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Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

in mondo/politica by

Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

Un uomo irrazionale

in cinema/ by

Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

Ode estiva al commentatore

in arte by

Così di luglio canicola mi colse
nel legger quivi dell’ellenico “no”
che del martirio niente risolse.

Stavvi in Atene Yanis, e a tono
a chi domanda di qual direzione
della moneta invita abbandono,

ché d’Europa un’unica costituzione
non trovò speme nel loro giudizio
ma sola sorgente, di trista agitazione.

Tutti dottori, fin dall’inizio:
ovunque è segno di granda cultura
scriver pareri in quel tale ospizio

blu, popolare, american di fattura,
di come evitare ratti il cadere,
di come non cedere alla paura.

“È la Democrazia, che ferma il potere
che ferma la gogna del neoliberismo
posta ‘sì all’uso del laido banchiere!

Non pagheranno: v’è il classicismo,
che con Ulisse, Parmenide e Achille,
serra la morsa d’ogni anglicismo

quello d’i conti, che somman a mille,
che nel pareggiar tosto il bilancio
vi guardan dritti nelle pupille

e chiedon maligni di spesa il trancio”.
Così parlavon da destra e mancina
tutt’i teorici del keynesiano rilancio

ma non si curavan della carneficina,
di povertà e mestizia ch’arriva
già nella Grecia di socialismo fucina.

Sull’altra sponda corre giuliva
la massa degli orbi, degli entusiasti
di quell’Europa, ch’è locomotiva

della ricetta che solve i contrasti
centralizzando (in guisa già vista!),
e che solo cura i possibili fasti.

Quivi restavo, volgendo la vista
al duttile schermo, sempre in rinnovo,
leggendo di tutti il parere onanista,

quand’ecco cogliemmi un pensiero nuovo:
lasciamo da parte il solito articolo
e diamo al lettore codesto stilnovo.

La Grecia, l’Europa e il gioco del pollo

in economia/mondo/politica by

Al di là delle questioni di merito (che lascio a gente ben più esperta di me in materia), quello che mi colpisce maggiormente di questa storia è che Grecia e (semplificando) Europa, invece di sedersi a un tavolo e cercare concretamente e responsabilmente una soluzione a questo casino, si siano messi a fare il gioco del pollo.

Cos’è il gioco del pollo? È questo qui sotto (minuto 2:35).

Perché, vi chiederete, di fronte ad uno snodo cruciale come quello a cui stiamo assistendo, i leader dei paesi coinvolti ci cimentano in quello che santa wikipedia martire ci spiega essere un passatempo da deficienti? Perché il loro scopo non è trovare la soluzione migliore al problema (la Grecia non ha i soldi ERGO se va per stracci l’Europa i suddetti soldi non li rivedrà mai) ma far contente le rispettive tifoserie che li dovranno votare alle prossime elezioni. Ed ecco quindi Tsipras che tira fuori un referendum con una settimana di preavviso (paventando le dimissioni in caso di esito negativo) per gettare in faccia alla Merkel* che ha dalla sua parte l’intero popolo greco (anche perché è stato eletto col 36%), e la troika insistere con le misure che già avevano fatto casino la volta precedente e ispirate, almeno in parte, su uno studio quantomeno controverso (ma che per altri paesi, tipo Irlanda e Portogallo, hanno effettivamente funzionato).

Il bello del gioco del pollo è che l’unico motivo razionale per giocarci è essere convinti che l’altro si farà più male di te nello schianto (specie se entrambi i contendenti si affidano alla teoria del pazzo). Ho quindi la netta impressione la vera scommessa in ballo sia su cosa succederà quando la Grecia uscirà dall’euro con Tsipras che spera, almeno nel medio periodo, di cavarsela non troppo male (cosa che distruggerà l’idea stessa di austerity visto che nessuno mangerà più la minestra potendo saltare agilmente dalla finestra) e la Merkel che tifa per uno scenario Maxmaddesco/Kenshiriano da usare come monito per il prossimo stronzo che proverà a fare il furbo.

Per riepilogare la stupidità della situazione osserviamo che

1) Tutti gli attori coinvolti ritengono assolutamente normale scommettere sulla pelle di undici milioni di tizi

2) Qualsiasi esito ci sia nella vicenda l’idea stessa di Europa è probabilmente defunta nella mente di tutti i suoi cittadini

3) È la terza volta in 150 anni che la Germania raggiunge l’apice della sua potenza e si prodiga per buttare tutto nel cesso: stavolta è forse la peggiore di tutte in quanto avrebbe concretamente potuto guidare l’Europa ad assumere un ruolo chiave nello scacchiere internazionale (scusate l’orribile espressione da bignami del giornalismo). Immaginate un’Europa forte e unita come interlocutore credibile verso la Russia in alternativa agli USA (anche lì un bel gioco del pollo) e ponte verso Africa e Medio Oriente. Cara signora Merkel, in vista della prossima volta assuma come spin doctor il Dr. Jack Shephard.

4) L’ho già detto ma vale la pena ripeterlo: se la Grecia va per stracci, i debiti NON LI PAGHERÀ MAI: per la cronaca buona parte di quei debiti sono nei confronti dell’Italia. E questo ci porta a

5) Renzi fa la figura del tizio che, non avendo studiato un cazzo, pensa che sputtanando il compagno di banco con la maestra si salvi il culo dall’interrogazione. Anche in una situazione di merda, riusciamo comunque a distinguerci alla grande.

*Si intenda “Merkel” come personificazione della Troika, e dei vari elettorati nordeuropei

Europa

in #Ellenica by

Nacque tutto da una questione di corna.

Anzi no, nacque tutto da una questione di gonadi.

Eh già, perché Zeus era un dio dall’arrapamento facile, un nume dalla sessualità a dir poco esuberante che quando era il momento di infilare la folgore da qualche parte non ci pensava di sicuro due volte. Dee, ninfe, donne mortali e persino ragazzini imberbi erano tutti potenziali oggetti della, ehm, attenzione della divinità: chiedetelo al povero Ganimede, appena adolescente, trasportato in volo sul monte Olimpo da uno Zeus trasformato in aquila mosso dalle peggiori (migliori?) intenzioni.

Pure ‘sto brutto vizio di trasformarsi in animale: non è chiaro se l’attitudine metamorfica fosse dettata dalla necessità di nascondersi dalla gelosissima e cornutissima moglie Era (ve lo ricordate come andò a finire con Eracle?) o se vi fosse piuttosto un piacere nascosto, quasi freudiano, in questo furry ante litteram…ad ogni modo a Leda sicuramente il vizio non dispiacque, d’altronde quando si tratta di grossi uccelli non è proprio il caso di fare le difficili.

Dunque le gonadi, Zeus perennemente arrapato ed Europa che era una grandissima gnocca. O almeno così dice il mito, e chi siamo noi per mettere in discussione i gusti degli antichi Ellenici? Europa, principessa e figlia di Agenore, re di Tiro, con questa mania per l’igiene che la spingeva ogni giorno in spiaggia a lavarsi con l’acqua del mare, tuttignuda sul bagnasciuga, e vuoi che il Padre degli dei non colga l’opportunità al balzo? E così, all’ennesima provocazione, è chiaro che quella troia vuole del cazzo mo’ glielo faccio vedere io, il gaudente Zeus organizza il solito espediente animalesco e ordina a Hermes – nome tipico da bocciofila emiliana– di condurre la mandria di buoi di Agenore presso la spiaggia; fra questi si mischia lo stesso Zeus, tramutatosi in un bellissimo toro bianco (ma come si fa a definire se un toro è bello o brutto?) dalle corna perfette a forma di mezza luna (ah ecco, si guardano le corna). Europa si accorge di questo bellissimo toro, si avvicina, il toro si genuflette e la ragazza fa quello che una qualsiasi persona normale farebbe di fronte a un toro genuflesso: gli sale sulla groppa.

E Zeus reagisce come più o meno tutti ci aspettavamo: parte al galoppo con la bella Europa tutta nuda ancora sulla groppa. Lei urla, scalpita, vuole scendere, ma niente, in un attimo il toro ha attraverso il mare e più pratico di un volo Ryan Air atterra sull’isola di Creta, scarica il bagaglio e si mette all’opera.

Che cosa abbia fatto Zeus una volta finita la monta non è ben chiaro, probabilmente è tornato sull’Olimpo a prendersi le mattarellate in testa dall’irritabile Era, o forse si è subito in cerca di un altro partner più o meno consenziente, però pare che prima di partire abbia fatto dei doni ad Europa. Tra cui un marito, Asterione, re dell’isola. Dettaglio non da poco, anche perché nel frattempo la ragazza era rimasta incinta. Dallo sperma divino nasceranno dunque tre semidei: Radamanto, Sarpedonte e…Minosse. Decisamente un futuro segnato anch’esso da tori arrapati e rapporti intraspecifici per il povero Minosse. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, ‘o mythos deloi oti, la favola insegna che: il mito di Europa iniziò con uno stupro.

Chissà come andrà a finire.

Twitto come un turco

in internet by

In un post del giugno 2013 mi ero espresso contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I miei argomenti si sintetizzavano in cinque punti essenziali: diritti umani; occupazione militare turca di Cipro; repressione della minoranza curda; negazionismo e censura rispetto al genocidio degli armeni; vastità geografica ed entità della popolazione (74 milioni).

Oggi leggo che il premier Recep Tayyip Erdogan ha bloccato Twitter per questioni di sicurezza nazionale. Ebbene sì: dieci milioni di utenti turchi sono attualmente impossibilitati ad accedere alla piattaforma. In sostanza, sostiene Erdogan, il social network sarebbe un covo di dissidenti e favorirebbe la diffusione di informazioni false sul suo conto e sul conto del suo governo. Perciò, senza preoccuzioni rispetto al parere della comunità internazionale (ovvero, almeno in parte, la stessa che, dal 1999, dovrebbe giudicare la richiesta turca di entrare a far parte dell’UE), si è detto pronto ad “estirpare” Twitter e a mostrare “la forza della Turchia”. Detto, fatto. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Btk), alla quale sono stati recentemente attribuiti poteri straordinari – ad esempio, quello di bloccare siti senza previa autorizzazione di un giudice -, si è messa all’opera e nel giro di poche ore ha bloccato tutto.

Ora, immaginate se di punto in bianco Renzi oscurasse un social network a caso. Immaginate se di punto in bianco i vostri “Renzi è un incompetente” fossero ritenuti delle menzogne pericolose per la stabilità nazionale e dunque meritevoli di censura. Immaginate se una schermata vi dicesse che non potete più accedere al vostro profilo e scrivere di qualsiasi altra cosa. Probabilmente, gridereste allo scandalo antidemocratico, accusereste il governo di fascismo, riterreste intollerabile il trattamento censorio e scendereste in piazza. E avreste ragione.

Avreste ragione perché, al di là del grave provvedimento liberticida, la matassa democratica sembra ormai inestricabilmente legata all’esistenza dei social network. Essi sono cioè diventati un luogo di dibattito fondamentale e ormai difficilmente aggirabile nella valutazione delle dinamiche politiche e sociali globali. Cosa questo significhi oggi e cosa significherà domani è faccenda complessa e meritevole di ampio spazio; e non è questa la sede per ragionarci sopra. Basti qui segnalare il ruolo certamente ambiguo ma sempre più importante che hanno Twitter e Facebook nella formazione politica degli individui. Molto semplicemente: ci si forma e ci si informa sui social in modo sempre più consistente. Ovvero si declinano i propri diritti politici in una chiave storicamente inedita.

Per questo il provvedimento del governo di Erdogan è un atto doppiamente grave: limita le libertà individuali e con esse la possibilità di partecipare alla vita democratica del paese e al dibattito pubblico internazionale. In poche parole: limita il diritto al presente storico. Fatto che dovrebbe essere intollerabile dal punto di vista di un’Europa che sta valutando l’ingresso della penisola e che fonda la sua esistenza sulla pluralità.

Mi chiedo perciò cos’altro serva per dire un no convinto, per ribadire la distanza liberale tra il progetto politico europeo e la realtà di un paese illiberale. Ma soprattutto mi chiedo cosa ne pensano coloro che fino a ieri si dicevano favorevoli. Avranno oggi il coraggio di andare su Twitter e scrivere i loro 140 caratteri con tanto di hashtag #sìallaTurchiainEuropa?

Turchia sì, Turchia no

in mondo by

Nel 1999, il Consiglio Europeo di Helsinki riconobbe ufficialmente la Turchia come paese candidato all’adesione all’Unione Europea. La decisione arrivò in seguito ad un lungo processo diplomatico cominciato nel lontano 1959, quando il paese si era candidato a diventare membro associato della CEE. Nel frattempo, si era passati attraverso l’Accordo di Ankara del 1963, che aveva come obiettivo quello di creare una unione doganale in vista dell’adesione; il protocollo addizionale di Bruxelles del 1970, che spianava la strada alla creazione degli accordi doganali (che entreranno in vigore soltanto nel 1996); e la presentazione della candidatura turca per entrare a far parte a tutti gli effetti della CEE. Insomma, si tratta di un processo lungo e complesso, difficilmente sintetizzabile in poche righe.

Negli ultimi quattordici anni, l’avvicinamento diplomatico è stato progressivo e si è fondato specialmente sulla soddisfazione di alcune richieste riformistiche da parte dei vertici europei, ed in particolare l’abolizione della pena di morte e il riconoscimento giuridico della minoranza curda. Una serie di provvedimenti legislativi, e soprattutto l’abolizione della pena di morte a metà degli anni duemila, hanno accelerato il processo di adesione, tanto che dall’ottobre 2005 sono cominciati i negoziati per il pieno ingresso. Da allora, la richiesta turca non è stata ancora accolta (si era previsto un tempo di valutazione di circa dieci anni) ma ha dato corpo ad un dibattito piuttosto acceso, che ha visto affrontarsi a suon di retoriche storico-culturali il fronte del sì e quello del no.

Oggi la discussione sembra rinfocolarsi, soprattutto in seguito alle vicende del Parco Gezi e agli scontri di piazza Taksim ad Istanbul, e sembra rinforzare le posizioni sia di coloro che si dichiarano favorevoli che di quelli che si dicono contrari. In estrema sintesi: i primi sostengono con forza la distanza culturale, geografica e religiosa della Turchia, talvolta ponendo l’accento sulla questione dei diritti umani (non rispettati); i secondi sostengono con veemenza l’ingresso perché fautori di un’Europa fondata sulla diversità culturale e religiosa, e facendo leva retorica sull’ascesa economica del paese, nonché sul sentimento filoeuropeo di gran parte della popolazione turca – argomento che solitamente si accompagna ad una sottolineatura delle differenze con gli stati di matrice islamista.

In Italia, il dibattito è decisamente povero di argomenti e non suscita grande interesse. Voglio dire, i ragazzi turchi che sono in piazza sollevano simpatia e partecipazione emotiva a destra e a manca (a manca forse anche perché ricorda ciò che si vorrebbe essere); ma parlare di quanto quello che sta succedendo possa compromettere il processo di adesione all’Ue è cosa decisamente lontana.

Siccome la questione mi appassiona ben più dell’ideologizzazione e dell’appropriazione indebita tanto in voga in certa sinistra (e Grillo ancora non s’è svegliato), vorrei segnalare cinque punti (o vicende) che, a mio avviso, si dovrebbero affiancare agli ultimi avvenimenti di piazza per valutare un poco meglio la questione. Lo farò a mo’ di elenco e senza troppi fronzoli, chissà che magari qualcuno se ne interessi e si cominci a parlarne più seriamente anche da noi. Ecco quattro ragioni e un dubbio per il no (attuale) all’ingresso della Turchia nell’UE.

1. I diritti umani sono ancora lontani dall’essere rispettati e le violenze di piazza Taksim non sono che l’ultimo (piccolo, peraltro) fulgido esempio. E non lo dico io ma quelli che per certa sinistra sono dei punti di riferimento indiscutibili: Amnesty International e l’UNHCR.

2. La Turchia occupa militarmente uno stato membro dell’UE, Cipro. Si tratta di un’operazione condannata da una risoluzione ONU del 1983. Nel 2005, Cipro ha formalmente richiesto l’abbandono dell’isola come condizione imprescindibile per la prosecuzione dei negoziati di ingresso; richiesta che è evidentemente ancora insoddisfatta. Su quei territori l’UE riconosce ufficialmente la sovranità della Repubblica di Cipro.

3. La minoranza curda continua ad essere repressa militarmente, al di fuori di ogni principio liberale e contro ogni diritto umano.

4. Il genocidio degli Armeni è stato uno scempio, una mattanza vergognosa, che non viene tuttora riconosciuta dallo stato turco (le stime variano tra le 300mila e il milione e mezzo di uomini, donne e bambini massacrati). La Turchia non ammette il termine “genocidio” e ha perseguito fino a tempi recenti coloro che ne parlavano pubblicamente (il premio Nobel Pamuk vi dice niente?). Sebbene sia stata apportata una modifica all’articolo 301, che punisce ogni offesa contro la “turchicità”, e non sia più possibile utilizzarlo per arrestare sommariamente chiunque sostenga l’esistenza del genocidio, la sostanza non cambia: ciò che è ecumenicamente riconosciuto in Europa continua ad essere negato all’interno dei confini turchi.

5. La Turchia è un paese vasto (783.562 km², l’Italia 301.320 ) e con una popolazione di 73,64 milioni di individui. Se entrasse a far parte dell’Europa, diventerebbe lo stato più esteso e il secondo per numero di abitanti. Tralasciando la delicata questione religiosa (la popolazione di religione islamica passerebbe dall’attuale 5% al 20%), bisogna immaginare cosa significherebbe questo su due fronti: quello istituzionale e quello sociale. A livello istituzionale, pare chiaro che un paese così importante dal punto di vista numerico possa far valere la sua dimensione anche e soprattutto nel campo delle direzioni future dell’assetto europeo. Per tutte le ragioni di cui sopra, attualmente non mi sembra una buona idea. A livello sociale – e qui bisogna andarci coi guanti di velluto -, la cittadinanza europea estesa alla popolazione turca avrebbe un impatto socio-economico difficilmente prevedibile. Ciò non significa che debba essere necessariamente un impatto negativo, ma, vista la già precaria situazione continentale, lascerei da parte ogni facile senzafrontierismo e valuterei un poco meglio i possibili effetti di una Turchia europea.

 

Il paese dei tamponi

in politica by

In chimica una “soluzione tampone” serve per stabilizzare il pH su un valore desiderato attraverso l’aggiunta moderata di acidi o basi. Si tratta di un’operazione largamente impiegata nella chimica analitica, che serve ad opporsi alla variazione di quel valore, a renderlo cioè stabile nel tempo. L’efficacia, o meglio la capacità di opporsi alla variazione di pH, si misura con il cosiddetto “potere tamponante” (o capacità tampone).

In gergo si parla invece di “tampone” per descrivere una soluzione provvisoria e trovata con mezzi di fortuna, un rimedio che deve risolvere una situazione di emergenza: si può quindi mettere un tampone in un buco di una botte di vino; si può tamponare la falla di una canoa etc.

In politichese si parla spesso di “provvedimento – o decreto – tampone” per definire una misura necessaria per frenare una crisi di vario genere: da quelle occupazionali a quelle finanziarie, fino a quelle più strettamente sociali.

In questi giorni, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha presentato il suo piano per far fronte alla grave situazione delle carceri italiane, situazione per cui il nostro paese è stato condannato a più riprese dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, sia in termini politici che in termini economici (l’Italia è stata infatti condannata a pagare a diversi detenuti un risarcimento per danni morali). Giusto per dare un’idea: le persone risarcite avevano a disposizione meno di tre metri quadri a testa; non molto di più di quanto ha a disposizione un maiale in un allevamento intensivo.

Ebbene, il ministro sostiene che sabato il Cdm approverà nientepopodimenoche un “decreto tampone”, che dovrebbe alleggerire la pressione sulle carceri attraverso misure quali la detenzione domiciliare per coloro che devono scontare pene fino a sei anni (il giudice deciderà a seconda della gravità del reato) e l’assegnazione dei detenuti – soprattutto tossicodipendenti – ad attività in favore della collettività.

Voi direte: bene, sembrano misure efficaci. Manco per niente. A quanto pare, il provvedimento riguarderà tra i 3mila e i 4mila detenuti su un totale di circa 66mila (la capienza delle carceri italiane è di 40mila posti letto reali), quindi non risolverà neanche temporaneamente il problema del sovraffollamento, al massimo lo ridurrà leggermente. Inoltre, siamo sicuri che le forze di polizia giudiziaria siano realmente nelle condizioni numeriche, pratiche, di occuparsi di altri 3-4mila detenuti agli arresti domiciliari piovuti improvvisamente dal cielo? Io qualche dubbio ce l’ho.

Voi direte: ma sei un criticone, cos’altro vorresti? Cosa vorrei? L’abrogazione della Bossi-Fini (che ha introdotto il reato di clandestinità) e della Fini-Giovanardi (che riempie le carceri di tossicodipendenti e detentori di droghe leggere). Ecco cosa vorrei. E poi vorrei che si smettesse una buona volta di parlare di “decreti tampone” nell’accezione più diffusa e si cominciasse, col pur complicato linguaggio dei chimici, a discutere di “capacità tampone”. Che ci si decidesse insomma di risolverli davvero i problemi, di stabilizzargli il pH, senza fare melina.

Intervista a Paolo Pretocchio

in economia/mondo/politica/società by

Incontriamo l’Ing. Paolo Pretocchio*, fondatore e socio di maggioranza della Coppoladitalia Inc., la più importante azienda al mondo nella rieducazione e riabilitazione dall’amnesia catatonica del non riuscire a ricordare ed azionare i movimenti psicofisici del sedersi. Pretocchio indossa una maglietta nera che riporta stampata la frase di Henry Miller «I ciechi conducono i ciechi. Questo è il sistema democratico». Passeggiando per le vie del centro di Alba Adriatica, l’ingegnere ricorda le interminabili partite a pallone di fronte al negozio di abbigliamento nautico L’onda e di quando montava la bancarella del padre che aveva un negozio di cappelli. “D’estate, oltre al negozio, ci spostavamo sul lungomare dove avevamo una bancarella che doveva essere montata tutti i giorni. Non scorderò mai quanto diventava incandescente il metallo dell’intelaiatura. Tutto ciò che ho realizzato dopo è nato in quei pomeriggi solitari di tanti anni fa.”

Dott.Pretocchio, la Coppoladitalia inc è ormai leader indiscussa nel proprio settore. Lei che gira il mondo ed è un imprenditore globale, ci dice cosa sta succedendo in Europa?

Il punto di partenza deve essere uno: gli Stati Uniti d’Europa non esisteranno mai per un semplice ed elementare motivo e cioè l’impossibilità dello smantellamento di tutte le basi militari americane dislocate nel continente. Non si parla mai di questo, ma è così. Nei fatti siamo una zona geografica colonizzata militarmente. Tutto il resto è un mezzo pasticcio. Esiste un impianto accozzagliato che per semplicità potremmo definire ‘neoliberale’ o ‘neoliberista’che quindi pone come priorità pareggio di bilancio e lotta contro l’ inflazione monetaria. Questo blocca e stressa in modo rilevante alcuni singoli Stati appestati dal proprio debito pubblico. L’ Euro doveva rendere l’ Europa un soggetto competitivo nella globalizzazione, ma non credo ci stia riuscendo in questa fase di saturazione geografica del mondo intero. A questo punto l’ unica cosa che può dare un vantaggio competitivo è la svalutazione della forza lavoro, con tutte le conseguenze annesse e connesse. Sicuramente ha fatto comodo alla Germania in quanto la moneta unica è posizionata ad un livello inferiore a quello del marco, ma superiore a quello delle monete degli Stati più deboli. Ciò ha favorito le esportazioni tedesche che si sono ritrovate più competitive rispetto a quelle di altri Stati con una moneta troppo forte rispetto alle loro economie.

Come valuta la situazione politica italiana prossima alla fine dell’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e con le elezioni alle porte?

Una valutazione più precisa potrebbe essere fatta solo dopo aver capito con quale legge elettorale si andrà a votare. Il centrodestra è travolto da scandali vari con un leader anziano, saturo e stanco, privo di una qualunque minima strategia riaggregante le varie forze che dovrebbe rappresentare. Il centrosinistra striscia asfissiato dalla balcanizzazione delle primarie, ma prenderà più voti degli altri. Poi ci sono questi grillini che raccoglieranno il 10/15%. Non vincerà nessuno, ci sarà un Monti bis con i vari leader politici al governo e Grillo all’opposizione. Il governo Monti ha stressato le famiglie italiane con l’aumento delle tasse, non ha tagliato la spesa pubblica né gli sprechi tumorali che ne appestano le finanze, non ha fatto né liberalizzazioni ne politiche di incentivi produttivi ed occupazionali. Ha fatto tutto questo perché il nostro debito per la maggior parte ce l’hanno le banche francesi e tedesche e questi rivogliono i soldi prima di un eventuale nostro fallimento. L’hanno messo là unicamente per questo motivo. Di tutto il resto non gliene importa una ceppa.

Non pensa che anche in Italia ci possa essere un boom delle formazioni comuniste o neofasciste e di estrema destra come in altre parti d’Europa?

Assolutamente no. La sinistra comunista si è autoflagellata da sola attraverso posizioni tatticamente allucinanti. E’ chiaro che se invece di difendere il pensionato comunista che ti vota difendi l’extracomunitario che gli ruba la pensione, il pensionato non è scemo e non ti voterà più. Per le formazioni neofasciste, diciamo che rappresentano per lo più fenomeni folkloristici e nostalgici, di micro assistenza sociale e monitoraggio territoriale. La degenerazione fascista in Italia la si trova dappertutto tranne che in questi movimenti qui. La trovi se vai a fare la fila alle poste, se fai un esame all’università, nei luoghi di lavoro, tra gli antifascisti e quelli che si dicono nè fascisti nè antifascisti, o la notte dentro le discoteche, o nelle melensità castranti dei testi dei cantanti che vanno per la maggiore.

E quindi? Si spieghi meglio.

Quando parliamo oggi di fascismo dobbiamo attenerci ad una valutazione psicologica più che politica. Faccio un esempio: prendi un politico che ha fatto uno scandalo o ha governato male ed ha fatto leggi che hanno peggiorato la vita delle persone. Prendi un suo elettore che di conseguenza lo critica e lo insulta. Prendi che il politico si ricandida e viene rieletto da chi lo criticava ed insultava. Chi è il vero mostro da abbattere? Il politico o l’elettore? E’ chiaro che quest’ultimo sia un soggetto ‘malato’, con delle contraddizioni evidenti, frustrato ed impotente o perlomeno impedito da qualcosa che ha dentro di sé. E’ un individuo sopraffatto da modelli educativi e culturali che impediscono la soddisfazione del proprio essere e delle proprie pulsioni. E’ la peste emozionale di reichiana memoria, che produce soggettività corazzate, bloccate, cristallizzate nelle loro emozioni, intrise di una sessualità misera e pornografica, cariche di aggressività e violenza repressa da deviare sui più deboli. E’il fascismo psicologico, di individui menomati nel loro essere dalla repressione pulsionale con la conseguenza che il compito di tale rimozione pulsionale può essere svolto solo con l’aiuto del rapporto affettivo irrazionale con l’autorità.

Ha fatto scalpore la sua uscita contro l’uso calcistico della magistratura.

Ho solo fatto una costatazione il giorno dopo che il pm di Genova ha chiesto l’archiviazione, nell’inchiesta sul calcio scommesse, per Criscito che era stato escluso dagli europei di quest’estate. Il presidente della Federcalcio aveva dichiarato che l’esclusione fu decisa per “una questione di serenità del calciatore’’ e che “non era collegata ad una logica di presunzione di colpevolezza”. Io mi sono limitato a dire durante una trasmissione televisiva:“quindi, caro presidente, era stata collegata ad una logica di presunzione di innocenza che avrebbe ostacolato la serenità del giocatore?’’

Lei è pazzo?

No, credo di no.

Soundtrack1:’ Orestes’, A perfect circle
Soundtrack2: ‘Tutti al mare’,Virginiana miller

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato estivamente in una spiaggia dell’Europa meridionale.

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