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I gay “malati” e i rantoli della famiglia tradizionale

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Qua, perdonatemi, non è il caso di scagliarsi contro, ma di capire.
E cercando di capire, con la dovuta pazienza, uno si chiede: è davvero importante stabilire se l’omosessualità sia una condizione geneticamente determinata, una scelta, una devianza o una malattia?
Naturalmente no. Neppure per quelli dell’Associazione Chaire, che tante polemiche stanno suscitando in questi giorni col loro famigerato convegno.
La questione, tuttavia, diventa rilevante nel momento in cui l’omosessualità viene posta alla base di alcune “rivendicazioni”, in ragione del fatto che secondo i nostri amici tali rivendicazioni (e qua casca l’asino) condurrebbero (testualmente) “alla disgregazione sociale attraverso la ridefinizione del concetto di famiglia e la negazione del valore della differenza sessuale“.
Il ragionamento, dunque, è più o meno questo: a me degli omosessuali in sé e per sé non importerebbe niente, ma poiché a forza di chiedere il matrimonio e l’adozione questi rischiano di spappolarmi la società, mi tocca segnalare che la loro condizione non è “normale”, e dunque a quelle “pericolose” richieste occorre rispondere di no.
Come vedete, il punto si è spostato sensibilmente da quello iniziale, di tal che la vera domanda da porsi non è “i gay sono malati?”, ma piuttosto: “le rivendicazioni dei gay sono tali da disgregare la società?”; nel senso che se fossero “innocue”, cosa che i nostri amici negano a spada tratta, della causa della loro “condizione” potremmo beatamente fregarcene.
Ebbene, riflettete un secondo e chiedetevi: in cosa consisterebbe, secondo i nostri amici che strepitano, il rischio “disgregativo”? Evidentemente nell’eventualità che al modello di famiglia “tradizionale” ne venga affiancato un altro, a loro dire “alternativo”: e quindi, sostanzialmente, nella possibilità che venga a cadere un “monopolio”.
Ora, abbiate pazienza: chi è, in qualsiasi ramo dello scibile umano, che intravede un pericolo quando oltre al proprio modello di riferimento ne viene introdotto un altro, del tutto facoltativo e per giunta indirizzato a un “target” completamente diverso? La risposta è semplice: chi non crede nel proprio modello. O ci crede poco. O perlomeno intuisce le enormi crepe che lo attraversano, e perciò decide di difenderlo con l’arma tipicamente utilizzata dai deboli: il protezionismo.
Ne consegue che vicende come questa, al di là della comprensibile indignazione che suscitano nella cosiddetta “comunità omosessuale”, non hanno niente a che vedere con i gay in sé e per sé: sono semplicemente gli (o alcuni degli) spasimi della “famiglia tradizionale” che sta chiaramente (e rumorosamente) tirando le cuoia; cosa del resto ampiamente comprovata dal calo dei matrimoni e dall’aumento vertiginoso dei divorzi da un lato e delle convivenze dall’altro.
Questo, sta succedendo: la famiglia muore, e i suoi sostenitori più accaniti si disperano. Chiamando in causa, come spesso avviene nella disperazione, qualsiasi cazzata capiti loro a tiro per negarne l’amaro destino. Anche se, come nel caso di specie, c’entra poco e niente. E’ colpa dei marziani. Dei rettiliani. Dei cinesi. Dei gay. Dell’arbitro. Scusi, maestra, ho cancellato piano piano ma ho fatto lo stesso un buchino sul foglio.
Insomma, amici omosessuali ed eterosessuali “progressisti”: date retta, non vi indignate.
Anzi, se vi riesce sforzatevi di avere un minimo di compassione. Di empatia. Di pietà.
Sono pur sempre rantoli.

Non si permetta, Cardinale

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Tra le (tante) cose che mi danno fastidio nel comportamento prossimo, l’unica che mi fa davvero imbestialire è senz’altro il tentativo di darmi a bere dei ragionamenti che non hanno né capo né coda sul piano logico.
Voglio dire: se provano a derubarmi in modo “tradizionale” (ad esempio fregandomi la bicicletta legata fuori dal portone, magari mentre dormo) ci posso anche passare sopra; ma se qualcuno tenta di portarmela via convincendomi che in realtà dargliela mi conviene, che senza bicicletta vivrò molto meglio e che in definitiva prendendosela mi sta facendo un piacere, allora mi incazzo.
E sapete perché? Perché quel tizio, evidentemente, mi ritiene così ottuso da potermi somministrare senza colpo ferire un ragionamento tanto insensato: e quindi, in ultima analisi, perché mi sta dando dello scemo.
Ebbene, quando quelli come Bagnasco dichiarano urbi et orbi che i matrimoni gay indebolirebbero la famiglia mi ritrovo a provare la stessa, fastidiosissima sensazione: perché è di tutta evidenza che se la famiglia “continua ad essere il presidio del nostro Paese, la rete benefica, morale e materiale, che permette alla gente di non sentirsi abbandonata e sola davanti alle tribolazioni e alle ansie del presente e del futuro“, è altrettanto ovvio che la nascita di nuove famiglie in aggiunta a quelle già esistenti sarebbe un fatto da salutare con gioia, non certo una iattura.
Invece no: i matrimoni gay rappresentano il “cavallo di Troia” che finirà per distruggere l’istituzione familiare; affermazione palesemente infondata, priva di qualsiasi nesso logico, assurda, alla quale tuttavia secondo Bagnasco dovremmo credere, evidentemente perché secondo lui siamo una massa di coglioni che si bevono qualsiasi idiozia senza battere ciglio.
Volete la prova di quanto dico? Ebbene, la prova è proprio là, nella parole con cui l’ineffabile cardinale giustifica la sua sagace teoria: i matrimoni gay “hanno l’unico scopo di confondere la gente”.
Confondere, capite?
Perché “la gente”, a quanto pare, è una massa informe di beoti che su questioni del genere si “confonde”: Marta, amore, volevo tanto portarti all’altare; ma sai com’è, ho sentito che adesso ci si può sposare anche tra maschi, non so, forse a questo punto lo chiedo a Pietro, sono un po’ confuso.
Ergo, secondo Bagnasco e i suoi amichetti noi, cioè “la gente”, non siamo altro che degli scemi: e il bello è che non si limitano a pensarlo, ma ce lo dicono apertamente, senza farsi il minimo scrupolo, come se non fossimo neppure in grado di accorgerci che ce lo stanno dicendo.
Ecco, eminenza, con grande serenità: il fatto che a volte tolleriamo le vostre fregnacce sull’immoralità degli omosessuali come si fa coi capricci dei bambini piccoli, anche perché obiettivamente ci scoccia star lì a ripetere le stesse cose tutti i giorni, non significa che ci si possa dare impunemente degli imbecilli.
Veda di non allargarsi, insomma.
Non si permetta, proprio.

I preti e la famiglia

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Il Papa ha organizzato un sinodo sulla famiglia. Partecipano in 253, tra preti, vescovi, consacrati e anche coppie sposate.

Le coppie sposate sono 14, il che fa 28 persone, il che vuol dire che oltre l’80% dei partecipanti non è sposato (forse qualche prelato rappresentante delle Chiese orientali lo è pure, ma non so).

Ora, un sinodo è stato indetto da un uomo non sposato e raccoglie persone che nella stragrandissima maggioranza non sono sposate, per discutere di “famiglia”.

Ci sono due modi di intendere questa cosa.

Il primo è pensare che sia molto bizzarro e quasi ridicolo riunire a discutere di “famiglia” un consesso di persone che hanno intrapreso un percorso di vita che esclude il matrimonio e, quindi, hanno deciso di non avere una famiglia.

Il secondo è pensare che non è vero che i preti e le suore (e le persone consacrate, in genere) non hanno una famiglia: i preti possono continuare a vivere con i loro parenti, ad esempio, o avere in casa una “perpetua”, i religiosi possono vivere in comunità tipo conventi ecc. Ancora, i religiosi sono in stretto contatto con le famiglie e conoscono i loro problemi: sono “presenti” nelle famiglie. Insomma, si può avere “famiglia” anche da prete: si può avere una vita domestica insieme ad altri, si possono frequentare intensamente altre persone (anche senza venir meno ai propri voti sacerdotali, ovviamente!), si può essere partecipi di esperienze di vita comune che danno luogo a legami affettivi forti, solidi e intensi come quelli di una qualunque “famiglia”. Anche i preti e le suore possono avere a pieno titolo una “famiglia”, allora.

Io, con qualche riserva, la penso nel secondo modo.

Questo, però, vuol dire che non è vero che c’è un solo modello familiare il cui nucleo è formato da uomo, donna e magari dei figli. Vuol dire invece che di “famiglie” ce ne sono tante e che i modelli familiari possibili sono infiniti, tutti degni. Se i preti hanno titolo a parlare di “famiglia”, vuol dire che di “famiglia” non ce ne è una sola. Altrimenti parlerebbero solo di qualcosa che non conoscono o, quantomeno, a cui hanno rinunciato.

Santé

La mia festa del papà

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Forse non è del tutto vero quello che diceva di me il mio vecchio, col suo amabile sarcasmo: “libero pensatore in campagna e bigotto in città”. Ma nemmeno aveva tutti i torti, forse: l’ho constatato qualche giorno fa, discutendo in famiglia su una questione più importante di quanto sembri.

Uno degli alunni della scuola della mia figlia minore ha due mamme. Ad inizio anno, le due signore si sono presentate ad un incontro scolastico, dando esplicitamente la loro disponibilità a rispondere ad eventuali domande degli altri genitori . Iniziativa civile e anche piuttosto coraggiosa, in un contesto conservatore e conformista. Non so dire perché, ma, istintivamente, il loro atteggiamento esplicito mi è sembrato un po’ sopra le righe.

Inutile dire che il confronto che hanno sollecitato le due mamme non si è mai svolto: la maggioranza dei genitori preferise a quanto pare il complotto al dialogo. Quanto a me, posso solo dire di aver sofferto un po’ per la mia incapacità di vivere all’altezza delle mie idee.

Dopo lo choc iniziale, il tam-tam sotterraneo ha trovato nella festa del papà una nuova occasione di polemica. Dalla scuola hanno infatti fatto sapere che quest’anno i bimbi non avrebbero svolte le attività previste per la festa del papà, presumibilmente per non mettere in difficoltà la famiglia-delle-due-mamme della nostra classe.  In generale, le altre famiglie non l’hanno presa bene: “io non discrimino, ma loro non devono discriminare noi”, questo, in sintesi il loro ragionamento.

Lì per lì, anche io sono rimasto perplesso: certo, perché, per una volta, il diritto di qualcun altro significa qualcosa di più di un’enunciazione di principio: comporta, semplicemente, la necessità di accantonare una vecchia consuetudine piacevole (ricevere il “lavoretto” della mia bambina). A che cosa sono valse, allora, tante parole magniloquenti, quando non si è in grado di dargli corpo quando è necessario? In fondo è una cosa semplice, perfino banale: la maturazione politica ed umana è un percorso impervio e mai privo di costi. A quanto sembra, (anche) questo papà ha bisogno di qualche vitamina libertaria.

La famiglia tradizionale è morta

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La vicenda che ha coinvolto il marito di Alessandra Mussolini (e la relativa gogna social alla quale quest’ultima è stata sottoposta) ha riaperto l’antico discorso sulla famiglia tradizionale. A questo proposito, alcuni hanno dantescamente parlato di contrappasso, mettendo l’accento sulle colpe politiche della deputata, rea di aver strenuamente difeso il ruolo fondativo di un certo tipo di famiglia, quella composta da un uomo, una donna e possibilmente dei figli. Il fattaccio dimostrerebbe, secondo costoro, in maniera lampante l’ipocrisia della retorica conservatrice, il torto ostinato e ostentato dello slogan ‘Dio, patria e famiglia’. Ma occorreva davvero lo spirito umoristico della sorte per dimostrare la vuotezza di certi argomenti, per sancire l’inconsistenza storica della locuzione ‘famiglia tradizionale’? Vediamo in breve perché no.

Dal 1972, nel nostro paese i matrimoni sono in costante diminuzione. Tra il 2007 e il 2011 questa tendenza si è accentuata notevolmente (-4,5%, a fronte di -1,2% rilevato negli ultimi 20 anni); questo calo ha interessato tutte le regioni, ed anche quelle del sud, che nell’immaginario collettivo sono considerate più legate a certi valori famigliari (ad esempio la Campania, in cui si rileva un calo del 6,9%). A diminuire sono soprattutto i matrimoni tra persone entrambe di cittadinanza italiana (-82% nel triennio 2008-2011), ma anche i matrimoni misti (-17%); fatto questo che dà un’ulteriore conferma del declino generalizzato dell’istituzione. Nel 2011 sono state celebrate 39 mila nozze con rito religioso in meno rispetto al 2008; mentre i matrimoni civili subiscono una flessione ridotta grazie a quelli che riguardano cittadini stranieri.

I dati relativi alle separazioni e ai divorzi vanno nella stessa direzione. Se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si potevano contare 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si raggiungono le 311 separazioni e i 182 divorzi. Ben il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi hanno coinvolto coppie con figli avuti durante il matrimonio. E ben il 90,3% delle separazioni di coppie con figli hanno poi fatto ricorso all’affido condiviso. Il numero delle separazioni giudiziali (15,2% il dato medio nazionale) è più elevata nel Mezzogiorno (19,9%) e nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione (21,5%). Questo smentisce un altro stereotipo, e cioè che a separarsi siano soprattutto persone con un livello d’istruzione elevato (e dunque uno stile di vita più borghese e secolarizzato).

Ora, alla chiara luce di questi pochi dati, mi pare che si possano trarre delle piccole conclusioni. In primo luogo, il declino numerico dell’istituzione ‘matrimonio’ dice che vi saranno sempre meno nuclei famigliari ‘tradizionali’. Ciò significa che il futuro sarà futuristico e non tradizionale. In secondo luogo, la crescita delle separazioni e dei divorzi dice che la famiglia ‘tradizionale’ si sta sfaldando e che i figli sono sempre più abituati a vivere una situazione di disunità famigliare e sempre più spesso a confrontarsi con la presenza di nuovi compagni o coniugi dei genitori. In terzo luogo, il rito religioso è scelto da un numero sempre minore di persone; dunque la tradizionalità intesa come adesione alla religiosità traballa notevolmente.

Insomma, per tagliare corto, scoprire adesso che le pappardelle propagandistiche di Alessandra Mussolini fossero soltanto pappardelle propagandistiche fa un po’ sorridere. E fa un po’ sorridere che si porti ad esempio il suo caso personale per confutare i suoi argomenti politici. Bastava dare una letta ai dati per rendersi conto della loro inconsistenza. Ma, si sa, accanirsi e trovare nell’accanimento un modo di rivalsa politica costa molta meno fatica che portare ragionamenti convincenti.

Ma le adozioni no

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C’è un paradosso terrificante, nel dibattito che riguarda gli omosessuali: un paradosso che, guarda caso, è il punto di caduta più doloroso di tutti i discorsi che facciamo sulle discriminazioni, sui diritti e sulla dignità degli esseri umani.
Quel paradosso si chiama “famiglia”.
Perché, fateci caso, in genere è proprio il concetto di famiglia, inteso nella sua accezione più ampia, il limite alla “tolleranza” che molti esprimono nei confronti dei gay.
Si sente dire in giro: io non ho nulla contro gli omosessuali, ma la famiglia è un’altra cosa. Oppure: io sono d’accordo perfino sul matrimonio gay, però sulle adozioni no, perché educare dei bambini è un compito difficile, cui si debbono dedicare un uomo e una donna.
Ebbene, ogni volta che sento affermazioni del genere finisco per perdermi in una serie infinita di domande.
Tanto per cominciare: non sono forse le famiglie “tradizionali” (vale a dire, secondo i detrattori delle adozioni gay, quelle “migliori”) i primi interlocutori con cui i giovani si trovano ad interagire quando si accorgono di essere omosessuali? E come si comportano, queste famiglie “tradizionali” (e quindi “migliori”), in simili circostanze? Cioè: il fatto che siano composte da un uomo e una donna, che dovrebbe garantire ai ragazzi il miglior trattamento possibile, è sufficiente in quanto tale ad assicurare loro comprensione, vicinanza, amore incondizionato al di là delle loro preferenze sessuali?
Direi di no. Anzi, per la verità mi pare che avvenga perlopiù il contrario, se è vero -com’è vero- che la prima, angosciosa difficoltà di moltissimi ragazzi gay consiste proprio nella consapevolezza di non essere “accettati” dai propri genitori.
Così, ed è qui il paradosso, va a finire che la famiglia “tradizionale”, vale a dire quella che viene celebrata come “migliore” rispetto alle altre, alla prova dei fatti si rivela spesso e volentieri un vero e proprio incubo, nel quale prevalgono sentimenti che poco o nulla hanno a che vedere con l’idilliaca rappresentazione che se ne vuole dare.
Com’era? Io non ho nulla contro i gay: ma le adozioni no, perché per educare un figlio ci vogliono un uomo e una donna.
Be’, sapete cosa? Parlatene con gli omosessuali che conoscete, di questi uomini e di queste donne. Fatevi raccontare se è stato facile, fare in modo che quegli uomini e quelle donne li accogliessero senza ostilità, senza schifo, senza repulsione. Chiedete loro se siano state più mortificanti le offese ricevute a scuola, al lavoro, per strada, oppure gli sguardi e le parole dei loro genitori. Cercate di capire per quanti di loro è stata una panacea, crescere in una famiglia “tradizionale”. E per quanti, invece, è stato un inferno.
Può darsi che dopo averlo fatto prendiate seriamente in considerazione l’idea che non sia l’orientamento sessuale dei suoi componenti, in sé e per sé, a qualificare una famiglia come “migliore” o come “peggiore”: e che l’attitudine di una coppia a educare i figli come si deve non dipenda dal sesso di chi la compone, ma da tutt’altro.
Poi, magari, ne riparliamo, delle “adozioni no”.

Festeggiamo?

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Mi piacerebbe far notare al Cardinal Bagnasco un particolare che probabilmente gli è sfuggito: se venisse legalizzato il matrimonio tra omosessuali e se fossero introdotte nel nostro ordinamento forme di unione civile diverse dal matrimonio anche per gli eterosessuali, il numero delle famiglie ufficialmente riconosciute aumenterebbe. Cioè aumenterebbe il loro peso nella società, la loro efficacia nel sostegno agli individui, la loro responsabilità, il loro ruolo educativo e -non ultima- la coscienza dei doveri sociali riconducibili alla loro esistenza; il che equivale a dire che la famiglia non ne uscirebbe affatto indebolita, ma anzi assai rinforzata.
Ne consegue che le entità impegnate -a suo dire- in “un’aggressione strategica e non casuale” alla famiglia, oltre a non essere meglio identificate -nel perfetto stile complottista tipico di quelli che sparano nel mucchio parlando per sottintesi e di fatto finiscono per non dire niente-, sarebbero pure delle combriccole di imbecilli fatti e finiti, perché tutto questo loro maligno brigare condurrebbe a esiti diametralmente opposti rispetto alle loro intenzioni.
Ricapitolando, secondo Bagnasco la famiglia è il grembo della vita e va salvaguardata, dei birbaccioni cercano di distruggerla ma trattasi di birbaccioni maldestri, giacché gli strumenti che hanno scelto finiranno per rafforzarla.
Che ne dice, Cardinale, invece di lamentarsi non sarebbe il caso di festeggiare?

Se capitasse a te

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Quella che segue è una “conversazione-tipo”: cioè un dialogo che mi è capitato di sostenere, con infinite varianti, almeno un centinaio di volte con altrettante persone diverse. Dalla conversazione si evincono alcune delle difficoltà con cui un giovane omosessuale si trova a doversi confrontare prima di essere preso in giro dai compagni di scuola, prima di essere discriminato sul lavoro, prima di essere aggredito in mezzo alla strada da quattro teppisti: quelle relative al rapporto con la famiglia, che mi permetto di ritenere, per il loro valore fondativo, le più drammatiche di tutte. Ecco, se qualcuno mi facesse capire in che modo le aggravanti per omofobia potranno essere d’aiuto al malcapitato che si trovasse ad essere generato dal mio ipotetico (si fa per dire) interlocutore, quando è invece evidente che certe “resistenze” culturali potrebbero essere abbattute nel giro di pochi anni semplicemente attribuendo diritti, gliene sarei davvero grato.

Non ho nulla contro gli omosessuali.
Ci mancherebbe altro, verrebbe da dire, ma passiamo oltre.

Però, diciamocelo, un figlio omosessuale non farebbe piacere neanche a te.
Farebbe piacere? E in quale curioso modo, di grazia, le preferenze sessuali di mio figlio dovrebbero far piacere a me, o quelle del tuo dovrebbero far piacere a te?

Non dico questo, per carità, ognuno fa quello che vuole.
E ci rimancherebbe altro, verrebbe da ridire, ma ripassiamo oltre.

Però, sai com’è, avere un figlio gay sarebbe comunque un problema, se non altro perché gli altri lo discriminerebbero.
Gli altri? Sicuro, che siano gli altri? Perché a me è parso che il primo a discriminare questo ipotetico figlio gay sei proprio tu: voglio dire, se tu per primo dici che non vorresti un figlio omosessuale, come puoi prendertela con “gli altri” che dovessero discriminarlo?

Eh, ma questo è il solito dilemma se è nato prima l’uovo o la gallina…
E questo è il solito trucchetto per buttare tutto in vacca: qua tu sei sia uovo che gallina, amico mio, il che significa che come la metti la metti questa faccenda la stai muovendo anche tu.

Ok, però ammetterai che insomma, come dire, se non fosse gay e si trovasse una ragazza sarebbe meglio.
Non mi pare.

Vorresti dirmi che per te sarebbe indifferente?
Sì.

Eh, bravo. Poi voglio vederti, quando ti capita.
Mi capita? “Mi” capita? Cioè, mio figlio è omosessuale e la cosa sta “capitando” a me? Mi pare che si tratti di una cosa che “capita” a lui, mica a me.

Mah, contento tu… E poi, non so, anche la gioia di avere dei nipoti, tu ci rinunceresti così?
No. Ma i nipoti si possono adottare, o concepire artificialmente.

Ah no, guarda, io non ho niente contro i gay…
(e due)

…al limite, guarda che ti dico, mi andrebbe bene anche se si sposassero…
A te “andrebbe bene”? Cioè, loro si sposano e la cosa deve andare bene a te?

…ma all’adozione sono contrario.
Ah sì? E perché?

Guarda, io sono convinto che un bambino debba crescere con un uomo e una donna.
Ah sì? E perché? (again)

Ma come, perché. Non c’è un perché. Insomma, da che mondo è mondo è così, evidentemente dev’essere così.
Tipo la miopia?

La miopia?
Eh sì, la miopia. Mica si correggeva ma miopia, una volta. Da che mondo era mondo, sottolineo. Solo che a un certo punto abbiamo cominciato a farlo. Mi stai dicendo che dovremmo rinunciare agli occhiali?

Maddai, che c’entra, è una cosa diversa. Un bambino ha bisogno di entrambe le figure, sia quella maschile che quella femminile, ne va del suo sviluppo psicologico e affettivo.
Ho capito. E se il padre muore, o se muore la madre?

Be’, questa è una cosa diversa: quando le cose succedono, succedono.
Ah, ecco. Allora, se non ti dispiace, riformuliamo: un bambino ha bisogno di entrambe le figure, sia quella maschile che quella femminile, a meno che non vada diversamente perché “succede”. E’ corretto?

Sei il solito polemico, non ho detto questo.
Sì che l’hai detto: anche perché, perdonami, non capisco come mai la sorte del bambino che non cresce con “entrambe le figure” ab origine ti stia così a cuore, mentre quella del bambino che cresce con un genitore solo a causa di un accidente no.

Non è che non mi sta a cuore, è solo che in quel caso non ci si può fare niente…
No? E chi l’ha detto? Si può dare in affidamento a un’altra famiglia, quel bambino.

Sì, bravo. Ora si dà un bambino in affidamento solo perché è rimasto orfano di un genitore.
Solo? Come sarebbe, “solo”? Non s’era detto che per un bambino è un fatto drammatico, non crescere con un uomo e una donna? Non s’era detto che “ne va del suo sviluppo psicologico e affettivo”? Non s’era detto che è un’eventualità così nefasta, spaventosa, terrificante da indurre addirittura a negare a un cospicuo numero di cittadini il diritto all’adozione? Be’, se è così…

Guarda, non lo dicevo nel senso che intendi tu.
Ah, ecco. E in che senso, esattamente?

Oh, insomma, basta. A me avere un figlio gay non farebbe piacere. Punto. Sarò padrone di essere contento quando dico io, no?
Padronissimo. Però, permetti un’osservazione?

Sentiamo.
Tu stai con una donna, vero?

Certo, la conosci pure tu. E la pensa esattamente come me.
Non ne dubito. Quindi ‘sto figlio ipotetico di cui stiamo parlando crescerebbe con un uomo e una donna, come dici tu.

Evidentemente sì.
Ottimo. Ma questo figlio ipotetico, nel caso fosse gay, che tipo di giovamento psicologico ed emotivo trarrebbe, rispetto all’ipotesi di crescere con due maschi o con due femmine, dal fatto di essere cresciuto da un uomo e una donna a cui “non fa piacere” il suo orientamento sessuale?

Be’…
Senza fretta. Magari pensaci. Poi, se vuoi, ne riparliamo.

Come due pistole

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Mi piacerebbe sapere, potendo, quanti casi di “femminicidio” siano solo l’episodio culminante di una serie di violenze che durano da anni; e quante di quelle violenze siano state perdonate, riperdonate, riperdonate ancora e poi perdonate di nuovo fino ad arrivare, inevitabilmente, all’epilogo dell’escalation.
Bisognerebbe parlare anche di questo, quando si ragiona sulla violenza nei confronti delle donne: e del modo in cui la supposta esigenza di “tenere unita la famiglia ad ogni costo”, tuttora diffusa nella nostra società malgrado la “normalizzazione” delle separazioni e dei divorzi, finisca per incidere in un modo o nell’altro sul problema.
Io ho il sospetto che sia questo, più ancora del “maschilismo” in sé e per sé, il più drammatico degli “aspetti culturali” che rendono complicata la questione: il punto è che non se ne può parlare, o se ne può parlare poco, perché appena uno prova ad accennarlo spunta una massa inferocita che l’accusa (sic) di colpevolizzare le donne per le violenze che subiscono; con ciò impedendo, di fatto, che questo aspetto del meccanismo venga svelato quanto sarebbe opportuno.
Invece il problema esiste, ed è un problema la cui ampiezza è molto più rilevante di quello che sembra.
Voglio dire: le pressioni che inducono una donna a “perdonare” quello che non dovrebbe “perdonare”, a “dimenticare” quello che non dovrebbe “dimenticare” possono essere tante, e possono essere opprimenti al punto da costringerla, letteralmente, a comportarsi non solo come non dovrebbe, ma perfino come non vorrebbe.
Pressioni di ordine economico, naturalmente, ma anche -e, forse, soprattutto- “culturale”. Pressioni che derivano da un sentire comune distorto e deformato che non vede la “famiglia” come un luogo di amore da verificare e mettere in discussione ogni giorno, ma come un totem intangibile al quale è doveroso, in nome di un non meglio identificato “bene superiore”, sacrificare tutto. Persino, in ultima analisi, la vita.
Sono due belle parole, “famiglia” e “perdono”. Ma in alcuni casi, temo, possono combinarsi in modo micidiale, trasformandosi in una vera e propria trappola dalla quale può essere difficile, se non impossibile, liberarsi.
Sono due belle parole, famiglia e perdono.
Però smettiamola, se possibile, di usarle come due pistole.

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