema principale di Via col vento.

 

METROPOLIS (FRITZ LANG, 1927)

Uno scienziato cattivo crea un robot, che sembra una tizia buona, ma in realtà è cattiva, per evitare che i poveri insorgano contro i ricchi.

Note aggiuntive

Metropolis è anche la città dove si svolgono le avventure di Superman. Se qualcuno la cita, in riferimento al supereroe, potete fare gli splendidi e dire “Io di Metropolis conosco solo il film di Lang.”, frase seguita da uno sguardo di chi ne sa.

 

LA CORAZZATA POTEMKIN (SERGEJ M. EJZENSTEJN, 1925) (lo so che si scrive in un altro modo, ma le lettere russe non riesco a inserirle in maiuscolo, dunque fatevelo andare bene)

L’occhio della madre. Gli stivali dei soldati. La carrozzella del bambino.

Note aggiuntive

Nessuno sa di cosa parli La Corazzata Potëmkin, nemmeno Ėjzenštejn. Conosciamo solo alcune scene, citate in Fantozzi. Evitate accuratamente di parlarne con i cinefili più accaniti.

Bonus: la scena incriminata, quella con l’occhio della madre ecc. si chiama “La scalinata di Odessa”. Informazione che vale almeno un sopracciglio alzato del vostro amico acculturato.

 

SCARFACE (BRIAN DE PALMA, 1983)

Al Pacino si droga, si droga, si droga, si droga ancora e alla fine muore (ma non per colpa della droga. Almeno non direttamente).

Note aggiuntive

Scarface è in realtà un remake del meno fortunato film omonimo del 1932, di Howard Hawks. Meno fortunato perché non l’ha visto nessuno: anche tutti quelli che dicono che l’hanno visto, mentono. Quelli che dicono “è molto meglio di quello di Brian De Palma” sono pazzi e mentono. E comunque non hanno visto il primo.

 

QUELLA SPORCA DOZZINA (ROBERT ALDRICH, 1967)

Seconda Guerra Mondiale: americani fomentati contro tedeschi cattivissimi.

Note aggiuntive

Tarantino s’è ispirato a questo film per Inglorious Basterds, ma secondo me non l’aveva visto nemmeno lui.

 

LADRI DI BICICLETTE (VITTORIO DE SICA, 1948)

Tristezza a palate: padre disperato ruba bicicletta per sfamare famiglia e rischia linciaggio, no perditempo, telefonare ore pasti.

Note aggiuntive

A proposito di questo film, gira il famoso aneddoto che racconta del perfido De Sica che mise mozziconi di sigaretta in tasca al bambino protagonista per farlo piangere: non è vero niente. De Sica padre era una brava persona.

 

COLAZIONE DA TIFFANY (BLAKE EDWARDS, 1961)

Audrey Hepburn fa tanto la gran dama, col cappello a falda larga e il bocchino, ma intanto è una donnaccia (letteralmente).

Note aggiuntive

Questo è un film che, come Il meraviglioso mondo di Amélie, ha rovinato generazioni su generazioni di donne. Audrey Hepburn è il mio modello, voglio essere magradiclassesvampitellatrasognataelegante ecc ecc.
Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, fa LA ESCORT. È una persona triste e sola. Si attacca al primo tizio che le capita per non morire in solitudine. Ecco. Soddisfatte?

Bonus: ogni volta che qualcuno nomina questo film, c’è sempre quello simpatico che dice “Eiaculazione da Tiffany, eh eh eh!”
L’ho cercato su internet e ho trovato questo:

Eiaculazione_da_Tiffany

 

Seconda parte qui.

JJ

L’attimo fuggito

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Vecchia storia quella dell’attimo che va colto. Vecchia storia letteraria che è pure antica faccenda antropologica: capire il senso delle cose per poi afferrarle e tentare di trattenerle e infine fallire. Il ciclo mai chiuso dell’umanità. Perché le cose della vita mica si possono trattenere; al massimo si chiariscono – alcune più di altre – e certamente si ricordano. Ma fermarle, appropriarsene, non è possibile. Allora ci accontentiamo delle rappresentazioni, delle immaginazioni feroci, bugiarde qualche volta. Spesso bugiarde.

Quelli della mia generazione (quelli nati negli anni ’80) sono cresciuti con la retorica della possibilità, anzi col senso del possibile, che è il territorio della felicità irraggiunta, irraggiungibile. Tanti della mia generazione sono cresciuti con le Lettere (con la elle maiuscola), con la poesia ermetica, il verso libero e un Ego che si gonfiava e gonfiava e gonfiava più o meno consapevolmente. Abbiamo scritto i nostri versi, li abbiamo conservati e abbiamo desiderato di fare parte di una setta, senza tener conto del fatto che contava milioni di persone e che chiamarla “setta” era una presa per il culo bella e buona. Ma si sa: da giovanissimi si campa di prese per il culo, soprattutto di quelle autoprodotte.

È forse questo il motivo per cui quel film, quello in cui bisognava cogliere l’attimo e si andava in una grotta a leggere Whitman e Thoreau, quindi a masticare le Lettere con la elle maiuscola, ci è piaciuto tanto. Ma che dico piaciuto, l’abbiamo divorato e ci siamo incazzati perché noi non c’eravamo, non potevamo esserci. Perché quella roba lì solo nei film; perché quella roba lì nella vita vera avrebbe fatto un po’ ridere. 

L’abbiamo cercato il professor Keating; l’abbiamo cercato ovunque disperatamente. I più fortunati l’hanno addirittura trovato. O almeno qualcuno che gli rassomigliava. I più fortunati hanno scoperto quanto possa essere naturale imparare, senza vergognarsene, e pure senza rinnegare gli slanci centrifughi tipici dell’età adolescenziale. Contro i dogmatismi mortiferi, contro gli inquadramenti militareschi e avvilenti. L’abbiamo cercato un maestro con lo sguardo malinconico di Robin Williams. Per poi dover accontentarci di quello severo o semplicemente bonario di un insegnante fuori dallo schermo, in carne ed ossa.

Ci siamo piaciuti parecchio nella veste dell’allievo e ci siamo detti che avremmo fatto esattamente le stesse cose, qualora l’avessimo trovato, il nostro Keating: l’avremmo seguito, amato e saremmo saliti tutti sui banchi per lui. Tutti. Perché da giovani si ha buona memoria e ce le ricordavamo fin troppo bene le schiene di quelli che nella scena finale erano rimasti seduti, composti, dogmatici. “Vigliacchi” abbiamo pensato a dispetto di ogni realismo, trascinati dall’immaginazione intransigente della rivolta. E capirai che rivolta.

“Vigliacchi” abbiamo pensato tutti, nessuno escluso, mancando nettamente la verità. O forse provando a spazzarla via col piede sotto il tappeto, come si fa con la polvere. Del resto, è dura uscire dalla bella illusione della diversità, da quel pensiero appagante, dalla vocina che ti dice “io non sono così”.

“Vigliacchi” abbiamo pensato spesso, senza capire che era – ed è ancora – sufficiente alzare un poco il tappeto per trovarsela di fronte, la verità. No, non ci saremmo alzati in piedi sul banco, non avremmo gridato “Oh Capitano, mio capitano”.  Avremmo taciuto. Certo, con la morte nel cuore, ma avremmo taciuto. Pur volendo gridare, anche con le gambe frementi, con gli occhi lucidi di rabbia. Sì, molto probabilmente avremmo taciuto. E poi saremmo andati avanti, come sempre. E ci saremmo portati dietro il senso di colpa per quella schiena nell’inquadratura e quello sguardo perso nel vuoto e quel silenzio che non si può più rompere.

Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

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