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Fascisti

Fascismi rossi

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Due aggressioni in due giorni, quelle subite da Angelo Panebianco durante le sue lezioni, in quello che dovrebbe essere il tempio del confronto e dell’apertura al dibattito, alla diversità senza preclusioni, baluardo ultimo contro ogni forma di censura e imbavagliamento, che fanno pensare. C’è un substrato strisciante in molte università pubbliche italiane, di piccoli gruppi ben organizzati e attivissimi che vivono in un perpetuo sessantotto in cui trovano legittimazione e complemento. Non sono interessati alla realtà, all’attualità o al vivere sociale, checché ne dicano, ma operano in un universo parallelo – in bianco e nero – nel quale o si è con loro o si è contro di loro. Non c’entrano niente coi partiti, di solito. Nascono e vivono auto-organizzati. Non se ne legge molto, nonostante provino a far sempre un gran rumore, perché la loro protesta ha dei tratti farseschi, ma terribili; terribili nei modi e nella violenza, in una rabbia generalizzata e totalmente ripiegata su se stessa, atavica nel suo essere completamente slegata dalla realtà. La retorica utilizzata è quella della lotta, del blocco, dello scontro e mai del confronto, della riappropriazione e dell’espropriazione – in un paradigma completamente ortogonale a ogni vivere civile.

Sono minoranze squadriste, queste, che sopravvivono nonostante non siano più legittimate da niente che non siano i loro stessi circoli, e che si pongono come alternative ai “fascisti”, con cui spesso e volentieri si incontrano e scontrano, come i cani che se la prendono con la propria immagine riflessa allo specchio. Su tutto questo variopinto tessuto si tace, fino a che non accadono episodi da squadracce come questo. E non è nemmeno la prima volta che succede. Diceva Flaiano che in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Aveva ragione. Non è finito il fascismo, specie a sinistra nelle università.

Ferretti è “fascista” da sempre

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Osservo, con un misto di commiserazione e stupore, le reazioni ormai prevedibili ad ogni manifestazione pubblica in cui Giovanni Lindo Ferretti esprime la sua vicinanza ad ambienti della destra conservatrice, clericale, eccetra.

Per molti è come se una persona altrimenti a modo, entrando in un consesso elegante e civilizzato, iniziasse a dare in escandescenze, o a mantenere un comportamento totalmente inappropriato. Sembra di vedere delle signore d’altri tempi scandalizzate dalla perdita di contegno di un noto gentleman. Perchè, diciamocelo, il punto era questo: Ferretti, come cantante dei CCCP/CSI/PGR, faceva parte del pantheon dei cantanti impegnati di sinistra. E in certi contesti, l’idea che uno possa non far parte della tribù ha qualche cosa di scandaloso.

Ma la verità, nel caso di Feretti, è ancora più scandalosa delle appartenenze tribali. Ed è che Ferretti non è mai cambiato. La sua poetica non è mai stata progressista, nè tollerante, nè altro che reazionaria. Per i CCCP, il comunismo era una risposta estetica al “disordine” morale del liberalismo occidentale, ed etica allo sganciamento della morale pubblica dalle prescrizioni sulla condotta individuale. Non è un caso che, oltre che per l’Unione Sovietica, Ferretti manifestasse una fascinazione evidnte per l’Islam politico, totalitario e reazionario.

Ferretti, come il protagonista di un recente film di Ermanno Olmi , non vive serenamente la modernità, il progresso, la libertà altrui: vive tutte queste cose come una imposizione, non a caso cedendo alla retorica dell’economia e del mercato che “si impongono” sull’uomo, retorica tipica degli uomini che vorrebbero piuttosto imporre agli altri le prorie idee di ordine, disciplina e morale. Questa mentalità non è rara a sinistra come a destra, e se fino a vent’anni fa era prevalente tra i comunisti, oggi è prevalente tra i post-fascisti e i leghisti. Resiste in ambienti di estrema sinistra, che però sono diventati numericamente residuali. Non è quindi un atto di conversione, quello di Ferretti, e men che meno un tradimento: Ferretti esprimeva la convinzione profonda, e radicata, di certa cultura comunista, come oggi esprime la visione del mondo delle Meloni, dei Salvini, dei Socci. Con la stessa scadente qualità di analisi, la stessa sciatteria politica e filosofica.

L’errore, allora come ora, fu nel valutare le canzoni di qualcuno in base alle appartenenze che si credeva avesse. Forse, in retrospettiva, questo ha generato una enorme sopravvalutazione artistica del personaggio. Forse no. Ma se vi piaceva ieri per quello che diceva, eravate reazionari, o fascisti, ieri. E se non siete più d’accordo con lui, avete cambiato idea voi. Lui è sempre lì, nel marcio della vostra coscienza.

 

P.S. c’è un tale, un certo Lucio se ricordo bene, che cantava malinconico “i CCCP non ci sono più”; ecco, nel suo caso è solo sciatteria, banalità e abuso di idees reçues.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

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