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Brevi interviste con donne schifose – La Mangiamerda

in cultura/società by

A:

Allora, da dove cominciamo? Vuoi dirmi come hai iniziato?

 

 

B: Ma così, per provare. Come tutti… Ero in vacanza con un gruppo di amici, al mare e…

A: Al mare dove? In Italia?

B: Sì, sulla riviera adriatica. A Tortoreto Lido. Eravamo in spiaggia, la sera di Ferragosto, e avevamo bevuto un bel po’. Vino, birra e soprattutto Gin, mischiato con la Lemon Soda.

A: Una classica indianata di Ferragosto, quindi.

B: Sì, sai quelle schifezze che fai da ragazzina, che bevi fino a vomitare l’anima. Che a quindici anni é un’ottima occasione per perdere la verginità.

A: Giá.

B: Sì, mi ricordo che c’era questo tipo di cui eravamo tutte innamorate. Faceva il bagnino all rotonda. Un buzzurro quarantenne con il cerchietto per i capelli e la canottiera anche di sera.

A:Ma non mi dire

B: Sí un tipo che oggi non userei per niente piú che farmi chiudere l’ombrellone. Uno che se gli chiedi l’ora ti dice “Le sedde e drendadrè”. A quei tempi mi sembrava irresistibile.

A: Rimaniamo sul tema. La tua prima volta.

B: Insomma siamo in spiaggia e io sono proprio cotta. Cotta al punto che una squadra di Bagnini abruzzesi potrebbe sodomizzarmi in sequenza e io non batterei ciglia.

A: Hai la fissa coi Bagnini.

B: Bagnini abruzzesi. Comunque, a un certo punto, io me ne sto lí a fantasticare su Gaetano (il bagnino abruzzese, ndr) che non mi accorgo che sta girando questa cosa, scura e fumante. Ad un certo punto, me la passano e io, senza pensarci, me la ficco in bocca.

A: E com’era?

B: Mah, te l’ho detto ero talmente cotta che un palo nel culo mi avrebbe fatto il solletico, peró il senso di nausea che ti lascia la prima volta, ecco, quello te lo porti dietro per sempre.

A: E poi, hai preso il vizio?

B: Ma figurati, sono passati anni e molti bagnini prima che pensassi di ripetere quell’esperienza. La seconda volta mi é successa a Londra, a 19 anni. Dopo la maturità ero andata per fare qualche mese lí, a studiare l’inglese, a cercare qualche lavoretto, a fare esperienza. Ai miei avevo detto che prima di iscrivermi all’università volevo vedere un po’ di mondo, per capire bene cosa avrei fatto da grande.

A: Se ne dicono di stronzate a quell’età.

B: Ah certo, e pure dopo. Comunque tempo una settimana e a Londra mi ero accombricolata con un gruppo di ragazzi di Roma. All’epoca a Londra c’era mezza Roma Nord. Io mi ero pseudo- fidanzata con un certo Saverio, uno stronzetto figlio di un notaio che giocava a fare lo squatter. Di solito, dopo quattro giorni passati a calarsi di exctasy e fumare gangia, accoppiandosi con le piú scellerate e tossiche e portatrici di malattie veneree tra le punkabestia, ecco, tornava all’appartamento di famiglia, un’attico con tripla esposizione dalle parti di Buckingham Palace.

A: Carino. Siete rimasti in contatto?

B: Dopo Londra non l’ho piú visto. Da amici comuni so che si é sposato e ha tre bambini. Abita al Fleming, e lavora nello studio da Notaio del padre. Ma ancora adesso, ogni volta che ho un prurito o una perdita bianca-gialla-verde non posso fare a meno di pensare a lui e alla sua gonorrea.

A: Delizioso, sta andando meglio di quanto sperassi. Insomma, sei a Londra, a metá degli anni novanta. Squatter pariolini bazzicano le crackhouse con la stessa disinvoltura con cui prendono lo Spritz a Ponte Milvio. E tu sei lì, e non impari una parola di inglese. Cosa succede?

B: Insomma, una sera, ci siamo calati gesú Cristo. Anzi é una settimana che andiamo avanti a Snow Ball, che un amico di Saverio (il figlio del notaio, ndr) ha detto che sono speciali, che ” c’è morta la gente” e insomma, stiamo in questa casa occupata, una Cosa che al confronto  l’appartamento di Trainspotting, quello dove vanno a farsi, é… la Cappella Sistina. per dire,  c’é ‘sta tipa che c’ha i capelli-capelli verde marcio eh- che le stanno crescendo a vista d’occhio…Fuma Crack da una pipetta di vetro e  si guarda le mani e grida  che le sono cresciute le dita e le unghie. Insomma, un bell’ambientino.

A: E quindi?

B: Quello che si atteggia a proprietario della casa, vale a dire il primo della combriccola che ha piazzato il suo culo rancido in quella topaia, uno Scozzese tutto ciccia e tatuaggi, bianco come un attore di True Blood, Russel mi pare si chiamasse, dice che é ora che ci diamo tutti una calmata e che ce l’ha lui una cosa che ti stende. Andiamo nella camera da letto di Russel -un buco di merda con il materasso poggiato in terra e  una lampadina al neon che penzola dal soffitto- in quattro: io, Saverio e il suo amico, il Giuda, figlio dell’assessore alla cultura e c’e’ pure una squatter, una  vera, quella sì, una secca malefica che tirava  la Ketamina con la disinvoltura di un poppante attaccato alla tetta della madre. Ci sono pile di giornali porno dappertutto, usati come comodino, come poggiapiedi, come appendiabiti…
A: Un tipo distinto, questo Russel.

B: Sì, uno schifoso in piena regola. Pensa che vicino al materasso c’é uno di quei cosi che si usano in ospedale per i pazienti allettati, quelli che non possono alzarsi per pisciare. Un fagiano.

A: Un pappagallo, forse.

B: Che fai, birdwatching? Comunque, Russel il pappagallo lo usa quando non gli va di andare a pisciare nel cesso comune… Comprensibile peraltro, visto che a confronto di quella latrina la fogna di Bombay é Sephora sugli Champs Elyseé

A: Capisco. Anche se pure i francesi, con questa storia del profumo non é che poi si lavino cosí tanto.

B: Ma infatti, pensa che c’avevo questo fidanzatino di Parigi, Michel, tanto carino e ben vestito, sempre con la camicetta azzurra abbinata con gli occhi cerulei, i calzini puliti e i jeans Le Copain e poi quando si spogliava, c’aveva sempre le mutande gialle.

A: Come le mutande gialle?

B: Ma sì, sgommate. Hai capito? Si puliva il culo sommariamente, e considerava il bidé una cosa da selvaggi.

A: Mon dieu! Atteniamoci al racconto però: siete nella camera da letto di Russel e…?

B: E niente, lui tira fuori da una scatola per scarpe poggiata vicino al pappagallo questa cosa qui, che dice che e’ “cucinata”… Infatti e’ croccante, quando la usi fa crack ed e’ tutta un’altra cosa rispetto a quella merda che avevo assaggiato a Tortoreto, la notte di Ferragosto

A: E gli effetti? Dimmi di piu’?

B: Beh vabbe’, il senso di nausea non te lo levi mai, quello rimane. Ci sta Saverio che vomita per terra al secondo schioppo, tant’e’ che Russel s’incazza a tal punto che lo sbatte fuori. Ma oltre al senso di nausea quel tipo di merda li’, ti fa sentire proprio una… una merda. Ecco. Il risultato e’ che ci mettiamo tutti nudi sul materasso e Russel ci scopa tutti e tre, a turno: a me, alla tossica-arma-biologica-ambulante e al Giuda per ultimo.

A: Ottimo. Ed e’ cosi’ che hai preso il vizio?

B: No, nemmeno cosi’. Dopo due anni di vitaccia a Londra sono tornata a Roma, e mi sono iscritta all’universita’.

A: Lasciami indovinare: Scienze della Comunicazione?`

B: Esatto. Ho dato otto esami in quattro anni. Il mio preferito e’ stato teoria e tecnica della comunicazione di massa. Mi sono incagliata su Statistica. Mai capito che cazzo e’ una Gaussiana. Comunque, all’universita’ ci facevamo un sacco di canne, tutto il giorno, tutti i giorni, e il Venerdi’ partivamo per andare alle discoteche del Nord. Il Peter Pan, il FitzCarraldo, il Red Zone… Il mio fidanzatino di allora, Lallo, figlio di un macellaio di Palestrina, ci portava tutti nella sua Golf GTI assieme ad un carico di 500-1000 pasticche che piazzavamo poi con ricarichi pazzeschi.

A: Ma scusa, un fidanzato onesto mai?

B: Mah, non e’ che lo facessi proprio apposta, sembra che io abbia una specie di calamita per questi tipi loschi, traffichini.

A: Senza dimenticare i bagnini.

B: Gia’… Comunque tiravamo avanti fino all’After Hours della Domenica mattina, al 99, e partivano sempre 10, 15, 20 pasticche a testa. Irrita il sistema nervoso a lungo andare… Per rilassarci Lallo tirava fuori questa merda stagionata, di solito andavamo in spiaggia a Cattolica, e finivamo con l’addormentarci sotto il sole. Di tanto in tanto qualcuno si svegliava e si preoccupava di girare gli altri, per essere certo che tutti ci abbronzzassimo in maniera uniforme. La sera tornavamo piano piano e il lunedi’ di nuovo in forma.

A: Quanto e’ durata questa vita?

B: Quattro anni. Poi i miei si sono stufati di pagarmi le rette e mi hanno detto o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra.

A: E tu?

B: Beh io ci ho provato a saltare dalla finestra, sono andata a stare da una collega dell’Universita’, una brava ragazza di Catanzaro. Maria Carmela. Religiosissima, aveva la media del trenta e non si era mai fatta una canna in vita sua. Mi sono trovata un posto in un call center e ho smesso con tutta quella merda.

A: Quanto hai resistito?

B: Quattro giorni. Poi sono tornata dai miei, che mi hanno pagato un corso in grafica ed impaginazione di sei mesi. E sono finita qui…

A: Quant’e’ che lavori qui al Messaggero?

B: Otto anni.

A: E alla merda, alla merda ci pensi ancora?

B: Tutti i giorni. Anche adesso. Anche dopo che te ne sarai andato. E’ una voglia che non ti togli mai.

Escalation della droga spiegata dal Marketing

in Articolo by

I nostri esperti di Marketing ci spiegano il fenomeno dell’escalation.  Risultato: per  salvare i nostri figli dal Crack e dall’Eroina eliminiamo l’acqua liscia, la pericolosa sostanza alla base del fenomeno.

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Come ti cucino la notizia della droga

in giornalismo/politica by

Premessa: il titolo del post è, volutamente, ripreso da un articolo che ebbe una certa diffusione, qualche anno fa. Ai tempi, il direttore di lavoce.info era giá molto vicino all’Ing. e alle sue preferenze politiche, ma sopratutto si parlava molto di criminalità comune, tema caro alla parte politica avversa all’Ing.; com’è come non è, comparve questo bell’articolo che parlava di come la criminalità comune fosse sovrarappresentata nei media.

Insomma, questo è un post dietrologico. Odio la dietrologia, peraltro, quindi mi pentirò di averlo scritto. Non riesco, peró, a non mettere in fila i seguenti fatti:

1. Da qualche mese Benedetto della Vedova e la sua pattuglia parlamentare trasversale battagliano per ottenere un cambiamento di prospettiva, al netto della semplice legalizzazione di questo o quello, sul tema delle droghe. Superare il proibizionismo è cosa necessaria, utile e razionale, ma ovviamente si schianta con interessi criminali molto forti – ed è un ingenuo chi pensa che siano interessi non rappresentati nelle istituzioni, nella finanza, nel mondo della cultura.

2. La stampa italiana da qualche settimana ha iniziato una campagna intensa sul tema: il ragazzo del Cocoricó, quello di Gallipoli, la tizia di Messina, il barista di Brescia ucciso perchè contrario allo spaccio nei dintorni del suo locale, etc. Ci sono guerre, crisi economiche, se vogliamo anche carenza d’idee e giornalisti in vacanza, ma il risultato è lo stesso: si parla solo di droghe, c’è una notizia sulle droghe nella prima pagina di ogni quotidiano ogni giorno.

3. Non esiste alcuna emergenza droghe. Ripeto: non esiste alcuna emergenza droghe. Il consumo di droghe è, semmai, in calo da anni e così le morti collegate.

Mettere insieme i fatti 1.,2.,3.; alambiccarsi su come pesare le interpretazioni cupe e dietrologiche sugli interessi incrociati e le oscure frequentazioni romane e non romane di molti editori italiani, da un lato, la scarsa professionalità (ai piú alti livelli) dei giornalisti, dall’altro. Esercizio non semplice. Che in un Paese meno disperato, probabilmente, spetterebbe proprio ai giornalisti.

 

Il proibizionismo e i nostri figli

in società by

Ormai, a quanto pare, se non si ragiona sui propri figli non vale.
Accenni un’idea di garantismo e subito qualcuno ti chiede: “Eh, bravo tu, ma se la vittima fosse stata tua figlia?”; abbozzi un discorso sul matrimonio gay e qualcun altro ti fa: “Vorrei vedere te, se tuo figlio portasse a casa un uomo” (con la variazione “un uomo di colore”, tanto per avvantaggiarsi sul prossimo post, nel quale magari parlerai di immigrazione).
Hai voglia a dire che si tratta di un metodo specioso e che le emozioni private delle persone dovrebbero aver poco a che vedere con la legge, perché a dar retta a quelle emozioni (in quanto tali insindacabili) si arriva in un batter d’occhio al linciaggio, alla giustizia privata, alla segregazione etnica, all’azzeramento dello stato di diritto: non c’è niente da fare. I tuoi figli di qua, i tuoi figli di là: pare che non esista altro modo di discutere.
Allora, visto che a molti piace un sacco, facciamo che oggi parliamo di figli.
Ebbene, posto che tutti noi conosciamo fin troppo bene i danni del’eroina, e quindi saremmo ben felici se i nostri figli la fuggissero come la peste, voi preferireste che trovandosi nella malaugurata situazione di esserne dipendenti facessero la fila in un posto come questo, oppure che aspettassero il loro turno fuori da una farmacia?
Preciso la domanda, ché alcune obiezioni le conosco già: ammesso e non concesso che legalizzare le droghe pesanti possa comportare, come alcuni sostengono, un incentivo al loro consumo, vi sentireste più sereni sapendo che il pericolo è che i vostri figli finiscano in un inferno come quello descritto dall’articolo, oppure sareste disposti ad accettare una certa quota di rischio in più, sapendo che qualora quel rischio si concretizzasse si troverebbero in una situazione controllata, controllabile e legale?
Perché, a ben guardare, il dibattito sul proibizionismo è quasi tutto qua: ragionare sul fatto che possa valere la pena di accettare una percentuale di pericolo più alta, pur di collocare le conseguenze di quel pericolo in un’area migliore (o se non altro meno peggiore) di queste schifezze.
Rifletteteci un attimo: e magari scoprirete che con la mente lucida e sgombra quantificare quella percentuale si può.
Anche, e forse soprattutto, ragionando a partire dai nostri figli.

La legalizziamo, Matteo?

in politica by

Lasciamo un attimo da parte le cosiddette “droghe pesanti”, su cui potremmo scannarci per giorni interi, e concentriamoci sulla cannabis.
Ora, qualcuno è ancora convinto che la marijuana sia una piaga sociale? O meglio, qualcuno ritiene davvero che fumare una canna sia più pericoloso che bere due o tre di bicchieri di vino o un paio di amari?
Io penso di no, al di là della personale simpatia o antipatia che ciascuno è libero di nutrire nei confronti della cosiddetta “cultura dello sballo”.
Ebbene, attualmente la marijuana è una merce con cui si arricchiscono i narcotrafficanti, mentre potrebbe costituire una fonte di guadagno per i privati, o se si preferisce per lo Stato: a tutto vantaggio della lotta alla criminalità organizzata, del gettito fiscale e della qualità del prodotto.
Tra l’altro la legalizzazione della cannabis risparmierebbe a milioni di persone, perlopiù giovani e giovanissimi, il contatto quotidiano coi pusher, che in una tasca tengono la marijuana e nell’altra l’eroina, sottraendoli alla possibilità che un giorno o l’altro venga offerto loro qualcosa di più pesante al posto del solito spinello.
Insomma, a me sembra che dalla legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere” si otterrebbero soltanto benefici e pressoché nessuna controindicazione: e quindi mi pare ancora più stupefacente -mi si perdoni il gioco di parole- il fatto che l’argomento sia tuttora ignorato dalla -quasi- totalità della politica italiana.
Mujica ha ragione: in Uruguay è in atto un “esperimento al di fuori del proibizionismo, che è fallito” per tentare di “strappare un mercato importante ai trafficanti di droga”.
C’è qualcuno, tra quelli che si candidano a governare il nostro paese, che sarebbe disposto a raccogliere questa sfida? Magari, che ne so, uno di quelli giovani e moderni come Renzi, che si proclama -e, chissà, magari lo è davvero- capace di ragionare sulle cose con un’ottica nuova.
Che ne dici, Matteo, non sarebbe il caso di ragionarci seriamente, e senza riserve mentali?
Oppure vale la pena di rottamare tutto, tranne i tabù?

Immorale e autolesionista

in società by

Volevo soltanto far notare che in un periodo come questo, un periodo come dire di completo disastro economico, mentre si cerca di grattare il fondo del barile facendo il gioco delle tre carte tra un’imposta e l’altra, il gettito fiscale della prostituzione e del commercio di droga -i quali andrebbero già legalizzati di loro per un’infinita serie di ragionevoli motivi che vanno dalla tutela dell’autodeterminazione individuale alla lotta contro la criminalità organizzata- porterebbe nelle casse erariali le risorse necessarie ad abolire l’IMU, abbassare l’IVA e ritrovarsi pure con qualcosa di avanzo.
Come dite? È immorale che lo stato “lucri” su attività del genere?
Io dico di no. Io dico che invece  è immorale appaltarle ai delinquenti, quelle attività, ingrassando le mafie e rinunciando pure alle relative imposte.
Immorale e autolesionista, per come la vedo io: ammesso che ci sua rimasto un briciolo di ragionevolezza, naturalmente, e che si possa provare, per una volta, ad usarla al di fuori dei soliti slogan.

Sarebbe un flipper

in società by

Qualcuno faccia presente al papa che pronunciarsi contro la “liberalizzazione” (meglio sarebbe dire “legalizzazione”) delle droghe, e contestualmente lamentarsi del “narcotraffico”, altro non è che una spaventosa contraddizione logica.
Senza politiche proibizioniste, infatti, non ci sarebbe alcuna necessità di vendere droga in modo illegale, e quindi non esisterebbe il “narcotraffico”.
Dopodiché qualcuno potrebbe eccepire che se la gente non si drogasse non ci sarebbe bisogno né della legalizzazione né del commercio illegale di droga; così come molti americani, negli anni ’20, andavano sostenendo che per sconfiggere Al Capone sarebbe stato sufficiente eliminare il consumo di alcolici.
Il che, tenendo a mente come sono andate a finire le cose da quelle parti, ricorda molto da vicino una nota affermazione: se mio nonno avesse cinque palle, sarebbe un flipper.

Magari

in politica by

Va bene che in campagna elettorale uno deve spararle un po’ più grosse di quelle che sono.
Però, andiamo, arrivare a sostenere che se in Italia vincesse la sinistra (cioè il PD, non so se avete presente) ci ritroveremmo con le “sale del buco per la droga di Stato” (ahahah) e i “matrimoni gay” (ahahahahahah) , e aggiungere che ciò avverrebbe anche se la sinistra dovesse farcela “attraverso la stampella Monti” (uahuahuahuahuah oddio mi piscio sotto), non è semplicemente un’enormità, ma è fantascienza allo stato puro.
Io la capisco, presidente Gasparri. Capisco l’esigenza di dipingere un nemico brutto e cattivo per guadagnare qualche brandello di consensi qua e là. Davvero.
Ma l’amara verità è che dopo aver letto (e riletto, ché all’inizio pensavo di aver capito male) la sua fantasiosa dichiarazione mi è affiorata sulle labbra una sola parola.
Magari.
Dia retta, non c’è pericolo.

In serie C

in politica/società by

Poi uno legge che non solo i francesi, ma perfino gli americani -che quando ci si mettono sanno essere bigotti come pochi- legalizzano i matrimoni omosessuali e la marijuana, mentre dalle nostre parti se parli di questa roba con uno che si dichiara progressista -progressista, eh, mica reazionario- continua a ripeterti come un disco rotto che sono cose delicate, che bisogna evitare di offendere quelli e di scontentare quegli altri, che è necessario “conciliare le varie anime” della società civile e via avanti con tutto il resto del repertorio.
La verità è che questo povero paese, in un modo o nell’altro, è precipitato in serie C.
E se non ci stiamo attenti l’anno prossimo rischia pure di retrocedere.

Pattumiera umana (*)

in scrivere/ by

Mi ha svegliato il dolore alla schiena, verso le tre e mezza. A quanto sembra, mi ero addormentato a pancia in sotto sul mio fantastico divano italiano, con gli arti in posizioni innaturali, come se fossi una bambola disarticolata: faceva schifo, era pieno di bruciature di sigaretta e di macchie equivoche. Mi faceva male il naso, la mia maglietta bianca era decorata di gocce irregolari, larghe, di sangue marrone: ne ho contate diciassette. Qualcuno aveva danneggiato irreparabilmente il tavolino: nascosto malamente da una bottiglia di Wild Turkey, potevo vedere il disegno astratto di una ragnatela disegnata dal cristallo fratturato. Residui di cocaina dappertutto, una banconota da 50 dollari arrotolata, riviste, giornali, confezioni di tranquillanti, una scatola di preservativi aperta, da cui sporgeva una confezione a nastro di colore argenteo. Qualcuno l’aveva lacerata per estrarrne uno, ma poi doveva essere successo qualche cosa, e la gomma trasparente ed oleosa era rimasta mezza dentro e mezza fuori. Faceva un caldo fottuto e l’aria era viziata, impregnata di odori umani, anche genitali, e di fumo di sigaretta. Mi tirai a sedere, presi il primo dei bicchieri che mi capitò a tiro, tirai fuori dalla confezione un paio di Xanax, e li buttai giù con il whisky. Con lo sguardo fisso sulla portafinesta che conduceva in giardino, cercai a tentoni il mio giacchetto, dove ricordavo di aver messo un paio di spinelli già confezionati per le emergenze: ne trovai uno, e me lo accesi. Ero pieno di odio e di dolore, avevo voglia di prendere a calci qualcuno. Fui fortunato, perché ruotando leggermente la testa, intercettai il corpo immobile di Lucertola: seduto nella posizione del loto, rimirava il mio ritratto di Allan Poe. Non si muoveva, estasiato, fulminato. Trovai un po’ di energia per alzarmi, gli andai sotto, e gli tirai un calcio sulla schiena. Lucertola bestemmiò, e mi urlò che ero impazzito. Lo tirai su per la cresta e lo trascinai fino alla porta, si lamentava, ma in effetti mi seguiva abbastanza di buon grado: girai la maniglia, sempre con il ciuffo ossigenato tra le mani, e lo buttai fuori, sbattendo la porta. Black-out. I denti sulla moquette macchiata e bruciacchiata dalle cicche, un incisivo spezzato: lo sforzo di usare Lucertola come punching-ball doveva essere stato troppo. O forse lo Xanax, l’alcol e l’hashish avevano giocato qualche brutto scherzo alla mia pressione sanguigna. Avevo la tachicardia, poi il cuore cominciò a fare qualche giochino tipo extrasistole: quando il disturbo passò, pensai che non era bello quello che avevo fatto a Lucertola; forse era l’unico amico che avevo. Era venuto la sera, mi aveva tenuto compagnia, mi sa che aveva fatto un giretto dietro la mia zip, almeno così mi sembrava di ricordare. Mi alzai, aprii la porta, e, in preda ad un atroce pentimento, davvero più grande della realtà, e decisamente melodrammatico, presi a chiamarlo: “Lucertola, cazzo, torna indietro, mi dispiace, non volevo romperti la schiena a calci”. Caddi in ginocchio, piangendo, e pensando a Gesù Cristo sudato sul Golgota. Rientrai, e mi misi a cercare il cellulare. Non trovandolo, mi lanciai sul portatile, fortuna che il numero di Lucertola era memorizzato nella posizione 1. Non rispondeva. “Il Reverendo non fa più paura”: vedevo il maledetto titolo della merdosissima rivista. Era vero? Davvero il Reverendo era morto? La mia arte non intratteneva, non provocava più? Ero finito, come scriveva quello stupido giornalista venduto? In camera dormivano le due troie che avevo preso la sera precedente. Le avevo scelte belle e fredde, altezzose, proprio come quella puttana della mia ex moglie. Una dormiva a pancia in sotto, completamente nuda. L’altra era in posizione fetale. Cacciai un urlo che le riportò entrambe nel mondo dei vivi. Quando cominciai a lanciare le loro cose (vestiti, telefonini, beautycase, sigarette) fuori dalla finestra, capirono che era il momento di fare ciao ciao. Aprii tutte le finestre, presi due grandi sacchi della spazzatura da 15 litri e cominciai a fare pulizia: via i bicchieri rotti, le cicche di sigaretta e gli spinelli, via gli avanzi di cibo e i preservativi. A metà del lavoro, mi dovetti fermare: avevo il fiatone come se avessi corso per dieci chilometri. Passai l’aspirapolvere e perfino la schiuma per la moquette. Alle sette e mezzo circa il mio appartamento di West Hollywood sembrava un altro: le macchie e le bruciature rimanevano, ma adesso sembrava quasi una casa, invece che un porcile. Passai una mezz’ora nella doccia e quando uscii mi sentii un altro. “Non mi importa se il mondo finisce oggi stesso / non ero invitato in ogni caso”. Annotai le parole su un pezzo di carta, e mi misi al computer a giocare con Garage. In meno di due ore la canzone era pronta: melodia, ritmo, linee di basso, e quasi tutte le parole. Se solo Lucertola fosse stato qui con me. Quando riuscivo a produrre qualche cosa che mi soddisfaceva, mi assaliva l’euforia del bipolare. Lea sarebbe tornata da me la sera stessa, avremmo scopato sul letto cui avevo perfino cambiato le lenzuola, e la vita sarebbe andata avanti come prima che le se ne andasse portando con sé, oltre al mio cuore, anche la mia arte, l’unica cosa che so fare. Ostaggio di questa irragionevole speranza, sospeso in questo limbo perfetto, mi misi a guardare la TV, alzandomi solo per pisciare e per prendere del gelato dal freezer. Alle 11 di sera ero ancora sul divano, le mani strette attorno al cordless, in attesa di quella chiamata che non sarebbe arrivata. Né quella sera, né per i successivi quattro anni, per l’esattezza.

(*) ovviamente ispirato al video s’Aint di Marilyn Manson

Allarme droghe sintetiche: arriva Santiago

in giornalismo/scrivere/società by

Dopo la droga-zombie, un nuovo allarme. L’Osservatorio Europeo sul consumo e la repressione degli stupefacenti ha resi noti ieri pomeriggio una serie di nuovi casi legati all’assunzione di una nuova sostanza che trasforma la personalità dei suoi utilizzatori. Santiago, questo è il nome del prodotto, è una droga di sintesi non ancora inclusa nella lista delle sostanze proibite in Italia e nel resto dell’Unione Europea; viene venduta regolarmente nei negozi specializzati in “smart drugs” sotto la forma di sali da bagno. Una foglia di fico, che consente di distribuire liberamente stupefacenti sotto la copertura di un prodotto “innocente”, sfruttando abilmente le maglie larghe della legge. Non si tratta di un fenomeno nuovo: inedito, invece, è il quadro degli effetti della sostanza. Ne parliamo con Iole Anagrammi, vicedirettore della Squadra Antidroga dalla questura di Roma.

Dottoressa Anagrammi, quante sono, ad oggi le vittime di Santiago?

“Al momento, ci vengono riferiti quattordici casi in tutta Europa: si tratta di ragazzi e ragazze di età compresa tra i diciannove e i ventiquattro anni. Naturalmente, posso parlare dei soli dati ufficiali: non possiamo escludere che altre persone abbiano assunto la droga senza che la loro mutata condotta abbia attirato l’attenzione delle autorità. Al momento non ci sono stati incidenti fatali, ma rileviamo un cambiamento drastico ed apparentemente irreversibile nella personalità di chi assume Santiago”.

Viviamo nel terrore dei sali da bagno che, una volta inalati, rendono le persone simili a zombie affamati di carne umana… viva… Che cosa dobbiamo aspettarci da Santiago?

“Santiago ha un modus operandi diverso, ma non è il caso di sottovalutarlo: non lo stiamo facendo noi, e non lo stanno facendo i colleghi francesi, belgi, tedeschi, olandesi e scozzesi. Chi assume Santiago prova una forma di sballo un po’ particolare: visioni mistiche, delirio a sfondo religioso, alcuni soggetti credono di avere le stimmate… A sorprendere è soprattutto la condotta degli utilizzatori dopo la fine degli effetti acuti. Anche se non sono credenti, tutti tendono a divenire bigotti: non fumano e non bevono più, si alzano presto la mattina per sentire la messa delle sei, vanno in giro con il breviario, in pratica, non fanno altro che pregare e lavorare. Un giovane di Gent ha cominciato a sviluppare un’ossessione feticista per Padre Pio: si è fatto crescere la barba, indossa esclusivamente il saio, e ha preso quaranta chili. Va in giro con delle bende alle mani, benché la pelle sotto sia perfettamente integra. I suoi amici rimpiangono i tempi in cui era un gabber”

C’è davvero di che preoccuparsi…

“Il loro nuovo ego tende ad allontanarli dalle compagnie che frequentavano in precedenza: si sentono superiori, la loro generosità è pelosa, e invariabilmente accompagnata da frasi edificanti su Gesù e sulla Madonna. Il loro atteggiamento li conduce invariabilmente verso l’emarginazione sociale. Sono pochi quelli che li sopportano mentre arringano la folla, lanciando i loro anatemi contro i gay, sulla sacralità della vita, la verginità della Madonna e la necessità di non consumare carne il venerdì. Molti genitori sono disperati: mi riferiscono alcuni colleghi che alcuni di loro si rendono conto il loro figlio o la loro figlia erano di gran lunga più simpatici quando erano un disastro ambulante.”

In Italia si sono registrati casi?

“In realtà, siamo un po’ stupiti, perché in Italia non si sono verificati casi eclatanti legati al consumo di Santiago. Forse dipende dal fatto che in Italia molte persone già si comportano normalmente come se avessero assunto una bella dose di Santiago”.

Che cosa vi aspettate dalla politica?

“La cosa più ovvia: che proibisca la vendita di sali da bagno”.

Tra un divieto e uno spot

in società by

Quattromila morti. Trecentomila feriti. Pare il bollettino di una guerra, e invece è il bilancio degli incidenti automobilistici del 2010. Senza contare i danni dovuti all’inquinamento. Solo in Italia. Lo stesso paese in cui sui pacchetti di sigarette c’è scritto che il fumo uccide. In cui la pubblicità alle sigarette è vietata. In cui la marijuana è proibita dalla legge. In cui ogni tanto viene fuori una pubblicità progresso che ti dice che se ti fai una canna sei un debosciato. In cui, tuttavia, nove spot televisivi su dieci ti spiegano che l’automobile è una specie di strumento introspettivo per scoprire il rapporto intimo tra te e un bosco. Ti raccontano quant’è gratificante, appagante, irrinunciabile avere sotto il culo questa o quell’altra macchina. Quanto salirci sopra farà venire fuori il tuo lato migliore. Quanto guidarla svelerà finalmente al mondo la tua vera personalità.
Ora, è noto che il fumo di sigaretta uccide chi ne fa uso. Non gli altri. Almeno non in un paese come il nostro, nel quale la legislazione a protezione di chi non vuole inalare fumo passivo è assai avanzata, e pure largamente applicata. E che la marijuana, che io sappia, non ha mai ammazzato nessuno, né provocato a chicchessia ferite, invalidità, danni permanenti. Mentre gli incidenti stradali, per definizione e fatto salvo qualche raro caso, coinvolgono più persone, alcune delle quali non hanno fatto niente di pericoloso.
Lo so, cosa state per dirmi: che fumare e farsi le canne non sono attività necessarie, mentre andare in macchina può esserlo. Ed è vero. Ma questo giustifica la distanza tra un divieto assoluto di pubblicità -se non addirittura di consumo- e la diffusione urbi et orbi del messaggio subliminale secondo il quale se non hai un’automobile fighetta sei una mezza calzetta senza speranza? Non sarebbe lecito attendersi, se ci fosse un minimo di equilibrio, degli spot che invitino la gente a non prendere la macchina per percorrere ottocento metri o che ammantino di un’alone un tantino “cool” quelli che scelgono i mezzi pubblici? Oppure, ipotesi preferibile in un’ottica libertaria, stabilire che i consumatori possono difendersi da soli e consentire di farsi pubblicità pure a quelli che producono le sigarette? Togliere quelle scritte dai pacchetti che vendono? Permettere che si vada a raccontare in giro che a forza di fumare troverai davvero te stesso? Ammettere, una volta per tutte, che farsi qualche canna è una cosa innocua?
Cioè, in estrema sintesi: vorreste gentilmente smetterla giudicare i nostri stili di vita secondo i vostri criteri? E soprattutto, se non vi dispiace troppo, di prenderci per il culo?

In trincea con la mazzafionda

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Se uno sta perdendo una guerra, va da sé che non è capace di combatterla: e se non è capace di combatterla vuol dire che utilizza delle armi, delle strategie e delle tattiche inadeguate.

Ebbene, è noto a tutti che l’arma usata dal mondo per combattere la guerra alla droga è il proibizionismo: e siccome il mondo quella guerra la sta indubbiamente perdendo, dovrebbe conseguirne che il proibizionismo è un’arma inefficace.

Dico dovrebbe, perché di solito a questo punto i cervelli si spengono: ti seguono nel ragionamento fino a un certo punto e poi clic, si obnubilano, perdendosi dietro a luoghi comuni indimostrati, ripetendo a pappagallo frasi sentite da altri e finendo schiacciati dai tabù che ci siamo andati ripetendo nel corso dell’ultimo secolo.

“Lo stato non può consentire che la gente si droghi”: e chi l’ha detto? “Se la droga fosse legale la gente ne userebbe di più”: abbiamo le prove di questa congettura? “La droga porta alla delinquenza”: certo, ma solo nell’attuale sistema proibizionista.

Niente. Impossibile discuterne. Impossibile pronunciare la parola “legalizzazione” senza che salti su qualche fenomeno a darti dell’estremista, del visionario, del pazzo.

Sapete cosa? A questo punto comincio a sospettare che qualcuno voglia perderla, ‘sta guerra: facendola contestualmente vincere non solo alla droga, ma soprattutto ai trafficanti che ci si arricchiscono.

Sta di fatto, perché di un fatto si tratta, che intanto siamo in trincea con la mazzafionda, mentre dall’altra parte piovono bombe, granate e colpi di mortaio: e voi ancora insistete a dire che va bene così.

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