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Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

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Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

in giornalismo/politica by

Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

Trivelle: un referendum imbarazzante

in economia/politica by

Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

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  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

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L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

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